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JOSEPH FINDER PARANOIA (Paranoia, 2004) A Henry, mio fratello e consigliere, e, come sempre, alle due donne della mia vita: mia moglie Michele e mia figlia Emma. PARTE PRIMA L'INCASTRATO Fix: termine della CIA risalente al periodo della Guerra Fredda e indicante una persona da compromettere o ricattare affinché obbedisca agli ordini dell'Agenzia. The Dictionary of Espionage Capitolo 1 Prima che tutto questo accadesse, non avevo mai creduto al vecchio adagio secondo cui bisogna stare attenti a quel che si desidera, perché potrebbe avverarsi. Ora ci credo. Ora credo a tutti gli avvertimenti dei proverbi. Credo che la superbia andò a cavallo e tornò a piedi. Credo che la pianta si riconosce dal frutto, che le disgrazie non vengono mai sole, che non è tutto oro quello che luccica, che le bugie hanno le gambe corte. Coraggio, ditene uno. Io ci credo. Potrei raccontarvi che fu un atto di generosità a mettere in moto ogni cosa, ma non sarebbe del tutto corretto. Fu più che altro un atto di stupidità. Chiamatelo un grido d'aiuto. Forse un dito medio sollevato. Comunque, fu tutta colpa mia. Pensavo quasi che l'avrei passata liscia, mi aspettavo quasi che mi avrebbero dato il benservito. Devo ammettere che, quando ripenso a come tutto quanto ebbe inizio, mi meraviglio di essere stato un coglione tanto arrogante. Non voglio negare di aver ricevuto quel che meritavo. Il fatto è che non era quello che prevedevo, ma chi prevederebbe mai una cosa del genere? Non feci altro che un paio di telefonate. Spacciandomi per il vicepresidente degli Eventi aziendali, contattai il costosissimo servizio di ristora-

zione esterno che si occupava di tutte le feste della Wyatt Telecom. Li pregai di organizzare un ricevimento identico a quello che si era tenuto la settimana precedente per il conferimento del premio al miglior venditore dell'anno (naturalmente, non avevo idea di quanto fosse stato fastoso). Gli fornii tutti i codici di addebito esatti, autorizzando il bonifico in anticipo. Fu facile come bere un bicchier d'acqua. Il proprietario della Meals of Splendor mi spiegò che non aveva mai allestito un party sulla piattaforma di carico di un'azienda, che il lavoro presentava «difficoltà logistiche», ma ero certo che non avrebbe rifiutato un cospicuo assegno della Wyatt Telecom. Chissà perché, dubito anche che la Meals of Splendor avesse mai curato una festa per il pensionamento di un vicecaposquadra. Penso che sia stato quello a far incazzare Wyatt. Pagare la festa per il pensionamento di Jonesie (un tizio della piattaforma di carico, Cristo santo!) era una violazione dell'ordine naturale. Se invece avessi usato i soldi come acconto per una Ferrari 360 Modena decappottabile, forse Nicholas Wyatt avrebbe quasi capito. Avrebbe considerato la mia avidità una dimostrazione della nostra affinità caratteriale, come il debole per l'alcol o per le «pupattole» (il termine che usava per riferirsi alle donne). Se avessi saputo come sarebbe andata a finire, l'avrei fatto ugualmente? Diamine, no. Devo tuttavia confessare che fu davvero tosto. Sapevo che i soldi per il party di Jonesie sarebbero provenuti da un fondo destinato, tra l'altro, alla creazione di una «succursale» per l'amministratore delegato e i suoi vicepresidenti anziani nella località di Guanahani, sull'isola di St-Barthélemy. Desideravo anche che i ragazzi della piattaforma di carico vedessero finalmente come vivevano i dirigenti. Quasi tutti gli uomini e le loro mogli, la cui idea di party era la Serata del gamberetto al Red Lobster o la Festa della costoletta all'Outback Steakhouse, non sapevano che cosa farsene di pietanze bizzarre come il caviale Osetra e il carré di vitello alla provenzale, ma divorarono il filetto di manzo in crosta, le costine di agnello e l'aragosta arrostita con i ravioli. Le sculture di ghiaccio furono un successone. Il Dom Perignon scorreva a fiumi, anche se non con la stessa rapidità della Budweiser (questo non mi stupì, perché il venerdì pomeriggio avevo l'abitudine di gironzolare sulla piattaforma di carico godendomi una sigaretta, e c'era sempre qualcuno - di solito Jonesie o il caposquadra Jimmy Connolly - che portava una borsa termica piena di birre fresche per celebrare la fine di un'altra settimana).

Jonesie, un vecchio con una di quelle rugose facce da cane bastonato che risultano subito simpatiche, si sbronzò per tutta la sera. Benché sulle prime sembrasse altezzosa, Esther, sua moglie da ben quarantadue anni, si rivelò un'eccellente ballerina. Avevo ingaggiato un fantastico gruppo reggae giamaicano, e tutti scesero in pista, anche quelli che non avresti mai immaginato di veder ballare. Tutto ciò accadde dopo il grande crollo del settore tecnologico, quando le società di tutto il mondo cominciarono a licenziare i dipendenti e a introdurre politiche di «frugalità», il che significava che lo schifoso caffè o le lattine di Coca-Cola nella sala relax non erano più gratuiti e roba simile. Jonesie avrebbe dovuto smettere di lavorare un venerdì, trascorrere qualche ora firmando moduli alle Risorse umane e tornare a casa per il resto della vita: niente festa, niente di niente. Nel frattempo i dirigenti della Wyatt Telecom progettavano di volare a St-Barthélemy sui loro Learjet e di scoparsi le mogli o le fidanzate nei loro villini privati, spalmandosi olio di cocco sulle maniglie dell'amore e discutendo le politiche aziendali di frugalità davanti a disgustose colazioni a base di papaia e lingue di colibrì. Jonesie e i suoi amici non si preoccuparono troppo di chi avesse pagato il conto, ma io provai una sorta di perverso piacere segreto. La festa andò avanti fino all'una e mezzo del mattino, quando le note delle chitarre elettriche e le urla di due degli ospiti più giovani (ubriachi fradici) devono aver attirato l'attenzione di una guardia di sicurezza: un neoassunto (lo stipendio è pidocchioso, l'avvicendamento è incredibile) che non conosceva nessuno di noi e non era propenso a chiudere un occhio; meno di trent'anni, tracagnotto, con una specie di volto arrossato alla Porky Pig. Afferrando il walkie-talkie come se fosse una Beretta, domandò: «Che cosa diavolo succede?». E la vita che avevo condotto fino ad allora giunse al termine. Capitolo 2 La posta vocale mi aspettava quando arrivai al lavoro, in ritardo come al solito. Più in ritardo del solito, a essere sincero. Avevo la nausea, la testa mi pulsava e il cuore mi batteva troppo forte a causa della gigantesca tazza di caffè da quattro soldi che avevo tracannato in metropolitana. Ondate di acidità mi salivano dallo stomaco. Avevo pensato di marcare visita, ma la vocina del buonsenso nella mia mente mi aveva suggerito che, dopo gli

avvenimenti della notte prima, la cosa più saggia da fare era presentarsi in ufficio e affrontare le conseguenze delle mie azioni. Ero certo che mi avrebbero buttato fuori; non ne vedevo quasi l'ora, un po' come quando hai mal di denti e pensi al trapano del dentista con un misto di paura e impazienza. Quando uscii dall'ascensore e attraversai il labirinto di box percorrendo gli ottocento metri fino alla mia postazione, scorsi persone che allungavano il collo come giraffe per guardarmi. Ero una celebrità; si era sparsa la voce. Senza dubbio le e-mail informative stavano viaggiando alla velocità della luce. Con i capelli arruffati e gli occhi iniettati di sangue, parevo uno spot ambulante della pubblicità a sfondo sociale, uno di quelli corredato da scritte del tipo: NO ALLA GUERRA. Il piccolo schermo a cristalli liquidi del mio telefono IP annunciava: «Undici messaggi di posta vocale». Inserii la funzione di ascolto. Quelle frasi sincere, concitate e adulatorie causarono l'aumento della pressione dietro i miei bulbi oculari. Estrassi la scatola delle aspirine dall'ultimo cassetto della scrivania e ne inghiottii due senz'acqua. Quel mattino ero già a quota sei, numero che superava la dose massima consigliata. E allora? Che cosa mi sarebbe potuto succedere? Sarei morto per un'overdose di acido acetilsalicilico qualche minuto prima di essere licenziato? Lavoravo nella Divisione industriale come direttore di prodotto addetto ai router. Vi risparmio la traduzione, è troppo noiosa. Trascorrevo le giornate udendo espressioni come «dorsali ATM», «dispositivo di accesso integrato», «protocollo di tunnelling per la sicurezza IP» o «servizio per l'emulazione di circuito a banda larga dinamica», e giuro che non sapevo che cosa cazzo volessero dire. Griffin, un tizio dell'Ufficio vendite, aveva telefonato per definirmi «mitico» e vantarsi di aver appena venduto una ventina dei miei router assicurando al cliente che possedevano una particolare funzione (protocolli aggiuntivi multicast per il video streaming dal vivo), pur sapendo benissimo che non era vero. Ma sarebbe senz'altro stata una buona mossa se avessi fatto in modo di aggiungerlo al prodotto, magari entro le prossime due settimane, ovvero proprio quando sarebbe partita la spedizione. Sì... continua a sognare. Cinque minuti dopo, il superiore di Griffin aveva chiamato per «avere delucidazioni sui progressi del protocollo di multicast cui sta lavorando», come se fossi io a occuparmi concretamente della parte tecnica. E infine la voce secca e solenne di un certo Arnold Meacham, che si

qualificava come il direttore della Sicurezza aziendale e mi pregava di «passare» da lui appena fossi arrivato. A parte il titolo, non avevo idea di chi fosse Arnold Meacham. Non l'avevo mai sentito nominare. Non sapevo nemmeno dove si ubicasse la Sicurezza aziendale. È buffo: quando ascoltai il messaggio, il cuore non cominciò a martellarmi nel petto come ci si potrebbe aspettare. Anzi, rallentò, come se il mio corpo sapesse di avere i minuti contati. Quella sensazione aveva un che di zen, la serenità interiore che accompagna la consapevolezza di non poter cambiare le cose. Fu quasi un momento di gioia. Per qualche istante fissai le pareti del box, la bitorzoluta stoffa di poliestere grigio scuro che assomigliava alla moquette dell'appartamento di mio padre. I pannelli non mostravano alcuna traccia di presenza umana: niente fotografie di moglie e figli (facile, non ne ho), niente vignette di Dilbert, nulla di brillante o ironico a suggerire che stavo qui malvolentieri, perché avevo superato da tempo quella fase. C'era uno scaffale su cui erano posati un manuale di istruzioni per i protocolli di routing e quattro spessi raccoglitori neri contenenti la «libreria funzioni» per il router MG-50K Non avrei sentito la mancanza del box. Inoltre, non mi devono sparare; mi hanno già sparato, pensai. Ora si tratta soltanto di sbarazzarsi del cadavere e lavare via il sangue. Ricordo che una volta, al college, lessi qualcosa a proposito della ghigliottina nella storia francese e di come un boia, un dottore in medicina, avesse eseguito questo raccapricciante esperimento (ognuno si diverte come può, suppongo): qualche secondo dopo aver mozzato la testa del prigioniero, aveva guardato le palpebre e le labbra di quel poveretto battere e contrarsi finché gli occhi si erano chiusi e tutto si era fermato. Poi aveva gridato il nome del decapitato, e gli occhi dell'uomo si erano aperti e l'avevano fissato dritto in faccia. Le palpebre si erano richiuse qualche attimo dopo, al che il medico aveva gridato di nuovo il nome del giustiziato, e gli occhi si erano riaperti e avevano ripreso a fissarlo. Affascinante. Dunque, trenta secondi dopo essersi staccata dal corpo, la testa reagisce ancora. Ecco come mi sentivo. La lama era già calata, e gridavano il mio nome. Sollevai la cornetta e chiamai l'ufficio di Arnold Meacham per avvisare la sua segretaria che stavo per arrivare e chiederle indicazioni su come raggiungerli. Avendo la gola secca, mi fermai nella sala relax per bere una delle bibite che prima erano gratuite ma ora costavano cinquanta centesimi. Il locale

era al centro del piano, vicino agli ascensori e, mentre camminavo in preda a una sorta di torpore, un altro paio di colleghi mi intravidero e si affrettarono a voltarsi, imbarazzati. Scrutando la vetrina appannata del distributore, scartai la solita Diet Pepsi (in quel momento non avevo proprio bisogno di altra caffeina) e optai per una Sprite. Tanto per compiere un atto di insubordinazione, non lasciai alcuna moneta nel vasetto. Oh, gliel'avrei fatta vedere io. Aprendo la lattina, mi diressi verso l'ascensore. Detestavo il mio lavoro, lo disprezzavo davvero, quindi il pensiero di perderlo non mi rattristava. D'altro canto, non ero titolare di un fondo fiduciario, e i soldi mi servivano. Era questo il motivo, vero? Ero tornato qui soprattutto per contribuire a pagare l'assistenza medica di mio padre... mio padre, che mi considerava un fallito. Quando facevo il barista a Manhattan, guadagnavo la metà ma vivevo meglio. Caspita, stiamo parlando di Manhattan! Qui abitavo a Pearl Street, in un decrepito monolocale al pianterreno che puzzava di gas di scarico e le cui finestre tremavano quando i camion passavano alle cinque del mattino. Certo, potevo permettermi di uscire un paio di sere la settimana con gli amici, ma di solito il mio conto corrente andava in rosso sei o sette giorni prima che l'assegno apparisse come per magia il quindici di ogni mese. Non che mi facessi il culo. Battevo la fiacca. Facevo il minor numero possibile di ore, arrivavo tardi e uscivo presto, ma sbrigavo il mio lavoro. La mia valutazione di merito non era delle migliori: ero un «collaboratore appena sufficiente» - una mezza cartuccia, insomma -, solo un gradino più su del «collaboratore scarso», livello a cui potevi cominciare a fare le valigie. Entrando nell'ascensore, gettai uno sguardo su come ero vestito (jeans neri, polo grigia e scarpe da tennis) e rimpiansi di non essermi messo la cravatta. Capitolo 3 Quando lavori in una grande società, non sai mai a che cosa credere. Senti sempre un sacco di discorsi da Rambo, brutali e terrificanti. Ti ripetono in continuazione di «ammazzare i concorrenti», di «piantargli un paletto nel cuore». Ti insegnano che devi «uccidere o essere ucciso», «divorare o essere divorato», «papparteli in un sol boccone», «spellarli vivi» e «cucinarli in insalata».

Sei un softwarista, un direttore di prodotto o un addetto alle vendite, ma dopo un po' cominci a pensare di essere capitato chissà come in una di quelle tribù aborigene del Papua Nuova Guinea che portano zanne di cinghiale infilate nel naso e zucche vuote sull'uccello. Quando la realtà è che, se invii per e-mail una barzelletta sporca e politicamente scorretta al tuo amico della Divisione informatica, che poi la inoltra a un collega qualche box più in là, puoi finire chiuso in un'afosa sala conferenze delle Risorse umane per una snervante settimana di diversity training. Ruba qualche graffetta, e ti bacchetteranno con il righello scheggiato della vita. Naturalmente, avevo combinato qualcosa di più grave che saccheggiare l'armadietto della cancelleria. Aspettai in un'anticamera per mezz'ora, forse tre quarti d'ora, ma mi sembrò di più. A parte «Security Management» e roba simile, non c'era niente da leggere. La receptionist aveva i capelli biondo cenere raccolti in un casco e gialli cerchi da fumatrice sotto gli occhi. Rispondeva al telefono e picchiettava su una tastiera, lanciandomi un'occhiata furtiva di tanto in tanto, come quando cerchi di guardare uno spaventoso incidente stradale senza staccare gli occhi dalla carreggiata. Restai seduto lì così a lungo che la mia baldanza iniziò a vacillare. Forse era quello lo scopo. La storia dell'assegno mensile cominciava a sembrare una buona idea. Magari la strafottenza non era la strategia migliore. Magari avrei dovuto ingoiare il rospo. Magari sarebbe stato tutto inutile. Arnold Meacham non si alzò quando la receptionist mi fece entrare. Sedeva dietro una gigantesca scrivania nera che pareva di granito lucidato. Era sulla quarantina, snello e dalle spalle larghe, una corporatura da Incredibile Hulk, la testa lunga e squadrata, il naso lungo e sottile, niente labbra. Capelli castano che andavano diradandosi e ingrigendosi. Indossava un blazer blu a doppio petto e una cravatta a righe azzurre, come il presidente di uno yacht club. Mi scoccò un'occhiata attraverso i grandi occhiali da aviatore con la montatura di acciaio. Sembrava del tutto privo di senso dell'umorismo. Alla sua destra sedeva una donna con qualche anno più di me, impegnata a prendere appunti. La stanza era ampia e spartana, con parecchi master incorniciati alla parete. Dall'altra parte, una porta socchiusa dava accesso a una buia sala conferenze. «Così lei è Adam Cassidy» esordì. Parlava in modo pignolo ed effemminato. «Finita la festa, amico?» Strinse le labbra in un sorrisetto compiaciuto. Oh, Dio. Non prometteva niente di buono. «Che cosa posso fare per

lei?» domandai cercando di assumere un'aria perplessa e preoccupata. «Che cosa può fare per me? Che cosa ne dice di cominciare raccontandomi la verità? Ecco che cosa può fare per me.» Aveva una lievissima traccia di accento meridionale. Di solito, gli altri mi trovano simpatico. Sono piuttosto bravo a conquistarli: l'insegnante di matematica incazzato, il cliente che aspetta il suo ordine da sei settimane e chi più ne ha più ne metta. Ma intuii subito che questa non era una sessione di formazione aziendale. Le probabilità di salvare il mio odioso lavoro diminuivano di secondo in secondo. «Certo» replicai. «La verità su che cosa?» Sbuffò divertito. «Sul party di ieri sera, per esempio.» Riflettei in silenzio. «Intende quella festicciola di pensionamento?» chiesi. Non sapevo quanto sapessero (ero stato molto attento a cancellare le tracce del bonifico). Dovevo dosare bene le parole. Probabilmente la donna con il block-notes, una tizia magra dai ricci capelli rossi e dai grandi occhi verdi, era lì in qualità di testimone. «C'era bisogno di un'iniezione di energia» aggiunsi. «Mi creda, signore, farà miracoli per la produttività del reparto.» Arricciò la bocca senza labbra. «"Un'iniezione di energia." Le sue impronte digitali sono su tutti i soldi sborsati per quell'"iniezione di energia".» «Soldi?» «Oh, la pianti, Cassidy.» «Non sono sicuro di aver capito, signore.» «Mi ha preso per uno stupido?» Nonostante i due metri di finto granito che ci separavano, le goccioline della sua saliva arrivarono fino a me. «Ecco... no, signore.» L'accenno di un sorriso mi comparve sull'angolo della bocca. Non potei farne a meno: una punta di orgoglio per la mia abilità. Un grosso sbaglio. Il volto terreo di Meacham avvampò. «Pensa che sia divertente entrare di nascosto nei database della società finanziaria di controllo per ottenere codici di addebito riservati? Pensa che sia un passatempo, che sia una mossa intelligente? Che non conti?» «No, signore...» «Bugiardo di merda, coglione! Non è meno riprovevole di strappare la borsa a una vecchietta in metropolitana, cazzo!» Cercai di sembrare pentito, ma sapevo che non sarebbe servito a nulla, perché indovinavo già dove ci avrebbe condotti quella conversazione.

«Ha sottratto settantottomila dollari dal conto degli Eventi aziendali per una maledetta festa con i suoi amici sulla piattaforma di carico?» Deglutii a fatica. Merda. Settantottomila dollari? Sapevo che era roba di lusso, ma non immaginavo fino a che punto. «C'è di mezzo anche quel tizio?» «Che cosa vuol dire? Forse fa confusione con...» «Jonesie? Quel vecchio, il nome sulla torta?» «Jonesie non c'entra niente» lo rimbeccai. Si appoggiò allo schienale della sedia con espressione trionfante, perché finalmente aveva trovato un appiglio. «Se vuole licenziarmi, faccia pure, ma Jonesie è del tutto innocente.» «Licenziarla?» domandò come se avessi parlato arabo. «Crede che intenda licenziarla? È un tipo sveglio, è bravo con i computer e la matematica, sa fare le somme, vero? Allora forse è in grado di addizionare questi numeri. Appropriazione indebita di fondi, che le costerà cinque anni di galera e una sanzione di duecentocinquantamila dollari. Frode telematica e frode postale, sono altri cinque anni di carcere, ma aspetti... se la frode colpisce un istituto finanziario - e, beato lei, ha truffato la nostra banca e la banca del beneficiario, era il suo giorno fortunato, stronzetto -, si arriva a trent'anni di prigione e a una multa di un milione di dollari. Mi segue? Quanto fa? Trentacinque anni in gattabuia? E non abbiamo nemmeno considerato la falsificazione, i crimini informatici e il prelievo di informazioni da un computer protetto allo scopo di rubare dati, il che le procurerà da uno a vent'anni dietro le sbarre e altre ammende. Dunque, che cosa abbiamo finora? Quaranta, cinquanta, cinquantacinque anni di galera? Adesso ha ventisei anni, quando uscirà ne avrà... vediamo... ottantuno.» Sudavo nella polo, sentendomi freddo e appiccicoso. Mi tremavano le gambe. «Ma...» balbettai con voce roca, quindi mi schiarii la gola. «Settantottomila dollari sono un errore di arrotondamento per una società da trenta miliardi.» «Le consiglio di chiudere quella maledetta boccaccia» replicò con estrema calma Meacham. «Abbiamo interpellato i nostri avvocati, e sono certi di poter ottenere un'incriminazione per appropriazione indebita in tribunale. Inoltre, è innegabile che era nella posizione di fare molto di più, e riteniamo che questa sia solo una parte di un piano volto a frodare la Wyatt Telecommunications, uno di una lunga serie di prelievi e storni. È soltanto la punta dell'iceberg.» Si rivolse per la prima volta alla donna scialba intenta a prendere appunti. «Adesso parleremo in via ufficiosa.» Tornò a

concentrarsi su di me. «Il procuratore era un compagno di college del nostro consulente legale interno, signor Cassidy, e ci ha assicurato che intende farla punire con il massimo della pena. In più, cosa di cui forse non è al corrente, l'ufficio del procuratore è impegnato in una campagna contro i reati finanziari e sta cercando qualcuno da usare come esempio. Vogliono qualcuno che funga da modello, Cassidy.» Lo fissai. Mi era tornato il mal di testa. Sentii un rivolo di sudore che mi colava sotto la maglietta dall'ascella alla vita. «Abbiamo lo Stato e l'FBI dalla nostra. In una parola, abbiamo lei. Ora si tratta solo di decidere con quanta violenza colpirla, quanta distruzione vogliamo causare. E non si illuda neppure di andare in un country club. Un bel giovanotto come lei verrà senz'altro messo a pecorina su qualche letto a castello del Marion Federal Penitentiary. Quando uscirà, sarà un vecchio sdentato. E in caso non conosca il nostro sistema giuridico, la libertà vigilata non esiste più a livello federale. La sua vita cambierà da questo preciso momento. È fregato, amico.» Guardò la donna. «Adesso la conversazione torna a essere ufficiale. Sentiamo che cosa ha da dire, e sarà meglio che sia convincente.» Deglutii, ma le mie ghiandole salivari avevano smesso di funzionare. Scorsi lampi bianchi intorno al mio campo visivo. Meacham faceva sul serio. Alle superiori e al college, i piedipiatti mi avevano fermato parecchie volte per eccesso di velocità, ed ero diventato famoso per la mia bravura nell'evitare le contravvenzioni. Il trucco consiste nel rendere lo sbirro partecipe del tuo dolore. È una guerra psicologica. Ecco perché portano gli occhiali da sole a specchio, per impedirti di guardarli negli occhi mentre li supplichi. Anche i piedipiatti sono esseri umani. Tenevo sul sedile anteriore un paio di libri sull'applicazione delle leggi e gli raccontavo che stavo studiando per diventare poliziotto. Naturalmente, aggiungevo, speravo che questa multa non pregiudicasse le mie possibilità. Oppure gli mostravo una boccetta e gli spiegavo che andavo di corsa perché la mamma doveva prendere il farmaco contro l'epilessia il prima possibile. In sostanza, ho imparato che, una volta iniziato, devi arrivare fino in fondo, devi metterci l'anima. Non si trattava soltanto di salvare il mio lavoro. Non riuscivo a dimenticare l'immagine del letto a castello al Marion Federal Penitentiary. Mi cagavo sotto. Non vado fiero di quanto feci ma non avevo altra scelta. O attingevo a

tutte le mie risorse e inventavo la miglior frottola di tutti i tempi per giustificare questa violazione della sicurezza oppure sarei diventato l'amichetta di qualche detenuto. Traendo un profondo respiro, annunciai: «Ascolti, ho intenzione di dirle le cose come stanno». «Finalmente.» «Il fatto è che Jonesie... ecco, Jonesie ha il cancro.» Meacham si appoggiò allo schienale della sedia sorridendo compiaciuto, con un'espressione che significava: «Senti senti». Sospirando, mi morsicai l'interno della guancia come se stessi per rivelare qualcosa che avrei preferito tacere. «Cancro del pancreas. Inoperabile.» Mi fissò, impassibile. «Gliel'hanno diagnosticato tre settimane fa. Insomma, non c'è niente da fare... quel poveretto sta morendo. E così Jonesie, sa... be', lei non lo conosce, ma cerca sempre di mostrarsi coraggioso. "Significa che posso smettere di usare il filo interdentale?" ha chiesto all'oncologo.» Abbozzai un sorriso mesto. «È fatto così.» La donna smise di scrivere per un attimo, sembrando davvero commossa, quindi tornò ai suoi appunti. Meacham si inumidì le labbra. Gliela stavo dando a bere? Chissà. Dovevo gonfiare la storia, dovevo mettercela davvero tutta. «Non era tenuto a saperlo» proseguii. «Insomma, Jonesie non è proprio una persona importante qui dentro. Non è un vicepresidente o roba simile, è soltanto un tizio della piattaforma di carico. Ma è importante per me, perché...» Chiusi gli occhi per un istante, inspirando a fondo. «Il fatto è che... non l'ho mai confidato a nessuno, era il nostro segreto, ma Jonesie è mio padre.» La sedia di Meacham avanzò adagio. Avevo attirato la sua attenzione. «Cognome diverso e tutto quanto... mia madre mi ha dato il suo cognome, quando l'ha mollato circa vent'anni fa portandomi con sé. Ero un bambino, non potevo capire la situazione. Ma papà, lui...» Mi morsicai il labbro inferiore. Ormai avevo le lacrime agli occhi. «Ha continuato a mantenerci, facendo due e a volte anche tre lavori. Senza mai chiedere niente. La mamma non voleva che mi frequentasse, ma a Natale...» Un respiro convulso, quasi un singhiozzo. «Papà veniva a casa tutti i Natali, ogni tanto restava fuori per un'ora al gelo suonando il campanello finché mia madre lo faceva entrare. Aveva sempre un regalo per me, un grosso giocattolo costoso che non poteva permettersi. Più avanti, quando la mamma ha dichia-

rato di non potermi pagare l'università con il suo stipendio da infermiera, papà ha cominciato a spedire dei soldi. Diceva di... di volere per me la vita che lui non aveva mai avuto. Mia madre non gli ha mai dimostrato alcun rispetto, e mi aveva quasi avvelenato nei suoi confronti, capisce? Così, non l'ho mai nemmeno ringraziato. Non l'ho neppure invitato alla laurea - sapevo che la sua presenza avrebbe messo a disagio la mamma - ma è venuto lo stesso, l'ho intravisto gironzolare con addosso un vecchio vestito logoro. Non l'avevo mai visto in giacca e cravatta prima di allora, doveva averlo preso all'Esercito della salvezza, perché desiderava davvero assistere alla cerimonia e non voleva che mi vergognassi di lui.» Meacham aveva gli occhi lucidi. La donna aveva smesso di scrivere e si limitava a guardarmi cercando di trattenere le lacrime. Andavo alla grande. Meacham meritava il meglio, e io glielo stavo dando. «Quando sono stato assunto qui alla Wyatt, non avrei mai immaginato di trovare papà che lavorava sulla dannata piattaforma di carico. È stata una pura coincidenza. La mamma è morta un paio di anni fa, ed eccomi qui a ricucire il rapporto con mio padre, quest'uomo dolce e meraviglioso che non mi ha mai chiesto niente, non ha mai preteso niente e si è spezzato la schiena per mantenere un maledetto figlio ingrato senza mai vederlo. Era destino, non crede? Poi, quando viene a saperlo, scopre di avere un cancro del pancreas inoperabile e inizia a dire che si suiciderà prima che il male lo divori, insomma...» La donna cercò un Kleenex e si soffiò il naso. Ormai guardava in cagnesco Arnold Meacham, che trasalì. «Dovevo dimostrargli che cosa significava per me, che cosa significava per tutti noi. La considero la mia versione dell'Associazione malati terminali. Gli ho detto... gli ho detto di aver imbroccato una tris all'ippodromo, non volevo che sapesse o che si preoccupasse. Insomma, mi creda, quello che ho fatto è sbagliato, del tutto sbagliato. È sbagliato da ogni angolatura lo si guardi, non intendo negarlo. Ma forse da un piccolo punto di vista è giusto» sussurrai. La donna prese un altro Kleenex e guardò Meacham come se fosse la feccia del pianeta. Meacham abbassò gli occhi, rosso in volto e incapace di sostenere il mio sguardo. Avevo i brividi persino io. Poi udii una porta che si apriva all'estremità buia dell'ufficio e quello che pareva un applauso. Un applauso lento e forte. Era Nicholas Wyatt, fondatore e amministratore delegato della Wyatt Telecommunications. Si diresse verso di me battendo le mani e sfoderando un largo sorriso. «Interpretazione eccellente» commentò. «Davvero eccel-

lente.» Alzai gli occhi, sussultai, quindi scossi la testa con aria abbattuta. Wyatt era alto più di un metro e novanta, con una corporatura da lottatore. Diventava sempre più grande man mano che si avvicinava, fino ad assomigliare a un gigante quando si fermò a mezzo metro di distanza. Era famoso per la sua eleganza, e in quel momento indossava senza dubbio un completo grigio gessato di Armani o roba simile. Non solo era potente, sembrava potente. «Signor Cassidy, mi permetta di rivolgerle una domanda.» Non sapendo che cosa fare, mi alzai e gli tesi la mano. Non me la strinse. «Qual è il nome di battesimo di Jonesie?» Esitai, un po' troppo a lungo. «Al» risposi infine. «Al? Che sarebbe il diminutivo di... che cosa?» «Al... Alan» risposi. «Albert. Merda.» Meacham mi fissò. «Dettagli, Cassidy» continuò Wyatt. «Sono sempre quelli a fregare. Ma devo riconoscere che mi ha commosso... sul serio. La parte sul vestito preso all'Esercito della salvezza mi ha davvero toccato qui.» Si batté il petto con il pugno. «Straordinario.» Sorrisi impacciato, sentendomi un vero idiota. «Questo tizio mi ha chiesto una storia convincente.» Wyatt sorrise. «Lei è un giovane pieno di talento, Cassidy. Una dannata Shahrazâd. E credo che dovremmo fare quattro chiacchiere.» Capitolo 4 Nicholas Wyatt era un uomo che incuteva paura. Non l'avevo mai incontrato, ma l'avevo visto in TV, sulla CNBC, e nei videomessaggi che aveva registrato per il sito web aziendale. Qualche volta, durante i tre anni in cui avevo lavorato per la sua società, l'avevo persino intravisto dal vivo. Da vicino pareva ancor più spaventoso. Sfoggiava una splendida abbronzatura e capelli neri come lucido da scarpe, ingellati e pettinati all'indietro. I denti, impeccabili, erano di un bianco Colgate. Aveva cinquantasei anni, ma non li dimostrava, anche se non so come si dimostrino cinquantasei anni. A ogni modo, non assomigliava per niente a mio padre, che aveva la stessa età ed era un vecchio panciuto e quasi calvo, sebbene fosse nella cosiddetta primavera della vita. Questi cinquantasei anni erano diversi.

Non avevo idea del perché fossi qui. Di che cosa poteva minacciarmi l'amministratore delegato della società dopo tutte le intimidazioni di Meacham? Di uccidermi trafiggendomi con mille tagliacarte? Di farmi mangiare vivo da un cinghiale? Accarezzai la fantasia fugace e segreta che mi battesse il cinque, che si congratulasse per la mia arguzia, che si dicesse colpito dal mio coraggio, dal mio sangue freddo. Quel piccolo e triste sogno a occhi aperti svanì, però, con la stessa rapidità con cui si era affacciato alla mia mente disperata. Nicholas Wyatt non era il direttore di una comunità di recupero. Era un vendicativo figlio di puttana. Avevo sentito qualche voce. Sapevo che, se avevi un po' di cervello, facevi il possibile per evitarlo. Tenevi la testa bassa cercando di non attirare la sua attenzione. Era famoso per le sue sfuriate, i suoi malumori e i suoi accessi di rabbia. Si mormorava che licenziasse i dipendenti in tronco, ordinando alla Sicurezza di raccogliere la loro roba e scortarli fuori dell'edificio. Durante le riunioni dei dirigenti sceglieva sempre un poveraccio da strapazzare per tutto il tempo. Non dovevi andare da lui con una cattiva notizia e non dovevi fargli sprecare nemmeno una frazione di secondo. Se eri così sfortunato da dovergli esporre una presentazione in PowerPoint, la provavi e riprovavi finché era perfetta, ma se c'era anche un solo errore ti interrompeva sbraitando: «Stronzate!». Tutti sostenevano che si fosse ammorbidito molto rispetto ai primi anni, ma da che cosa l'avevano dedotto? La sua competitività sfiorava la perfidia, ed era un triatleta e un sollevatore di pesi. A detta di chi si allenava nella palestra aziendale, sfidava sempre i migliori a gare di flessioni. Non perdeva mai e, quando l'avversario gettava la spugna, lo punzecchiava chiedendogli: «Vuoi che continui?». Si raccontava che avesse il corpo di Arnold Schwarzenegger, simile a un preservativo marrone zeppo di noci. Oltre a voler vincere a tutti i costi, non era soddisfatto finché non copriva di ridicolo il perdente. Durante una festa natalizia aziendale aveva scritto il nome del suo maggior concorrente, la Trion Systems, su una bottiglia di vino che poi aveva fracassato contro la parete tra un coro di urrà e fischi ubriachi. Gestiva un'azienda quasi tutta maschile. I suoi più stretti collaboratori vestivano come lui, con completi da settemila dollari di Ferré, Prada, Armani, Calvin Klein e altri stilisti che non avevo mai neppure sentito nominare. Tolleravano quella merda perché ricevevano in cambio uno stipendio così cospicuo da fare schifo. Ecco qui la barzelletta che ormai era sulla

bocca di tutti: che differenza passa tra Dio e Nicholas Wyatt? Dio non crede di essere Nicholas Wyatt. Nick Wyatt dormiva tre ore per notte, sembrava non mangiare altro che barrette di Enervit Protein a colazione e a pranzo, era un reattore nucleare di energia nervosa e sudava moltissimo. Lo chiamavano «lo Sterminatore». Dirigeva la società incutendo paura e non dimenticava mai un torto subito. Quando un suo ex amico perdeva la posizione di amministratore delegato all'interno di una grande azienda high-tech, gli inviava una corona di rose nere (le sue assistenti sapevano sempre dove scovare delle rose nere). La citazione che l'ha reso famoso, una frase che ripeteva così spesso che avrebbe dovuto inciderla nel granito sopra l'entrata principale e trasformarla in uno screen saver per ogni computer, era: «Certo che sono paranoico. Voglio che tutti i miei dipendenti siano paranoici. Il successo impone la paranoia». Mentre seguivo Wyatt lungo il corridoio che conduceva dalla Sicurezza aziendale al suo appartamento di rappresentanza, faticai a stargli dietro: era un velocista. Ci mancò poco che dovessi mettermi a correre. Dietro di me camminava Meacham, che brandiva una cartella di pelle nera come se fosse uno scettro. Man mano che ci avvicinavamo all'area riservata ai dirigenti, le pareti passarono dal cartongesso bianco al mogano e la moquette diventò morbida e a pelo lungo. Eravamo nel suo ufficio, nella sua tana. Le sue due assistenti amministrative alzarono gli occhi e gli rivolsero un sorriso raggiante, quando le superammo in fila indiana. Una bionda, l'altra bruna. «Linda, Yvette» disse Wyatt come se stesse scrivendo una didascalia sotto le loro foto. Non mi meravigliò che fossero belle come top model. Qui tutto era di alta classe, come le pareti, i mobili e la moquette. Mi domandai se le loro mansioni includessero compiti non impiegatizi, tra cui i pompini. O almeno, era quello il pettegolezzo che circolava. L'ufficio di Wyatt era immenso. Avrebbe potuto viverci un intero villaggio bosniaco. Due vetrate si allungavano dal pavimento al soffitto, e la vista della città era mozzafiato. Le altre pareti erano di pregiato legno scuro, tappezzate di cornici. Il grugno di Wyatt spiccava su copertine di riviste come «Fortune», «Forbes» e «Business Week». Un po' correndo e un po' camminando, le sbirciai strabuzzando gli occhi. Un'immagine di lui con la compianta principessa Diana. Lui con entrambi i George Bush. Ci guidò fino a un salottino per i «gruppi di conversazione», composto di un sofà e alcune poltrone trapuntate in cuoio nero che parevano essere

arrivati dal MOMA. Sprofondò a un'estremità dell'enorme divano. Mi girava la testa. Ero disorientato, in un altro mondo. Non riuscivo a immaginare perché fossi qui, nell'ufficio di Nicholas Wyatt. Forse era stato uno di quei bambini che amano strappare le zampe agli insetti con la pinzetta per poi bruciarli vivi sotto una lente di ingrandimento. «Quello che ha architettato è un raggiro molto ingegnoso» commentò. «I miei complimenti.» Sorrisi abbassando la testa con modestia. Negare era fuori discussione. Grazie a Dio, pensai. Tutto indicava che avremmo imboccato la strada del cinque e del sangue freddo. «Ma nessuno mi dà un calcio nelle palle e la passa liscia, ormai dovrebbe saperlo. Nessuno, cazzo.» Aveva tirato fuori la pinzetta e la lente di ingrandimento. «Dunque, vediamo un po', lavora qui come direttore di prodotto da tre anni, le sue valutazioni di merito fanno schifo, non ha ottenuto nemmeno una promozione o un avanzamento, finge di darsi da fare, batte la fiacca. Non è quello che si dice un tipo ambizioso, vero?» Parlava in fretta, il che mi innervosì ancora di più. Sorrisi di nuovo. «Credo di no. Ho altre priorità.» «Per esempio?» Indugiai. Mi aveva preso in castagna. Scrollai le spalle. «Tutti si interessano a qualcosa, altrimenti non valgono un cazzo. È evidente che lei non si interessa al suo lavoro, quindi a che cosa si interessa?» Non resto quasi mai senza parole, ma quella volta non mi venne in mente alcuna risposta brillante. Anche Meacham mi guardava, un sorrisetto sadico e malvagio sulla faccia affilata come la lama di un coltello. Pensai che alcuni colleghi, anche nella mia unità commerciale, erano alla continua ricerca di un modo per trascorrere trenta secondi con Wyatt, in ascensore, durante il lancio di un prodotto e così via. Avevano persino preparato un «discorsetto da ascensore». Io invece ero qui, nell'ufficio del grand'uomo, muto come un pesce. «Fa l'attore o qualcosa del genere nel tempo libero?» Scossi la testa. «Be', è bravo lo stesso. Un Marion Brando in piena regola, cazzo. Forse se la caverà schifosamente nella vendita dei router, ma è un campione olimpionico di frottole.» «Se è un complimento, grazie, signore.» «Ho sentito dire che imita benissimo Nick Wyatt. È vero? Vediamo.»

Scossi il capo avvampando. «A ogni modo, il succo è che mi ha fregato e che crede di farla franca, pare.» Assunsi un'espressione inorridita. «No, signore, non credo di "farla franca".» «Mi risparmi. Non ho bisogno di un'altra dimostrazione. Mi ha conquistato subito.» Ruotò il polso come un imperatore romano, e Meacham gli porse un fascicolo. Wyatt gli diede una scorsa. «I suoi punteggi attitudinali rientrano nella fascia più alta. Al college si è specializzato in ingegneria, quale ramo?» «Elettrotecnica.» «Voleva fare l'ingegnere da grande?» «Mio padre voleva una specializzazione che mi permettesse di trovare un vero lavoro. Io volevo suonare la chitarra ritmica con i Pearl Jam.» «Suonava bene?» «No» confessai. Accennò un sorriso. «Ha finito il college in cinque anni anziché in quattro. Come mai?» «Mi hanno espulso per un anno.» «Apprezzo la sua sincerità. Se non altro, non ha tentato di propinarmi la stronzata del "periodo di studio all'estero". Che cosa è successo?» «Ho combinato uno scherzo stupido. Avevo avuto un brutto semestre, così sono entrato nel sistema informatico dell'università e ho modificato i miei voti e anche quelli del mio compagno di stanza.» «È un vecchio trucco.» Consultò l'orologio lanciando un'occhiata a Meacham, quindi tornò a concentrarsi su di me. «Ho un'idea per lei, Adam.» Non mi piacque il modo in cui pronunciò il mio nome; mi fece venire la pelle d'oca. «Un'idea molto buona. Anzi, un'offerta davvero generosa.» «Grazie, signore.» Non sapevo di che cosa stesse parlando, ma ero sicuro che non poteva essere nulla di buono o generoso. «Negherò di aver mai detto quanto sto per dirle. Anzi, non solo lo negherò, ma la denuncerò per diffamazione se oserà ripeterlo, intesi? Cazzo, la distruggerò.» Qualunque cosa avesse in mente, aveva le risorse necessarie per attuarla. Era miliardario, il terzo o il quarto uomo più ricco d'America, ma in passato era stato il numero due prima che il prezzo delle nostre azioni crollasse. Desiderava diventare il più facoltoso (voleva scavalcare Bill Gates), ma era improbabile che ci riuscisse. Il cuore mi batteva all'impazzata. «D'accordo.»

«La sua situazione le è chiara? Dietro la porta numero uno ha la certezza, la stramaledetta certezza, di almeno vent'anni di galera. O questo oppure quello che c'è dietro la tenda. Vuole giocare a "facciamo un patto"?» Deglutii. «Sì.» «Mi permetta di spiegarle che cosa c'è dietro la tenda, Adam. C'è un avvenire molto promettente per un ingegnere in gamba come lei, solo che dovrà obbedire alle regole. Le mie regole.» Avevo il viso in fiamme. «Voglio che lei porti a termine un progetto speciale per me.» Annuii. «Voglio che accetti un lavoro alla Trion.» «Alla... Trion Systems?» Non capivo. «Nel marketing nuovi prodotti. Hanno un paio di posti vacanti in posizioni aziendali strategiche.» «Non mi assumerebbero mai.» «No, ha ragione, non assumerebbero mai uno come lei. Un simile fesso scansafatiche. Ma un asso della Wyatt, un astro nascente che sta per tramutarsi in supernova, lo assumerebbero in un nanosecondo.» «Non la seguo.» «La giudicavo più sveglio. Il suo quoziente di intelligenza è appena sceso di un paio di punti. Forza, stronzo. Il Lucid... è stato una sua creazione, vero?» Parlava del fiore all'occhiello della Wyatt Telecom, un dispositivo PDA multifunzione, una sorta di Palm Pilot che andava a steroidi. Un giocattolo incredibile. Non ci avevo niente a che fare. Non ne possedevo neppure uno. «Non se la berranno mai» dissi. «Mi ascolti, Adam. Prendo le mie principali decisioni d'affari sulla base dell'istinto, e l'istinto mi suggerisce che lei ha le palle, l'astuzia e il talento per farcela. Ci sta?» «Vuole che le passi dei dati, giusto?» Puntò gli occhi di acciaio su di me. «Non solo. Voglio che raccolga delle informazioni.» «Come una spia. Una talpa o qualcosa del genere.» Mi mostrò i palmi delle mani, quasi a chiedere: «Sei un idiota o che altro?». «Lo chiami come vuole. Alla Trion c'è un po' di preziosa... mmh... "proprietà intellettuale" sulla quale vorrei mettere le mani, e la loro sicurezza è pressoché impenetrabile. Solo un membro interno riuscirebbe a

procurarmi quello che voglio, e neppure uno qualunque. Un fuoriclasse. Lo puoi reclutare, lo puoi comprare oppure puoi farlo entrare dall'ingresso principale. Ecco qui un giovanotto scaltro e di bell'aspetto, con ottime referenze... Penso che abbiamo buone possibilità.» «E se mi beccano?» «Non la beccheranno» rispose. «Ma se capita...?» «Se farà bene il suo lavoro, non capiterà» intervenne Meacham. «E se per caso combina un pasticcio e la beccano... be', saremo qui a proteggerla.» Chissà perché, ne dubitavo. «Saranno molto sospettosi.» «Di che cosa?» domandò Wyatt. «In questo settore la gente si sposta di continuo da una società all'altra. Le aziende si soffiano a vicenda gli elementi più validi. È la politica del massimo profitto con il minimo investimento. Ha appena fatto un grosso colpo alla Wyatt, forse non gode del prestigio cui crede di avere diritto, desidera maggiori responsabilità, un'opportunità migliore, più soldi... le solite cazzate.» «Mangeranno la foglia.» «Non se farà bene il suo lavoro» ribadì Wyatt. «Dovrà studiare il marketing nuovi prodotti, dovrà essere brillante, cazzo, dovrà lavorare più sodo di quanto abbia mai lavorato in tutta la sua miserabile vita. Dovrà farsi il culo. Solo un fuoriclasse riuscirà a procurarmi quello che voglio. Se batte la fiacca alla Trion, se si fa buttare fuori o retrocedere, il nostro piccolo esperimento finisce, e le tocca la porta numero uno.» «Pensavo che tutti gli addetti al marketing nuovi prodotti dovessero avere una laurea in economia e commercio.» «No, Goddard pensa che le lauree in economia e commercio siano stronzate... una delle poche cose su cui andiamo d'accordo. Non ne ha una nemmeno lui. Ritiene che sia limitativo. A proposito di limiti...» Schioccò le dita, e Meacham gli porse qualcosa, una scatoletta di metallo dall'aria familiare. Una confezione di amfetamine Altoid. La aprì: conteneva alcune pillole bianche che assomigliavano ad aspirine, ma non lo erano. Le riconobbi subito. «Dovrà smetterla con questa merda, questa ecstasy o come diavolo si chiama.» Tenevo la scatoletta sul tavolino di casa mia; mi domandai come e quando l'avessero presa, ma ero troppo stordito per incazzarmi. La gettò in un cestino di pelle nera accanto al sofà, dove atterrò con un dong. «Lo stesso vale per l'erba, l'alcol e compagnia bella. Dovrà darsi una regolata e rigare dritto, amico.»

Quello sembrava il minore dei miei problemi. «E se non mi assumono?» «Porta numero uno.» Fece un sorriso sinistro. «E non infili in valigia le scarpe da golf. Ci infili la vaselina.» «Anche se ce la metto tutta?» «Il suo compito non è fallire. Con le referenze che le daremo e con un maestro come me, non avrà scuse.» «Di quanti soldi stiamo parlando?» «Di quanti soldi? Come cazzo faccio a saperlo? Mi creda, sarà molto più di quanto percepisce qui. A ogni modo, nell'ordine delle centinaia di migliaia.» Cercai di dissimulare il mio stupore. «Più il mio stipendio della Wyatt.» Mi fulminò con lo sguardo, gli occhi imperscrutabili sul viso privo di rughe. Oil of Olaz?, mi chiesi. «Mi prende in giro.» «Correrò un rischio enorme.» «Come? Sono io quello che correrà il rischio. Lei è una fottuta scatola nera, un punto interrogativo bello grosso.» «Se lo pensasse davvero, non si sarebbe rivolto a me.» «Non credo alle mie orecchie» disse Wyatt a Meacham. Quest'ultimo pareva avere appena ingoiato uno stronzo. «Ehi, coglione» mi insultò. «Dovrei alzare subito la cornetta e...» Wyatt sollevò una mano imperiosa. «Va bene. È un duro. Mi piacciono i duri. Ottenga il posto, porti a termine il suo incarico, e prenderà due stipendi. Ma se fa fiasco...» «Lo so» lo interruppi. «Porta numero uno. Mi lasci un po' di tempo per pensarci su, riparliamone domani.» Wyatt restò a bocca aperta, gli occhi vacui. Tacque, quindi ribatté in tono glaciale: «Le do fino alle nove, quando il procuratore arriva in ufficio». «Le consiglio di non spifferare niente ai suoi amici, a suo padre, a chiunque» interloquì Meacham. «Altrimenti andrà all'altro mondo senza neanche accorgersene.» «Ho capito» lo rimbeccai. «Non c'è bisogno di minacciarmi.» «Oh, non è una minaccia» precisò Nicholas Wyatt. «È una promessa.» Capitolo 5 Non avendo alcun motivo per tornare al lavoro, andai a casa. Era strano trovarsi in metropolitana all'una del pomeriggio, con gli anziani e gli studenti, le mamme e i bambini. Mi girava ancora la testa e avevo la nausea.

Il mio appartamento distava dieci minuti buoni dalla fermata della metro. Era una giornata luminosa, tanto allegra da sembrare irreale. La mia camicia ancora umida emanava un tanfo di sudore. Due ragazzine con la tuta e diversi piercing si trascinavano dietro una frotta di bimbi urlanti attaccati a una lunga corda. Alcuni neri a dorso nudo giocavano a basket su un campo asfaltato dietro una recinzione metallica. Per poco non inciampai nel selciato irregolare del marciapiede, quindi avvertii la disgustosa sensazione di calpestare una merda di cane. Un simbolismo perfetto. Nell'androne del mio palazzo aleggiava un intenso lezzo di urina, probabilmente di un gatto o di un barbone. La posta non era ancora arrivata. Le chiavi tintinnarono mentre aprivo le tre serrature. La vecchietta dell'appartamento dall'altra parte del pianerottolo socchiuse la porta per quanto glielo consentiva la catenella, quindi la sbatté; era troppo bassa per guardare fuori dallo spioncino. La salutai con un cenno amichevole. La casa era buia, sebbene le persiane fossero spalancate. L'ambiente soffocante puzzava di sigarette stantie. Abitando al pianterreno, non potevo lasciare le finestre aperte durante il giorno per arieggiare le stanze. L'arredamento era piuttosto patetico: l'unico locale era dominato da un divano letto con lo schienale alto, rivestito di tartan verdognolo, costellato di macchie di birra e intrecciato di fili dorati. Era collocato di fronte a un televisore Sanyo da diciannove pollici senza telecomando. Un'alta e stretta libreria di pino grezzo si ergeva solitaria in un angolo. Quando sedetti sull'ottomana, una nuvola di polvere si sollevò nell'aria. La barra di acciaio sotto l'imbottitura mi fece male al sedere. Ripensai al sofà in cuoio nero di Nicholas Wyatt, domandandomi se lui avesse mai vissuto in un simile tugurio. Si narrava che si fosse fatto dal nulla, ma non ci credevo; non riuscivo a immaginarlo in una topaia come questa. Dopo aver trovato l'accendino Bic sotto il tavolino di vetro, mi accesi una sigaretta e guardai il mucchio di bollette sul ripiano. Ormai non aprivo più nemmeno le buste. Avevo due MasterCard e tre Visa, ma avevano tutte uno scoperto enorme, e non potevo effettuare nemmeno i pagamenti più modesti. Naturalmente avevo già preso la mia decisione. Capitolo 6 «Ti hanno retrocesso?» Seth Marcus, il mio miglior amico dai tempi delle medie, lavorava come barista tre sere la settimana all'Alley Cat, una specie di bettola per yuppie.

Di giorno faceva l'assistente di un avvocato in uno studio legale del centro. Affermava di aver bisogno di soldi, ma ero convinto che in realtà continuasse a fare il barman per conservare una certa immagine, per evitare di trasformarsi in uno di quegli sfigati colletti bianchi che prendevamo in giro. «Retrocesso per che cosa?» Quanto gli avevo raccontato? Gli avevo detto della telefonata di Meacham, il direttore della sicurezza? Speravo di no. Non potevo rivelargli che mi trovavo tra l'incudine e il martello. «Per quella grande festa.» C'era baccano, non riuscivo a sentirlo bene, e all'altra estremità del bancone qualcuno fischiava, due dita in bocca, un sibilo forte e acuto. «Quel tizio sta fischiando a me? Come se fossi un maledetto cane?» Lo ignorò. Scrollai il capo. «L'hai passata liscia, eh? Ce l'hai fatta davvero, sorprendente. Che cosa posso servirti per festeggiare?» «Una Budweiser?» Scosse la testa. «No.» «Una Heineken? Una Guinness?» «Che cosa ne dici di una birra alla spina? Non tengono il conto di quelle.» Mi strinsi nelle spalle. «D'accordo.» Mi versò la birra, gialla e schiumosa: si vedeva che era inesperto, perché il liquido spruzzò sul ripiano di legno graffiato. Era un ragazzo alto, bruno, attraente (una vera e propria calamita per pollastre), con l'orecchino e un pizzo ridicolo. Era per metà ebreo, ma desiderava essere nero. Suonava e cantava in un gruppo di nome Slither, che avevo sentito un paio di volte; non erano granché, ma Seth accennava spesso alla «firma di un contratto». Si inventava sempre una decina di ingaggi fasulli perché non voleva ammettere di dover lavorare per vivere. Era l'unico dei miei conoscenti a essere più cinico di me. Probabilmente era quello il motivo per cui eravamo amici. Quello e il fatto che non mi rompeva i coglioni riguardo a mio padre benché alle superiori avesse giocato nella squadra di football allenata (e tiranneggiata) da Frank Cassidy. In prima, eravamo nella stessa classe e ci eravamo piaciuti subito perché il signor Pasquale, l'insegnante di matematica, ci aveva preso di mira entrambi. In terza, avevo lasciato la scuola pubblica per la Bartholomew Browning & Knightley, l'esclusivo liceo dove papà era appena stato assunto come allenatore di football e hockey e dove avevo diritto all'istruzione

gratuita. Per due anni avevo visto Seth solo di rado, finché mio padre era stato licenziato per aver spezzato a un ragazzo due ossa dell'avambraccio destro e uno dell'avambraccio sinistro. La madre del malcapitato era il capo del consiglio di supervisione della Bartholomew Browning. Così, il rubinetto dell'istruzione gratuita si era chiuso, ed ero tornato alla scuola pubblica. Papà era stato assunto anche lì. Alle superiori avevamo lavorato entrambi in una stazione di servizio Gulf, finché Seth si era stufato delle rapine ed era passato al Dunkin' Donuts, dove preparava le ciambelle durante la notte. Per un paio di estati avevamo pulito le finestre per una società che si occupava di molti grattacieli del centro: avevamo deciso che penzolare da una corda al ventisettesimo piano sembrava più fico di quanto fosse in realtà. In realtà, oltre a essere noioso, ti faceva cagare sotto dalla paura, una pessima combinazione. Forse alcuni considerano uno sport estremo restare appesi sul lato di un edificio a centinaia di metri da terra, ma a me era parso più un tentativo di suicidio al rallentatore. I fischi diventarono più insistenti. I clienti guardavano il fischiatore, un tipo grassoccio e quasi calvo con indosso un completo, e alcuni ridacchiavano. «Adesso lo sistemo io» annunciò Seth. «Lascia stare» gli consigliai, ma ormai era troppo tardi: era già partito in quarta. Estrassi una sigaretta e la accesi, osservandolo mentre si chinava sul bancone e guardava quel tizio in cagnesco, come se volesse prenderlo per il bavero della giacca ma cercasse di trattenersi. Pronunciò qualche parola. Intorno al fischiatore vi fu uno scoppio di risa. Tornando verso di me con espressione calma e rilassata, Seth si fermò a chiacchierare con due sventole, una bionda e una bruna, e gli sfoderò uno dei suoi sorrisi. «Guarda qui. Non riesco a credere che fumi ancora» mi rimproverò. «Cazzo, è davvero stupido visto quello che è capitato a tuo padre.» Dopo aver sfilato una sigaretta dal mio pacchetto, la accese, diede un tiro e la appoggiò sul posacenere. «È un modo per contraccambiare la tua scortesia: non mi hai nemmeno detto grazie per non aver fumato» lo rimbeccai. «Forza, qual è la tua scusa?» Esalò il fumo dalle narici. «Mi piace fare tante cose tutte insieme, caro mio. Inoltre, nella mia famiglia non ci sono casi di cancro. Solo di pazzia.» «Mio padre non ha il cancro.» «Un enfisema. Quel cazzo che è. Come sta il vecchio?»

«Bene.» Feci spallucce. Non volevo parlarne, e nemmeno Seth. «Accidenti, una di quelle bambole vuole un Cosmopolitan, l'altra una caipiroska alla fragola, il cocktail che detesto di più.» «Perché?» «Troppo faticoso, e poi ti lasciano una mancia di venticinque centesimi. Le donne non scuciono mai niente, lo so per esperienza. Cristo, stappi due Bud e intaschi un paio di dollari. Caipiroska alla fragola!» Scosse la testa. «Accidenti.» Si allontanò per qualche minuto, sbatacchiando gli oggetti e facendo gemere il frullatore. Servì i drink alle ragazze con uno dei suoi sorrisi assassini. Non gli avrebbero lasciato venticinque centesimi. Si voltarono entrambe verso di me con aria di approvazione. Quando tornò, Seth mi chiese: «Che cosa fai dopo?». «Dopo?» Erano già quasi le dieci, e dovevo incontrare un ingegnere della Wyatt alle sette e mezzo del mattino successivo. Qualche giorno di esercitazione con lui, un pezzo grosso del progetto Lucid, poi qualche altro giorno con un direttore del marketing nuovi prodotti e lezioni regolari con un executive coach, una sorta di allenatore per dirigenti. Avevano predisposto un programma sfiancante. Un campo di addestramento per leccapiedi, lo chiamavo io. Basta prendersela comoda, basta arrivare alle nove o alle dieci. Ma non potevo raccontarlo a Seth, non potevo raccontarlo a nessuno. «Io smonto all'una» aggiunse. «Quelle due gallinelle vogliono che le accompagni al Nightcrawler. Gli ho detto che avevo un amico. Ti hanno appena dato un'occhiata, ci stanno.» «Non posso» replicai. «Eh?» «Devo andare presto in ufficio. Devo arrivare puntuale, davvero.» Parve allarmato, incredulo. «Come? Che cosa sta succedendo?» «Il lavoro sta diventando impegnativo. Domani dovrò fare una levataccia. Un grosso progetto.» «Stai scherzando, vero?» «Purtroppo no. Non ti alzi di buon'ora anche tu la mattina?» «Ti stai trasformando in uno di "loro"? In uno di quegli automi?» Sorrisi. «È ora di crescere. Basta con le ragazzate.» Era disgustato. «Caro mio, non è mai troppo tardi per avere un'infanzia felice.»

Capitolo 7 Dopo dieci sfibranti giornate di corsi e indottrinamento con gli ingegneri e i direttori del marketing prodotti che avevano ideato il palmare Lucid, avevo la testa zeppa di informazioni inutili. Mi assegnarono un minuscolo «ufficio» (un ex ripostiglio) nell'appartamento di rappresentanza, ma non ci andavo quasi mai. Fui un alunno modello e non creai problemi a nessuno. Non sapevo per quanto tempo sarei riuscito a sopportare tutto questo senza dare i numeri, ma l'immagine del letto a castello del Marion mi forniva le giuste motivazioni. Poi, un mattino, fui convocato in una stanza due porte più in là dell'ufficio di Nicholas Wyatt. Sulla targa di ottone spiccava il nome JUDITH BOLTON. Il locale era tutto bianco: tappeto bianco, poltrone bianche, lastra di marmo bianco come scrivania, persino fiori bianchi. Su un divano di pelle bianca, Nicholas Wyatt sedeva accanto a un'avvenente donna sulla quarantina che chiacchierava con lui in tono confidenziale, ridendo e sfiorandogli il braccio. Capelli ramati, lunghe gambe accavallate, un corpo snello di cui si prendeva evidentemente molta cura, tailleur blu scuro. Aveva gli occhi azzurri, lucide labbra a forma di cuore, sopracciglia piegate in un arco provocante. In passato doveva essere stata uno schianto, ma adesso era un po' angolosa. Mi resi conto di averla già vista al fianco di Wyatt durante l'ultima settimana o giù di lì, quando Nick aveva fatto le sue puntatine alle mie lezioni. Judith aveva continuato a sussurrargli nell'orecchio e a osservarmi, ma non ci avevano mai presentato, e mi ero sempre domandato chi fosse. Quando mi avvicinai, mi tese la destra (dita lunghe, smalto rosso) senza alzarsi dal sofà, dandomi una stretta ferma e professionale. «Judith Bolton.» «Adam Cassidy.» «È in ritardo» constatò. «Mi sono perso» spiegai cercando di allentare la tensione. Scuotendo la testa, sorrise e arricciò le labbra. «Non è mai puntuale. Da adesso in avanti dovrà sempre arrivare in orario, intesi?» Sorrisi di rimando, il medesimo sorriso che rivolgo agli sbirri quando mi chiedono se so a che velocità stavo sfrecciando. La signora era una dura. «Certo.» Mi accomodai su una sedia di fronte a lei. Wyatt aveva seguito lo scambio di battute con aria divertita. «Judith è uno dei miei elementi più preziosi» esordì. «Il mio executive coach. La

mia consigliera e il suo mentore. Le suggerisco di ascoltare ogni sua singola parola. Come faccio io.» Alzatosi, si accomiatò. Judith lo salutò con un lieve cenno della mano. Non mi avreste più riconosciuto. Ero un'altra persona. Basta con il mio macinino: ora guidavo un'Audi A6 color argento, presa in leasing dalla società. Avevo anche un nuovo guardaroba. Un pomeriggio, una delle assistenti amministrative di Wyatt - quella bruna, un'ex modella delle Indie Occidentali britanniche - mi aveva accompagnato a fare shopping in una costosissima boutique che fino ad allora avevo rimirato solo dall'esterno, dove pareva si servisse anche Nick. Aveva scelto per me completi, camicie, cravatte e scarpe, pagando tutto con l'American Express aziendale. Mi aveva persino comprato quelli che aveva definito «articoli di calzetteria», ovvero i calzini. E non erano i miei soliti stracci da quattro soldi, erano tutti capi di Armani ed Ermenegildo Zegna. Avevano un'aura particolare: avresti detto che erano stati cuciti a mano da vedove italiane intente ad ascoltare Verdi. Le basette (o «scopettoni», come li chiamava lei) dovevano sparire, aveva deciso l'assistente amministrativa. E basta anche con il look scarmigliato. Mi aveva portato in un elegante salone di parrucchieri, da cui ero uscito assomigliando a un indossatore di Ralph Lauren, anche se non altrettanto finocchio. Tremavo all'idea del prossimo incontro con Seth; sapevo che non avrebbe mai smesso di prendermi in giro. Avevano inventato una copertura. I miei colleghi e i direttori della Divisione industriale/Router furono informati del mio «trasferimento». Si sparse la voce che mi avevano spedito in Siberia perché il responsabile del reparto era stufo di me. Secondo un altro pettegolezzo, uno dei vicepresidenti anziani di Wyatt aveva apprezzato un mio memorandum ed era rimasto «colpito dal mio comportamento», così aveva stabilito di promuovermi. Nessuno sapeva la verità. Si sapeva soltanto che un giorno ero sparito all'improvviso dal mio box. Se qualcuno si fosse preso il disturbo di esaminare l'organigramma sul sito web della società, avrebbe notato che ora la mia qualifica era direttore dei progetti speciali, ufficio dell'amministratore delegato. Stava prendendo forma una pista cartacea ed elettronica. Judith tornò a concentrarsi su di me, proseguendo come se Wyatt non fosse mai stato lì. «Se la Trion la assumerà, dovrà arrivare alla sua postazione con quarantacinque minuti di anticipo. Non dovrà mai bere alcolici a pranzo o dopo l'orario d'ufficio. Niente happy hour, niente cocktail party,

niente uscite con gli amici del lavoro. Niente feste. Se deve partecipare a un ricevimento aziendale, beva una bibita.» «Mi sta facendo passare per un alcolizzato.» «Ubriacarsi è un segno di debolezza.» «Allora suppongo che anche il fumo sia tabù.» «Sbagliato» ribatté. «È un'abitudine disgustosa e deprecabile, e rivela una mancanza di autocontrollo, ma ha anche qualche vantaggio. Frequentare l'area fumatori è un metodo eccellente per stabilire dei contatti, per conoscere gente di altre unità, per raccogliere informazioni utili. Ora, veniamo alla sua stretta di mano.» Scrollò il capo. «Fa schifo. Le decisioni riguardanti le assunzioni vengono prese nei primi cinque secondi, al momento della stretta di mano. Chiunque le dica il contrario mente. Si ottiene il posto con la stretta di mano, e per il resto del colloquio si lotta per tenerselo, per non perderlo. Siccome sono una donna, ci è andato piano. Lo eviti. Sia determinato, me la prenda con forza e prolunghi...» «L'ultima donna che me l'ha chiesto...» interloquii con un sorriso malizioso. Notai che si era raggelata lasciando la frase a metà. «Scusi.» «Prego» disse inclinando la testa di lato con fare civettuolo. Una pausa. «Prolunghi la stretta per uno o due secondi. Mi guardi negli occhi e sorrida. Sia cordiale. Riproviamo.» Dopo essermi alzato, le strinsi di nuovo la mano. «Meglio» commentò. «Lei è tagliato per questo incarico. La gente la conosce e pensa: "Questo ragazzo ha qualcosa che mi piace, anche se non so che cosa". Ha della stoffa.» Mi studiò con lo sguardo. «Si è rotto il naso in passato?» Annuii. «Mi faccia indovinare: giocando a football.» «No, a hockey.» «Niente male. È un atleta, Adam?» «Lo ero.» Tornai a sedermi. Scrutandomi, si chinò verso di me, il mento posato sulla mano a coppa. «Si capisce dal modo in cui cammina, dal modo in cui si muove. Mi piace. Ma non è sincronizzato.» «Come?» «Deve sincronizzarsi. Come se fosse allo specchio. Io mi piego in avanti, e lei fa lo stesso. Io mi appoggio allo schienale, lei si appoggia allo schienale. Io accavallo le gambe, lei accavalla le gambe. Osservi l'inclinazione della mia testa e mi imiti. Sincronizzi persino la sua respirazione con

la mia. Ma sia discreto, non lo dia a vedere. È così che si stabilisce un contatto con le persone a livello subconscio, che le si mette a proprio agio. Gli individui amano gli individui simili a loro. Chiaro?» Mi produssi in un sorriso disarmante, o almeno in quello che pensavo fosse un sorriso disarmante. «Un'altra cosa.» Si chinò ancor di più, tanto che il suo viso era a pochi centimetri dal mio. «Usa troppo dopobarba» bisbigliò. Arrossii per l'imbarazzo. «Mi faccia indovinare: Drakkar Noir.» Non attese la mia conferma, perché sapeva di avere ragione. «Molto macho. Scommetto che al liceo mandava in estasi le ragazze pompon.» Scoprii chi era Judith Bolton solo più tardi. Era un vicepresidente anziano introdotto nella Wyatt Telecom qualche anno prima dallo studio di consulenza McKinsey & Company. Essendo un'esperta di Public Relations, doveva consigliare Nicholas Wyatt in persona sulle delicate questioni riguardanti lo staff, la «risoluzione dei conflitti» ai gradini più elevati della società e certi aspetti psicologici degli accordi, delle trattative e delle acquisizioni. Poiché era laureata in psicologia comportamentale, la chiamavano tutti dottoressa Bolton. Comunque la si definisse («executive coach» o «specialista di leadership strategica»), era una sorta di allenatore olimpionico per Wyatt. Gli indicava chi poteva diventare un buon dirigente e chi no, chi doveva essere licenziato, chi tramava alle sue spalle. Aveva un sesto senso per la slealtà. Wyatt l'aveva senz'altro soffiata alla McKinsey & Company per un salario ridicolo. Era abbastanza energica e grintosa da tenergli testa e dirgli cose che Nick non avrebbe accettato da nessun altro. «Ora, il nostro primo compito consiste nell'imparare ad affrontare un colloquio» proseguì. «Qui mi hanno assunto» le ricordai con un filo di voce. «Questo è un contesto del tutto diverso, Adam» disse sorridendo. «Lei è un uomo di successo, e deve sostenere un colloquio da uomo di successo, un elemento che la Trion si farà in quattro per rubarci. Le piace lavorare alla Wyatt?» La guardai, sentendomi un fesso. «Be', sto cercando di andarmene, giusto?» Alzò gli occhi al cielo inspirando profondamente. «No. Deve dare un'idea positiva.» Voltando la testa di lato, si produsse in una stupefacente imitazione della mia voce: «Lo adoro! È molto stimolante! I miei colleghi sono eccezionali!». Le riuscì così bene che rimasi sbalordito; era stato co-

me sentirmi parlare sul nastro di una segreteria telefonica. «Allora perché voglio passare alla Trion?» «Per le opportunità, Adam. Non c'è niente che non vada nel suo lavoro alla Wyatt. Non è insoddisfatto. Sta solo compiendo il prossimo passo logico della sua carriera, e alla Trion ci sono maggiori opportunità di fare cose ancor più grandi, cose migliori. Qual è il suo principale punto debole, Adam?» Riflettei per un secondo. «A dire il vero, non ne ho» risposi. «Mai riconoscere i punti deboli.» Aggrottò le sopracciglia. «Oh, per l'amor di Dio. Penseranno che sia svitato o stupido.» «È una domanda trabocchetto.» «Certo che è una domanda trabocchetto. I colloqui sono campi minati, amico mio. Deve "riconoscere" i punti deboli, ma non deve mai dire niente che la sminuisca. Ammetta, per esempio, di essere un marito troppo fedele, un padre troppo affettuoso.» Si esibì di nuovo nella mia imitazione: «A volte mi appassiono tanto a un'applicazione software da non prenderne in considerazione altre. Oppure: a volte, in caso di piccole seccature, non mi faccio sempre sentire, perché ritengo che la maggior parte dei problemi si risolva da sola. Non si lamenta abbastanza! O che cosa ne dice di questo? Tendo a farmi davvero coinvolgere dai progetti, così ogni tanto mi trattengo di più in ufficio, molto di più, perché mi piace finirli e finirli bene. Magari mi soffermo sulle cose più del necessario. Capito? Sbaveranno per lei, Adam». Annuii sorridendo. Accidenti, in che guaio mi ero cacciato? «Qual è il più grosso errore che abbia mai commesso sul lavoro?» «Ovviamente, devo confessarne uno» replicai nervoso. «Apprende in fretta» osservò brusca. «Forse una volta mi sono accollato un incarico troppo impegnativo e...» «... e ha combinato un casino? Allora non conosce gli abissi della sua incompetenza? Non credo. Ecco che cosa deve rispondere: "Oh, nulla di grave. Una volta stavo preparando una relazione importante per il mio superiore e ho dimenticato di farne una copia, il mio computer si è rotto e ho perso tutto quanto. Sono dovuto restare alzato fino alle tre del mattino per riscrivere tutto da capo. Altroché se ho imparato la lezione... fare sempre una copia". Capito? Il più grosso errore che abbia mai commesso non è dipeso da lei, e in più ha sistemato ogni cosa.» «D'accordo.» Mi pareva di avere il colletto della camicia troppo stretto,

e volevo andarmene. «Lei è tagliato per questo incarico, Adam» ripeté Judith. «Se la caverà alla grande.» Capitolo 8 La sera precedente il primo colloquio alla Trion andai a trovare mio padre. Lo facevo almeno una volta la settimana, talora di più se mi telefonava e me lo chiedeva. Mi telefonava spesso, in parte perché era solo (mia madre era morta sei anni prima) e in parte perché era paranoico a causa degli steroidi che assumeva, ed era convinto che le badanti volessero ucciderlo. Perciò le sue chiamate non erano mai cordiali, mai amichevoli; erano una sfilza di accuse, lamentele, rimproveri. Alcuni dei suoi antidolorifici erano spariti, affermava, ed era certo che era stata l'infermiera Caryn a sgraffignarglieli. L'ossigeno che gli vendevano era di qualità scadente. L'infermiera Rhonda continuava a inciampare nella sonda dell'aria e a strappargli i tubicini e le cannule dal naso, staccandogli quasi gli orecchi. Dire che era difficile persuadere le badanti a restare era un eufemismo. Duravano raramente più di qualche settimana. Francis X. Cassidy era un uomo scorbutico, lo era dacché mi ricordavo, e l'età e la malattia non avevano fatto altro che renderlo più arrabbiato. Aveva sempre fumato due pacchetti di sigarette al giorno ed era perseguitato da una forte tosse secca e da una bronchite ricorrente. Non mi ero dunque meravigliato quando gli avevano diagnosticato un enfisema. Che cosa si aspettava? Era da parecchio tempo che non riusciva a spegnere le candeline sulla torta di compleanno. Ora l'enfisema era entrato nel cosiddetto stadio terminale, il che significava che papà sarebbe potuto morire nel giro di due settimane, di due mesi o forse di dieci anni. Nessuno lo sapeva. Purtroppo toccava a me, il suo unico figlio, occuparmi della sua assistenza. Abitava ancora nell'appartamento distribuito tra lo scantinato e il primo piano dell'edificio in cui ero cresciuto, e non aveva cambiato una virgola da quando era morta la mamma: lo stesso frigorifero giallo grano che non funzionava mai bene, il divano che si avvallava da una parte, le tendine di pizzo ingiallite dagli anni. Non aveva risparmiato il becco di un quattrino e percepiva una pensione ridicola, che non gli bastava nemmeno per coprire le spese mediche. Questo significava che parte del mio assegno mensile era destinato al suo affitto, allo stipendio della badante e così via. Non pretesi mai alcun ringraziamento e non ne ricevetti. Non si sarebbe

mai sognato di chiedermi dei soldi. Fingevamo entrambi che vivesse grazie a un fondo fiduciario o qualcosa di simile. Quando arrivai, sedeva sulla sua poltrona Barcalounger preferita davanti alla TV, la sua principale occupazione. Gli consentiva di lagnarsi di qualcosa in tempo reale. Con i tubi nel naso (ormai aveva bisogno dell'ossigeno ventiquattr'ore su ventiquattro), guardava una televendita su un canale via cavo. «Ehi, papà» lo salutai. Non staccò gli occhi dallo schermo per circa un minuto. Era ipnotizzato dalla televendita, come se fosse la scena della doccia in Psycho. Era dimagrito, pur avendo ancora il torace a botte, e il taglio a spazzola si era imbiancato. Quando mi degnò della sua attenzione, disse: «Quella stronza se ne va, lo sai?». La «stronza» in questione era Maureen, la sua ultima badante, un'irlandese sulla cinquantina con il volto tirato e melanconico e i capelli tinti di un colore rosso fuoco. Quasi a comando, entrò in salotto con la sua andatura zoppicante (aveva un'anca danneggiata) e un catino di plastica zeppo di T-shirt e boxer bianchi accuratamente piegati, il ricco guardaroba di mio padre. L'unica sorpresa riguardo alle sue dimissioni era che ci avesse messo tanto tempo. Mio padre aveva un piccolo campanello senza fili sul tavolino accanto alla poltrona e lo premeva ogni volta che gli serviva qualcosa, il che sembrava accadere di continuo. L'ossigeno non funzionava, i tubi gli seccavano il naso oppure doveva andare in bagno a pisciare. Ogni tanto Maureen lo portava a fare una «passeggiata» con il girello motorizzato, così papà vagabondava per il centro commerciale dandole dell'«incapace» e lanciandole qualche altro insulto. Credeva che tentasse di avvelenarlo. Tutto questo avrebbe fatto ammattire una persona normale, e Maureen sembrava già abbastanza agitata. «Perché non gli dice come mi ha chiamata?» domandò posando la biancheria sul sofà. «Oh, Cristo santo» esclamò lui. Essendo sempre senza fiato, parlava con frasi brevi e tronche. «Mi ha messo l'antigelo nel caffè. Ho sentito il sapore. Sa, si chiamano omicidi senili. Omicidi della terza età.» «Se volessi ammazzarla, userei qualcosa di più efficace dell'antigelo» lo rimbeccò lei. Il suo accento irlandese era ancora marcato sebbene vivesse in America da oltre vent'anni. Mio padre accusava sempre le badanti di volerlo eliminare. Se fosse stato vero, chi avrebbe potuto biasimarle? «Ha detto che sono una... una parola che non oso neppure ripetere.»

«Gesù Cristo, le ho detto che è una troia. È un modo gentile per descrivere quello che è. Mi ha aggredito. Sono qui attaccato a questi maledetti tubi, e questa stronza mi malmena.» «Gli ho strappato di mano una sigaretta» spiegò Maureen. «Voleva fumarne una di nascosto mentre ero di sotto a occuparmi del bucato. Come se l'odore non si diffondesse per tutta la casa.» Mi guardò. Aveva un occhio strabico. «Gli hanno vietato di fumare! Non so nemmeno dove tenga i pacchetti... li nasconde da qualche parte, lo so!» Mio padre sorrise con aria trionfante, ma non aggiunse nulla. «Comunque, che cosa me ne frega?» proseguì Maureen in tono amaro. «Oggi è il mio ultimo giorno. Non ne posso più.» Nella televendita, il pubblico in sala restò a bocca aperta e applaudì forte. «Come se si sentisse la sua mancanza» commentò mio padre. «Non fa un cazzo. Guarda quanta polvere. Che cosa diavolo fa questa stronza?» Maureen sollevò il catino della biancheria. «Me ne sarei dovuta andare un mese fa. Non avrei mai dovuto accettare questo lavoro.» Uscì con il suo strano galoppo da cavallo azzoppato. «Avrei dovuto licenziarla appena l'ho conosciuta» borbottò papà. «Ho capito subito che era un'assassina di vecchietti.» Respirò attraverso le labbra arricciate come se stesse succhiando da una cannuccia. Non sapevo che cosa fare. Mio padre non poteva rimanere solo (non riusciva nemmeno ad arrivare in bagno senza aiuto) e si rifiutava di entrare in una casa di cura, dichiarando che avrebbe preferito suicidarsi. Gli sfiorai la mano sinistra, quella con l'indice agganciato a un brillante indicatore rosso; ossimetro a impulsi, credo che si chiamasse. I numeri digitali sul monitor indicavano l'ottantotto per cento. «Troveremo qualcuno, papà, non preoccuparti» lo rassicurai. Sollevò la mano allontanando la mia. «E poi che razza di infermiera è?» insistette. «Non gliene frega un cazzo degli altri.» Assalito da un lungo attacco di tosse, scatarrò e sputò in un fazzoletto appallottolato che tirò fuori da un angolo misterioso della poltrona. «Non so perché diavolo non torni a vivere qui. Tanto che cosa cazzo hai da fare? Hai un lavoro senza prospettive.» Scuotendo la testa, replicai piano: «Non posso, papà. Devo saldare i debiti universitari». Evitai di precisare che qualcuno doveva pur lavorare per pagare il continuo avvicendamento delle sue badanti. «Bel college, quello che hai frequentato» continuò. «Un enorme spreco

di quattrini e nient'altro. Passavi il tempo a gozzovigliare con le tue puttanelle. Non c'era bisogno di spendere ventimila dollari l'anno perché scopassi. Potevi farlo anche qui.» Sorrisi per fargli capire che non mi aveva offeso. Non sapevo se a renderlo un tale stronzo fossero gli steroidi, il prednisone che assumeva per tenere aperte le vie respiratorie oppure solo la sua dolce indole naturale. «Tua madre, che riposi in pace, ti ha viziato da morire. Ti ha trasformato in una vera e propria fichetta.» Aspirò un po' di aria. «Stai buttando via la tua vita. Comunque, quando cazzo hai intenzione di trovarti un lavoro decente?» Papà era bravo a toccare i tasti giusti. Lasciai sbollire l'irritazione. Non potevo prenderlo sul serio, sarei impazzito. Aveva il carattere di un cane rognoso. Avevo sempre pensato che la sua collera fosse simile alla rabbia: non era del tutto in sé, perciò non potevo prendermela con lui. Non era mai riuscito a controllarsi. Quando ero un bambino così piccolo da non potermi difendere, si sfilava la cintura di cuoio alla minima provocazione e mi frustava a sangue. Ogni volta, appena finiva di picchiarmi, borbottava: «Hai visto che cosa mi hai fatto fare?». «Ci sto provando» risposi. «Riconoscono un perdente a un chilometro di distanza, sai.» «Chi?» «Queste società. Nessuno vuole un perdente. Vogliono tutti dei vincitori. Portami una Coca, ti spiace?» Questo era il suo mantra, che risaliva all'epoca in cui faceva l'allenatore: ero un «perdente», l'unica cosa che contava era vincere, arrivare secondo equivaleva a perdere. C'era stato un periodo in cui quelle frasi mi facevano incazzare. Ma ormai ci ero abituato; non le sentivo quasi più. Andai in cucina riflettendo sul da farsi. Papà aveva bisogno di assistenza ventiquattr'ore su ventiquattro, su questo non c'erano dubbi. Ma le agenzie non avrebbero più mandato nessuno. All'inizio avevamo assunto vere infermiere, che si occupavano di pazienti esterni agli ospedali per arrotondare. Una volta esaurite quelle, avevamo trovato persone poco qualificate che avevano seguito un corso di due settimane per conseguire l'attestato di assistenti infermieri. Poi era stato il turno di chiunque riuscissimo a scovare tramite gli annunci economici. Per come l'aveva organizzato Maureen, il frigorifero Kenmore giallo grano sarebbe potuto appartenere a un laboratorio governativo. Alcune lattine di Coca-Cola erano disposte, una dietro l'altra, su una mensola metal-

lica sistemata alla giusta altezza. Persino i bicchieri nel pensile, di solito unti e opachi, scintillavano. Dopo averne riempiti due di ghiaccio, vuotai una bibita in ciascuno. Avrei dovuto far sedere Maureen, chiederle scusa per conto di mio padre, supplicarla e implorarla, se necessario anche corromperla. Sarebbe almeno potuta rimanere finché avessi trovato un sostituto. Forse avrei potuto fare appello al suo senso di responsabilità verso gli anziani, anche se presumevo che fosse stato in gran parte consumato dalla bile di papà. La verità era che ero disperato. Se non avessi superato i colloqui del giorno successivo, avrei avuto tutto il tempo del mondo, ma non sarebbe servito a niente, perché sarei stato dietro le sbarre da qualche parte nell'Illinois. Tornai in salotto con i bicchieri, il ghiaccio che tintinnava mentre camminavo. La televendita non era ancora finita. Quanto duravano quei programmi? E chi li guardava? Oltre a mio padre, intendo. «Papà, non preoccuparti» ripetei, ma si era addormentato. Restai in piedi davanti a lui per qualche secondo, controllando se respirasse ancora. Respirava. Aveva il mento posato sul petto, la testa piegata in un'angolazione innaturale. L'ossigeno produceva un sibilo sommesso. Da qualche parte nello scantinato, Maureen sbatacchiava degli oggetti, probabilmente ripassando la sua battuta finale. Appoggiai le Coca-Cola sul tavolino invaso da medicinali e telecomandi. Quindi mi chinai e baciai mio padre sulla fronte chiazzata di rosso. «Troveremo qualcuno» mormorai. Capitolo 9 La sede centrale della Trion Systems assomigliava a un Pentagono di cromo spazzolato. Ciascuno dei cinque lati era un'«ala» di sette piani. Era stato un architetto di grido a progettare l'edificio. Nel sotterraneo c'era un parcheggio pieno di BMW, Range Rover, maggiolini Volkswagen e chi più ne ha più ne metta, ma niente spazi riservati, a quanto potei vedere. Giunto all'Ala B, diedi il mio nome all'«addetta al ricevimento» - il loro modo bizzarro di designare la receptionist -, che mi stampò un adesivo con la scritta VISITATORE. Lo appiccicai sul taschino del mio completo grigio di Armani e attesi nell'ingresso finché una certa Stephanie venne a prendermi. Era l'assistente di Tom Lundgren, il vicepresidente dell'ufficio personale. Tentai di distrarmi, di meditare, di rilassarmi. Ricordai a me stesso che non

avrei potuto desiderare circostanze migliori. La Trion cercava un direttore per il marketing prodotti (qualcuno aveva rassegnato le dimissioni all'improvviso), e io ero stato creato apposta per quel lavoro, programmato geneticamente, rimasterizzato digitalmente. Nelle ultime settimane, alcuni cacciatori di teste selezionati avevano sentito parlare di questo giovane germoglio della Wyatt che era pronto per essere raccolto. Il massimo profitto con il minimo investimento. La voce era stata messa in circolazione con noncuranza durante una convention industriale e si era diffusa tramite il passaparola. Avevo cominciato a ricevere messaggi da parte di numerosi responsabili delle assunzioni sulla mia casella vocale. Mi ero anche informato sulla Trion Systems. Avevo scoperto che era un colosso dell'elettronica al consumo, fondato all'inizio degli anni Settanta dal leggendario Augustine Goddard, il cui nomignolo non era Gus bensì Jock. Era quasi una figura di culto. Si era laureato alla Cal Tech, aveva prestato servizio in marina, aveva lavorato prima per la Fairchild Semiconductor e quindi per la Lockheed e aveva inventato una tecnologia rivoluzionaria per la produzione di tubi catodici destinati alle TV a colori. Tutti lo consideravano un genio ma, a differenza di alcuni dei geni tiranni che fondano enormi multinazionali, non sembrava uno stronzo. La gente lo amava e gli giurava eterna fedeltà. Era una sorta di distante presenza paterna. Le rare apparizioni di Jock Goddard venivano definite «avvistamenti», come se fosse un UFO. Sebbene la Trion non fabbricasse più tubi catodici, quello di Goddard era stato concesso in licenza alla Sony, alla Mitsubishi e a tutte le altre aziende giapponesi che costruiscono i televisori americani. In seguito, la Trion si era spostata verso le comunicazioni elettroniche, catapultata in quel settore dal famoso modem Goddard. In quel momento la società era impegnata nella produzione di cellulari e cercapersone, componenti per computer, assistenti digitali personali, stampanti laser a colori e roba simile. Entrò nell'atrio una donna snella dai ricciuti capelli castano. «Lei deve essere Adam.» Le diedi una bella stretta di mano decisa. «Lieto di conoscerla.» «Sono Stephanie» si presentò. «L'assistente di Tom Lundgren.» Mi accompagnò all'ascensore e poi fino al sesto piano. Chiacchierammo del più e del meno. Cercai di apparire entusiasta ma non elettrizzato, e lei pareva assente. Il sesto piano era un tipico ufficio moderno: box a perdita d'occhio, alti due metri. Stephanie mi condusse attraverso un labirinto; non sa-

rei riuscito a tornare all'ascensore neppure se avessi disseminato briciole di pane per la strada. Qui ogni cosa era nel classico stile aziendale, a eccezione del computer che oltrepassai, sul cui monitor l'immagine in 3D della testa di un Jock Goddard sorridente ruotava a 360° come quella di Linda Blair nell'Esorcista. Prova a farlo alla Wyatt (con la testa di Nick Wyatt, intendo), e probabilmente i gorilla della società ti spezzeranno le gambe. Giungemmo a una sala conferenze con una targa sulla porta che diceva STUDEBAKER. «Studebaker?» chiesi. «Sì, tutte le sale conferenze portano il nome di un'automobile americana tradizionale. Mustang, Thunderbird, Corvette, Camaro. Jock adora le automobili americane.» Pronunciò la parola «Jock» con un tono un po' forzato, quasi mettendola tra virgolette, come a dire che non dava del tu all'amministratore delegato, ma che quello era il modo in cui lo chiamavano tutti. «Posso portarle qualcosa da bere?» Judith Bolton mi aveva raccomandato di accettare sempre, perché la gente ama fare favori, e tutti, persino le assistenti amministrative, avrebbero espresso un giudizio su di me. «Coca, Pepsi, va bene qualsiasi cosa» risposi. Non volevo sembrare troppo esigente. «Grazie.» Sedetti a un lato del tavolo. Un paio di minuti dopo, un tizio ben piantato con pantaloni cachi e una maglietta a V blu scuro su cui spiccava il logo della Trion entrò nella stanza con un'andatura spedita. Tom Lundgren: lo riconobbi subito dal dossier che la dottoressa Bolton mi aveva preparato. Il vicepresidente del Settore relazioni con il personale. Quarantatré anni, cinque figli, appassionato di golf. Dietro di lui vi era Stephanie con una lattina di Coca-Cola e una bottiglia di Perrier. «Adam, sono Tom Lundgren» si presentò stritolandomi la mano. «Piacere.» «Piacere mio. Ho sentito grandi cose su di lei.» Sorrisi scrollando umilmente le spalle. Lundgren non indossava nemmeno la cravatta, pensai, e io assomigliavo a un impresario di pompe funebri. Judith Bolton mi aveva avvertito che sarebbe potuto succedere, ma sarebbe stato meglio mettersi in ghingheri per i colloqui che essere troppo casual, aveva aggiunto. In segno di rispetto e tutto il resto. Dopo aver preso posto, Tom si girò verso di me. Uscendo, Stephanie chiuse adagio la porta. «Allora, scommetto che lavorare alla Wyatt è abbastanza impegnativo.» Aveva labbra sottilissime e un sorriso che si accendeva e si spegneva ful-

mineamente. Aveva il viso screpolato, arrossato, come se avesse giocato troppo a golf o avesse contratto la rosacea o qualcosa di simile. La sua gamba destra si alzava e si abbassava come un pistone. Era un fascio di energia nervosa, un ganglio; sembrava che avesse ingurgitato troppa caffeina, e mi induceva a parlare in fretta. Poi rammentai che, essendo mormone, non beveva caffè. Non avrei voluto vederlo dopo che ne avesse presa una tazza. Probabilmente sarebbe schizzato nell'orbita intergalattica. «Il lavoro impegnativo mi piace» replicai. «Buono a sapersi. Anche a noi.» Il sorriso si accese per poi tornare a spegnersi. «Qui ci sono, credo, più personalità del tipo A che da qualsiasi altra parte. Hanno tutti una velocità di elaborazione superiore.» Svitò il tappo della bottiglia e bevve un sorso d'acqua. «Dico sempre che la Trion è un posto magnifico in cui lavorare... quando sei in ferie. Puoi rispondere alle e-mail, ai messaggi di posta vocale, puoi fare ogni genere di cose, ma, accidenti, paghi un prezzo per esserti assentato dall'ufficio. Quando rientri, la tua casella vocale è piena, e ti senti schiacciare come un acino d'uva.» Annuii rivolgendogli un sorriso d'intesa. Nelle aziende high-tech, persino gli addetti al marketing amano parlare come gli ingegneri, così lo feci anch'io. «Lo so» gli assicurai. «I cicli sono così tanti che hai solo l'imbarazzo della scelta.» Imitavo il suo linguaggio del corpo, quasi scimmiottandolo, ma pareva che non se ne accorgesse. «Ha proprio ragione. Ora, in questo periodo non siamo molto propensi alle assunzioni... Nessuno lo è. Ma uno dei nostri direttori del marketing nuovi prodotti è stato trasferito all'improvviso.» Annuii di nuovo. «Il Lucid è geniale... ha salvato la pelle alla Wyatt in un trimestre disastroso. È stata una sua creazione, eh?» «Del mio team, a dire il vero. Io facevo solo parte del gruppo. Non ero io a tirare i fili.» Parve apprezzare quella frase. «Be', a quanto ho sentito, lei è stato un elemento fondamentale.» «Non saprei. Lavoro sodo, amo quello che faccio, e mi sono trovato nel posto giusto al momento giusto.» «È troppo modesto.» «Forse.» Sorrisi. Ci era cascato, si era bevuto la schiettezza e la falsa modestia. «Come ha fatto? Qual è il segreto?» Emisi uno sbuffo d'aria dalle labbra arricciate, come se ricordassi di aver

corso una maratona. Scossi la testa. «Nessun segreto. Lavoro di squadra. Creare il consenso, motivare le persone.» «Sia più preciso.» «A essere onesto, l'intento originale era produrre un concorrente del Palm.» Mi riferivo al PDA wireless della Wyatt, quello che aveva eclissato il Palm Pilot. «Durante le prime riunioni di pianificazione concettuale, abbiamo messo insieme un gruppo polifunzionale: ingegneri, responsabili del marketing, esperti di DI interni, uno studio di DI esterno.» DI è l'abbreviazione di «design industriale». Andavo come un treno; avevo imparato a memoria questa risposta. «Abbiamo esaminato le ricerche di mercato individuando i difetti del prodotto Trion, del Palm, dell'Handspring e del Blackberry.» «E qual era il difetto del nostro apparecchio?» «La velocità. Il wireless fa schifo, ma lei lo sa meglio di me.» Era una frecciatina preparata con cura: Judith mi aveva scaricato qualche caustica osservazione che Lundgren aveva fatto durante alcune conferenze, ammettendo quanto gli avevo appena ricordato. Criticava con molta severità la Trion quando i tentativi della società fallivano. La mia franchezza era un rischio calcolato da parte di Judith. Studiando lo stile manageriale di Lundgren, aveva concluso che Tom detestava il servilismo e amava la schiettezza. «Giusto» riconobbe abbozzando un sorriso della durata di un millisecondo. «A ogni modo, abbiamo preso in considerazione numerosi scenari. Abbiamo valutato che cosa avrebbe voluto davvero un caposquadra edile, una casalinga indaffarata, il dirigente di un'azienda. Abbiamo discusso delle funzioni, del fattore forma eccetera. Gli incontri sono stati abbastanza informali. La mia grande idea è stata l'eleganza del design abbinata alla semplicità.» «Mi domando se forse non abbia dato troppo peso al design a discapito della funzionalità» interloquì Lundgren. «In che senso?» «Manca lo slot di espansione per la memoria flash. L'unica pecca del prodotto, a quanto vedo.» Un bel lancio, e io ero pronto a riceverlo. «Sono perfettamente d'accordo.» Ehi, avrei potuto snocciolare migliaia di storie dei «miei» successi, e avevo studiato gli pseudofallimenti come se fossero vittorie sul campo di battaglia. «Un grosso pasticcio. Quella è stata la principale funzione a es-

sere eliminata. Appariva nella definizione originale del prodotto, ma avrebbe portato il fattore forma fuori dei limiti previsti, così è stata scartata a metà ciclo.» Beccati questa. «Questa difficoltà verrà risolta nella prossima generazione?» Scossi la testa. «Spiacente, non posso dirglielo. Si tratta di informazioni riservate della Wyatt Telecom. Non è solo un cavillo legale, è una questione morale per me... quando dai la tua parola, deve pur significare qualcosa. Se è un problema...» Mi rivolse quello che sembrava un sincero sorriso di elogio. Schiacciata a canestro. «Nessun problema. Rispetto la sua decisione. Chiunque mi riveli informazioni riservate del suo ultimo datore di lavoro farebbe lo stesso a me.» Notai le parole «ultimo datore di lavoro». Lundgren si era appena tradito: mi aveva già assunto. Estrasse il cercapersone e lo controllò rapidamente. Mentre parlavamo, aveva ricevuto diverse chiamate nella modalità di vibrazione silenziosa. «Non le ruberò altro tempo, Adam. Voglio che conosca Nora.» Capitolo 10 Nora Sommers era bionda, sulla cinquantina, con gli occhi distanziati e penetranti. Aveva l'aria feroce di una bestia da soma imbizzarrita. Forse ero prevenuto a causa del suo dossier, che la definiva spietata e tirannica. Era un membro del consiglio di amministrazione e la responsabile del progetto Maestro, una specie di riproduzione ridotta del Blackberry che navigava in cattive acque. Era famigerata per le riunioni di staff che indiceva alle sette del mattino. Nessuno voleva far parte del suo team, il che spiegava perché la Trion avesse difficoltà a riempire il posto vacante con un dipendente interno. «Lavorare per Nick Wyatt non deve essere una passeggiata, eh?» esordì. Non avevo bisogno di Judith Bolton per sapere che non ci si deve mai lamentare degli ex datori di lavoro. «A dire il vero» spiegai «è esigente, ma ha tirato fuori il meglio di me. È un perfezionista. Non provo altro che ammirazione nei suoi confronti.» Annuì in segno di approvazione, sorridendo come se avessi indicato la giusta alternativa in un test a scelta multipla. «Uno stimolo continuo, eh?» Che cosa si aspettava che le dicessi, la verità su Nick Wyatt? Che è un cafone e uno stronzo? Non credo proprio. Tergiversai ancora un po': «La-

vorare alla Wyatt è come maturare dieci anni di esperienza in uno anziché un anno di esperienza dieci volte». «Bella risposta» commentò. «Mi piace che i miei addetti al marketing cerchino di ammaliarmi. È uno dei requisiti più importanti. Se riesce ad ammaliare me, riuscirà ad ammaliare il "Journal".» Attenzione, allarme rosso. Non ci sarei cascato. Intravedevo i denti della tagliola. Perciò mi limitai a rivolgerle uno sguardo vacuo. «Be'» proseguì «ho sentito molto parlare di lei. Qual è la battaglia più dura che ha dovuto combattere per il Lucid?» Le ripetei la storia che avevo appena propinato a Tom Lundgren, ma parve non farle né caldo né freddo. «Non mi sembra che assomigli molto a una battaglia» osservò. «La chiamerei piuttosto una concessione reciproca.» «Forse la penserebbe diversamente se fosse stata lì» la rimbeccai. Idiota. Consultai il mio CD-ROM mentale di aneddoti riguardanti lo sviluppo del Lucid. «È scoppiata anche una lite furiosa per il design del joy pad. Si tratta di un pad direzionale a cinque vie con altoparlante incorporato.» «Lo conosco. Qual è stato il motivo dello scontro?» «Be', i nostri esperti di DI insistevano nel dire che quello era l'elemento chiave del prodotto... attirava davvero l'attenzione. Ma gli ingegneri si sono opposti sostenendo che era quasi impossibile, che era troppo complicato; volevano separare l'altoparlante dal pad direzionale. I designer erano convinti che, separandoli, l'estetica sarebbe diventata caotica, asimmetrica. È stato un momento di grande tensione. Così ho puntato i piedi, sottolineando che il design era fondamentale. Non comunicava solo un contenuto visivo, ma anche un contenuto tecnologico... informava il mercato che eravamo capaci di qualcosa che i nostri concorrenti non erano in grado di fare.» Mi fissava con gli occhi distanziati come se fossi un pulcino handicappato. «Gli ingegneri» riprese rabbrividendo «sanno essere davvero insopportabili. Non hanno neanche un briciolo di senso degli affari.» I denti metallici della tagliola scintillavano di sangue. «A essere sincero, non ho mai problemi con gli ingegneri» replicai. «Credo che siano il vero cuore dell'impresa. Non li attacco mai, li ispiro, o almeno ci provo. La leadership di pensiero e la condivisione delle informazioni: sono questi gli ingredienti indispensabili. Questo è uno degli aspetti della Trion che mi piace di più: qui gli ingegneri regnano supremi, come dovrebbero fare ovunque. È una vera e propria cultura dell'innovazione.»

D'accordo, stavo quasi ripetendo a pappagallo un'intervista che Jock Goddard aveva concesso a «Fast Company», ma mi parve che funzionasse. Gli ingegneri della Trion erano famosi per la loro venerazione verso Goddard, perché lui era uno di loro, e consideravano la società un ottimo posto in cui lavorare, perché buona parte degli investimenti veniva destinata alle attività di ricerca e sviluppo. Nora tacque per un secondo, quindi riprese: «Tutto sommato, l'innovazione è essenziale per il raggiungimento degli obiettivi aziendali». Gesù, io pensavo di esprimermi male, ma questa donna parlava i cliché commerciali come una seconda lingua. Era come se li avesse imparati da un libro della Berlitz. «Senza dubbio» concordai. «Allora, mi dica, Adam... qual è il suo maggior punto debole?» Sorridendo, annuii e rivolsi una muta preghiera di gratitudine a Judith Bolton. Canestro. Mi era sembrato fin troppo facile. Capitolo 11 Ricevetti la notizia da Nick Wyatt in persona. Quando Yvette mi introdusse nel suo ufficio, lo trovai sulla cyclette in un angolo della stanza. Indossava una canottiera sudata con un paio di calzoncini rossi e aveva un colorito giallognolo. Mi domandai se prendesse degli steroidi. Abbaiava ordini nell'auricolare di un telefono senza fili. Era trascorsa più di una settimana dai colloqui alla Trion, e nient'altro che silenzio radio. Sapevo di essere andato bene e non avevo dubbio che le mie referenze fossero fantastiche, ma chissà, tutto poteva accadere. Mi ero illuso che dopo i colloqui avrei avuto un po' di tempo libero dalla scuola del KGB, ma non ero stato tanto fortunato. L'addestramento era continuato, comprese quelle che chiamavano «lezioni di spionaggio»: come rubare materiale senza farsi beccare, come copiare file e documenti, come consultare i database della Trion, come contattare la Wyatt in caso di emergenza. Meacham e un altro veterano della sicurezza aziendale, che aveva lavorato vent'anni per l'FBI, mi avevano insegnato sia a inviare email usando un «anonimizzatore», cioè un remailer finlandese che nasconde il nome e l'indirizzo del mittente, sia a criptare i messaggi con software superpotente da 1024 bit, prodotto all'estero contro la legge statunitense.

Mi avevano iniziato ai concetti spionistici tradizionali, come i segnali e i depositi, e mi avevano spiegato come comunicargli che avevo delle informazioni per loro. Mi avevano insegnato a riprodurre i badge ormai usati dalla maggior parte delle aziende, quei tesserini di riconoscimento che aprono le porte quando li agiti davanti a un sensore. Parte di questa roba era davvero tosta. Cominciavo a sentirmi una vera spia. In ogni caso, ormai ci ero dentro. Non avevo alternative. Ma dopo alcuni giorni trascorsi ad aspettare notizie dalla Trion, me la facevo sotto dalla paura. Meacham e Wyatt erano stati molto chiari riguardo a che cosa sarebbe successo se non avessi ottenuto il lavoro. Nick non mi degnò nemmeno di uno sguardo. «Congratulazioni» disse. «L'ho saputo dal cacciatore di teste. Le hanno appena concesso la libertà vigilata.» «Hanno presentato un'offerta?» «Centosettantacinquemila per cominciare, diritti di opzione... tutto quanto. Verrà assunto come collaboratore con il grado di direttore, ma niente dipendenti diretti, livello dieci.» Ero sollevato, e stupito per la cifra. Era circa il triplo di quanto guadagnavo ora. Aggiungendo lo stipendio della Wyatt, sarei arrivato a duecentotrentacinquemila. Gesù. «Niente male» commentai. «Che cosa facciamo adesso, negoziamo?» «Che cosa cazzo sta dicendo? C'erano altri otto aspiranti per quel posto. Potrebbe esserci qualcuno che ha un candidato preferito, un amico, qualsiasi cosa. Non rischi, non ancora. Varchi quella porta e gli dimostri di che pasta è fatto.» «Di che pasta...» «Gli dimostri quanto è in gamba. Gli ha già stuzzicato l'appetito con qualche aperitivo. Adesso li conquisti. Cazzo, se non riesce a conquistarli dopo essersi laureato nella nostra piccola scuola di seduzione, con me e Judith che le sussurriamo nell'orecchio, è un perdente ancor più grande di quanto immaginassi.» «Giusto.» Mi resi conto di essermi abbandonato alla morbosa fantasia di mandarlo al diavolo mentre uscivo per andare alla Trion, finché rammentai che, oltre a essere ancora il mio capo, Nick Wyatt mi teneva per le palle. Madido di sudore, scese dalla cyclette e afferrò un asciugamano bianco appoggiato sul manubrio tamponandosi il viso, le braccia e le ascelle. Mi era così vicino che avvertivo il suo olezzo, il suo alito cattivo. «Ora mi ascolti bene» riprese con un inconfondibile tono di minaccia. «Circa un an-

no e mezzo fa il consiglio di amministrazione della Trion ha approvato una spesa straordinaria di quasi cinquecento milioni di dollari per il finanziamento di un reparto speciale.» «Di un cosa?» Sbuffò. «Un progetto interno top secret. Comunque, è molto insolito che un consiglio di amministrazione approvi una spesa tanto ingente senza raccogliere parecchie informazioni. In questo caso, l'ha approvata alla cieca, basandosi soltanto sulle promesse dell'amministratore delegato. Goddard è il fondatore, perciò si fidano di lui. Inoltre, gli ha assicurato che quella tecnologia, di qualunque cosa si tratti, avrebbe rappresentato un grandissimo passo avanti. Intendo un progresso enorme, colossale, rivoluzionario. Più che innovativo. Gli ha assicurato che sarebbe stata l'idea più ingegnosa dai tempi del transistor e che chiunque non vi avesse preso parte sarebbe rimasto indietro.» «Che cos'è?» «Se lo sapessi, lei non sarebbe qui, idiota. Le mie fonti mi hanno garantito che trasformerà il settore delle comunicazioni, che capovolgerà tutto quanto. E io non intendo rimanere indietro, capisce?» Non capivo, ma annuii. «Ho investito troppo in questa azienda per permetterle di fare la fine del dodo e del mastodonte. Quindi, amico mio, il suo compito consiste nello scoprire tutto il possibile riguardo a questo reparto speciale, che cosa fa, che cosa sta sviluppando. Non me ne frega niente se stanno progettando un maledetto trampolo a molla elettronico, il punto è che non voglio correre rischi. Chiaro?» «In che modo devo operare?» «Sta a lei decidere.» Voltandosi, attraversò la vasta distesa dell'ufficio verso un'uscita che non avevo mai notato. Aprì la porta rivelando un bagno di marmo scintillante con tanto di doccia. Restai lì impacciato, senza sapere se dovessi aspettarlo, andarmene o cos'altro. «Riceverà la telefonata questa mattina» aggiunse senza girarsi. «Si finga sorpreso.» PARTE SECONDA LA COPERTURA Backstopping: serie di false identità fornite a un agente segreto che dovrà superare controlli molto rigorosi.

The Dictionary of Espionage Capitolo 12 Avevo messo un'inserzione su tre quotidiani locali per cercare un badante per mio padre. L'annuncio specificava che chiunque sarebbe andato bene, che i requisiti non erano affatto rigidi. Dubitavo che là fuori fosse rimasto qualcuno: avevo attinto a quel pozzo già troppe volte. Arrivarono esattamente sette risposte. Tre erano di tizi che avevano in qualche modo frainteso l'inserzione e che erano anch'essi alla ricerca di qualcuno da assumere. Altri due messaggi telefonici erano stati pronunciati con un accento straniero così marcato che non ero neppure sicuro che parlassero inglese. Uno era stato lasciato da un uomo con una voce gradevole che sembrava del tutto a posto e diceva di chiamarsi Antwoine Leonard. Non che avessi molto tempo libero, ma gli chiesi di vederci per un caffè. Non intendevo presentargli mio padre finché fosse stato necessario. Volevo assumerlo prima di mostrargli che cosa lo aspettava, cosicché non potesse fare marcia indietro con troppa facilità. Antwoine era un nero gigantesco con un'aria minacciosa, un'acconciatura rasta e alcuni tatuaggi da detenuto. Avevo indovinato: appena ne ebbe l'occasione, mi raccontò che era stato in galera per furto d'auto fino a poco prima e che quella non era neppure stata la sua prima condanna. Era uscito con la condizionale, e mi diede il nome del suo funzionario di sorveglianza come referenza. Apprezzai che fosse così schietto riguardo al suo passato, che non tentasse di nasconderlo. Anzi, quel tipo mi piaceva. Aveva modi pacati, una voce soave e un sorriso dolcissimo. Certo, ero disperato, ma pensai anche che, se esisteva qualcuno capace di tenere a bada mio padre, quel qualcuno era lui, e lo assunsi all'istante. «Ascolti, Antwoine» gli dissi quando mi alzai per andarmene. «A proposito del carcere.» «È un problema per lei, vero?» Mi guardò dritto negli occhi. «No, non è quello. Le sono grato per essere stato tanto sincero.» Scrollò le spalle. «Sì, ecco...» «Penso solo che non debba essere altrettanto franco con mio padre.» La sera prima di iniziare alla Trion mi coricai presto. Seth mi aveva lasciato un messaggio telefonico invitandomi a uscire con lui e alcuni amici perché quella notte non doveva lavorare, ma rifiutai.

La sveglia suonò alle cinque e mezzo, ed ebbi l'impressione che qualcosa non quadrasse: era ancora buio. Quando ricordai, avvertii un'ondata di adrenalina, una curiosa combinazione di terrore e impazienza. Si cominciava a fare sul serio, era questo il motivo; il periodo di addestramento era finito. Mi feci la doccia e mi rasi con una lametta nuova, passandola piano per non tagliarmi. Avevo preparato gli indumenti prima di andare a dormire, scegliendo il completo e la cravatta e lucidandomi le scarpe. Avevo pensato che il primo giorno sarebbe stato meglio vestirsi di tutto punto, anche se magari sarei parso antiquato; avrei sempre potuto togliermi la giacca e la cravatta. Era bizzarro: per la prima volta in vita mia guadagnavo uno stipendio da centinaia di migliaia di dollari (anche se non avevo ancora ricevuto gli assegni) e abitavo ancora in quella topaia. Be', le cose sarebbero cambiate molto presto. Quando salii sull'Audi A6 color argento, che aveva ancora quell'odore di auto nuova, mi sentii più chic e, per festeggiare la mia nuova posizione, mi fermai a uno Starbucks e ordinai un cappuccino triplo. Quasi quattro dollari per una maledetta tazza di caffellatte, ma, ehi, adesso facevo soldi a palate. Ascoltai i Rage Against the Machine a tutto volume per l'intero tragitto fino alla Trion, cosicché, quando arrivai, Zack de la Rocha strillava: «Bullet in the Head» e io strillavo con lui: «No escape from the mass mind rape!», indossando il mio impeccabile vestito di Zegna e le scarpe di Prada. Ero carico. Strano a dirsi, nel garage sotterraneo vi era un discreto numero di macchine benché fossero soltanto le sette e mezzo. Parcheggiai due piani più giù. L'addetta al ricevimento dell'Ala B non riuscì a trovare il mio nome su nessuna lista dei visitatori e dei neoassunti. Non esistevo. La pregai di chiamare Stephanie, l'assistente amministrativa di Tom Lundgren, ma non era ancora arrivata. Alla fine rintracciò qualcuno delle Risorse umane, che le disse di mandarmi al terzo piano dell'Ala E, una bella scarpinata. Per le due ore successive sedetti nella reception delle Risorse umane con un portablocco, compilando un modulo dopo l'altro: l'assicurazione, il fondo pensione, il codice identificativo fiscale, i diritti di opzione, gli accordi di riservatezza, le trattenute in busta paga, il conto della cooperativa di credito, il deposito automatico sul mio conto corrente... Dopo avermi fotografato, mi diedero un badge e altri due cartellini plastificati da infilare nel portatessera. Recavano scritte come TRION: CAMBIA TUTTO IL

MONDO, COMUNICAZIONE APERTA e DIVERTIMENTO E FRUGALITÀ. Motti dal sapore sovietico, ma non mi infastidivano. Una segretaria mi accompagnò a fare un breve giro della Trion, un'esperienza davvero indimenticabile. Un lavasecco, sportelli Bancomat, un grande centro fitness e sale relax con pop-corn, bibite gratuite, bottiglie di acqua e macchinette del caffè. Nelle sale relax vi erano grandi poster patinati con un gruppo di uomini e donne (neri, bianchi, asiatici) dalle spalle quadrate che posavano trionfanti in cima al pianeta Terra sotto le parole: BEVI CON RESPONSABILITÀ! BEVI CON MODERAZIONE! «Il dipendente medio della Trion consuma cinque bevande al giorno» spiegava la didascalia. «Con una sola bevanda fredda in meno, l'azienda risparmierebbe due milioni e quattrocentomila dollari l'anno!» Potevi far lavare e riparare l'auto e ottenere biglietti scontati per film, concerti e partite di baseball; esisteva persino un programma regali per neonati («un dono a famiglia per ogni lieto evento»). Notai che l'ascensore dell'Ala D non si fermò al quinto piano. «Progetti top secret» mi informò la segretaria. «Accesso vietato.» Cercai di non mostrare particolare curiosità, ma mi domandai se questo fosse il «reparto speciale» cui Wyatt era tanto interessato. Finalmente Stephanie venne a prendermi al sesto piano dell'Ala B. Tom era al telefono, ma mi fece cenno di entrare. L'ufficio era tappezzato di fotografie dei suoi figli (cinque maschi, constatai, immortalati da soli e tutti insieme), dei loro disegni e roba simile. Sullo scaffale dietro di lui vi erano i soliti libri: Come essere un vincente, Prima regola: infrangere tutte le regole, Il vademecum dell'amministratore delegato. Le gambe di Lundgren si alzavano e si abbassavano come pistoni impazziti, e sembrava che qualcuno gli avesse strofinato il viso con una paglietta. «Steph» disse «le spiace chiedere a Nora di raggiungerci?» Qualche minuto dopo posò la cornetta con veemenza e balzò in piedi stringendomi la mano. Aveva una fede nuziale larga e luccicante. «Ehi, Adam, benvenuto tra noi!» esclamò. «Accidenti, come sono contento che l'abbiamo accalappiata. Si accomodi, si accomodi.» Obbedii. «Abbiamo bisogno di lei, amico. Sul serio. Siamo tutti oberati di lavoro qui dentro, e siamo stati decimati. Stiamo curando ventitré prodotti, abbiamo perso alcuni dei nostri collaboratori più validi e abbiamo un sacco di cose da fare. La ragazza di cui prenderà il posto è stata trasferita. Lei farà parte del team di Nora e si occuperà dell'aggiornamento della linea Ma-

estro che, come scoprirà, naviga in cattive acque. Ci sono alcuni grossi incendi da spegnere e... eccola qui!» Nora Sommers si era materializzata sulla soglia, una mano sullo stipite della porta, in una posa da diva. Tese la destra con fare civettuolo. «Salve, Adam, benvenuto! Sono lieta che sia dei nostri.» «Il piacere è tutto mio.» «Non è stata una decisione facile, glielo dico con franchezza. Avevamo diversi candidati validissimi. Ma, come tutti sanno, la crema viene in superficie. Be', ci mettiamo al lavoro?» La sua voce, acuta quasi come quella di una bambina, si fece più grave appena uscimmo dall'ufficio di Tom Lundgren. Iniziò a parlare più in fretta, sputando quasi fuori le parole. «Il suo box è laggiù» disse fendendo l'aria con l'indice. «Qui usiamo telefoni web. Suppongo che sappia come funzionano.» «Sì, certo.» «Computer, telefono... dovrebbe essere tutto a posto. Per qualsiasi problema, chiami l'Assistenza tecnica. Bene, Adam, la avverto che qui non prendiamo per mano nessuno. La curva dell'apprendimento è molto ripida, ma sono sicura che lei è all'altezza. La buttiamo subito in piscina: affondi o nuoti.» Mi lanciò un'occhiata di sfida. «Preferirei nuotare» replicai con un sorriso malizioso. «Buono a sapersi» commentò. «Mi piace il suo atteggiamento.» Capitolo 13 Avevo un brutto presentimento riguardo a Nora. Era il tipo da seppellirmi nel cemento fresco, ficcarmi nel bagagliaio di una Cadillac e gettarmi nell'East River. «Affondi o nuoti» la diceva lunga. Restai nel mio nuovo box a finire di leggere il materiale orientativo e imparare i nomi in codice di tutti i progetti. Ogni azienda high-tech assegna nomi in codice ai suoi prodotti; quelli della Trion erano categorie di uragani: Tornado, Typhoon, Tsunami eccetera. Il Maestro era stato ribattezzato Vortex. Era difficile ricordarli tutti, e in più dovevo pure sondare il terreno per Wyatt. Verso mezzogiorno, quando iniziai ad avere una fame da lupi, mi comparve davanti un tizio tarchiato sulla quarantina con una coda di cavallo brizzolata, una camicia hawaiana fuori moda e occhiali rotondi dalla pesante montatura nera. «Lei deve essere l'ultima vittima» esordì. «La carne fresca buttata nella

gabbia dei leoni.» «E voi sembrate tutti così simpatici» ribattei. «Sono Adam Cassidy.» «Lo so. Io sono Noah Mordden, ingegnere capo della Trion. È il suo primo giorno, non sa di chi fidarsi, con chi schierarsi. Chi vuole giocare con lei e chi vuole che faccia una brutta figura. Be', sono qui per rispondere a tutte le sue domande. Che cosa ne dice di mangiare un boccone nella mensa sovvenzionata al terzo piano?» Individuo eccentrico, ma mi incuriosiva. Mentre ci dirigevamo verso l'ascensore, osservò: «Così le hanno affibbiato l'incarico che nessun altro voleva, eh?». «Davvero?» Oh, fantastico. «Nora voleva riempire il posto vacante con un elemento interno, ma tutte le persone qualificate si sono rifiutate di lavorare per lei. Alana, la donna che sostituisce, ha implorato di essere tolta dalle sue grinfie, perciò l'hanno trasferita in qualche altra divisione. Gira voce che il Maestro stia per sparire dalla circolazione.» Lo sentivo a malapena, perché sussurrava avvicinandosi a grandi passi all'ascensore. «Sono sempre pronti a tirare lo sciacquone quando qualcosa va storto. Qui dentro, ti becchi un raffreddore e ti prendono le misure per la bara.» Annuii. «Il prodotto è ridondante.» «Una merda. Con i minuti contati. La Trion sta anche studiando un cellulare multifunzione con lo stesso identico pacchetto wireless di messaggi di testo, quindi a che cosa serve? Diamo il colpo di grazia a quel coso. Inoltre, non giova il fatto che Nora sia una grandissima stronza.» «Sul serio?» «Se non l'ha capito dieci secondi dopo averla conosciuta, non è sveglio quanto dice la sua fatturazione anticipata. Ma non la sottovaluti: è cintura nera di politica aziendale e ha i suoi scagnozzi, quindi tenga gli occhi aperti.» «Grazie.» «Goddard ama le automobili americane classiche, così le ama anche lei. Ha un paio di coupé sportive restaurate, anche se non l'ho mai vista guidarle. Credo che le abbia comprate per dimostrare a Jock Goddard che sono fatti della stessa pasta. È furba, quella Nora.» L'ascensore era gremito di altri dipendenti diretti alla mensa. Molti indossavano polo e magliette a V con il logo della Trion. Ci fermammo a ogni piano. «Sembra proprio che oggi abbiamo preso un locale» scherzò un tale dietro di me. Penso che qualcuno faccia questa battuta ogni singolo

giorno in ogni singolo ascensore aziendale del mondo. La mensa, anche chiamata sala da pranzo dipendenti, era sterminata e ronzava dell'elettricità di centinaia, o forse migliaia, di collaboratori della Trion. Assomigliava alla zona ristorante di un centro commerciale esclusivo: un sushi bar con due chef, una lussuosa pizzeria dove potevi scegliere la tua farcitura preferita, un burrito bar, cibo cinese, bistecche e hamburger, un'infinita varietà di insalate, persino un bancone per vegetariani. «Gesù» commentai. «Date al popolo pane e giochi» sentenziò Noah. «Giovenale. Fate in modo che i contadini abbiano la pancia piena, e non si accorgeranno del loro stato di schiavitù.» «Può darsi.» «Le vacche soddisfatte producono un latte migliore.» «Entrambi i proverbi sono adatti» concessi guardandomi intorno. «Alla faccia della frugalità, eh?» «Ah. Dia un'occhiata ai distributori automatici nelle sale relax: venticinque centesimi per il pollo in salsa piccante, ma un dollaro per un Magnum. Le bevande e le sostanze contenenti caffeina sono gratuite. L'anno scorso Paul Camilletti, il responsabile del settore finanziario, ha cercato di abolire i festini settimanali, in cui la birra scorreva a fiumi, ma poi i responsabili dei vari reparti hanno cominciato a pagare le bottiglie di tasca propria, e qualcuno ha messo in circolazione un'e-mail dimostrando quanto fosse conveniente conservare i festini. La birra costa X l'anno, mentre costa Y assumere e addestrare i nuovi dipendenti, quindi, date le spese per tenere alto il morale dei collaboratori e trattenere il personale, la redditività dell'investimento e blablabla... insomma, ha capito. Camilletti, che è interessato solo a far quadrare i conti, ha ceduto. Eppure, la sua campagna per la frugalità va ancora per la maggiore.» «Proprio come alla Wyatt» commentai. «I dipendenti devono viaggiare in classe economica anche se prendono un volo intercontinentale. Lo stesso Camilletti alloggia nei motel quando se ne va in giro per gli Stati Uniti. La Trion non ha un jet aziendale. Be', intendiamoci, Jock Goddard ne ha ricevuto uno dalla moglie per il suo compleanno, perciò non dobbiamo compatirlo.» Io optai per un hamburger e una Diet Pepsi, mentre lui scelse una misteriosa pietanza asiatica saltata nell'olio bollente. I prezzi erano irrisori. Ci guardammo intorno tenendo in mano i vassoi, ma Mordden non trovò nessuno con cui voleva sedersi, così ci accomodammo a un tavolo da soli.

Avevo la sensazione che si prova il primo giorno di scuola, quando non si conosce nessuno. Mi rammentava la mattina in cui ero arrivato alla Bartholomew Browning. «Goddard non alloggia nei motel, vero?» «Ne dubito. Ma non ostenta troppo la sua ricchezza. Non usa le limousine. Guida la sua auto... anche se ne ha almeno una decina, tutti pezzi d'antiquariato che ha restaurato con le sue mani. Inoltre, i suoi cinquanta dirigenti più alti possono scegliere la macchina di lusso che desiderano, e guadagnano tutti un sacco di soldi... è davvero vergognoso. Goddard è un dritto: sa che deve pagare bene i talenti migliori, se non vuole farseli scappare.» «E voi ingegneri capo?» «Oh, qui ho guadagnato anch'io una cifra vergognosa. In teoria, potrei mandare tutti a farsi fottere e avere ugualmente quattrini sufficienti a lasciare dei fondi fiduciari ai miei figli, se avessi dei figli.» «Ma continua a lavorare.» Sospirò. «Quando ho fatto il colpo gobbo, pochi anni dopo essere stato assunto qui, ho rassegnato le dimissioni e sono partito per un viaggio in barca a vela intorno al mondo, portandomi dietro solo i vestiti e diverse pesanti valigie contenenti il canone occidentale.» «Il cannone occidentale?» Sorrise. «Le maggiori opere della letteratura occidentale.» «Come Louis L'Amour?» «Più come Erodoto, Tucidide, Sofocle, Shakespeare, Cervantes, Montaigne, Kafka, Freud, Dante, Milton, Burke...» «Accidenti, all'università ho dormito per tutto quel corso» interloquii. Sorrise di nuovo. Ovviamente, mi considerava un ritardato mentale. «Comunque» proseguì «dopo aver letto tutto mi sono reso conto che ero fisicamente incapace di stare lontano dal lavoro e sono tornato alla Trion. Ha letto il Discorso sulla servitù volontaria di Étienne de la Boétie?» «È nel programma dell'esame finale?» «L'unico potere che i tiranni detengono è quello cui rinunciano le loro vittime.» «Quello e il potere di distribuire Pepsi gratuite» aggiunsi inclinando la lattina verso di lui. «Così lei è un ingegnere.» Mi rivolse un sorriso cortese che assomigliava più a una smorfia. «Attento, non un ingegnere qualunque bensì, come le ho detto, un ingegnere capo. In altre parole, ho pochi sottoposti e posso fare quasi tutto quello che

voglio. Se questo significa essere una spina nel fianco di Nora Sommers, sia pure. Veniamo ora al cast della sezione marketing della nostra unità commerciale. Vediamo, ha già conosciuto la velenosa Nora. E Tom Lundgren, il suo illustre vicepresidente, che è un brav'uomo tutto casa, chiesa e golf. E Phil Bohjalian, vecchio come Matusalemme e quasi altrettanto avanzato tecnologicamente, che ha iniziato alla Lockheed Martin quando la società aveva un altro nome e i computer erano grandi come case e funzionavano con le schede perforate IBM. Ha senza dubbio i giorni contati. E... ecco, Elvis in persona, sceso tra noi!» Mi voltai nella direzione in cui stava guardando. In piedi accanto al bancone delle insalate vi era un tizio dai capelli bianchi e dalle spalle curve con un viso rugoso, folte sopracciglia candide, orecchi grandi e una specie di espressione da spiritello maligno. Indossava un dolcevita nero. L'atmosfera cambiò, e l'energia si concentrò intorno a lui in piccole onde mentre tutti si giravano e bisbigliavano cercando di apparire discreti e indifferenti. Augustine Goddard, fondatore e amministratore delegato della Trion, in carne e ossa. Sembrava più anziano di quanto apparisse nelle foto che avevo visto. Chiacchierava con un tizio molto più alto e giovane, sulla quarantina, snello e davvero ben fatto, i capelli neri striati di grigio. L'altro uomo pareva italiano, bello come un eroe dei film d'azione che stava invecchiando benissimo, ma con le guance butterate. A parte la pelle rovinata, mi rammentava Al Pacino nei primi due episodi del Padrino. Indossava un impeccabile completo grigio scuro. «Quello è Camilletti?» domandai. «Tagliagole Camilletti» rispose Mordden affondando i bastoncini nella frittura. «Il responsabile del settore finanziario. Lo zar della frugalità. Passano parecchio tempo insieme, quei due.» Parlò con la bocca piena. «Vede quelle cicatrici da acne vulgaris che ha sulla faccia? Si mormora che ci sia scritto "ingoia il rospo e muori" in Braille. Comunque, Goddard lo considera il secondo Messia, l'uomo che abbatterà i costi di esercizio, aumenterà i margini di profitto, rispedirà le azioni della Trion nella stratosfera. Alcuni sostengono che Camilletti sia l'alter ego di Jock Goddard, il Jock malvagio. Il suo Jago. Il suo Mr. Hyde. A mio parere, è semplicemente il poliziotto cattivo che permette a Jock di fare il poliziotto buono.» Terminai di mangiare l'hamburger. L'amministratore delegato e il responsabile del settore finanziario facevano la coda alla cassa, notai. Non potevano svignarsela senza pagare? Oppure scavalcare la fila o qualcosa di

simile? «È nello stile di Camilletti mangiare nella sala da pranzo dipendenti» continuò Mordden «per dimostrare alle masse il suo impegno verso l'abbattimento dei costi. Lui non taglia i costi, li "abbatte". Niente sala da pranzo dirigenti alla Trion. Niente chef personale per i pezzi grossi. Niente servizio di ristorazione esterno, non per loro, oh no. Spezzano il pane con i contadini.» Bevve un sorso di Dr Pepper. «Dove ero arrivato con il mio piccolo elenco, il mio "Who's Who" del cast? Ah, sì. C'è Chad Pierson, beniamino e pupillo di Nora, ragazzo prodigio e leccapiedi professionista. Laureato in economia e commercio alla Tuck, è passato direttamente dall'università al marketing nuovi prodotti della Trion; di recente ha frequentato un corso di aggiornamento, e senza dubbio la considera una minaccia da eliminare. E poi c'è Audrey Bethune, l'unica donna di colore della...» Si zittì all'improvviso, infilandosi in bocca dell'altra frittura. Scorsi un avvenente biondino che aveva più o meno la mia età e scivolava rapido verso il nostro tavolo, uno squalo nell'acqua. Camicia azzurra con i bottoni sul colletto, molto elegante, fisico atletico. Uno di quei ragazzi ossigenati che si vedono sui paginoni delle riviste mentre fanno comunella con altri esemplari della razza padrona durante un cocktail party sul prato della loro tenuta baronale. Mordden si alzò trangugiando una frettolosa sorsata di Dr Pepper. Aveva macchie marrone di unto sul davanti della camicia hawaiana. «Mi scusi» disse a disagio. «Ho un appuntamento.» Lasciando i piatti sparpagliati sul tavolo, sfrecciò via proprio quando il biondino ci raggiunse, la mano tesa. «Ehi, carissimo, come va?» mi chiese. «Chad Pierson.» Quando gli allungai la destra, si esibì in una di quelle prese laterali hiphop, come se lui fosse troppo fico per stringermela normalmente. Sembrava che fosse appena stato dalla manicure. «Accidenti, ho sentito tanto parlare di te, amico!» «Tutte stronzate» replicai. «Sai, il marketing.» Rise con aria complice. «No, devi essere il "grand'uomo". Ti starò appiccicato per imparare uno o due trucchetti.» «Avrò bisogno di tutto l'aiuto possibile. Mi hanno detto che qui dentro si nuota o si affonda, e ho l'impressione di essere dove l'acqua è più alta.» «Così Mordden ti ha propinato le sue cazzate da intellettuale cinico?» Gli rivolsi un sorriso inespressivo. «Mi ha dato la sua interpretazione.»

«Tutto sbagliato. Crede di trovarsi in una specie di soap opera, in una specie di patto machiavelliano. Forse lui ci si trova, ma non gli presterei troppa attenzione.» Mi accorsi di avere appena mangiato con il ragazzo meno popolare il primo giorno di scuola, ma questa consapevolezza mi indusse a difendere Mordden. «È simpatico» confessai. «È un ingegnere. Sono tutti strambi. Giochi a pallacanestro?» «Sì, ogni tanto.» «Ogni martedì e giovedì all'ora di pranzo organizziamo una partita in palestra, dobbiamo farti scendere in campo. E magari io e te possiamo vederci per un drink qualche volta, andare allo stadio, qualcosa del genere.» «Volentieri» dissi. «Ti hanno parlato delle Olimpiadi aziendali della birra?» «Non ancora.» «Immagino che non sia roba per Mordden. Comunque, sono uno sballo.» Era sovreccitato e torceva il busto da una parte all'altra come un giocatore di basket che cerca un varco per prodursi in una schiacciata strepitosa. «Allora, amico, parteciperai alla riunione delle due, giusto?» «Non mancherò.» «Perfetto. Sono contento che tu faccia parte della squadra. Io e te ne faremo delle belle» concluse con un largo sorriso. Capitolo 14 Chad Pierson era intento a scrivere l'ordine del giorno su una lavagna bianca con pennarelli rossi e blu quando entrai nella Corvette. Quest'ultima era una sala conferenze come tutte quelle che avevo visto: il grande tavolo (con l'unica differenza che questo era nero high-tech anziché color noce), la console del microfono-altoparlante Polycom che troneggiava al centro come una vedova nera geometrica, un cesto di frutta e un secchiello del ghiaccio colmo di bibite e succhi. Chad mi strizzò rapidamente l'occhio mentre mi accomodavo su uno dei lunghi lati del tavolo. Erano già arrivate altre due persone. Nora Sommers sedeva a capotavola con gli occhiali dalla montatura nera fissati a una catenella e leggeva un fascicolo bisbigliando di tanto in tanto qualcosa a Chad, il suo scrivano. Sembrò non essersi accorta della mia presenza. Accanto a me vi era un tizio dai capelli grigi con una polo azzurra della Trion, tutto intento a picchiettare su un Maestro, probabilmente per inviare

qualche e-mail. Era magro, nonostante il ventre prominente, aveva braccia ossute e gomiti nodosi che sbucavano dalla maglietta con le maniche corte, grandi orecchi rossi, una frangia grigia e lunghissime basette grigie. Portava le lenti bifocali. Se avesse indossato una T-shirt diversa, con ogni probabilità avrebbe avuto uno di quegli astucci di plastica che si infilano nel taschino per riporvi le penne. Mi ricordava un insignificante ingegnere vecchio stampo dell'epoca dei calcolatori Hewlett-Packard. Aveva i denti piccoli e marroni, come se masticasse il tabacco. Doveva essere Phil Bohjalian, il matusa, anche se dopo la descrizione di Mordden mi aspettavo quasi che usasse la pergamena e la penna d'oca. Continuava a lanciarmi occhiate nervose e furtive. Noah scivolò piano nella stanza e aprì il suo notebook in fondo al tavolo senza salutare me né nessun altro. Entrarono altre persone che ridevano e chiacchieravano. Ormai eravamo una decina. Chad finì di scrivere e posò la sua roba sulla sedia vuota accanto a me dandomi una pacca sulla spalla. «Sono lieto che tu sia dei nostri» disse. Nora Sommers si schiarì la gola e, dopo essersi alzata, si avvicinò alla lavagna. «Bene, perché non iniziamo? Innanzi tutto, vorrei presentare il nostro ultimo acquisto a chi non ha ancora avuto il privilegio di conoscerlo. Benvenuto, Adam Cassidy.» Agitò le unghie scarlatte nella mia direzione, e tutte le teste si voltarono. Sorrisi umilmente abbassando il capo. «Siamo stati molto fortunati a soffiare Adam alla Wyatt, dove è stato uno dei principali ideatori del Lucid. Ci auguriamo che infonda un po' della sua magia al Maestro.» Sorrise beata. Chad prese la parola guardando da una parte all'altra come se stesse rivelando un segreto. «Questo ragazzaccio è un genio, gli ho già parlato, quindi tutto quel che avete sentito è vero.» Si girò verso di me spalancando gli occhioni azzurri e mi strinse la mano. «Come tutti ben sappiamo, il Maestro sta incontrando parecchia resistenza» proseguì Nora. «Tutta la Trion è contro di noi, e non c'è bisogno che faccia dei nomi.» Vi fu un sommesso ridacchiare. «Abbiamo una scadenza incombente e piuttosto impegnativa: una presentazione per il signor Goddard in persona, durante la quale ci batteremo per conservare la linea Maestro. Questo non è un semplice aggiornamento funzionale dello staff né una semplice riunione di controllo. È una questione di vita o di morte. I nostri nemici vogliono vederci sulla sedia elettrica, e noi chiederemo una sospensione della pena. Tutto chiaro?»

Si guardò intorno con aria minacciosa, accertandosi che le teste annuissero con deferenza. Poi si voltò e cancellò con un po' troppa violenza la prima voce dell'ordine del giorno usando un pennarello viola. Girandosi di nuovo, porse una pila di fogli graffettati a Chad, che cominciò a distribuirli a destra e a sinistra. Sembrava una sorta di capitolato tecnico, la definizione o il protocollo di un prodotto, qualcosa di simile, ma il nome dell'articolo, che sarebbe dovuto essere sulla prima pagina, era stato cancellato. «Ora» continuò «vorrei fare un esercizio... una dimostrazione, se volete. Forse alcuni di voi riconosceranno questo protocollo e, se è così, non fiatate. Poiché dobbiamo rinnovare il Maestro, voglio che pensiamo tutti fuori dagli schemi per un paio di minuti, e vorrei chiedere al nostro nuovo astro di dare un'occhiata a questo e comunicarci la sua impressione.» Guardava dritto verso di me. Sfiorandomi il petto, domandai stupidamente: «Io?». «Lei» confermò sorridendo. «Le mie... impressioni?» «Esatto. Sì o no? Semaforo verde o semaforo rosso per questo progetto? Lei, Adam, è il custode di questo prodotto. Ci dica che cosa ne pensa. Lo appoggiamo oppure no?» Lo stomaco mi si chiuse, e il cuore prese a battermi all'impazzata. Cercai di controllare la respirazione, ma mi sentii avvampare mentre sfogliavo le pagine. Il testo era incomprensibile. Non avevo la più pallida idea di che cosa parlasse. Udivo lievi rumori nervosi nel silenzio: Nora che apriva e chiudeva il tappo dell'Uni-Posca facendolo scricchiolare, qualcuno che giocherellava con la piccola cannuccia flessibile del succo di mela Minute Maid spingendola dentro e fuori del cartone con un cigolio. Annuii piano e con aria saccente mentre scorrevo il documento, tentando di non sembrare un cervo colto di sorpresa dai fari di un'auto, immagine che descrive alla perfezione il mio stato d'animo. C'era qualche frase astrusa sull'«analisi dei segmenti di mercato» e sulla «stima approssimativa delle opportunità di vendita». Accidenti. Mi ronzava nella testa l'esasperante sigla di Chi vuol essere milionario. Scricchiolii e cigolii. «Ebbene, Adam? Sì o no?» Annuii di nuovo, cercando di apparire insieme affascinato e divertito. «Mi piace» dichiarai. «Non è niente male.» «Mmh» fece Nora. Si udì qualche debole risatina. Stava succedendo qualcosa. La risposta sbagliata, supposi, ma ormai non potevo più cam-

biarla. «Ascolti» aggiunsi «esaminando solo la definizione prodotto, naturalmente è difficile esprimersi...» «È tutto quello di cui disponiamo al momento» mi interruppe. «Allora? Sì o no?» Tergiversai. «Ho sempre creduto nell'audacia» continuai. «Sono incuriosito. Mi piacciono il fattore forma, le specifiche del riconoscimento calligrafico... visti il modello d'uso e le opportunità di vendita, andrei avanti, almeno fino al prossimo controllo.» «Ah» disse Nora. Un lato della bocca le si sollevò in un ghigno malvagio. «E pensare che i nostri amici di Cupertino non hanno nemmeno avuto bisogno della saggezza di Cassidy per approvare questa schifezza. Adam, questo è il capitolato dell'Apple Newton. Una delle maggiori bombe che Cupertino abbia mai lanciato. Lo sviluppo gli è costato oltre cinquecento milioni di dollari e poi, quando il prodotto è stato messo in commercio, hanno perso sessanta milioni l'anno.» Altre risatine. «Ma ha sicuramente fornito parecchio materiale a Jay Leno e al suo programma di satira politica nel 1993.» Avevano smesso di guardarmi. Chad si mordicchiava l'interno della guancia con aria grave. Mordden pareva essere in un altro mondo. Avrei voluto staccare la testa a Nora Sommers, ma preferii tacere. Nora guardò la tavolata, passando da un viso all'altro, le sopracciglia inarcate. «Ecco qui una lezione interessante. Dovete sempre andare a fondo, guardare oltre le strombazzate pubblicitarie, non fermarvi mai alla carrozzeria. E credetemi, quando gli faremo la nostra presentazione tra due settimane, Jock Goddard non si fermerà alla carrozzeria. Cerchiamo di tenerlo a mente.» Sorrisi cortesi tutt'intorno: tutti sapevano che Goddard era un fanatico delle auto, un patito dei motori. «Bene» continuò Nora. «Credo di avervi dimostrato la mia tesi. Passiamo oltre.» Sì, pensai. Passiamo oltre. Benvenuto alla Trion. Hai dimostrato la tua tesi. Provai una sensazione di vuoto alla bocca dello stomaco. In che razza di pasticcio mi ero cacciato? Capitolo 15 L'incontro tra mio padre e Antwoine Leonard non andò molto bene. Be',

a dire il vero, fu una catastrofe totale e assoluta. Mettiamola così: Antwoine incappò in una notevole resistenza. Niente sinergia. Niente incastro strategico. Giunsi all'appartamento di papà subito dopo aver finito la mia prima giornata alla Trion. Parcheggiai l'Audi in fondo all'isolato, perché sapevo che, quando non guardava la TV da trentasei pollici, mio padre spiava sempre dalla finestra, e non volevo che mi seccasse riguardo all'auto nuova. Anche se gli avessi raccontato che avevo ottenuto un sostanzioso aumento o qualcosa di simile, avrebbe trovato il modo di dare la sua interpretazione distorta della faccenda. Arrivai appena in tempo per vedere Maureen che trascinava una grossa valigia di nylon nero verso un taxi. Aveva le labbra serrate e indossava la sua tenuta «elegante»: un tailleur pantalone verde limetta con un'orgia di fiori e frutti tropicali dappertutto e un paio di scarpe da tennis immacolate. Essendo riuscito a intercettarla proprio mentre urlava al tassista di mettere la valigia nel bagagliaio, le porsi l'ultimo assegno (che comprendeva un generoso bonus per risarcirla del dolore e della sofferenza), la ringraziai profusamente per il fedele servizio e cercai persino di darle un formale bacetto sulla guancia, ma girò la testa. Quindi sbatté la portiera, e l'auto si allontanò. Povera donna. Non mi era mai piaciuta, ma non potevo fare a meno di rammaricarmi per la tortura che mio padre le aveva inflitto. Quando entrai, papà stava guardando Dan Rather, anzi sbraitava contro Dan Rather. Disprezzava tutti i conduttori televisivi, e non era gradevole ascoltare le sue tirate sui «perdenti» della TV via cavo. Gli unici programmi di suo gusto erano quelli in cui supponenti presentatori di destra tormentavano gli ospiti, cercando di farli incazzare, di fargli salire la schiuma alla bocca. All'epoca era quello il suo divertimento. Indossava una di quelle canottiere bianche che mi fanno sempre venire la pelle d'oca. Le associavo a brutti momenti della mia infanzia: ne portava una ogni volta che mi «rimetteva in riga» da bambino. Rammentavo ancora, nitida come un'istantanea, l'occasione in cui, quando avevo otto anni, avevo rovesciato accidentalmente la Fanta sulla sua Barcalounger e lui canottiera a righe macchiata, volto rosso e sudato - mi aveva preso a cinghiate strepitando: «Hai visto che cosa mi hai fatto fare?». Un ricordo tutt'altro che piacevole. «Quando arriva questa nuova persona?» mi chiese. «È già in ritardo, o sbaglio?»

«Non ancora.» Poiché Maureen si era rifiutata di trattenersi anche solo un minuto per spiegare ad Antwoine i suoi compiti, purtroppo non vi sarebbe stata alcuna sovrapposizione. «Perché sei così in ghingheri? Assomigli a un impresario di pompe funebri... mi rendi nervoso.» «Te l'ho detto, oggi ho iniziato un nuovo lavoro.» Tornò a voltarsi verso Rather, scuotendo la testa disgustato. «Ti hanno dato il benservito, eh?» «La Wyatt? No, sono stato io ad andarmene.» «Hai cercato di vivere di rendita come sempre, e ti hanno buttato fuori. So come funzionano queste cose. Riconoscono un perdente a un chilometro di distanza.» Trasse un paio di respiri affannosi. «Tua madre ti ha sempre viziato. Come con l'hockey... se ti fossi impegnato, saresti potuto diventare un professionista.» «Non ero poi così bravo, papa.» «Un pretesto comodo, vero? Rende tutto più facile. Ecco dove ho sbagliato... ti ho iscritto a quel college costoso perché potessi passare il tempo a divertirti con le tue puttanelle.» Aveva ragione solo in parte, naturalmente: all'università avevo lavorato per mantenermi agli studi. Ma ricordasse pure quel che voleva ricordare. Si girò verso di me, gli occhi piccoli e lucenti iniettati di sangue. «Dimmi, dove sono adesso le tue puttanelle, eh?» «Io sto bene, papà» risposi. Era nel bel mezzo di una delle sue crisi isteriche, ma per fortuna il campanello suonò, e io quasi corsi ad aprire. Antwoine era puntualissimo. Indossava una tuta azzurra che lo faceva sembrare un infermiere o un inserviente. Mi domandai dove l'avesse scovata, visto che, a quanto ne sapevo, non aveva mai lavorato in ospedale. «Chi è quello?» gridò mio padre con voce roca. «È Antwoine» spiegai. «Antwoine? Che razza di nome è Antwoine? Hai preso un finocchio francese?» Ma, essendosi già voltato verso il nero sulla porta d'ingresso, aveva assunto un colorito violaceo. Strizzò gli occhi, la bocca spalancata per l'orrore. «Gesù... Cristo!» imprecò ansimando forte. «Come va?» chiese Antwoine stritolandomi la mano. «Così questo deve essere il famoso Francis Cassidy» aggiunse avvicinandosi alla poltrona. «Io sono Antwoine Leonard. Piacere di conoscerla, signore.» Parlò in un baritono profondo e gradevole. Mio padre continuò a fissarlo ansando. «Adam, devo parlarti, subito» balbettò alla fine.

«Certo, papà.» «No... di' ad Antwoine o come diavolo si chiama di uscire, di lasciarci soli.» Perplesso, Antwoine mi guardò senza sapere che cosa fare. «Perché non porta la sua roba in camera?» suggerii. «È la seconda porta a destra. Può iniziare a disfare le valigie.» Antwoine attraversò il corridoio con due sacche di nylon. Papà non aspettò nemmeno che fosse uscito dalla stanza prima di sbottare: «Primo, non voglio che sia un uomo a prendersi cura di me, capito? Trovami una donna. Secondo, non voglio un nero qui. Sono inaffidabili. Che cosa ti è saltato in mente? Avevi intenzione di mollarmi con Leroy? Insomma, guarda il tuo amico, i tatuaggi, le treccine. Non voglio un tipo del genere in casa mia. È forse chiedere troppo?». Ansimava più che mai. «Come puoi portarmi un nero dopo tutti i problemi che ho con quei maledetti ragazzini dei quartieri popolari impazienti di intrufolarsi nel mio appartamento?» «Sì, ma se ne vanno appena capiscono che qui non c'è niente da rubare.» Tenevo la voce bassa, ma ero incazzato. «Primo, papà, non abbiamo altra scelta, perché le agenzie non vogliono più nemmeno avere a che fare con noi, viste tutte le persone che si sono licenziate, okay? Secondo, io non posso restare con te perché lavoro tutto il giorno, ricordi? Terzo, non hai dato a quel tale neppure una possibilità.» Rientrando dal corridoio, Antwoine si avvicinò a mio padre con aria quasi minacciosa, ma parlò piano e con dolcezza. «Signor Cassidy, se vuole che me ne vada, me ne vado. Diamine, me ne vado subito, non c'è problema. Non rimango dove non mi vogliono. Non ho così tanto bisogno di un lavoro. Purché il mio funzionario di sorveglianza sappia che ho cercato seriamente di trovare un posto, va tutto bene.» Papà fissava la TV, uno spot dei Tena Lady, con una vena che gli pulsava sotto l'occhio sinistro. Avevo già visto quell'espressione, di solito quando strapazzava qualcuno, e faceva davvero cagare sotto. Costringeva i suoi giocatori di football a correre finché qualcuno vomitava, e chi si rifiutava di continuare si beccava la Faccia. Ma con me l'aveva usata tante volte che ormai aveva perso il suo potere. Ora si girò e la rivolse ad Antwoine, che senza dubbio aveva visto di molto peggio in galera. «Hai detto "funzionario di sorveglianza"?»; «Ha sentito bene.» «Sei un maledetto galeotto?»

«Un ex galeotto.» «Che cosa diavolo credi di fare?» chiese mio padre puntando gli occhi su di me. «Stai tentando di uccidermi prima che lo faccia la malattia? Guardami, riesco a malapena a muovermi, e tu mi lasci a casa da solo con un dannato galeotto?» Antwoine non sembrava nemmeno irritato. «Come ha detto suo figlio, qui non ci sarebbe niente da rubare, neanche se volessi» affermò pacato, gli occhi assonnati. «Almeno mi dia un po' di fiducia; se volessi combinare qualcosa di illegale, non accetterei un lavoro qui.» «Hai sentito?» ansò papà furibondo. «Hai sentito?» «Inoltre, se resto, io e lei dobbiamo chiarire un paio di cosette.» Antwoine annusò l'aria. «Sento puzza di fumo, e deve smetterla subito con quella robaccia. È stata quella merda a ridurla così.» Allungò una mano enorme e diede un colpetto al bracciolo della Barcalounger. Si aprì uno scomparto che non avevo mai visto, e un pacchetto di Marlboro rosso e bianco ne sbucò fuori come un pupazzo a molla. «Lo sapevo. Anche mio padre le nascondeva sempre lì.» «Ehi!» tuonò papà. «È inaudito!» «E comincerà a fare un po' di esercizio. Le si stanno atrofizzando i muscoli. Il suo problema non sono i polmoni, sono i muscoli.» «Ti ha dato di volta il cervello?» chiese papà. «Ha una malattia respiratoria, deve fare un po' di movimento. Ormai non si può più fare niente per i polmoni, quelli sono andati, ma possiamo fare qualcosa per i muscoli. Inizieremo con qualche sollevamento delle gambe sulla poltrona, poi cammineremo per un minuto. Il mio vecchio aveva un enfisema, e io e mio fratello...» «Di' a questo grosso... negro tatuato» interloquì mio padre tra un ansito e l'altro «di portare la sua roba... fuori da quella stanza... e di portare le chiappe fuori da casa mia!» Stavo per perdere il controllo. Ero reduce da una giornataccia, avevo i nervi a fior di pelle, e da mesi e mesi mi facevo il culo per trovare qualcuno che si occupasse di mio padre, sostituendo le badanti quando le costringeva a dimettersi, una lunga sfilata, un'immensa perdita di tempo. E lui come mi ricambiava? Liquidando l'ultimo arrivato, che - lo ammetto - non era il candidato ideale, ma era l'unico disponibile. Avrei voluto cantargliele, dirgliene quattro, ma non ci riuscii. Non fui capace di inveire contro mio padre, questo vecchio patetico e moribondo con un enfisema allo stadio terminale. Così mi trattenni, a rischio di scoppiare.

Prima che potessi replicare, Antwoine si rivolse a me. «È stato suo figlio ad assumermi, quindi credo sia l'unico che possa licenziarmi.» Scossi la testa. «Non sarà così fortunato, Antwoine. Non se ne andrà di qui... tanto facilmente. Perché non si mette al lavoro?» Capitolo 16 Avevo bisogno di far sbollire la rabbia. Era troppo: la figuraccia fatta con Nora Sommers, l'impossibilità di mandarla a fare in culo, la certezza di non poter sopravvivere alla Trion abbastanza a lungo da rubare anche solo una puntina da disegno, la sensazione generale di non essere all'altezza. E poi, la ciliegina sulla torta: mio padre. Reprimere la collera, trattenermi dal dargli una bella strigliata (crepa, maledetto vecchiaccio ingrato!), mi consumava dentro. Così mi recai all'Alley Cat, sapendo che Seth era di turno quella sera. Volevo soltanto sedere al bancone e sbronzarmi gratis. «Ehi, amico» mi salutò, felice di vedermi «il primo giorno nel posto nuovo, eh?» «Sì.» «È stato così pesante?» «Non voglio parlarne.» «Wow, dev'essere andata davvero male.» Mi versò uno scotch come se fossi un vecchio ubriacone, un cliente fisso. «Belli i capelli, amico. Non dirmi che hai alzato il gomito e ti sei svegliato con quel taglio.» Lo ignorai. Lo scotch mi diede subito alla testa. Non avevo cenato ed ero stanco. Ora sì che stavo meglio. «Come mai è stata tanto dura, amico? Era il tuo primo giorno, di solito ti mostrano dov'è il bagno e roba del genere, giusto?» Alzò gli occhi verso la partita di basket alla TV, poi tornò a guardami. Gli raccontai di Nora Sommers e del suo astuto trucchetto con l'Apple Newton. «Che stronza, eh? Perché ha calcato così tanto la mano? Che cosa si aspettava? Sei nuovo, non sai niente, esatto?» Scossi la testa, «No, lei...» All'improvviso mi accorsi di aver omesso una parte fondamentale della storia, la parte secondo cui tutti mi credevano una superstar della Wyatt Telecom. Merda. L'aneddoto aveva senso solo se sapevi che quella megera aveva tentato di farmi abbassare la cresta. Avevo il cervello ottenebrato. Rimediare a questa piccola svista mi sembrava un o-

stacolo insormontabile, come scalare l'Everest o attraversare l'Atlantico a nuoto. Avevo già messo un piede in fallo. Ero annebbiato ed esausto. Per fortuna, un avventore aveva attirato l'attenzione di Seth con un cenno. «Scusa, amico, è la serata degli hamburger a metà prezzo» annunciò mentre andava a prendere un paio di birre per qualcuno. Mi ritrovai a pensare alle persone conosciute quel giorno - al «cast», come l'aveva chiamato l'eccentrico Noah Mordden -, che ora presero a sfilarmi nella testa diventando sempre più grottesche. Volevo sfogarmi con qualcuno, ma non potevo. Volevo soprattutto "alleggerirmi", parlare di Chad e Phil Vattelapesca, il matusa. Volevo raccontare a qualcuno della Trion e del mio avvistamento di Jock Goddard in mensa, ma non potevo perché non ricordavo fino a dove arrivasse la Grande Muraglia, quale parte della storia non dovessi rivelare a nessuno. L'ebbrezza dello scotch cominciò ad attenuarsi, e questa sommessa nota di inquietudine, una nota in sordina, diventò pian piano più intensa, più acuta, come il segnale di ritorno di un microfono, stridulo e assordante. Quando tornò, Seth aveva ormai dimenticato di che cosa stavamo discutendo. Come la maggior parte degli uomini, tende infatti a concentrarsi più su di sé che sugli altri. Salvato dal narcisismo maschile. «Dio, le donne vanno matte per i baristi» osservò. «Come mai?» «Non lo so, Seth. Magari è colpa tua.» Inclinai il bicchiere vuoto verso di lui. «Senza dubbio. Senza dubbio.» Mi versò qualche altro dito di scotch aggiungendo un po' di ghiaccio. Con voce bassa e misteriosa, appena udibile tra gli schiamazzi e la TV a tutto volume, proseguì: «Il proprietario dice che le mie dosi non vanno bene. Mi obbliga a usare il misurino e mi fa esercitare di continuo. "Versami un bicchiere! Troppo! Mi manderai in rovina!"». «Secondo me, le tue dosi vanno benissimo» lo rassicurai. «Sai, in teoria dovrei presentarti il conto.» «Fai pure. Adesso guadagno soldi a palate.» «No, non preoccuparti, possiamo offrire quattro drink omaggio ogni sera. Tu pensi di passartela male al lavoro. Allo studio, il mio capo me ne dice di tutti i colori solo perché arrivo con dieci minuti di ritardo.» Scossi la testa. «Insomma, Shapiro non sa usare la fotocopiatrice. Non sa inviare un fax. Non sa nemmeno fare una ricerca con Lexis-Nexis. Sarebbe spacciato senza di me.»

«Forse vuole affibbiare i compiti noiosi a qualcun altro.» Sembrava che non mi avesse sentito. «Ti ho raccontato della mia ultima trovata?» «No.» «Tieniti forte... i jingle!» «Eh?» «I jingle! Guarda... come quello!» Indicò il televisore, il mediocre spot a buon mercato di un'azienda di materassi con una stupida e irritante canzoncina che veniva trasmessa senza sosta. «Allo studio legale ho conosciuto un tizio che lavora per un'agenzia pubblicitaria e mi ha spiegato tutto quanto. Mi ha detto che può fissarmi un'audizione con una società come la Megamusic, la Crushing o la Rocket. Secondo lui, il modo più semplice per sfondare è scriverne uno.» «Non sai neppure leggere la musica, Seth.» «Non la sa leggere nemmeno Stevie Wonder. Ascolta, molte persone di talento non sanno leggere la musica. Insomma, quanto tempo occorre per imparare un motivetto da trenta secondi? Il ragazzo che fa l'ultimo spot della Coca-Cola, quel tipo mi ha detto che non sa leggere la musica, ma ha la voce!» Una donna seduta al bancone accanto a me chiese a Seth: «Che tipo di vino avete?». «Bianco, rosso e rosato» rispose lui. «Quale posso servirle?» La cliente optò per il bianco, e lui glielo versò in un bicchiere da acqua. Poi tornò da me. «Ma cantando puoi fare i soldi. Devo solo mettere insieme una cassetta, un CD, ed entro breve mi farò un nome... dipende tutto dalle conoscenze. Mi segui? Niente lavoro, un sacco di quattrini.» «Sembra fantastico» dissi senza sufficiente entusiasmo. «Non ci credi?» «No, sembra fantastico, davvero» ripetei con un po' più di convinzione. «Una grande idea.» Negli ultimi due anni, io e Seth avevamo parlato spesso di come arricchirci senza sforzo, di come lavorare il meno possibile. Gli piaceva quando gli raccontavo come mi gingillassi alla Wyatt, come trascorressi le ore in Internet leggendo riviste satiriche o consultando siti web quali BoredAtWork.com, ILoveBacon.com o FuckedCompany.com. I miei preferiti erano quelli che avevano un pulsante «boss» su cui cliccare quando il capo ti passava accanto, un pulsante capace di far scomparire la roba divertente e richiamare il noioso foglio elettronico di Excel che stavi esaminando. Eravamo entrambi orgogliosi della poca fatica che facevamo.

Ecco perché Seth amava il suo posto da paralegale: perché gli consentiva di ricoprire un ruolo secondario, di non essere quasi mai soggetto a controlli, di essere cinico e di disinteressarsi al mondo del lavoro. Mi alzai per andare a pisciare e al ritorno acquistai un pacchetto di Camel classiche a un distributore automatico. «Ancora questa merda?» mi rimproverò Seth spiandomi mentre strappavo la plastica dalla confezione. «Sì, sì» risposi con un tono che significava: «Lasciami in pace». «Non venire a chiedermi aiuto per trascinarti dietro la bombola dell'ossigeno.» Estrasse un bicchiere ghiacciato dal freezer e vi versò un po' di vermut. «Guarda qua.» Si lanciò la bottiglia sopra la spalla, quindi aggiunse un po' di gin Bombay Sapphire. «Questo sì che è un martini perfetto!» Mentre preparava i martini e li serviva, ingollai una lunga sorsata di scotch godendomi il bruciore dell'alcol in fondo alla gola. Adesso cominciava davvero a fare effetto. Mi sentivo un po' instabile sullo sgabello. Bevevo come la proverbiale spugna. Nora Sommers, Chad Pierson e tutti gli altri avevano iniziato a indietreggiare, a rimpicciolire, ad assumere un'aura innocua, caricaturale, da personaggi dei fumetti. Avevo avuto un primo giorno di merda, che cosa c'era di tanto strano? Tutti si sentivano pesci fuor d'acqua quando arrivavano in un posto nuovo. Ero bravo, dovevo tenerlo a mente. Se non fossi stato tanto bravo, Wyatt non mi avrebbe mai scelto per la sua missione. Ovviamente, lui e la sua consigliera Judith non avrebbero perso tempo con me se non avessero pensato che potessi farcela. Si sarebbero limitati a licenziarmi e a buttarmi in pasto al sistema legale. Sarei stato messo a pecorina sul letto a castello del Marion. Il whisky alimentò una piacevole ondata di sicurezza che sconfinava nella megalomania. Ero stato paracadutato nella Germania nazista, munito solo di razioni K e di una radio a onde corte, e il successo degli Alleati, anzi il destino della civiltà occidentale, dipendeva soltanto da me. «Oggi ho visto Elliot Krause in centro» mi informò Seth. Lo guardai dubbioso. «Elliot Krause? Rammenti? Elliot-Port-O-San?» Il mio tempo di reazione si era allungato; mi ci vollero alcuni secondi, ma poi scoppiai a ridere. Non sentivo nominare Elliot Krause da anni. «È socio di uno studio legale, naturalmente.» «Specializzato in... diritto ambientale, giusto?» replicai sputando un sorso di scotch che mi era andato di traverso. «Ricordi la sua faccia?»

«Lascia perdere la faccia, ricordi i suoi pantaloni?» Ecco perché mi piaceva frequentare Seth. Comunicavamo con il codice Morse, cogliendo uno le allusioni dell'altro, tutte battute per pochi iniziati. Il passato comune ci aveva regalato una lingua segreta, come quella che i gemelli usano per comunicare da neonati. Un'estate, ai tempi delle superiori, Seth aveva lavorato come tuttofare in uno spocchioso tennis club durante un importante torneo internazionale e mi aveva fatto entrare gratis di nascosto. Avevano montato alcune «toilette portatili» a noleggio per gli spettatori (si chiamavano Handy House, Port-O-San, Johnny On the Job o qualcosa del genere, l'ho dimenticato), quei cosi che assomigliano a grandi e vecchi frigoriferi. Il secondo o il terzo giorno erano ormai piene, ma il personale della Handy House non si era preso la briga di pulirle, e il tanfo era insopportabile. Odiavamo entrambi quel bellimbusto di Elliot Krause, in parte perché aveva soffiato la ragazza a Seth e in parte perché ci disprezzava a causa delle nostre umili origini. Dopo essersi presentato al circolo con un maglione da finocchio, calzoni di tela olona bianca e la ragazza di Seth sotto il braccio, aveva commesso l'errore di andare a cagare in una delle Handy House. Seth, che in quel momento stava spazzando, l'aveva visto e mi aveva rivolto un sorriso maligno. Era corso alla toilette e aveva bloccato la maniglia con il manico della scopa, mentre io e il nostro amico Flash Flaherty iniziavamo a dondolare la cabina avanti e indietro. «Ehi! Ehi! Che cosa diavolo sta succedendo?» strillava Elliot tra lo sciabordio dell'indicibile contenuto della latrina. Alla fine avevamo ribaltato quel coso, con Elliot intrappolato all'interno. Non voglio pensare alla roba in cui quel poveretto si era ritrovato a galleggiare. Seth aveva perso il lavoro, ma aveva dichiarato che ne era valsa la pena: avrebbe pagato profumatamente solo per il privilegio di vedere Elliot Krause uscire con i pantaloni ormai tutt'altro che candidi, in preda a un attacco di vomito e coperto di escrementi. A quel punto, rammentando Elliot Krause che si rimetteva gli occhiali chiazzati di merda sulla faccia imbrattata di merda mentre usciva incespicando dall'Handy House, risi così forte da perdere l'equilibrio e ruzzolare sul pavimento. Giacqui lì per un paio di secondi, incapace di alzarmi. La gente mi si affollò intorno, teste gigantesche che si chinavano su di me domandandomi se stessi bene. Ero sbronzo. Vedevo tutto sfocato. Per qualche strano motivo, a un tratto mi balenò nella mente l'immagine di mio padre e di Antwoine Leonard, e il pensiero mi parve tanto buffo che non riuscii a smettere di ridere. Sentii qualcuno che mi afferrava per la spalla, e qualcun altro per il go-

mito. Seth e un altro tipo mi accompagnarono fuori. Sembrava che tutti gli occhi fossero puntati su di me. «Mi dispiace, amico» mi scusai avvertendo un'ondata di vergogna. «Grazie. La mia auto è qui.» «Non sei in condizioni di guidare, caro mio.» «È qui» insistetti debolmente. «Quella non è la tua macchina. È un'Audi o qualcosa di simile.» «È la mia» ribadii sottolineando l'affermazione con una vigorosa scrollata del capo. «Audi... A6, credo.» «Che fine ha fatto il tuo macinino?» Scossi la testa. «Auto nuova.» «Accidenti, con questo lavoro guadagni molto di più?» «Sì» risposi. Quindi mi affrettai a farfugliare: «Non poi così tanto». Seth fischiò per fermare un taxi, e mi ci spinsero dentro. «Ti ricordi dove abiti?» mi domandò. «Dai» dissi. «Certo che me lo ricordo.» «Vuoi un caffè per farti passare un po' la sbornia?» «No» rifiutai. «Devo dormire. Domani lavoro.» Seth rise. «Non ti invidio, amico» disse. Capitolo 17 A notte fonda il mio cellulare squillò perforandomi i timpani, solo che non era notte fonda. Intravidi un raggio di luce attraverso le stecche della tapparella. La sveglia indicava le cinque e mezzo... del mattino? Del pomeriggio? Ero così disorientato da non averne idea. Afferrai il telefono rimpiangendo di non averlo spento. «Pronto?» «Stava ancora dormendo?» chiese una voce incredula. «Chi parla?» «Ha lasciato l'Audi in divieto di sosta.» Arnold Meacham, lo riconobbi subito: il nazista della sicurezza della Wyatt. «Non è sua l'auto, è stata presa in leasing dalla Wyatt Telecommunications, e il minimo che possa fare è trattarla decorosamente... evitare di abbandonarla come un preservativo usato.» Ricordai: la sera prima, la sbronza all'Alley Cat, il tragitto fino a casa, la sveglia che non avevo messo... la Trion! «Oh, merda!» esclamai raddrizzandomi di scatto, lo stomaco che faceva

una capriola. La testa mi pulsava e sembrava enorme, come quella degli alieni di Star Trek. «Abbiamo stabilito regole molto chiare» continuò Meacham. «Basta con le gozzoviglie. Basta con le feste. Deve essere al massimo dell'efficienza.» Parlava più in fretta e con voce più alta del normale? Pareva proprio di sì. Faticavo a stargli dietro. «Lo so» ammisi in tono lugubre. «Come inizio non è dei migliori.» «Ieri è stata una giornata davvero... davvero infernale. Il mio primo giorno, e mio padre...» «Non me ne frega un cazzo. Abbiamo un accordo ben preciso, che lei deve rispettare. Che cosa ha scoperto sul reparto speciale?» «Il reparto speciale?» Buttando le gambe fuori delle lenzuola, sedetti sul bordo del letto massaggiandomi le tempie con la mano libera. «Progetti riservati, nomi in codice. Perché diavolo pensa che l'abbiamo spedita lì?» «No, è troppo presto» risposi. «Troppo prematuro, intendo.» Il mio cervello iniziava pian piano a funzionare. «Mi ci hanno accompagnato ieri. Non mi hanno lasciato solo nemmeno per un attimo. Sarebbe stato troppo rischioso fare qualcosa di sospetto. Non vorrà mica che mandi tutto all'aria il primo giorno.» Tacque per qualche secondo. «Giusto» concesse. «Ma le si dovrebbe presentare un'occasione entro breve, ed esigo che la sfrutti. Voglio un rapporto entro stasera, intesi?» Capitolo 18 All'ora di pranzo cominciai a sentirmi meno rincoglionito e decisi di andare in palestra (pardon, al «centro fitness») per fare un po' di esercizio. Il centro fitness si trovava sul tetto dell'Ala E, in una specie di bolla di sapone, con campi da tennis e ogni genere di cyclette, stepper, vogatore e tapis roulant, tutti dotati di schermi TV/video. Gli spogliatoi avevano una sauna e un bagno turco ed erano spaziosi quanto un circolo sportivo di lusso. Dopo essermi cambiato, stavo per dedicarmi a pesi e macchine quando entrò Chad Pierson. «Eccoti qua» mi salutò. «Come va, amico?» Aprì un armadietto vicino al mio. «Sei venuto per giocare a pallacanestro?» «A dire il vero, volevo...»

«Probabilmente c'è una partita in corso, ti va di giocare?» Esitai per un secondo. «Certo.» Non c'era nessun altro sul campo di basket, perciò aspettammo un paio di minuti, palleggiando e provando qualche tiro. Alla fine Chad propose: «Che cosa ne dici di un uno-contro-uno?». «D'accordo.» «A undici. Chi segna tiene la palla.» «Okay.» «Ascolta, e se scommettessimo qualcosina, eh? Non sono un tipo molto competitivo... magari mi darà un po' di stimolo.» Sì, come no, pensai. Non sei competitivo. «Per esempio, una confezione di birra o roba del genere?» «Dai, amico. Un centone. Cento dollari.» Un centone? Per caso avevamo svaligiato i casinò di Las Vegas come la banda di Ocean's Eleven? «Okay, d'accordo, come vuoi» replicai con riluttanza. Un errore. Chad era bravo, giocava con grinta, e io non avevo ancora smaltito la sbornia. Raggiunse la linea dei tre punti, tirò e fece canestro. Poi, con aria compiaciuta, imitò una pistola con l'indice e il pollice, soffiò via il fumo dalla canna ed esclamò: «Colpito!». Cogliendomi di sorpresa, eseguì alcuni salti in allontanamento e passò subito in vantaggio. Di tanto in tanto faceva un piccolo gesto alla Alonzo Mourning agitando le mani avanti e indietro come un tiratore scelto che maneggia le rivoltelle durante una sparatoria. Era davvero irritante. «A quanto pare, non sei al top della forma, eh?» commentò. La sua espressione era benevola, quasi preoccupata, ma gli occhi gli brillavano di condiscendenza. «Direi di no» replicai. Cercavo di essere gentile, di godermi la partita, di non dargli retta come un coglione, ma iniziava a farmi incazzare. Quando mi impossessai della palla, non ero in sincronia, non avevo ancora preso il ritmo. Sbagliai alcuni tiri, e lui ne bloccò un paio. Ma poi segnai qualche punto, e di lì a poco eravamo sei a tre. Notai che avanzava sempre da destra. Chiuse il pugno ripetendo quella stupida mossa della pistola. Si spinse verso destra, esibendosi in un altro salto in allontanamento. «Canestro!» esultò. Fu allora che premetti una specie di interruttore mentale mettendo in circolazione gli ormoni della competitività. Mi accorsi che Chad continuava

ad avanzare e a lanciare da destra. Evidentemente non sapeva andare a sinistra, non aveva un buon palleggio di sinistro. Così iniziai a chiudergli la destra e a spingerlo dall'altra parte, realizzando un tiro da sotto canestro. Avevo indovinato. Il suo palleggio di sinistro era carente. Sbagliava i tiri da sinistra, e un paio di volte intercettai con facilità i suoi palleggi. Mi piazzavo davanti a lui, quindi saltavo improvvisamente all'indietro e verso destra, obbligandolo a repentini cambi di direzione. Poiché mi limitavo per lo più a spingermi in avanti, Chad doveva aver concluso che non ero abile nei tiri in sospensione. Parve meravigliato quando ne misi a segno uno. «Mi hai imbrogliato» constatò digrignando i denti. «Sai fare i tiri in sospensione, ma adesso ti faccio vedere io.» Iniziai a stuzzicarlo un po'. Finsi di prepararmi per un altro tiro costringendolo a saltare, quindi gli sfrecciai sulla destra. Funzionò così bene che riprovai; Chad era talmente esasperato che la seconda volta andò ancora meglio. Ben presto eravamo pari. Anticipavo le sue mosse. Eseguivo una piccola finta in palleggio, solo un lieve movimento, smarcavo, e lui saltava a sinistra consentendomi di avanzare verso destra. Si innervosiva sempre di più a ogni punto che segnavo. Sfondai e realizzai un tiro da sotto canestro, quindi un salto in allontanamento. Adesso ero in testa, e Chad era affannato e rosso in volto. Non era più in vena di battute impertinenti. Ero in vantaggio, dieci a nove, quando avanzai con decisione per poi fermarmi bruscamente. Chad arretrò barcollando e cadde sul didietro. Me la presi comoda, posizionai bene i piedi e tirai: ciuff. Imitai una pistola con l'indice e il pollice, soffiai via il fumo e, con un largo sorriso affabile, dissi: «Colpito!». Per metà indietreggiando e per metà crollando contro la parete imbottita della palestra, Chad ansimò: «Be', mi hai sorpreso, amico. Giochi meglio di quanto pensassi». Trasse un profondo respiro. «È stato bello. Molto divertente. Ma la prossima volta ti faccio nero, caro mio... ormai conosco la tua strategia.» Sorrise come se stesse solo scherzando e mi posò una viscida mano sudaticcia sulla spalla. «Ti devo cento dollari.» «Figurati. Non mi piace giocare per soldi.» «No, sul serio. Insisto. Comprati una cravatta nuova o qualcosa del genere.» «Niente da fare, Chad. Non intendo accettarli.» «Ti devo...»

«Non mi devi niente, amico.» Riflettei per un istante. Non c'è nulla da cui la gente ami separarsi più dei consigli. «A eccezione forse di una o due dritte su Nora.» Gli occhi gli si illuminarono; ora mi muovevo sul suo terreno. «Ah, lo fa con tutti i novellini. È il suo modo di torturarli, nient'altro. Non è nulla di personale, credimi... ho ricevuto lo stesso trattamento quando sono arrivato qui.» Fu attento a non criticare Nora; sapeva che doveva diffidare di me, che non doveva sbilanciarsi. «Sono grande» lo rassicurai. «Posso sopportarlo.» «Ti sto dicendo che non ce ne sarà bisogno, amico. Ha dimostrato la sua tesi... tu limitati a stare in campana... e adesso passerà oltre. Non l'avrebbe fatto se non pensasse che hai un grosso potenziale. Le piaci. Se non fosse così, non avrebbe lottato per averti nella sua squadra.» «Okay.» Non capivo se mi prendesse in giro oppure no. «Insomma, se vuoi... ecco, la riunione di oggi pomeriggio. Ci sarà anche Tom Lundgren, per rivedere le specifiche del prodotto, giusto? E abbiamo già sprecato intere settimane in cazzute discussioni per cercare di decidere se aggiungere la funzionalità GoldDust.» Alzò gli occhi al cielo. «Non ne posso più. Non voglio nemmeno sentire Nora che parla di quella merda. Comunque, probabilmente non sarebbe male se avessi una qualche opinione sul GoldDust. Non devi concordare con Nora sul fatto che sia tutta una stronzata e un enorme spreco di soldi. L'importante è che tu abbia un'opinione. Le piace il dibattito informato.» Sapevo che il GoldDust era la più grande novità nel settore dell'elettronica al consumo. Era il fantasioso nome scelto da una commissione tecnica per designare una tecnologia di trasmissione wireless a bassa potenza e a corto raggio, utile per collegare un Palm, un Blackberry o un Lucid a un telefono, a un laptop, a una stampante e via discorrendo. Qualsiasi cosa entro una distanza di circa sei metri. Il computer comunica con la stampante, tutto comunica con tutto il resto, e niente cavi antiestetici in cui inciampare. Ci avrebbe liberati tutti quanti dai fili, dai cavi, dalle catene e dalle pastoie. Naturalmente, i genialoidi che avevano inventato il GoldDust non avevano previsto il boom del WiFi 802.11 wireless. Ehi, conoscevo il WiFi ancor prima che Nick mi trascinasse nella marcia della morte di Bataan, e avevo sentito parlare del GoldDust dagli ingegneri della Wyatt, che se ne facevano beffe di continuo. «Sì, alla Wyatt c'era sempre qualcuno che cercava di rifilarcelo, ma abbiamo resistito.»

Scosse la testa. «Gli ingegneri vogliono rendere tutto compatto, a prescindere dal costo. Che cosa gliene frega se il prezzo base aumenta di cinquecento dollari? Comunque, l'argomento salterà fuori senza dubbio. Scommetto che farai un figurone.» «Ma so soltanto quello che ho letto.» «Posso darti una mano alla riunione, sono certo che riuscirai a dire qualcosa. Guadagnare un paio di punti con il capo non fa mai male, giusto?» Chad era traslucido come la carta da ricalco; intravedevi le sue intenzioni. Era una serpe, e sapevo di non potermi fidare, ma cercava di stringere un'alleanza con me, probabilmente nella convinzione che schierarsi con il nuovo talento ed essere mio amico fosse meglio di mostrarsi intimorito, cosa che era senz'altro. «D'accordo, grazie» dissi. «È il minimo che possa fare.» Quando tornai nel mio box, mancava ormai mezz'ora alla riunione, perciò navigai in Internet effettuando qualche frettolosa ricerca sul GoldDust per dare almeno l'impressione di sapere di che cosa stavo parlando. Saltavo tra decine di siti web di vario tipo - alcuni promo industriali e alcuni (come GoldDustGeek.com) gestiti da intellettualoidi ossessionati da questa robaccia - quando avvertii la presenza di qualcuno che mi guardava da sopra la spalla. Era Phil Bohjalian. «Sgobba parecchio, eh?» commentò. «È qui solo da due giorni, e si guardi.» Scosse la testa stupito. «Non lavori troppo o si esaurirà. E poi ci farà sembrare tutti cattivi.» Fece una sorta di risatina, come se avesse recitato la battuta di un musical, e uscì di scena. Capitolo 19 Il gruppo marketing del Maestro si riunì di nuovo nella Corvette, dove tutti sedettero più o meno nelle stesse posizioni, come se avessimo i posti assegnati. Ma questa volta c'era anche Tom Lundgren, che non si era accomodato al tavolo, bensì su una sedia contro la parete in fondo. Poi, poco prima che Nora richiamasse i presenti all'ordine, entrò un Paul Camilletti azzimato come un idolo delle matinée teatrali, con indosso una bitorzoluta giacca pied-de-poule grigio scuro sopra un lupetto nero. Sedette accanto a Lundgren, e la stanza piombò nel silenzio, carica di elettricità, come se qualcuno avesse premuto un interruttore.

Persino Nora appariva un po' nervosa. «Bene» esordì. «Perché non iniziamo? Sono lieta di accogliere Paul Camilletti, il responsabile del nostro settore finanziario... benvenuto, Paul.» Lui abbassò la testa, il genere di gesto che diceva: «Non fate caso a me. Resterò qui in incognito, anonimo, come l'uomo invisibile». «Chi altri c'è oggi? Chi è collegato in teleconferenza?» Una voce uscì dall'altoparlante del telefono: «Ken Hsiao, Singapore». Poi: «Mike Matera, Bruxelles». «Perfetto» osservò Nora «allora siamo al gran completo.» Sembrava emozionata, su di giri, ma era difficile comprendere fino a che punto fosse una simulazione di entusiasmo a favore di Lundgren e Camilletti. «Questo mi pare un buon momento per dare un'occhiata alle previsioni, andare a fondo, capire la nostra situazione. Nessuno di noi vuole sentire il solito ritornello della "marca obsoleta", giusto? Il Maestro non è obsoleto. Non silureremo il patrimonio di marca che la Trion ha accumulato in questa linea di prodotti solo per amore della novità. Credo che su questo siamo tutti d'accordo.» «Nora, sono Ken.» «Sì, Ken?» «Mmh, devo dire che qui avvertiamo un po' di pressione da parte del Palm, del Sony e del Blackberry, soprattutto nell'Area industriale. Gli ordini anticipati per il Maestro Gold nel Pacifico asiatico sono un po' fiacchi.» «Grazie, Ken» si affrettò a interromperlo Nora. «Kimberly, che cosa ne pensi della sovrapposizione dei canali?» Kimberly Ziegler, tesa e pallida con una testa di ricci indomiti e occhiali dalla montatura di corno, alzò lo sguardo. «Devo dire che mi sono fatta un'idea diversa da quella di Ken.» «Davvero? In che senso?» «Ecco, ho notato una vantaggiosa differenziazione dei prodotti. Abbiamo un prezzo base migliore dei dispositivi avanzati Sony e Blackberry per l'invio di pagine di testo. È vero che la marca è un po' superata, ma il potenziamento del processore e della memoria flash aggiungeranno parecchio valore. Quindi credo che terremo duro, soprattutto nei mercati verticali.» Un fiasco, pensai. «Eccellente» esultò Nora. «Buono a sapersi. Sarei anche interessata al feedback riguardante il GoldDust...» Scorse l'indice di Chad che si allungava nell'aria. «Sì, Chad?»

«Penso che Adam abbia una o due osservazioni da fare sul GoldDust.» Nora si voltò verso di me. «Fantastico, sentiamo» mi incoraggiò come se mi fossi appena offerto volontario per suonare il pianoforte. «Il GoldDust?» esordii con un sorrisetto compiaciuto. «Comparso nel 1999, vero? Il Betamax del wireless. Appartiene alla stessa categoria della New Coke, della fusione a freddo, del football estremo e dell'utilitaria Yugo.» Vi fu qualche risolino di approvazione. Nora mi fissava attenta. «I problemi di compatibilità sono così grossi che non voglio nemmeno farvi cenno. Insomma, la mancanza di un codice standardizzato, il fatto che i dispositivi abilitati per il GoldDust funzionino solo con dispositivi del medesimo produttore... la Philips continua a ripetere che metterà in commercio una nuova versione standardizzata del GoldDust... sì, certo, forse quando tutti parleremo esperanto» proseguii. Altre risate, anche se notai di sfuggita che circa metà dei presenti restavano impassibili. Tom Lundgren mi guardava con un buffo sorriso storto, la gamba destra che andava su e giù come un martello pneumatico. Ormai ero partito in quarta, ci avevo preso gusto. «Insomma, la velocità di trasferimento è... vediamo... inferiore a un megabit al secondo? Davvero patetico. Meno di un decimo del WiFi. È roba antiquata. E non parliamo nemmeno di quanto sia facile da intercettare... zero sicurezza.» «Giusto» sussurrò qualcuno, ma non riuscii a individuare chi fosse. Mordden aveva un sorriso a trentadue denti. Phil Bohjalian mi guardava con gli occhi ridotti a fessure, l'espressione criptica, illeggibile. Poi vidi Nora. Era paonazza, con una macchia rossa che le si allargava dal collo alla fronte. «Ha finito?» sbottò. A un tratto mi venne la nausea. Non era la reazione che mi ero aspettato. Per caso mi ero dilungato troppo? «Sì» risposi cauto. Un tizio dai lineamenti indiani seduto di fronte a me domandò: «Perché ne stiamo discutendo ancora? Credevo che avessi preso la tua decisione definitiva la settimana scorsa, Nora. Sembravi convinta che valesse la pena di investire nella nuova funzionalità. Ma allora perché gli addetti al marketing rivangano questa vecchia questione? La faccenda non è sistemata?». «Ehi, dai, ragazzi, lasciate in pace il novellino, okay? Non potete pretendere che sappia tutto. Forza, per ora non sa neppure dove si trova la macchina del caffè» intervenne Chad scrutando la tavolata. «Credo che non dovremmo perdere altro tempo» tagliò corto Nora.

«Ormai ho deciso. Aggiungeremo il GoldDust.» Mi scoccò un'occhiata furibonda. Venti burrascosi minuti dopo, quando la riunione terminò e la gente iniziò a sfollare, Mordden mi diede una pacca rapida e furtiva sulla spalla, un gesto che avrebbe dovuto chiarirmi ogni cosa. Avevo combinato un casino in grande stile. Tutti mi rivolgevano degli sguardi curiosi. «Ah, Nora» disse Paul Camilletti sollevando un dito «ti dispiace fermarti per un secondo? Vorrei riesaminare un paio di dettagli.» Mentre uscivo, Chad mi si avvicinò. «Sembra che non l'abbia presa bene» sussurrò «ma è stato un intervento davvero interessante, amico.» Come no, bastardo. Capitolo 20 Una quindicina di minuti dopo la fine della riunione, Mordden passò dal mio box. «Be', sono colpito» dichiarò. «Davvero?» replicai senza molto entusiasmo. «Certo. Ha più fegato di quanto immaginassi. Sfidare il capo, la terribile Nora, criticando il suo progetto preferito...» Scosse la testa. «La chiami pure tensione creativa, ma deve essere consapevole delle conseguenze delle sue azioni. Nora non dimentica gli affronti. Ricordi che le guardie più crudeli dei campi di concentramento nazisti erano donne.» «Grazie per il consiglio» dissi. «Stia attento ai tenui segni della contrarietà di Nora. Per esempio, le scatole vuote impilate accanto al box. Oppure l'impossibilità di accedere al computer da un momento all'altro. O le Risorse umane che chiedono la restituzione del badge. Ma non tema, la raccomanderanno per benino, e i servizi di ricollocamento della Trion sono gratuiti.» «Già. Grazie.» Mi accorsi di avere un messaggio di posta vocale. Quando Mordden se ne andò, sollevai il ricevitore. Era Nora, che mi chiedeva (no, mi ordinava) di raggiungerla subito nel suo ufficio. Quando arrivai, picchiettava sulla tastiera. Mi rivolse una rapida occhiata obliqua, da lucertola, e tornò a concentrarsi sul computer, ignorandomi per due minuti buoni. Non sapevo che cosa fare. Aveva ricominciato ad arrossire. Era un peccato che la sua pelle la tradisse con tanta facilità.

Finalmente tornò a guardarmi girando la sedia verso di me. Gli occhi le brillavano, ma non di tristezza. Qualcosa di diverso, qualcosa di quasi ferino. «Ascolti, Nora» esordii piano. «Volevo scusarmi per il mio...» Parlò a voce così bassa che faticai a sentirla. «È meglio che sia lei ad ascoltarmi, Adam. Ha già detto abbastanza per oggi.» «Sono stato un idiota...» ripresi. «E fare una simile osservazione davanti a Camilletti, il signor Bilancio consuntivo, il signor Margine di profitto... grazie a lei, ora mi aspetta un accurato controllo dei danni con lui.» «Avrei dovuto tenere la bocca...» «Ha cercato di mettermi in cattiva luce» proseguì «non immagina in che guaio si è cacciato.» «Se avessi saputo...» tentai di dire. «Non ci provi nemmeno. Phil Bohjalian mi ha raccontato di essere passato nel suo box e di averla vista eseguire una febbrile ricerca sul GoldDust prima della riunione, prima della sua bocciatura "spontanea" ed "estemporanea" di questa vitale tecnologia. Mi permetta di dirle una cosa, signor Cassidy. Forse pensa di essere un genio in virtù dei suoi successi alla Wyatt, ma se fossi in lei non mi metterei troppo comodo qui alla Trion. Se non sale sull'autobus, la investiranno. E ricordi le mie parole: ci sarò io al volante.» Rimasi immobile per qualche secondo mentre mi puntava addosso quegli occhi da predatore. Abbassai lo sguardo sul pavimento, quindi lo rialzai. «Ho combinato un bel casino» ammisi «e le devo mille scuse. Evidentemente ho giudicato male la situazione, e con molta probabilità mi sono lasciato influenzare dai miei vecchi pregiudizi della Wyatt Telecom, ma non è una giustificazione. Non succederà più.» «Non ce ne sarà più occasione» replicò pacata. Era più dura di qualunque spietato agente di polizia mi avesse mai fatto segno di accostare. «Capisco» dissi. «Se qualcuno mi avesse informato che la decisione era stata presa, avrei senza dubbio tenuto chiusa la mia boccaccia. Ho dato per scontato che la Trion sapesse della Sony, tutto qui. È stata colpa mia.» «Della Sony?» chiese. «Che cosa significa "sapesse della Sony"?» Gli esperti di intelligence competitiva avevano venduto a Wyatt questo bocconcino, che lui aveva regalato a me affinché lo usassi in un momento critico. Immaginai che salvarmi il culo fosse un momento critico. «Be' stanno accantonando il progetto di incorporare il Gold-Dust in tutti i loro

nuovi palmari.» «Perché?» domandò sospettosa. «L'ultima versione di Microsoft Office non lo supporterà. La Sony ritiene che, incorporando il GoldDust, ci rimetterà milioni di dollari nelle vendite alle imprese, così ha adottato il BlackHawk, il protocollo wireless locale supportato da Office.» «Sul serio?» «Altroché.» «E ne è sicuro? Le sue fonti sono del tutto affidabili?» «Sì, al cento per cento. Ci scommetterei la vita.» «Ci scommetterebbe anche la carriera?» Mi trapassò con gli occhi. «Penso di averlo appena fatto.» «Molto interessante» concluse. «Estremamente interessante, Adam. Grazie.» Capitolo 21 Quella sera mi fermai fino a tardi. Tra le sette e mezzo e le otto l'edificio si svuotò. Dopo cena, persino gli stacanovisti più irriducibili lavoravano da casa collegandosi alla rete della Trion, perciò non vi era più alcun bisogno di fare gli straordinari in ufficio. Alle nove non c'era ormai più nessuno. Le lampade fluorescenti restarono accese tremolando fioche. Da alcune angolazioni, le vetrate sembravano nere; da altre, potevi ammirare la città distesa davanti a te, le luci che sfavillavano, i fari delle auto che sfrecciavano silenziose. Seduto nel mio box, cominciai a ficcanasare nel sito web interno della Trion. Se Wyatt voleva sapere chi fosse stato inserito in un «reparto speciale» avviato negli ultimi due anni, pensavo che avrei dovuto cercare di scoprire chi la Trion avesse assunto negli ultimi due anni o giù di lì. Era un modo come un altro per cominciare. Esistevano molti metodi per consultare il database dello staff, ma il problema era che non sapevo con esattezza chi o che cosa stessi cercando. Dopo un po' lo capii: i codici dipendente. A ogni collaboratore della Trion viene assegnato un codice. Più il numero è basso, prima sei stato assunto. Così, dopo aver scorso alcuni curriculum a casaccio, cominciai a individuare la fascia dei codici corrispondenti alle persone arrivate un paio di anni prima. Per fortuna (almeno dal mio punto di vista), la Trion aveva at-

traversato un periodo davvero fiacco, quindi non ce n'erano molte. Ricavai una lista di qualche centinaio di nuovi assunti (dove «nuovi» si riferiva sempre agli ultimi ventiquattro mesi) e scaricai nomi e profili su un CD. Se non altro, era un inizio. La Trion aveva il suo servizio esclusivo di messaggi istantanei chiamato InstaMail. Funzionava come lo Yahoo Messenger o l'Instant Messenger di America Online: potevi tenere una «lista amici» che indicasse quando i colleghi erano in linea e quando no. Notai che Nora Sommers era collegata. Non era all'interno dell'edificio, ma era on line, il che significava che stava lavorando da casa. Buono a sapersi, perché voleva dire che ora avrei potuto cercare di intrufolarmi nel suo ufficio senza rischiare di essere colto in flagrante. Quel pensiero mi fece serrare le budella come un pugno, ma sapevo di non avere scelta. Arnold Meacham voleva risultati tangibili e immediati. Nora Sommers apparteneva a vari comitati del marketing nuovi prodotti della Trion. Forse era in possesso di informazioni sui nuovi articoli o sulle nuove tecnologie che la società stava sviluppando di nascosto. Valeva almeno la pena di dare un'occhiata da vicino. Con molta probabilità, Nora conservava quei dati sul computer del suo ufficio. La targa sulla porta diceva N. SOMMERS. Trovai il coraggio di provare la maniglia. Bloccata. Non mi sorprese, poiché là dentro Nora teneva importanti documenti riguardanti le Risorse umane. Scrutai la stanza buia, tre metri e mezzo per tre metri e mezzo, attraverso la lastra di cristallo. Non vi era granché e, naturalmente, vi regnava un ordine maniacale. La chiave doveva essere da qualche parte nella scrivania della sua assistente amministrativa. A rigor di termini, la sua assistente amministrativa (Lisa McAuliffe, una donnona sulla trentina, scorbutica e con il sedere grosso) non era solo sua. Ufficialmente, lavorava per tutta l'unità di Nora, me compreso. Solamente i vicepresidenti avevano un'assistente amministrativa, quella era la politica della Trion. Ma era soltanto una formalità. Avevo già intuito che Lisa McAuliffe voleva riservare i suoi servigi solo a Nora e se la prendeva con chiunque osasse mettersi in mezzo. Portava i capelli cortissimi, quasi a spazzola, e indossava tute o pantaloni multitasche. Non avresti mai detto che Nora, sempre elegante e femminile, avesse un'assistente amministrativa come Lisa McAuliffe. Quest'ultima le era però fedelissima; rivolgeva a lei i suoi rari sorrisi e faceva venire la tremarella a tutti gli altri.

Lisa era un'amante dei gatti. Il suo box era zeppo di oggetti che ricordavano i gatti: pupazzi di Garfield, statuette di Felix e compagnia bella. Mi guardai intorno e, non vedendo nessuno, cominciai a frugare nei cassetti della scrivania. Dopo qualche minuto trovai l'anello portachiavi fra il terriccio della sua pianta compatibile con la luce fluorescente, dentro un contenitore di plastica per le graffette. Traendo un profondo respiro, presi le chiavi (dovevano essercene una ventina) e le provai una alla volta. Al sesto tentativo, la porta di Nora si aprì. Premetti l'interruttore, sedetti alla scrivania e accesi il computer. Se fosse arrivato qualcuno all'improvviso, ero preparato. Arnold Meacham mi aveva riempito la testa di strategie (sferra un'offensiva, sii tu a porre le domande), ma quante probabilità vi erano che un addetto alle pulizie spagnolo o portoghese capace a malapena di spiccicare due parole in inglese capisse che ero nell'ufficio di qualcun altro? Perciò mi concentrai sul compito da svolgere. Compito che purtroppo non era semplice. Sullo schermo lampeggiava la scritta NOME UTENTE/PASSWORD. Merda. Un PC protetto da password: avrei dovuto prevederlo. Digitai NSOMMERS; era una regola valida per tutti. Quindi inserii NSOMMERS nello spazio della parola d'ordine. Mi avevano insegnato che il settanta per cento degli individui ne sceglie una identica al nome utente. Ma non Nora. Avevo la sensazione che Nora non fosse il tipo da annotare la password su un Post-it o qualcosa di simile, ma dovevo accertarmene. Controllai nei posti consueti (sotto il tappetino del mouse, sotto la tastiera, dietro il computer, nei cassetti), ma fu tutto inutile. Allora dovetti improvvisare. Provai soltanto SOMMERSI provai la data di nascita, le prime e le ultime sette cifre del suo numero di previdenza sociale, il suo codice dipendente. Una lunga serie di combinazioni. ACCESSO NEGATO. Dopo dieci tentativi mi fermai, presumendo che venissero tutti registrati. Dieci erano già troppi. Di solito la gente non sbaglia più di due o tre volte. Maledizione. Ma esistevano altri modi per scoprire la password. Avevo seguito ore di addestramento, e Meacham mi aveva fornito un'attrezzatura che era quasi a prova di idiota. Non ero un pirata informatico, ma me la cavavo con i computer (abbastanza da cacciarmi in un sacco di guai alla Wyatt, giusto?), e installare la roba che mi avevano dato era un gioco da ragazzi. In sostanza, era un keystroke logger, ossia un programma capace di regi-

strare quanto digitato dall'utente. Può trattarsi di un software o di un vero e proprio dispositivo hardware. Ma dovevi prestare molta attenzione se installavi le versioni software, perché non sapevi mai con quanto rigore venissero monitorati i sistemi di rete aziendali ed era possibile che riuscissero a rilevarle. Arnold Meacham mi aveva pertanto esortato a usare l'apparecchiatura. Mi aveva procurato diversi giocattolini. Uno era un minuscolo accoppiatore per cavi da collegare tra il PC e la tastiera. Non si vedeva nemmeno. Aveva un chip incorporato che registrava e memorizzava fino a due milioni di battute. Dovevi soltanto tornare più tardi per staccarlo dal computer del bersaglio, e avevi un elenco di ciò che l'utente aveva scritto. Nel giro di circa dieci secondi, scollegai la tastiera, la attaccai al piccolo Keyghost e infine inserii quest'ultimo nel PC. Nora non se ne sarebbe mai accorta, e io sarei tornato di lì a un paio di giorni per recuperarlo. Non avevo però intenzione di andarmene a mani vuote. Esaminai la scrivania. Niente di speciale. Trovai la bozza di un'e-mail destinata al team Maestro, una comunicazione che Nora non aveva ancora spedito. «Le mie ultime ricerche di mercato» diceva «dimostrano che, benché il GoldDust sia senza dubbio superiore, Microsoft Office supporterà la tecnologia wireless BlackHawk. Anche se forse sarà una grossa delusione per i nostri eccellenti ingegneri, senza dubbio saremo tutti concordi nell'affermare che sia meglio non nuotare contro la corrente della Microsoft...» Una tipa decisa, Nora, pensai. Speravo con tutto il cuore che Wyatt avesse ragione. C'era ancora l'archivio. Anche in un'azienda high-tech come la Trion, i documenti importanti sono quasi sempre su carta, siano essi originali o copie di riserva. Questa è la grande verità del cosiddetto ufficio automatizzato: più usiamo il computer, più risme di carta dobbiamo spulciare. Aprii il primo mobiletto in cui mi imbattei, che non era uno schedario bensì una libreria. Perché Nora teneva alcuni volumi nascosti qui dentro?, mi domandai. Poi studiai i titoli e lanciai un'esclamazione. Vi erano file e file di libri come Il gentil sesso tra gli squali, Gioco duro per signore e Giocate da uomini, vincete da donne. Libri come Perché le brave ragazze non sfondano... ma quelle birichine sì, I setti segreti della donna di successo e Gli undici comandamenti della manager affermata. Nora, Nora, mi ritrovai a pensare. Vai forte, bambina. Quattro armadietti erano aperti, e ispezionai prima quelli, scorrendone il noiosissimo contenuto: dati finanziari, revisioni operative, capitolati tecni-

ci, fascicoli sullo sviluppo dei prodotti... a quanto pareva, Nora documentava ogni cosa, probabilmente stampando una copia di tutte le e-mail ricevute o inviate. I bocconcini più ghiotti dovevano essere nei mobiletti chiusi, altrimenti perché li avrebbe tenuti sotto chiave? Individuai abbastanza rapidamente la chiavetta dell'archivio sull'anello di Lisa. Trovai molti dossier delle Risorse umane riguardanti i subordinati di Nora, che, se avessi avuto tempo, sarebbero potuti essere una lettura succosa. La documentazione finanziaria personale indicava che Nora lavorava alla Trion da un bel pezzo, che molti dei suoi diritti d'opzione avevano reso parecchio e che, poiché acquistava spesso delle quote, il suo era un patrimonio netto a sette cifre. Trovai il mio fascicolo, che era sottile e non conteneva nulla di preoccupante. Nulla di interessante. Poi guardai con maggiore attenzione e incappai in alcuni fogli, stampate di e-mail che Nora aveva ricevuto da qualche pezzo grosso della Trion. A quanto capii, Alana Jennings - la donna che avevo sostituito - era stata trasferita all'improvviso in qualche altro reparto dell'azienda. Nora si era incazzata, incazzata al punto di presentare le sue lagnanze a livelli sempre più alti della gerarchia societaria, fino ad arrivare ai vicepresidenti anziani. Una mossa abbastanza audace: OGGETTO: Re: Trasferimento di Alana Jennings DATA: martedì 8 aprile, 8:42:19 DA: GAllred A: NSommers Nora, ho ricevuto le Sue e-mail di protesta per il trasferimento di ALANA JENNINGS a un'altra divisione dell'impresa. Comprendo il Suo disappunto, perché Alana è la Sua dipendente di grado più elevato nonché un valido membro del Suo team. Purtroppo le Sue obiezioni sono tuttavia state respinte dai vertici della società, perché il progetto AURORA richiede le competenze di Alana con la massima urgenza. Le assicuro che il Suo effettivo non diminuirà. Poiché Le è stato concesso il diritto di sostituzione, potrà infatti riempire la posizione di Alana con qualsiasi dipendente interessato e qualificato all'interno dell'azienda. Resto a Sua completa disposizione.

Cordiali saluti Greg Allred Vicepresidente anziano, unità commerciale di ricerca avanzata Trion Systems Lavoriamo per cambiare il vostro futuro E poi, due giorni dopo, un'altra e-mail: OGGETTO: Re: Re: Trasferimento di Alana Jennings DATA: giovedì 10 aprile, 14:13:07 DA: GAI1red A: NSommers Nora, Le porgo le mie più sentite scuse, ma non sono autorizzato a rivelare l'esatta natura del progetto AURORA, e posso solo anticiparle che sarà vitale per l'avvenire della Trion. Poiché si tratta di un piano di ricerca e sviluppo riservato e delicatissimo, La prego di essere così gentile da non insistere ulteriormente. Detto questo, capisco la Sua difficoltà nel trovare un dipendente interno in possesso dei requisiti necessari a riempire la posizione di Alana. Sono pertanto lieto di informarLa che, in questo caso, ha il permesso di trasgredire al divieto generale di assumere personale esterno. Questo incarico può essere definito della «massima importanza», il che Le consente di prendere in considerazione candidati al di fuori dell'azienda. Confido e spero che ciò allevierà le Sue preoccupazioni. Non esiti a telefonarmi o a scrivermi per eventuali chiarimenti. Cordiali saluti Greg Allred Vicepresidente anziano, unità commerciale di ricerca avanzata Trion Systems Lavoriamo per cambiare il vostro futuro Tombola. All'improvviso, le cose cominciavano ad avere un po' di senso. Ero stato assunto per rimpiazzare questa Alana, che era stata assegnata al progetto AURORA.

Quest'ultimo era senza dubbio un'iniziativa top secret, un reparto speciale. L'avevo trovato. Non era una buona idea tirare fuori le e-mail e portarle fino alla fotocopiatrice, così sfilai un block-notes di carta gialla a righe dall'alta pila nell'armadietto della cancelleria e iniziai a prendere appunti. Non so da quanto tempo fossi seduto lì a scrivere sulla moquette, ma devono essere stati cinque o dieci minuti buoni. A un tratto, qualcosa entrò nel mio campo visivo periferico. Alzando gli occhi, vidi un addetto alla sicurezza che mi fissava dalla soglia. Anziché fare uso di guardie giurate, la Trion aveva i suoi addetti alla sicurezza, che indossavano blazer blu scuro e camicie bianche e assomigliavano a poliziotti o a sagrestani. Questo tizio era un nero alto e corpulento con i capelli grigi e un sacco di nei, sparpagliati sulle guance come lentiggini. Aveva occhi grandi, dalle palpebre pesanti come quelle di un basset hound, e portava occhiali dalla montatura di metallo. Mi fissava, immobile. Nonostante tutto il tempo dedicato a ripassare mentalmente che cosa avrei dovuto dire se mi avessero beccato, ebbi un vuoto di memoria. «L'ho vista» annunciò. Non guardava me, guardava dritto verso la scrivania. Verso il computer... verso il Keyghost? No, Dio, ti supplico, no... «Prego?» feci. «L'ho vista. Diamine, sì. La conosco.» Ero impietrito, e il cuore mi batteva all'impazzata. Gesù Cristo onnipotente, pensai. Sono fregato. Capitolo 22 Batté le palpebre senza distogliere lo sguardo. Mi aveva visto installare il dispositivo? Poi mi assalì un altro pensiero, altrettanto tremendo: aveva letto il nome di Nora sulla porta? Non si sarebbe domandato perché un uomo scartabellasse tra i fascicoli nell'ufficio di una donna? Lanciai un'occhiata alla targa sulla porta aperta, proprio dietro la guardia. Diceva N. SOMMERS. N. SOMMERS poteva essere chiunque, maschio o femmina. Ma, per quanto ne sapevo, quel tale pattugliava i corridoi da sempre e lui e Nora erano amici di vecchia data. La guardia era ancora ferma sulla soglia e bloccava l'uscita. Che cosa diavolo potevo fare? Avrei potuto cercare di tagliare la corda, ma prima avrei dovuto liberarmi di quel tizio, ossia scagliarmi contro di lui, inchio-

darlo al pavimento, toglierlo di mezzo. Era robusto ma anziano, probabilmente non troppo veloce; forse avrebbe funzionato. Quale sarebbe stata l'accusa? Aggressione? A un vecchio? Cristo. Pensai rapidamente. Dovevo dirgli che ero nuovo? Passai in rassegna una serie di spiegazioni nella mia testa: ero l'assistente di Nora Sommers. Ero il suo diretto sottoposto (be', effettivamente lo ero), e lei mi aveva ordinato di fare gli straordinari. Che cosa diavolo poteva sapere quest'uomo? Era un dannato addetto alla sicurezza. Mosse qualche passo scuotendo il capo. «Porca miseria, credevo di averle viste tutte.» «Ascolti, abbiamo un progetto importantissimo da discutere domattina...» esordii in tono indignato. «Quella è una Bullitt. Una vera Bullitt.» Poi capii che cosa stava fissando, verso che cosa avanzava. Era una grande fotografia a colori appesa alla parete in una cornice d'argento. L'immagine di una bella coupé d'epoca restaurata. Vi si avvicinava in preda allo sbalordimento, come se fosse l'Arca dell'Alleanza. «Cazzo, amico, quella è una vera Mustang GT 390 del '68» sussurrò come se avesse appena visto Dio in faccia. L'adrenalina prese a circolare, e sprizzai sollievo da tutti i pori. Gesù. «Sì» replicai orgoglioso. «Indovinato.» «Accidenti, guarda qua. Questo schianto ha un GT di fabbrica?» Come diavolo facevo a saperlo? Non distinguevo una Mustang da una Dodge Dart. Per me, quella poteva anche essere la foto di una Twingo. «Certo» risposi. «Ci sono un sacco di imitazioni, sa. Ha mai controllato sotto il sedile posteriore per vedere se ha le piastre di metallo aggiuntive, i rinforzi per lo scarico doppio?» «Oh, sì» dissi vivace. Alzandomi, gli tesi la destra. «Nick Sommers.» La sua mano asciutta ed enorme inghiottì la mia. «Luther Stafford» si presentò. «Non ci siamo mai incontrati.» «Sì, non mi fermo mai la sera. Questo fottuto progetto... è sempre la solita solfa: "Ci serve entro le nove di domani mattina, è urgentissimo". È un continuo frenare e accelerare.» Cercai di apparire disinvolto. «Mi fa piacere non essere l'unico che lavora fino a tardi.» Ma non aveva intenzione di lasciar perdere l'auto. «Accidenti, credo di non aver mai visto un gioiellino come questo a Highland Green. Se non al cinema, intendo. Sembra la stessa che Steve McQueen usava per inseguire

quella malvagia Dodge Charger nera fino alla stazione di servizio. Copriruota che volavano dappertutto.» Scoppiò in una risatina sommessa, alticcia, che puzzava di whisky e sigarette. «Bullitt. Il mio film preferito. Devo averlo visto mille volte.» «Sì» confermai. «La stessa.» Si avvicinò ancora. A un tratto mi accorsi che vi era un'enorme statuetta d'oro sulla mensola a destra della fotografia. Incisa sulla base a caratteri cubitali neri spiccava la scritta A NORA SOMMERS, DONNA DELL'ANNO 1999. Mi affrettai a piazzarmi dietro la scrivania ostruendo la visuale della guardia con il mio corpo, come se anch'io volessi guardare la foto da vicino. «Ha l'alettone posteriore e tutto il resto» continuò. «Tubo di scarico doppio, giusto?» «Oh, sì.» «Con i bordi arrotondati e compagnia bella?» «Certo.» Scosse di nuovo la testa. «Porca miseria. L'ha restaurata lei?» «No, magari ne avessi il tempo.» Rise ancora, una risata bassa e tonante. «So che cosa vuol dire.» «L'ho comprata da un tale che la teneva in un granaio.» «Quella bambina ha ventitré cavalli vapore?» «Esatto» risposi con aria convinta. «Guardi l'indicatore di direzione. Una volta avevo un modello del '68 con il tettuccio rigido, ma ho dovuto sbarazzarmene. Mi ci ha obbligato mia moglie dopo che abbiamo avuto il primo figlio. Non l'ho mai dimenticata. Ma non potrò mai permettermi una GT Bullitt Mustang nuova come quella, nossignore.» Scrollai il capo. «Peccato.» Non sapevo di che cosa diavolo stesse parlando. In questa azienda erano tutti ossessionati dalle automobili? «Mi corregga se sbaglio, ma mi pare che quelli siano pneumatici GR settanta su cerchioni American Torque Thrust quindici per sette, giusto?» Gesù, non potevamo cambiare argomento? «La verità è, Luther, che non ne so un cazzo di Mustang. Non merito neppure di possederne una. Mia moglie me l'ha appena regalata per il mio compleanno. Naturalmente, sarò io a pagare il finanziamento per i prossimi settantacinque anni.» Ridacchiò ancora. «La capisco. Ci sono passato anch'io.» Mi accorsi che aveva abbassato gli occhi sulla scrivania, quindi capii che cosa stava guardando.

Era una grossa busta marroncino con il nome di Nora scritto in nitide lettere maiuscole con l'Uni-Posca rosso. NORA SOMMERS. Cercai qualcosa da spingerci sopra, qualcosa con cui coprirlo in caso non l'avesse letto, ma la scrivania era vuota. Tentando di sembrare naturale, strattonai una pagina del block-notes e la strappai piano, lasciandola cadere sul tavolo e facendola scivolare sopra la busta con la mano sinistra. Bella mossa, Adam. Il foglio giallo recava qualche appunto nella mia calligrafia, ma nulla che potesse avere senso per qualcun altro. «Chi è Nora Sommers?» mi chiese. «Ah, è mia moglie.» «Nick e Nora, eh?» ridacchiò. «Sì, ce lo dicono tutti.» Gli rivolsi un largo sorriso. «Ecco perché l'ho sposata. Be', sarà meglio che torni ai miei fascicoli, altrimenti resterò qui tutta la notte. Piacere di averla conosciuta, Luther.» «Piacere mio, Nick.» Quando la guardia se ne andò, ero così nervoso che riuscii solo a finire di copiare le e-mail, spegnere la luce e richiudere la porta. Appena mi voltai per riportare le chiavi nel box di Lisa McAuliffe, vidi qualcuno che camminava poco distante. Ancora Luther, immaginai. Che cosa voleva? Continuare a blaterare della Mustang? Desideravo solo depositare l'anello portachiavi senza essere visto e darmela a gambe. Ma non era Luther; era un uomo panciuto con la coda di cavallo e gli occhiali dalla montatura di corno. L'ultima persona che mi sarei aspettato di incontrare in ufficio alle dieci di sera, ma d'altra parte gli ingegneri avevano orari strani. Noah Mordden. Mi aveva scorto mentre chiudevo l'ufficio di Nora, o addirittura mentre ero là dentro? Oppure la sua vista non era tanto acuta? Magari non se n'era nemmeno accorto; magari era perso nel suo mondo. Ma che cosa ci faceva lì? Non disse niente e non mi salutò. Non ero nemmeno sicuro che mi avesse notato. Ma ero l'unica persona nelle vicinanze, e Noah non era cieco. Svoltò nel corridoio successivo e lasciò un fascicolo in un box. Con finta nonchalance, passai accanto alla scrivania di Lisa e, con un unico gesto rapido, depositai le chiavi fra il terriccio della pianta, nel punto esatto in cui le avevo trovate, quindi continuai ad avanzare. Ero quasi arrivato agli ascensori, quando udii: «Cassidy». Mi girai.

«Credevo che solo gli ingegneri fossero creature notturne.» «Sto soltanto cercando di prenderci la mano» replicai debolmente. «Capisco.» Il modo in cui pronunciò quella parola mi provocò un brivido lungo la schiena. «A che cosa?» domandò poi. «Scusi?» «A che cosa vuole prendere la mano?» «Non sono sicuro di aver capito» dissi, il cuore che mi martellava nel petto. «Cerchi di ricordare.» «Prego?» Ma si era già diretto verso l'ascensore senza rispondermi. PARTE TERZA LE RISORSE Plumbing: termine del gergo spionistico indicante varie strutture di supporto come nascondigli, depositi di informazioni riservate e simili a disposizione di un'agenzia di intelligence clandestina. The International Dictionary of Espionage Capitolo 23 Quando arrivai a casa, ero uno straccio, ancor più di prima. Non ero tagliato per questo tipo di lavoro. Sarei voluto uscire per sbronzarmi di nuovo, ma dovevo andare a letto e riposare un po'. Il mio monolocale sembrava più piccolo e squallido che mai. Guadagnavo uno stipendio nell'ordine delle centinaia di migliaia di dollari, perciò avrei potuto permettermi un appartamento in uno di quei nuovi palazzi sul molo. Non avevo motivo per rimanere in quel tugurio, a parte il fatto che era il mio tugurio, il promemoria del barbone miserabile e incapace che ero in realtà, non il bel damerino elegante in cui mi ero trasformato. Inoltre, non avevo tempo di cercare una nuova sistemazione. Premetti l'interruttore accanto alla porta, e la stanza rimase immersa nell'oscurità. Maledizione. Significava che si era bruciata la lampadina del grosso e brutto abat-jour vicino al sofà, la principale fonte luminosa del locale. Lo tenevo sempre acceso per poterlo comandare dalla porta. Ora avrei dovuto attraversare tentoni l'alloggio buio fino al piccolo sgabuzzino dove conservavo ciarpame vario. Per fortuna, ero letteralmente in grado di

girare ogni centimetro della minuscola abitazione a occhi chiusi. Rovistai nella scatola di cartone ondulato sperando di trovare una lampadina da cento watt e non una da venticinque o giù di lì, quindi raggiunsi il tavolino, rimossi l'aggeggio che teneva fermo il paralume, svitai la lampadina e la sostituii. Ancora niente luce. Merda: il coronamento perfetto di una giornata schifosa. Quando premetti il piccolo interruttore sulla base dell'abatjour, la stanza si illuminò. Ero diretto verso il bagno quando mi assalì un dubbio: come aveva fatto la lampada a spegnersi? Non la spegnevo mai da lì... mai. Stavo dando i numeri? Qualcuno si era forse introdotto nel monolocale? Provai un brivido, una scossa provocata dalla paranoia. Qualcuno era stato qui. Altrimenti come si spiegava che l'abat-jour fosse stato spento dalla base? Non avevo un coinquilino né una fidanzata, e nessun altro possedeva la chiave. L'equivoca società di gestione che amministrava l'edificio per conto dell'equivoco padrone di casa assenteista non si inoltrava mai fino agli alloggi. Nemmeno se li imploravi di mandare qualcuno a riparare i termosifoni. Nessuno entrava mai qui dentro eccetto me. Guardando il telefono sotto la lampada, quel vecchio combinato nero Panasonic di cui non usavo più la segreteria perché ormai accedevo alla posta vocale tramite la società telefonica, notai un altro particolare fuori posto. Il cavo giaceva sopra la tastiera anziché essere attorcigliato accanto all'apparecchio come sempre. Certo, erano sciocchezze, ma dettagli del genere non sfuggono quando si vive da soli. Cercai di ricordare quando avessi effettuato l'ultima chiamata, dove fossi stato, che cosa avessi fatto. Ero stato così distratto da riagganciare male? Ma ero sicuro che il cavo non era in quella posizione quando ero uscito quella mattina. Qualcuno si era senz'altro intrufolato in casa mia. Tornai a guardare il combinato e mi resi conto che c'era qualcos'altro fuori posto, e non era nemmeno tanto impercettibile. La segreteria telefonica che non usavo mai aveva uno di quei sistemi a nastro doppio, una microcassetta per il messaggio in uscita e un'altra per i messaggi in entrata. Ma quest'ultima era sparita. Qualcuno l'aveva rubata. Qualcuno che probabilmente voleva una copia dei miei messaggi telefonici. Oppure (l'idea mi balenò nella mente all'improvviso) qualcuno che voleva assicurarsi che non avessi utilizzato la segreteria per registrare le chia-

mate ricevute. Doveva essere quello il motivo. Mi misi subito alla ricerca dell'unico altro registratore che possedevo, un affarino che avevo acquistato ai tempi del college per una ragione ormai dimenticata. Rammentavo vagamente di averlo visto nell'ultimo cassetto della scrivania qualche settimana prima, mentre cercavo l'accendino. Non lo trovai lì né negli altri cassetti. Più frugavo, più mi convincevo di averlo visto. Quando ricontrollai, incappai nell'adattatore CA in dotazione, il che confermò i miei sospetti. Anche quel registratore era sparito. Ora ne ero certo: chiunque avesse setacciato l'appartamento voleva impossessarsi di eventuali incisioni. La domanda era: chi aveva perquisito casa mia? Se erano stati gli uomini di Wyatt e Meacham, era del tutto inaccettabile e scandaloso. Ma se non fossero stati loro? Se fosse stata la Trion? Era un pensiero così spaventoso che non volli nemmeno prenderlo in considerazione. Ricordai l'espressione vacua con cui Mordden mi aveva chiesto: «A che cosa vuole prendere la mano?». Capitolo 24 La villa di Nick Wyatt si trovava nel sobborgo più chic, un luogo che tutti conoscevano come il più opulento, tanto da diventare il bersaglio di diverse barzellette. Era senz'altro il posto più elegante, splendido ed esageratamente lussuoso di un quartiere noto per le proprietà eleganti, splendide ed esageratamente lussuose. Per Wyatt era senza dubbio importante abitare nella casa di cui tutti parlavano, quella che l'«Architectural Digest» metteva in copertina, quella in cui i giornalisti locali tentavano di entrare con ogni pretesto per poi dedicarle degli articoli. I reporter amavano scattare fotografie stupefacenti e mozzafiato di questo castello del XXI secolo. Amavano lo stile giapponese, la finta serenità zen, l'austerità e la semplicità che stridevano in modo tanto grottesco con la flotta di Bentley decappottabili e la prepotenza per nulla zen di Wyatt. Nella sezione Pubbliche relazioni della Wyatt Telecommunications vi era un tizio il cui unico compito consisteva nel gestire la pubblicità personale di Nick Wyatt, disseminando notizie in «People», «USA Today» e così via. Di tanto in tanto comparivano servizi sulla proprietà di Wyatt, grazie ai quali avevo scoperto che era costata cinquanta milioni di dollari, che era molto più grande e sfarzosa della casa sul lago di Bill Gates vicino a Seattle, che era una riproduzione di un palazzo giapponese trecentesco

fatta costruire a Osaka e spedita pezzo dopo pezzo negli Stati Uniti. Era attorniata da quaranta acri di giardini giapponesi zeppi di rocce e fiori rari, con una cascata artificiale, uno stagno artificiale e antichi ponti di legno arrivati dal Paese del Sol levante. Provenivano da lì persino le selci irregolari del vialetto. Naturalmente, non vidi nulla di tutto ciò mentre percorrevo quella stradina interminabile. Vidi una guardiola di pietra e un alto cancello automatico di ferro, quelli che sembravano chilometri di bambù, un garage con sei Bentley decappottabili di diverso colore simili a una fila di scialuppe di salvataggio (niente coupé americane per Nick) e un'enorme casa bassa di legno circondata da un muro imponente. Meacham mi aveva convocato mediante un'e-mail sicura, un messaggio inviato da «Arthur» al mio account Hushmail e trasmesso attraverso l'anonimizzatore finlandese, il remailer che l'aveva reso irrintracciabile. Aveva usato un linguaggio in codice per farlo sembrare la conferma di un ordine che avevo inoltrato a una società on line, ma in realtà mi comunicava il dove, il quando eccetera. Mi aveva anche fornito precise istruzioni su come andarci. Avrei dovuto recarmi nel parcheggio di un ristorante e aspettare una Lincoln blu scuro, che poi avrei seguito fino alla villa di Wyatt. Credo volessero accertarsi che nessuno mi pedinasse. Erano un po' paranoici, pensai, ma chi ero io per contraddirli? Dopo tutto, ero io a trovarmi nella posizione più debole. Appena scesi dall'auto, la Lincoln si allontanò. Venne ad aprirmi un filippino che mi invitò a togliermi le scarpe. Mi accompagnò in una sala d'attesa arredata con un tatami, paraventi shoji, un tavolino nero laccato e un basso divano bianco e squadrato simile a un futon. Non molto comodo. Sfogliai le riviste disposte ad arte sul tavolino: «The Robb Report», «Architectural Digest» (compreso, naturalmente, il numero con la casa di Wyatt in copertina), un catalogo di Sotheby's. Finalmente il domestico o come si chiama ricomparve e mi fece un cenno con la testa. Lo seguii lungo un corridoio infinito verso un'altra stanza semivuota, dove scorsi Wyatt seduto all'estremità di un lungo e basso tavolo nero. Avvicinandomi all'entrata della sala da pranzo, udii all'improvviso un allarme che si azionava, acuto e assordante. Mi guardai intorno sconcertato, ma prima che riuscissi a capire che cosa stesse accadendo il filippino e un altro tipo sbucato dal nulla mi afferrarono inchiodandomi a terra. «Che cosa cazzo succede?» chiesi tentando di divincolarmi, ma quei due erano for-

ti come lottatori di sumo. Quindi il secondo uomo mi tenne fermo mentre il filippino mi perquisiva. Che cosa cercavano? Armi? Il filippino trovò il lettore musicale iPod MP3 e lo tirò fuori della mia cartella. Guardandolo, disse qualcosa in qualunque lingua parlino nelle Filippine e lo porse all'altro, che lo esaminò, lo capovolse e pronunciò qualche frase brusca e indecifrabile. Mi raddrizzai. «È così che accogliete tutti gli ospiti del signor Wyatt?» chiesi. Il domestico prese l'iPod e, entrando nella sala da pranzo, lo passò a Wyatt, che aveva assistito alla scena e glielo restituì senza neppure degnarlo di uno sguardo. Mi rialzai. «I suoi uomini non hanno mai visto uno di quelli? Oppure la musica è vietata qui dentro?» «Sono soltanto scrupolosi» rispose Wyatt. Indossava un'aderente camicia nera con le maniche lunghe che pareva fatta di lino e probabilmente costava più di quanto io guadagnassi in un mese, anche adesso alla Trion. Sfoggiava una tintarella più intensa del solito. Deve dormire su un lettino abbronzante, pensai. «Ha paura che le spari?» domandai. «Io non ho paura di niente, Cassidy. Voglio che tutti giochino secondo le regole. Se sarà in gamba e non cercherà di fare il furbo, andrà tutto per il meglio. Non pensi nemmeno di procurarsi una "polizza di assicurazione", perché siamo molto più avanti di lei.» Buffo, l'idea non mi aveva mai sfiorato fino a quel momento. «Non capisco.» «Sto dicendo che, se intende fare qualcosa di stupido come registrare i nostri incontri oppure le telefonate ricevute da me o da persone legate a me, la situazione volgerà al peggio per lei. Non ha bisogno di un'assicurazione, Adam. Sono io la sua assicurazione.» Un'avvenente giapponese in kimono si materializzò con un vassoio e gli porse un caldo asciugamano arrotolato usando una pinza d'argento. Wyatt si pulì le mani e glielo restituì. Da vicino si vedeva che si era sottoposto a un lifting. La pelle troppo tesa dava ai suoi occhi un taglio quasi eschimese. «Il telefono di casa sua non è sicuro» continuò. «E nemmeno il suo computer, il suo cellulare e la sua posta vocale. Dovrà mettersi in comunicazione con noi solo in caso di emergenza, a eccezione delle risposte ai nostri messaggi. Tutte le altre volte verrà contattato tramite e-mail sicure e criptate. Ora, vuole mostrarmi che cosa mi ha portato?»

Gli diedi il CD con i nomi di tutti i neoassunti alla Trion che avevo scaricato dal sito web e un paio di fogli zeppi di appunti dattiloscritti. Mentre leggeva, la giapponese tornò con un altro vassoio e cominciò a disporre davanti a Wyatt pezzettini perfettamente geometrici di sushi e sashimi su scatole di mogano laccato, con mucchietti di riso, wasabi verde pallido e fette rosa di zenzero sott'aceto. Wyatt non alzò gli occhi; era troppo concentrato sulle mie annotazioni. Dopo qualche minuto sollevò dal tavolo un piccolo telefono nero che non avevo notato prima e disse qualcosa a bassa voce. Mi parve di udire la parola «fax». Alla fine mi guardò. «Ottimo lavoro» commentò. «Molto interessante.» Comparve un'altra donna, una compassata signora di mezza età con il volto rugoso, i capelli grigi e gli occhiali da vista fissati a una catenella intorno al collo. Sorrise, prese le pagine e uscì senza fiatare. Nick aveva forse una segretaria in servizio tutta la notte? Afferrando due bastoncini, Wyatt si portò alla bocca un cubetto di pesce crudo e masticò con aria meditabonda, tenendo gli occhi puntati su di me. «Conosce la superiorità dell'alimentazione giapponese?» domandò. Scrollai le spalle. «Mi piace il tempura e roba del genere.» Scosse la testa scoppiando in una risata di scherno. «Non mi riferisco al tempura. Perché crede che i giapponesi siano il popolo più longevo del mondo? Una dieta povera di grassi e ricca di proteine, antiossidanti e alimenti vegetali. Consumano quaranta volte più soia di noi. Per secoli si sono rifiutati di mangiare creature a quattro zampe.» «Okay» mormorai, chiedendomi: e allora...? Si servì un altro boccone di pesce. «Dovrebbe pensare seriamente a migliorare la qualità della sua vita. Quanti anni ha? Venticinque?» «Ventisei.» «Ha dei decenni davanti a sé. Si prenda cura del suo corpo. Il fumo, l'alcol, i Big Mac e tutte quelle porcherie... la smetta con quella merda. Io dormo tre ore a notte. Mi bastano. Si sta divertendo, Adam?» «No.» «Bene, non è qui per divertirsi. Le piace il nuovo incarico alla Trion?» «Sono ancora alle prime armi. Il mio capo è una vera stronza...» «Non sto parlando della copertura. Sto parlando del suo vero lavoro... la penetrazione.» «Piacermi? No, non ancora.» «È abbastanza rischioso. Avverto il suo dolore. Frequenta ancora i vecchi amici?»

«Certo.» «Non pretendo che li scarichi. Potrebbe destare dei sospetti. Ma sarà meglio che tenga il becco chiuso, altrimenti si ritroverà nella merda fino al collo.» «Capito.» «Penso di non doverle ricordare le conseguenze di un eventuale fallimento.» «Non ce n'è bisogno.» «Bene. Il suo compito è difficile, ma un fallimento sarebbe molto peggio.» «A essere onesto, non è male lavorare alla Trion.» Ero sincero, ma sapevo anche che l'avrebbe presa come una frecciata. Alzando gli occhi, sorrise compiaciuto mentre masticava. «Ne sono felice.» «Tra non molto il mio team terrà una presentazione per Augustine Goddard.» «Ah, il buon vecchio Jock Goddard. Be', non tarderà ad accorgersi che è un ciarlatano arrogante e sentenzioso. Penso che creda davvero a tutti quegli articoli untuosi, a quelle stronzate sulla "coscienza high-tech" che si leggono sempre su "Fortune". Crede davvero che la sua merda non puzzi.» Annuii; che cosa avrei dovuto dire? Non conoscevo Goddard, perciò non potevo assentire né dissentire, ma l'invidia di Wyatt era abbastanza palese. «Quando farete la presentazione per quel vecchio rincoglionito?» «Tra una quindicina di giorni.» «Forse posso darle una mano.» «Ogni aiuto è gradito.» Il telefono squillò, e lui rispose subito. «Pronto?» Ascoltò per un istante. «Va bene» disse prima di riagganciare. «Ha fatto centro. Tra una settimana o due riceverà un profilo completo di questa Alana Jennings.» «Sì, come quelli che mi avete dato su Lundgren e sulla Sommers.» «No, questo sarà molto più dettagliato.» «Perché?» «Perché dovrà seguire questa pista. Alana è il suo biglietto di ingresso. E ora che ha scoperto un nome in codice, voglio l'elenco di tutte le persone che abbiano un qualsiasi collegamento con AURORA. Tutte quante, dal responsabile del progetto giù giù fino al portinaio.» «E come faccio?» Mi pentii subito di averglielo chiesto. «Trovi un modo. È il suo lavoro, amico. E lo voglio domani.»

«Domani?» «Esatto.» «D'accordo» acconsentii con una lieve nota di provocazione nella voce. «Ma poi avrà quello che le serve, giusto? E avremo finito.» «Oh, no» mi contraddisse. Sorrise sfoderando i suoi grossi denti bianchi. «Questo è solo l'inizio, caro mio. Abbiamo a malapena scalfito la superficie.» Capitolo 25 Ormai facevo degli orari pazzeschi ed ero allo stremo delle forze. Oltre ai normali turni presso la Trion, ogni notte trascorrevo ore e ore a effettuare ricerche in Internet o a esaminare i fascicoli dell'intelligence competitiva inviatimi da Meacham e Wyatt, quelli che mi facevano sembrare tanto in gamba. Un paio di volte, sulla lunga e intasata strada verso casa, per poco non mi addormentai al volante. Aprivo gli occhi all'improvviso, mi svegliavo con un sobbalzo e frenavo un secondo prima di finire sulla corsia opposta o di tamponare l'auto davanti a me. Di solito cominciavo a perdere lo smalto dopo pranzo, e solo massicce dosi di caffeina mi impedivano di incrociare le braccia e assopirmi nel mio box. Sognavo di tornare a casa, infilarmi sotto le coperte nella mia catapecchia buia e godermi una bella dormita a metà pomeriggio. Vivevo di caffè, Diet Pepsi e Red Bull. Avevo calamari neri sotto gli occhi. Se non altro, gli stacanovisti provano una sorta di malsana euforia; io venivo solo frustato, come uno di quei cavalli che vengono sferzati nei romanzi russi. La spossatezza non era però il mio maggiore problema. Il fatto era che non distinguevo più il mio «vero» lavoro dal mio lavoro di «copertura». Ero così indaffarato a passare da una riunione all'altra e a cercare di impegnarmi abbastanza da evitare che Nora sentisse puzza di imbroglio che non avevo il tempo di ficcanasare in giro e raccogliere informazioni sull'AURORA. Di tanto in tanto, alle riunioni del team Maestro o nella sala da pranzo dipendenti, incontravo Mordden e mi fermavo a chiacchierare con lui. Ma non accennò mai alla sera in cui mi aveva o non mi aveva sorpreso a uscire dall'ufficio di Nora. Forse non mi aveva visto all'interno. O forse mi aveva visto e per qualche motivo taceva. Una notte sì e una no ricevevo un'e-mail da «Arthur», che mi domandava a che punto fosse l'indagine, come procedessero le cose, perché diavolo

ci mettessi così tanto. Mi trattenevo fino a tardi quasi ogni sera, e non ero praticamente mai a casa. Seth mi lasciò diversi messaggi telefonici, ma si diede per vinto dopo una settimana o giù di lì. Anche gli altri amici mi avevano mollato quasi tutti. Cercavo di ritagliarmi una mezz'ora qua e là per passare da mio padre e controllare le sue condizioni, ma quando mi facevo vivo era così incazzato per il mio disinteresse da non degnarmi neppure di uno sguardo. Lui e Antwoine avevano raggiunto una sorta di tregua, una specie di Guerra Fredda. Se non altro, Antwoine non minacciava di licenziarsi. Non ancora. Una sera tornai nell'ufficio di Nora per recuperare il piccolo keystroke logger, operazione che effettuai rapidamente e senza intoppi. Di solito la guardia patita delle Mustang faceva il suo giro tra le dieci e le dieci e venti, perciò sbrigai la faccenda prima che arrivasse. Impiegai meno di un minuto, e non vidi neanche l'ombra di Noah Mordden. Ora quel minuscolo cavo conteneva centinaia di migliaia delle battute di Nora, comprese tutte le sue password. Avrei solo dovuto collegare il dispositivo al mio computer e scaricare il testo. Ma non osai farlo nel mio box. Chissà quali programmi di rilevamento erano stati installati sulla rete della Trion. Meglio non rischiare. Entrai invece nel sito web aziendale. Digitai AURORA nella casella di ricerca, ma non trovai niente. Sorpresa, sorpresa. Mi venne però un'altra idea, e inserii il nome di Alana Jennings per richiamare la sua pagina. Non conteneva la fotografia (benché ce l'avessero quasi tutti i dipendenti, alcuni avevano preferito non metterla), ma forniva alcune informazioni fondamentali come l'interno, la qualifica (direttore del marketing, unità di ricerca Tecnologie innovative) e il numero di sezione, che era identico al suo mailstop. Sapevo che questo numerino era un dettaglio utilissimo. Alla Trion, proprio come alla Wyatt, tutti i collaboratori assegnati a una determinata parte della società avevano il medesimo numero di sezione. Mi bastò immetterlo nel database aziendale per visualizzare la lista di tutti coloro che lavoravano a stretto contatto con Alana Jennings, ossia che lavoravano al progetto AURORA. Questo non significava che avessi l'elenco completo di tutti i dipendenti legati ad AURORA, che potevano essere sparpagliati in vari reparti dello stesso piano, ma almeno ne avevo individuata una buona parte: quarantasette nominativi. Stampai la pagina web di ognuno e misi i fogli in una cartellina che infilai nella mia borsa. Questa documentazione, pensai, do-

vrebbe tenere buoni gli scagnozzi di Wyatt per un po'. Quando arrivai a casa quella sera intorno alle dieci, con l'intenzione di sedere al computer e scaricare tutte le battute del PC di Nora, qualcos'altro attirò la mia attenzione. In mezzo al tavolo della «cucina» (un affare rivestito di formica che avevo comprato in un negozio di mobili usati per quarantacinque dollari) vi era una spessa busta marroncino sigillata e dagli angoli arricciati. Quella mattina non era lì. Gli uomini della Wyatt si erano intrufolati ancora nel mio monolocale, quasi cercassero di dimostrarmi che potevano entrare ovunque. Okay, messaggio recepito. Forse credevano che fosse il modo più sicuro per consegnarmi qualcosa senza essere visti, ma a me pareva quasi una minaccia. La busta conteneva un dossier particolareggiato su Alana Jennings, proprio come aveva promesso Nick Wyatt. Lo aprii, vidi diverse foto della donna e persi di colpo l'interesse per le battute di Nora Sommers. Questa Alana Jennings era, senza esagerare, una strafica. Mi accomodai in poltrona e studiai il fascicolo. Era evidente che aveva richiesto parecchio tempo, soldi ed energia. Gli investigatori privati l'avevano pedinata annotando con cura i suoi spostamenti, le sue abitudini, le commissioni che sbrigava. L'avevano fotografata all'ingresso della Trion, al ristorante con un paio di amiche, a una specie di tennis club, mentre si allenava in uno di quei centri benessere per sole donne, mentre usciva dalla sua Mazda Miata blu. Aveva occhi azzurri, lucidi capelli neri e un corpo snello, le cui forme venivano valorizzate dalla tuta di Lycra che indossava in palestra. A volte portava occhiali neri dalla montatura pesante, del genere che le belle donne scelgono per indicare di essere serie e intelligenti ma anche così affascinanti da poter comprare dei brutti occhiali. La facevano sembrare ancora più sexy. Forse era quello lo scopo. Dopo aver letto per un'ora, sapevo più cose su Alana Jennings che su qualunque fidanzata avessi mai avuto. Non era solo avvenente, era anche ricca... una duplice minaccia. Era cresciuta a Darien, nel Connecticut, dapprima aveva frequentato la Miss Porter's School di Farmington e poi Yale, dove si era laureata in inglese con specializzazione in letteratura americana. Aveva anche seguito alcuni corsi di informatica e ingegneria elettrotecnica. Secondo il suo libretto universitario, aveva preso quasi tutti trenta o trenta e lode ed era entrata a far parte della Phi Beta Kappa durante il

primo anno. Okay, era anche in gamba; la minaccia diventava triplice. Gli uomini di Meacham avevano raccolto informazioni finanziarie di ogni tipo su Alana e sulla sua famiglia. Quella tizia possedeva un fondo fiduciario di diversi milioni di dollari, ma suo padre, l'amministratore delegato di un'azienda manifatturiera di Stamford, aveva un portafoglio che valeva molto di più. Alana aveva due sorelle minori, una ancora al college (alla Wesleyan), e l'altra che lavorava da Sotheby's, a Manhattan. Poiché chiamava i genitori quasi ogni giorno, era ragionevole concludere che gli fosse molto affezionata. Meacham aveva allegato le bollette telefoniche dell'ultimo anno, ma per fortuna qualcuno le aveva esaminate per me indicando i destinatari più frequenti. Era single, non usciva regolarmente con nessuno e aveva un appartamento in una zona molto chic poco distante dalla sede centrale della Trion. Faceva la spesa ogni domenica in un supermercato di alimenti biologici e doveva essere vegetariana, perché non comprava mai carne, e nemmeno pesce o pollame. Mangiava come un uccellino, un uccellino della foresta tropicale: noci, bacche e molta frutta. Non amava i bar né le happy hour, ma di tanto in tanto riceveva una consegna da un negozio di liquori del quartiere, perciò aveva almeno un vizietto. La sua vodka preferita era la Grey Goose, il suo gin preferito il Tanqueray Malacca. Cenava fuori una o due volte la settimana, e non in pizzeria o al fast food, bensì in locali eleganti, «in», con nomi come Chakra, Alto, Buzz e Om. Aveva un debole anche per i ristoranti thailandesi. Andava al cinema almeno una volta la settimana, e di solito acquistava i biglietti per telefono con un certo anticipo; ogni tanto vedeva la tipica commediola romantica, ma prediligeva soprattutto le pellicole straniere. A quanto pareva, questa donna avrebbe preferito L'albero degli zoccoli a Porky's. Oh, bene. Comprava molti libri on line, da Amazon e Barnes and Noble, per lo più narrativa impegnata e di tendenza, qualche opera sudamericana e alcuni volumi di cinematografia. Di recente anche qualche testo sul buddismo, sulla saggezza orientale e porcherie simili. Aveva inoltre acquistato alcuni film su DVD, tra cui l'intero cofanetto del Padrino e qualche classico noir degli anni Quaranta come La fiamma del peccato. In realtà, aveva comprato due volte La fiamma del peccato, prima su videocassetta qualche anno addietro e poi, negli ultimi tempi, su DVD. Evidentemente possedeva un lettore solo da un paio d'anni, ed evidentemente quella vecchia pellicola con Fred MacMurray e Barbara Stanwyck era una delle sue favorite. Pareva infine che avesse comprato tutti i dischi mai in-

cisi da Ani DiFranco e Alanis Morissette. Memorizzai questi fatti. Stavo cominciando a farmi un'idea di Alana Jennings. E stavo cominciando a escogitare un piano. Capitolo 26 Sabato pomeriggio, con indosso un paio di pantaloni bianchi da tennis che avevo comprato quel mattino (di solito gioco con una T-shirt e calzoncini sbrindellati) e un costosissimo orologio subacqueo italiano per cui di recente avevo speso un sacco di soldi, arrivai in un posto molto pretenzioso e molto esclusivo chiamato Tennis and Racquet Club. Alana Jennings era un membro del circolo e, stando al dossier, vi si recava quasi tutti i sabati. Il giorno prima mi ero informato sulla sua prenotazione del campo telefonando e dicendo che avrei dovuto giocare con lei il pomeriggio seguente ma che avevo dimenticato l'orario e non riuscivo a rintracciarla; sarebbero stati così gentili da ricordarmelo? Facile. Aveva fissato un doppio per le quattro e mezzo. Mezz'ora prima della partita avevo un appuntamento con Josh, il direttore, per fare un rapido giro della struttura. C'era voluto impegno, perché, trattandosi di un'organizzazione privata, non si poteva accedervi semplicemente entrando dalla strada. Tramite Arnold Meacham avevo chiesto a Wyatt di pregare un facoltoso membro del club (l'amico di un amico di un amico, un tale senza rapporti diretti con Nick) di contattare il circolo e mettere una buona parola per me. Quel tizio apparteneva al comitato iscritti, ed evidentemente il suo nome aveva un certo peso, perché Josh sembrava felicissimo di farmi da cicerone. Mi diede persino un «pass ospite» per la giornata affinché potessi visitare i campi (di terra rossa, coperti e scoperti) e magari cimentarmi in un match. Il club era una caotica villa Shingle Style che assomigliava a uno di quei «cottage» di Newport. Sorgeva al centro del mare verde smeraldo di un prato impeccabile. Finalmente mi liberai di Josh al caffè fingendo di salutare qualcuno che conoscevo. Si offrì di organizzarmi una partita, ma gli dissi che ero a posto, che avevo scorto varie facce familiari e che mi sarei arrangiato da solo. Un paio di minuti dopo la vidi. Era impossibile non vedere questa bambola. Portava una camicia di Fred Perry e aveva delle tette fantastiche (particolare che, chissà perché, le fotografie degli investigatori non mostravano). I suoi occhi azzurri erano abbaglianti. Entrò nel bar con un'altra donna

più o meno della sua età, ed entrambe ordinarono una San Pellegrino. Trovai un tavolo vicino al suo, ma non troppo vicino, e dietro di lei, fuori del suo campo visivo. Volevo spiare, guardare, ascoltare e soprattutto passare inosservato. Se mi avesse visto, avrei avuto un grosso problema quando avessi ritentato di gironzolarle intorno. Non sono Brad Pitt, ma non sono nemmeno orrendo; di solito le donne mi notano. Sarei dovuto stare attento. Non sapevo se l'altra tizia fosse una vicina, un'ex compagna dell'università o altro, ma non parlavano certo di lavoro. Era ragionevole supporre che non fossero colleghe del team AURORA. Peccato... non avrei origliato nulla di interessante. Ma poi il suo cellulare squillò. «Pronto» disse. Aveva una voce morbida e un accento da scuola privata, colto senza essere troppo affettato. «Davvero?» chiese. «Be', sembra che tu ce l'abbia fatta.» Drizzai gli orecchi. «Keith, hai appena dimezzato i tempi di produzione, è incredibile!» Parlava senza dubbio di lavoro. Mi avvicinai un po' per sentire meglio. Le risate, l'acciottolio dei piatti e i toc delle palline da tennis coprivano gran parte delle sue parole. Qualcuno mi passò accanto, un ciccione con una pancia enorme che urtò il mio bicchiere di Coca-Cola. Rideva forte, soffocando la conversazione di Alana. Vattene, stronzo. Si allontanò camminando a papera, e udii un altro frammento di dialogo. Ora Alana parlava piano, e captavo solo qualche affermazione qua e là. «... be', questa è la domanda da sessantaquattro miliardi di dollari, vero? Vorrei tanto sapere la risposta» disse. Poi, a voce un po' più alta: «Grazie per avermi informato. Bravissimo». Un lieve bip, e la telefonata terminò. «Lavoro» spiegò all'amica in tono di scusa. «Mi dispiace. Vorrei dimenticare questa faccenda per un po', ma in questi giorni devo essere reperibile ventiquattr'ore su ventiquattro. Ecco Drew!» Un giovanotto alto e atletico (sulla trentina, abbronzato, il fisico robusto e asciutto di un canottiere) la raggiunse e la baciò sulla guancia. Non fece lo stesso con l'altra donna. «Ciao, tesoro» la salutò. Grandioso, pensai. Così, agli scagnozzi di Wyatt era sfuggito il fatto che, dopo tutto, Alana frequentava qualcuno. «Ciao, Drew» replicò lei. «Dov'è George?» «Non ti ha avvisato?» chiese Drew. «Che idiota. Aveva dimenticato di dover trascorrere il fine settimana con la figlia.» «Allora ci manca il quarto?» intervenne l'amica. «Possiamo sempre trovare qualcuno» rispose l'uomo. «Non riesco a cre-

dere che non ti abbia chiamato. Che vigliacco.» Mi si accese una lampadina in testa. Accantonando all'improvviso il mio accurato piano di osservazione anonima, presi una decisione audace nel giro di una frazione di secondo. Alzandomi, dissi: «Scusate». Mi guardarono. «Vi serve un quarto?» domandai. Mi presentai con il mio vero nome, spiegai che stavo dando un'occhiata al circolo e non menzionai la Trion. Parevano sollevati. Dalla mia racchetta professionale Yonex in titanio dedussero con molta probabilità che ero un asso, anche se gli assicurai che ero soltanto discreto e non giocavo da tempo. Fondamentalmente vero. Avevamo uno dei campi scoperti. C'era il sole, faceva caldo, e soffiava un po' di vento. Le squadre erano Alana e Drew contro me e l'altra donna, che si chiamava Jody. Le due ragazze erano più o meno allo stesso livello, ma Alana si muoveva con molta più grazia. Non era particolarmente grintosa, ma aveva un bel rovescio, rinviava sempre, non mancava mai la pallina e non faceva alcun movimento superfluo. Il suo servizio era semplice e preciso: non lo sbagliava quasi mai. Giocare le veniva naturale quanto respirare. Purtroppo avevo sottovalutato Cicciobello. Era un ottimo giocatore. Essendo un po' arrugginito, iniziai con incertezza e commisi un doppio fallo al primo servizio, con evidente irritazione di Jody. Ma non tardai a prendere il ritmo. Nel frattempo Drew giocava come se fosse a Wimbledon. Più il mio stile migliorava, più lui diventava aggressivo, al punto di essere ridicolo. Cominciò a invadere la metà campo della compagna, ricevendo tiri destinati ad Alana e rubandole letteralmente la pallina. Lei storceva la bocca. Intuii che c'era qualcosa tra loro, una profonda tensione. Oltre alla partita era in corso anche qualcos'altro: una battaglia tra maschi dominanti. Drew iniziò a servire direttamente su di me con tiri forti, a volte troppo lunghi. Sebbene i suoi lanci fossero insidiosi per via della velocità, non aveva molto controllo, perciò lui e Alana passarono in svantaggio. Dopo un po' cominciai ad anticipare le sue mosse, indovinando quando si sarebbe spostato nell'altra metà campo, mascherando le mie smorzate e facendo cadere la pallina alle sue spalle. Cicciobello aveva premuto il solito vecchio interruttore della competitività dentro di me. Volevo rimetterlo al suo posto. Io volere donna di altro cavernicolo. Ben presto ero madido di sudore. Mi accorsi che mi stavo infervorando troppo, che ero troppo bel-

licoso per questo match amichevole; non andava bene. Così mi calmai e giocai con minore accanimento, tenendo in campo la pallina e permettendo a Drew di commettere i suoi errori. Alla fine Drew si avvicinò alla rete per stringermi la mano. Poi mi diede una pacca sulla spalla. «Non sei niente male» commentò con quel suo tono mellifluo. «Nemmeno tu» replicai. Scrollò le spalle. «Ho dovuto coprire gran parte del campo.» Alana lo udì, e un lampo di stizza attraversò i suoi occhi azzurri. «Hai tempo per un drink?» mi chiese. Eravamo soltanto io e Alana sul «portico», come era soprannominata la gigantesca piattaforma di legno che si affacciava sui campi. Jody si era accomiatata avvertendo, mediante una sorta di linguaggio segreto femminile, che Alana voleva restare sola con me e dichiarando che doveva andare. Quindi Drew si era reso conto di quanto stava accadendo e si era accomiatato anche lui, benché non con la medesima delicatezza. Quando arrivò la cameriera, Alana mi invitò a ordinare per primo, perché non aveva ancora deciso che cosa bere. Chiesi un Tanqueray Malacca G & T. Mi rivolse un'occhiata stupita, solo una frazione di secondo, prima di riconquistare la sua compostezza. «Anche per me» disse. «Vado a vedere se ce l'abbiamo» annunciò la cameriera, una liceale bionda dal volto cavallino. Qualche minuto dopo tornò con i drink. Chiacchierammo per un po' del club, dei soci («se la tirano da morire» commentò) e dei campi («di gran lunga i migliori della zona»), ma era troppo raffinata per le solite domande noiose del tipo: che lavoro fai? Non accennò alla Trion, perciò non lo feci neppure io. Cominciavo a temere quella parte del dialogo, non ero sicuro di come avrei glissato sulla bizzarra coincidenza che lavorassimo entrambi nella stessa società e che... ehi, tu ricoprivi la mia stessa mansione! Stentavo a credere di essermi offerto di giocare con loro, di essermi lanciato dritto nella sua orbita anziché stare in disparte. Meno male che non ci eravamo mai incrociati in ufficio. Mi domandai se gli addetti al progetto AURORA usassero un ingresso separato. Ma il gin mi diede alla testa entro breve, era una bella giornata di sole, e la conversazione era davvero gradevole. «Mi dispiace che Drew abbia esagerato in quel modo» disse. «È un bravo ragazzo.» «Sa essere uno stronzo. Tu rappresentavi una minaccia. Doveva essere

una cosa tra uomini. Combattimento a colpi di racchetta.» Sorrisi. «È come quel verso di Ani DiFranco, sai? "'Cause every tool is a weapon if you hold it tight."» Le si illuminarono gli occhi. «Giusto! Ti piace Ani?» Scrollai le spalle. «"Science chases money, and money chases its tail..."» «"And the best minds of my generation can't make bail"» finì lei. «Non sono molti gli uomini che ascoltano Ani.» «Sono un animo sensibile, immagino» replicai serafico. «Suppongo di sì. Dovremmo uscire insieme una volta o l'altra» continuò. Avevo capito bene? Mi aveva appena invitato fuori? «Buona idea» acconsentii. «Dimmi, ti piace la cucina thailandese?» Capitolo 27 Arrivai a casa di papà così euforico per il miniappuntamento con Alana Jennings che mi sentivo come se indossassi un'armatura. In quel momento niente di quanto avrebbe detto o fatto sarebbe riuscito a scalfirmi. Li udii litigare salendo gli scalini di legno scheggiato davanti alla porta: l'acuto lamento nasale di mio padre, sempre più simile al verso di un uccello, e la replica stentorea di Antwoine, profonda e riecheggiante. Li trovai nel bagno del primo piano, invaso dal vapore che si levava da un vaporizzatore. Papà giaceva prono su una panca, un mucchio di cuscini che gli sostenevano la testa e il torace. Antwoine, la tuta azzurra ormai fradicia, gli batteva sulla schiena nuda con le mani enormi. Alzò gli occhi quando aprii la porta. «Salve, Adam.» «Questo figlio di puttana sta cercando di uccidermi» strillò mio padre. «È così che si scioglie il catarro nei polmoni» spiegò Antwoine. «Quella merda tutta accumulata là dentro è la causa dei danni alle ciglia bronchiali.» Si rimise all'opera producendo un tonfo sordo. La schiena di papà era pallida, bianca come un lenzuolo, floscia e cascante. Sembrava non avere alcun tono muscolare. Ricordavo come era stata un tempo, quando ero bambino: robusta, vigorosa, quasi terrificante. Quella era una pelle da vecchio, e desiderai non averla mai vista. «Questo bastardo mi ha mentito» continuò mio padre, la voce soffocata dai guanciali. «Mi ha detto che avrei soltanto respirato del vapore. Non mi ha detto che aveva intenzione di spezzarmi le maledette costole. Gesù Cristo, prendo gli steroidi, ho le ossa fragili, fottuto negro!»

«Ehi, papà» urlai «basta così.» «Non sono la tua checca, negro!» insistette. Antwoine non fece una piega, continuando a battergli sulla schiena a ritmo regolare. «Papà» lo rimproverai «quest'uomo è molto più grosso e forte di te. Non credo sia una buona idea farlo arrabbiare.» Antwoine mi guardò con occhi divertiti e sonnolenti. «Ehi, amico, dietro le sbarre ho avuto a che fare ogni giorno con i neonazisti. Mi creda, un vecchio invalido con la lingua lunga non mi fa né caldo né freddo.» Trasalii. «Dannato figlio di puttana!» gridò papà. Notai che non aveva più usato la parola «negro». Più tardi mio padre era parcheggiato davanti alla TV, attaccato al respiratore, il tubo infilato nel naso. «Questa soluzione non funziona» dichiarò guardando torvo il televisore. «Hai visto che razza di cibo per conigli tenta di rifilarmi?» «Si chiama frutta e verdura» lo rimbeccò Antwoine, seduto sulla poltrona un po' più in là. «So che cosa gli piace. Ho visto che cosa c'è nella dispensa. Würstel, manzo in scatola, salsicce di fegato. Be', non finché resto qui. Deve mangiare roba genuina, Frank, per rafforzare il sistema immunitario. Se prende il raffreddore, finisce all'ospedale con la polmonite, e poi io che cosa faccio? Non avrà bisogno di me in ospedale.» «Cristo.» «E basta con la Coca-Cola, ha chiuso con quella merda. Deve bere liquidi per diluire il muco, niente bevande con la caffeina. Ha bisogno di potassio, ha bisogno di calcio per via degli steroidi.» Si batteva l'indice contro il palmo come se fosse l'allenatore del campione mondiale dei pesi massimi. «Prepara tutte le porcherie per conigli che vuoi, tanto non le mangio» sbottò mio padre. «Allora si ucciderà da solo. Per respirare le occorre un'energia pari a dieci volte quella di una persona normale, perciò deve nutrirsi, rimettersi in forze, ricostruire la massa muscolare eccetera. Se muore sotto la mia custodia, non ho intenzione di prendermi la colpa.» «Come se te ne fregasse davvero qualcosa» ribatté papà. «Pensa che sia qui per aiutarla a crepare?» «Mi sembra proprio di sì.» «Se volessi farla fuori, perché sceglierei il metodo più lento?» chiese

Antwoine. «Ma forse crede che mi diverta. Che mi piaccia questa merda.» «Non è esattamente una passeggiata, vero?» intervenni. «Ehi, guarda lì che orologio!» esclamò Antwoine all'improvviso. Avevo scordato di togliermi il Panerai. Forse, nel mio subconscio, pensavo che lui e mio padre non l'avrebbero neppure notato. «Mi faccia vedere.» Mi si avvicinò, esaminandolo con stupore. «Accidenti, deve valere cinquemila dollari.» Non aveva sbagliato di molto. Ero in imbarazzo: era più di quanto lui guadagnasse in due mesi. «È uno di quegli orologi subacquei italiani?» «Sì» tagliai corto. «Oh, stai scherzando» interloquì papà, la voce simile a un cardine arrugginito. «Cazzo, non ci credo.» Ora anche lui mi fissava il polso. «Hai speso cinquemila dollari per un maledetto orologio? Che imbecille! Hai un'idea del culo che dovevo farmi per raggranellare cinquemila dollari quando andavi a scuola? Hai speso tutti quei quattrini per un maledetto orologio?» «Sono i miei soldi, papà.» Quindi aggiunsi con un filo di voce: «È un investimento». «Oh, Cristo santo, mi prendi per un idiota? Un investimento?» «Papà, ascolta, ho appena ottenuto una bella promozione. Lavoro alla Trion Systems per quasi il doppio dello stipendio che recepivo alla Wyatt, okay?» Mi scoccò un'occhiataccia. «Per quanta grana ti diano, non puoi buttare via cinquemila... Gesù, non riesco nemmeno a dirlo.» «Mi pagano bene, papà. E se voglio buttare via i miei soldi, li butto via. Me li sono guadagnati.» «Te li sei guadagnati...» mi fece eco con evidente sarcasmo. «In qualunque momento tu voglia ripagarmi per...» trasse un respiro «tutte le decine di migliaia di dollari che ho sborsato per te, fai pure.» Fui tentato di dirgli quanto avevo speso per lui, ma mi fermai appena in tempo. La vittoria temporanea non ne sarebbe valsa la pena. Continuai invece a ripetermi che quello non era mio padre. Era una perfida versione da cartone animato, prodotta da Hanna e Barbera, distorta dal prednisone e da altre sostanze psicogene al punto di essere irriconoscibile. Ma naturalmente sapevo che non era del tutto vero, che questo era proprio il solito vecchio stronzo, soltanto con il volume alzato di un paio di tacche. «Vivi in un mondo di fantasia» proseguì papà prima di trarre un rumoroso respiro. «Pensi di diventare uno di loro solo perché acquisti completi da duemila dollari, scarpe da cinquecento dollari e orologi da cinquemila dollari, vero?» Respirò ancora. «Be', lascia che ti dica una cosa. Indossi un

fottuto costume di Halloween, ecco tutto. Una maschera. Te lo dico perché sei mio figlio, e nessun altro te lo dirà chiaro e tondo. Non sei altro che un'imitazione con un dannato smoking.» «Che cosa vorresti dire?» borbottai avvampando. Notai che Antwoine aveva avuto la delicatezza di uscire dalla stanza. È malato, rammentai a me stesso. Ha un enfisema allo stadio terminale. Sta morendo. Non sa quel che dice. «Credi di poter essere uno di loro? Ragazzo, ti piacerebbe pensarlo, vero? Credi che ti accoglieranno e ti permetteranno di entrare nei loro circoli privati, di scopare le loro figlie e di giocare qualche maledetta partita di polo con loro.» Inspirò una minuscola boccata d'aria. «Ma loro sanno chi sei e da dove vieni, figliolo. Magari ti lasceranno giocare per un po' nel loro recinto di sabbia, ma appena comincerai a dimenticare chi sei davvero, qualcuno sarà pronto a ricordartelo, cazzo.» Non riuscii più a trattenermi. Mi faceva ammattire. «Non funziona così nel mondo degli affari, papà» gli spiegai con pazienza. «Non si tratta di entrare in un circolo. Si tratta di fare soldi. Se li aiuti a fare soldi, soddisfi un'esigenza. Sono dove sono perché hanno bisogno di me.» «Oh, hanno bisogno di te» mi fece eco strascicando la parola e annuendo. «Questa sì che è bella. Hanno bisogno di te come uno che ha appena cacato ha bisogno della carta igienica, capito? Poi, quando hanno finito di pulirsi via la merda, tirano lo sciacquone. Gli importa solo dei vincitori, sanno che sei un perdente e non ti permetteranno di scordarlo.» Alzando gli occhi al cielo, scossi la testa e tacqui. Una vena mi pulsava sulla tempia. Un respiro. «E tu sei troppo stupido e pieno di te per accorgertene. Vivi in un maledetto mondo di fantasia, come tua madre. Ha sempre pensato che non la meritassi, ma era una nullità. Sognava. E sei una nullità anche tu. Sei andato in un liceo di lusso per un paio d'anni e hai preso una costosissima laurea per lavativi, ma sei ancora una nullità.» Trasse un profondo sospiro, e la sua voce parve addolcirsi un po'. «Te lo dico perché non voglio che ti freghino come hanno fregato me, figliolo. Prendi quel dannato liceo per cacasotto, il modo in cui i genitori ricchi mi guardavano dall'alto in basso, come se non fossi uno di loro. Be', sai una cosa? Mi ci è voluto un po' per capirlo, ma avevano ragione. Non ero uno di loro. E non lo sei neanche tu. Prima te ne convincerai, e meglio sarà.» «Già, e prima diventerò come te» mi lasciai sfuggire. Mi fissò, gli occhi piccoli e luccicanti. «Se non altro, io so chi sono» ri-

batté. «Tu non sai nemmeno chi cazzo sei.» Capitolo 28 Il giorno dopo era domenica, la mia unica occasione per dormire fino a tardi, e naturalmente Arnold Meacham insistette per incontrarmi di buon'ora. Avevo risposto alla sua e-mail giornaliera usando il nome «Donnie» per segnalare che avevo qualcosa da consegnargli. Mi aveva risposto subito ordinandomi di andare nel parcheggio di un certo centro per il fai-da-te alle nove in punto. C'era già parecchia gente (non tutti dormivano fino a tardi la domenica) impegnata ad acquistare assi, piastrelle, attrezzi elettrici e sacchi di semi o fertilizzante. Attesi nell'Audi per mezz'ora buona. Poi una BMW 745i nera si fermò accanto a me, un po' fuori luogo tra i furgoni e le auto sportive. Arnold Meacham indossava un cardigan celeste e sembrava pronto per disputare una partita di golf. Quando mi fece segno di salire nella sua auto, obbedii e gli porsi un CD e un fascicolo. «Che cosa abbiamo qui?» mi chiese. «La lista dei dipendenti assegnati al progetto AURORA» risposi. «Tutti quanti?» «Non lo so. Almeno una parte.» «Perché non tutti?» «Ci sono quarantasette nomi lì dentro» spiegai. «È un buon inizio.»: «Ci serve l'elenco completo.» Sospirai. «Vedrò quel che posso fare.» Tacqui per un secondo, combattuto tra il desiderio di non rivelargli quanto non dovevo (più gli avessi detto, più mi avrebbe torchiato) e la voglia di vantarmi dei progressi che avevo fatto. «Ho le password del mio capo» annunciai infine. «Quale capo? Lundgren?» «Nora Sommers.» Annuì. «Ha usato il software?» «No, il Keyghost.» «Come le utilizzerà?» «Consulterò la posta elettronica del suo archivio. Forse entrerò nel suo MeetingMaker e scoprirò chi vede più spesso.» «Queste sono stronzate insignificanti» proruppe Meacham. «Penso sia ora di penetrare in AURORA.» «Adesso è troppo rischioso» protestai scuotendo la testa.

«Perché?» Un tizio spinse un carrello zeppo di sacchi verdi contenenti fertilizzante arricchito accanto alla portiera di Meacham. Gli correvano dietro quattro o cinque bambini. Arnold lo guardò, alzò il finestrino elettrico e tornò a concentrarsi su di me. «Perché?» ripeté. «L'accesso è separato.» «Cristo santo, segua qualcuno, rubi un badge, qualsiasi cosa. Devo ricominciare l'addestramento di base?» «Registrano chiunque entri, e ogni ingresso ha un tornello, perciò è impossibile intrufolarsi dentro.» «E l'impresa di pulizie?» «Ci sono telecamere a circuito chiuso puntate su ogni entrata. Non è così semplice. Non vorrà mica che mi becchino, non ora.» Parve arrendersi. «Gesù, quel posto è ben sorvegliato.» «Probabilmente potrebbe imparare uno o due trucchetti.» «Vaffanculo» sbottò. «E i dossier delle Risorse umane?» «Anche le Risorse umane sono ben sorvegliate» risposi. «Ma non come AURORA. Introdursi in quell'area dovrebbe essere relativamente facile. Ci procuri i fascicoli di chiunque sia in qualche modo associato ad AURORA. Almeno quelli delle persone su questa lista.» Sollevò il CD. «Posso provarci per la settimana prossima.» «Lo faccia oggi. La domenica è il momento ideale.» «Domani mi aspetta una giornata impegnativa. Ci sarà una presentazione per Goddard.» Sembrò disgustato. «Come sarebbe a dire? È troppo indaffarato con il suo incarico di copertura? Spero che non abbia scordato chi è il suo vero datore di lavoro.» «Devo essere in piena forma. È importante.» «Un'altra buona ragione per andare in ufficio stasera» ribatté girando la chiave dell'accensione. Capitolo 29 Mi recai alla Trion in prima serata. Il garage era semivuoto, e con tutta probabilità le uniche persone presenti erano le guardie di sicurezza, lo staff dei centri operativi aperti ventiquattr'ore su ventiquattro e pochi stacanovisti, come fingevo di essere io. Non riconobbi l'addetta al ricevimento, un'i-

spanica che non sembrava felice di essere lì. Quando entrai, non mi degnò nemmeno di uno sguardo, ma mi imposi di salutarla con un tono timido, afflitto o qualcosa di simile. Raggiunsi il mio box e sbrigai un po' di vero lavoro, alcuni fogli elettronici sulle vendite del Maestro nella regione del mondo chiamata EMOA, ossia Europa/Medio Oriente/Asia. I trend non erano positivi, ma Nora mi aveva ordinato di ritoccare le cifre per ricavarne dati il più possibile incoraggianti. Il piano era in gran parte immerso nell'oscurità. Dovetti persino accendere la luce nella mia area. Era angosciante. Meacham e Wyatt volevano i dossier di tutti i dipendenti legati ad AURORA. Desideravano conoscere le precedenti esperienze lavorative di ciascuno per sapere da quali società provenissero e quali mansioni avessero ricoperto. Era un buon metodo per scoprire il contenuto di AURORA. Non potevo però entrare nelle Risorse umane, aprire qualche archivio ed estrarne i fascicoli di mio interesse. A differenza di quasi tutte le altre aree dell'edificio, quella sezione aveva infatti adottato alcune misure di sicurezza. Tanto per cominciare, i computer non erano accessibili dal database aziendale perché collegati a un'altra rete. Penso che fosse giustificabile: i documenti sullo staff contenevano ogni tipo di informazioni riservate, come le valutazioni prestazionali, il valore dei fondi di investimento o dei diritti di opzione e via discorrendo. Temendo forse che scoppiassero delle sommosse giù nei box, la sezione voleva impedire alle maestranze di scoprire le cifre esorbitanti guadagnate dagli alti dirigenti della Trion. Le Risorse umane si trovavano al terzo piano dell'Ala E, a una notevole distanza dal Marketing prodotti. Lungo il tragitto, vi erano numerose porte chiuse, ma probabilmente il mio badge le avrebbe aperte tutte. Poi ricordai che da qualche parte la società registrava gli accessi ai vari punti di controllo con i relativi orari. Quelle informazioni venivano memorizzate, il che non significava necessariamente che qualcuno le consultasse o le utilizzasse. Se fossero sorti problemi in seguito, sarebbe tuttavia stato difficile spiegare perché fossi andato dal Marketing prodotti all'Ufficio del personale una domenica sera lasciandomi dietro briciole di pane digitali. Così uscii dall'edificio scendendo in ascensore e infilando uno degli ingressi sul retro. La particolarità di questi sistemi di sicurezza consiste nel controllare solo le entrate, non le uscite. Quando uscivi, non usavi il badge. Forse era una norma antincendio, non lo sapevo. Ma voleva dire che potevo lasciare il palazzo senza che nessuno se ne accorgesse. Ormai fuori era buio. La sede della Trion era illuminata, l'involucro di

cromo spazzolato che luccicava, le vetrate di un color blu notte. La zona era relativamente tranquilla la sera, solo il rombo dei veicoli che passavano di tanto in tanto sull'autostrada. Raggiunsi l'Ala E, dove sembravano essere concentrate molte delle funzioni amministrative (Vendite centrali, Gestione dei sistemi eccetera), e scorsi qualcuno che usciva da un'entrata di servizio. «Ehi, può tenermi aperta la porta?» urlai sventolando il badge in direzione dello sconosciuto, che poteva essere un addetto alle pulizie o qualcosa del genere. «Questo maledetto coso non funziona bene.» L'uomo obbedì senza neppure degnarmi di un'occhiata. Entrai senza essere registrato. A quanto ne sapeva il sistema centrale, io ero ancora di sopra nel mio box. Salii le scale fino al terzo piano. La porta era aperta. Anche questa era una misura antincendio: negli edifici superiori a una certa altezza, dovevi essere in grado di spostarti a piedi da un livello all'altro in caso di emergenza. Con molta probabilità alcuni piani avevano un lettore di badge subito dopo l'entrata dalle scale, ma non il terzo. Mi ritrovai nella reception delle Risorse umane. La sala d'aspetto aveva proprio l'atmosfera adatta a un ufficio del personale: molto mogano austero, per segnalare che siamo seri e che c'è in ballo la tua carriera, e poltrone variopinte, accoglienti e dall'aria comoda. Come a dire che le chiappe di chiunque venisse qui sarebbero rimaste appoggiate là sopra per un tempo interminabile. Mi guardai intorno alla ricerca delle telecamere a circuito chiuso, ma non ne vidi. Non che prevedessi di trovarle (questa non era una banca, e nemmeno il reparto speciale), ma volevo essere sicuro. O, se non altro, il più sicuro possibile. La luce era soffusa, il che rendeva quel posto ancor più solenne. O sinistro, non avrei saputo quale dei due aggettivi calzasse meglio. Riflettei per alcuni secondi. Non c'erano donne delle pulizie che potessero farmi entrare; con molta probabilità arrivavano a tarda sera o di prima mattina. Quello sarebbe stato il modo migliore per accedere all'area. Avrei invece dovuto tentare il solito vecchio trucco del badge che non funzionava, trucco che mi aveva portato fin lì. Scesi al piano inferiore e ripercorsi la strada fino all'atrio, dove un'addetta al ricevimento con folti capelli di un rosso sgargiante guardava una replica di The Bachelor su un monitor della sicurezza. «E io che pensavo di essere l'unico a lavorare la domenica» commentai.

Alzò gli occhi, rise educatamente e tornò a concentrarsi sulla trasmissione. Non sembravo un intruso: avevo un badge fissato alla cintura e arrivavo dall'interno, quindi ero autorizzato a stare lì, giusto? La donna non era molto loquace, ma questo era un aspetto positivo: voleva soltanto continuare a guardare The Bachelor. Avrebbe fatto qualsiasi cosa per sbarazzarsi di me. «Ehi, ascolti» continuai «mi dispiace disturbarla, ma per caso ha quella macchina che aggiusta i badge? Non che desideri entrare nel mio ufficio a tutti i costi, ma devo farlo, altrimenti mi tolgono il progetto, e quel dannato lettore mi nega l'accesso. È come se sapesse che dovrei essere a casa a guardare la partita di football, sa?» Sorrise. Probabilmente era abituata a essere ignorata dai dipendenti della Trion. «La capisco» replicò. «Ma purtroppo la signora che se ne occupa non arriverà fino a domani.» «Oh, porca miseria. Come faccio a entrare? Non posso aspettare fino a domani. Sono fottuto.» Annuendo, sollevò la cornetta del telefono. «Stan» disse «puoi venire un attimo?» Stan, la guardia di sicurezza, comparve un paio di minuti dopo. Era un tipo basso, bruno e nerboruto sulla cinquantina, con un vistoso toupet nero lucido, mentre la frangia di capelli veri tutt'intorno era brizzolata. Non sono mai riuscito a capire perché alcuni si prendano la briga di portare il parrucchino, se poi non lo rinnovano di tanto in tanto per farlo sembrare quasi convincente. Prendemmo l'ascensore fino al terzo piano. Inventai qualche complicata spiegazione sul sistema di riconoscimento gerarchicamente separato delle Risorse umane, ma nemmeno lui era interessato. Voleva parlare di sport, e io ero disponibile a farlo, nessun problema. Era deluso dai Denver Bronco, e finsi di esserlo anch'io. Quando raggiungemmo la sezione, estrasse il suo badge, che probabilmente gli dava accesso a ogni stanza in questa parte dell'edificio, e lo agitò davanti al lettore. «Non lavori troppo» mi raccomandò. «Grazie, amico» dissi. «È meglio che si faccia sistemare quel tesserino» aggiunse voltandosi verso di me. Ed eccomi dentro. Capitolo 30

Una volta superata la reception, le Risorse umane avevano la stessa configurazione anonima di qualsiasi altra maledetta sezione della Trion. L'unica differenza erano le luci di emergenza accese al posto delle lampade fluorescenti. A quanto vidi gironzolando qua e là, i box erano tutti vuoti, così come gli uffici. Non mi ci volle molto per capire dove conservavano i documenti. Al centro del piano vi era un'enorme griglia di lunghi corridoi formati da mobiletti orizzontali beige. Avevo pensato di condurre la mia missione spionistica interamente on line, ma sarebbe stato impossibile senza la password delle Risorse umane. Adesso che ero qui, pensai però di installare un dispositivo key logger. Sarei potuto tornare a recuperarlo in seguito. Era la Wyatt Telecom a pagare quei giocattolini, non io. Entrai in un box e collegai l'aggeggio. Per il momento avrei tuttavia dovuto accontentarmi di frugare nei cassetti per individuare i dipendenti assegnati ad AURORA. E avrei dovuto sbrigarmi: più fossi rimasto, più avrei rischiato che mi beccassero. La domanda era: come era organizzato l'archivio? Per nome? Per codice dipendente? Più studiavo le etichette sugli armadietti, più mi scoraggiavo. Mi ero forse illuso di intrufolarmi lì, aprire un'antina e tirare fuori qualche dossier interessante? Vi erano file di cassetti con scritte come AMMINISTRAZIONE GRATIFICHE, PENSIONI/ANNUALITÀ/TRATTAMENTI DI FINE RAPPORTO e CONGEDI PER FERIE, MALATTIA E ALTRO; altri con l'indicazione RICHIESTE DI INDENNITA PER INFORTUNI SUL LAVORO e RICHIESTE CONTESTATE; un'area dedicata ai DOCUMENTI DI IMMIGRAZIONE E NATURALIZZAZIONE... eccetera eccetera. Una noia mortale. Chissà perché, mi ronzava in testa un vecchio motivo sdolcinato: Band on the Run di Paul McCartney, risalente al suo sfortunato periodo con gli Wings. Un brano che detesto, fin peggiore delle canzoni di Celine Dion. La melodia è irritante ma contagiosa, come la congiuntivite, e le parole non hanno alcun senso. «A bell was ringing in the village square for the rabbits on the run!» Mmh, okay. Provai un cassetto e, naturalmente, era chiuso; erano tutti chiusi. Ciascun mobiletto aveva una serratura in cima, e dovevano aprirsi tutti con la stessa chiave. Quel maledetto ritornello («The county judge... held a grudge») non mi diede pace mentre cercavo la scrivania dell'assistente amministrativa, dove avrei senz'altro trovato la chiave dell'archivio. E infatti eccola lì, su un anello in un cassetto centrale aperto. Caspita, Meacham aveva ragione: è sempre facile scovare la chiave.

Rovistai tra i fascicoli in ordine alfabetico. Dopo aver scelto un nome (Yonah Oren) dalla lista dello staff assegnato ad AURORA, consultai la lettera O. Niente. Cercai un altro nominativo (Sanjay Kumar) e non trovai nulla nemmeno lì. Tentai con Peter Daut: niente. Strano. Tanto per scrupolo, verificai nei cassetti POLIZZE ASSICURATIVE, INFORTUNI. Niente. Idem negli armadietti delle pensioni. Anzi, niente in nessun armadietto, a quanto vedevo. «The jailer man and Sailor Sam...» Era come la tortura cinese. Che cosa significavano quelle strofe insulse? Qualcuno lo sapeva? Era bizzarro che, dove ci sarebbero dovute essere le cartelle, vi erano talvolta piccoli buchi, piccoli spazi vuoti, come se i dossier fossero stati rimossi. Oppure era solo la mia immaginazione? Proprio quando stavo per arrendermi, girai ancora una volta intorno alle file di mobiletti e notai una nicchia, una stanza aperta e separata accanto alla griglia di archivi. Il cartello all'ingresso diceva: DOCUMENTI RISERVATI ACCESSO CONSENTITO SOLO DIETRO AUTORIZZAZIONE DI JAMES SPERLING O LUCY CELANO. Una volta entrato nella nicchia, provai un senso di sollievo quando vidi che qui le cose erano semplici: i cassetti erano ordinati per numero di sezione. James Sperling era il responsabile delle Risorse umane, e Lucy Celano la sua assistente amministrativa. Impiegai un paio di minuti per individuare la scrivania di Lucy, e forse trenta secondi per trovare l'anello portachiavi (cassetto in basso a destra). Tornai quindi agli armadietti confidenziali e scovai quello che conteneva i numeri di sezione, compreso quello del progetto AURORA. Quando lo tirai, produsse una specie di suono metallico, come se fosse caduta una rotella orientabile da dietro. Mi domandai con quanta frequenza consultassero questi fascicoli. Che lavorassero per lo più con la documentazione on line, conservando le copie cartacee solo per motivi legali o di revisione contabile? Notai quindi qualcosa di davvero singolare: mancavano tutti i dossier della sezione AURORA. Insomma, vi era un buco di mezzo metro, forse sessanta centimetri, tra il numero precedente e quello successivo. Il cassetto era semivuoto. Le pratiche dell'AURORA erano state spostate.

Per un attimo, ebbi l'impressione che il mio cuore si fermasse. Ero stordito. Con la coda dell'occhio scorsi una luce intensa che iniziava a lampeggiare. Era una di quelle lampade di emergenza stroboscopiche allo xeno, montata sulla parete, vicino al soffitto, appena fuori della nicchia. A che cosa diavolo serviva? Qualche secondo dopo udii il raglio roco e assordante di una sirena. Avevo in qualche modo innescato un sistema di allarme che senza dubbio proteggeva i fascicoli riservati. Il suono era così forte che probabilmente era udibile nell'intera ala. Capitolo 31 Le guardie sarebbero arrivate da un momento all'altro. Forse non si erano ancora precipitate lì solo perché durante il weekend ce n'erano meno. Mi scagliai verso la porta, spinsi il maniglione antipanico con il fianco, ma non si aprì. L'urto mi procurò un dolore lancinante. Ritentai; la porta era sprangata. Oh, Gesù. Ne provai un'altra, e anche quella era chiusa dall'interno. Ora capii che cosa era stato quel lieve suono metallico uno o due minuti prima: tirando il cassetto, dovevo aver azionato un meccanismo di blocco automatico delle uscite. Filai verso la parte opposta del piano, dove vi erano altre porte, ma anche quelle erano chiuse. Era bloccata persino quella che dava accesso a una scaletta antincendio, e questa doveva essere una violazione delle norme. Mi sentivo come un topo in trappola. La sicurezza sarebbe giunta entro breve e avrebbe perlustrato i locali. La mia mente vorticava. Potevo cercare di imbrogliarli? Stan, la guardia, mi aveva fatto entrare. Forse l'avrei convinto che mi ero ritrovato per errore nella zona sbagliata e avevo aperto il cassetto sbagliato. Sembrava nutrire della simpatia nei miei confronti, magari avrebbe funzionato. Ma che cosa sarebbe successo se fosse stato ligio alle regole, chiedendomi di mostrargli il badge e accorgendosi che non avevo assolutamente nulla a che fare con questa sezione? No, non potevo rischiare. Non avevo scelta, dovevo nascondermi. Ero imprigionato qui dentro. «Stuck inside these four walls» gemevano le voci irritanti degli Wings. Cristo!

La luce stroboscopica lampeggiava accecante, e l'allarme ululava come se questo fosse un reattore nucleare durante la fusione del nocciolo. Ma dove potevo nascondermi? Pensai che la prima cosa da fare fosse creare un diversivo, una spiegazione plausibile e innocente per l'attivazione della sirena. Merda, non c'era tempo! Se mi avessero beccato qui, sarebbe finito tutto quanto. Non avrei soltanto perso il lavoro alla Trion. Molto peggio. Sarebbe stata una catastrofe, un vero incubo. Afferrai un cestino della carta. Era vuoto, così agguantai un foglio da una scrivania poco distante, lo appallottolai, presi l'accendino e gli diedi fuoco. Tornando di corsa verso la nicchia, lo appoggiai alla parete. Poi estrassi una sigaretta dal pacchetto e gettai anche quella nel cestino. La carta bruciò e divampò producendo una densa nuvola di fumo. Forse, se avessero trovato parte della sigaretta, avrebbero incolpato il solito vecchio mozzicone ancora acceso. Forse. Udii passi pesanti e voci che parevano provenire dalla scala antincendio. No, ti prego, Dio. È tutto finito. È tutto finito. Scorsi quella che sembrava la porta di uno sgabuzzino. Era aperta. Dentro vi era uno scaffale per la cancelleria, non molto largo, ma profondo forse tre metri e mezzo, con alte file di mensole traboccanti di risme di carta e roba simile. Poiché non osavo accendere la luce, non ci vedevo bene, ma distinsi uno spazio in fondo, tra due mensole, e mi ci infilai. Proprio quando mi richiusi la porta alle spalle, udii un'altra porta che si apriva e alcune grida soffocate. Mi paralizzai. L'allarme continuava a suonare. C'erano delle persone che correvano avanti e indietro, urlando sempre più forte, sempre più vicino. «Quaggiù!» strillò qualcuno. Il cuore mi batteva all'impazzata. Trattenni il respiro. Appena mi muovevo, la mensola dietro di me cigolava. Mi spostai, e la mia spalla sfiorò uno scatolone producendo un fruscio. Dubitavo che sentissero quei lievi rumori, non con quel baccano, con lo strepito, le sirene e tutto il resto. Mi costrinsi tuttavia a restare immobile. «... fottuta sigaretta!» udii con grande sollievo. «... l'estintore!» replicò qualcuno. Per un tempo lunghissimo (dieci minuti, mezz'ora, non ne avevo idea perché non potevo sollevare il braccio per consultare l'orologio) restai schiacciato in quell'angolino, accaldato e madido di sudore, in stato coma-

toso, i piedi intorpiditi a causa della posizione scomoda. Mi aspettavo che la porta dello sgabuzzino si spalancasse, che la luce si riversasse all'interno, che mi scovassero. Non sapevo che cosa diavolo avrei potuto dire. Niente, credo. Mi avrebbero beccato, e non sarei riuscito a imbastire alcuna spiegazione. Sarei stato fortunato se si fossero limitati a licenziarmi. Probabilmente la Trion mi avrebbe denunciato. Non vi erano giustificazioni valide per la mia presenza lì. Non volevo neppure pensare a che cosa mi avrebbe fatto Wyatt. E che cosa avevo scoperto in cambio di tutti quei guai? Niente. Tutti i fascicoli di AURORA erano spariti. Sentii una specie di spruzzo o di schizzo, evidentemente un estintore in azione, e ormai le urla si erano attenuate. Mi chiesi se la Sicurezza avesse chiamato i pompieri interni o il comando dei vigili del fuoco più vicino e se l'incendio nel cestino della carta straccia fosse stato sufficiente a spiegare l'entrata in funzione dell'allarme o se avrebbero continuato a perlustrare i locali. Perciò rimasi lì, i piedi che si trasformavano in formicolanti blocchi di ghiaccio mentre il sudore mi colava sul viso e le spalle e il collo venivano assaliti dai crampi. Attesi. Ogni tanto udivo delle voci, ma sembravano più calme. Dei passi, ma non frettolosi. Dopo un'infinità, tutto tacque. Tentai di alzare il braccio sinistro per controllare l'ora, ma si era addormentato. Lo agitai e sollevai il destro per dargli qualche pizzicotto finché riuscii ad avvicinarlo alla faccia e consultare il quadrante illuminato. Erano le dieci e qualche minuto, anche se avrei scommesso che fosse mezzanotte passata. Pian piano abbandonai la mia posizione da contorsionista, accostandomi adagio alla porta. Rimasi lì per qualche istante, drizzando gli orecchi. Non si sentiva volare una mosca. Ero quasi certo che se ne fossero andati: avevano spento il fuoco e avevano constatato che, dopo tutto, non vi era alcun intruso. Gli esseri umani, e soprattutto le guardie di sicurezza, che detestano i computer perché sono convinte che abbiano rubato loro il lavoro, non si fidano delle macchine. Non avrebbero esitato a incolpare un'anomalia del sistema di allarme. Forse, se la sorte mi avesse assistito, nessuno si sarebbe chiesto perché l'allarme antifurto fosse scattato prima dell'allarme antincendio. Traendo un sospiro, aprii l'uscio con lentezza.

Guardai da entrambe le parti e dritto davanti a me: il locale sembrava deserto. Non c'era anima viva. Mossi alcuni passi, mi fermai, diedi un'altra occhiata in giro. Nessuno. La stanza puzzava di fumo e anche di una qualche sostanza chimica, con molta probabilità quella contenuta nell'estintore. Percorsi il corridoio senza fare rumore, tenendomi lontano dalle finestre e dalle porte a vetri, finché raggiunsi un'uscita. Non quella che immetteva nella reception, e nemmeno quella che dava sulle scale posteriori da cui erano entrate le guardie. Era chiusa. Ancora chiusa. Cristo, no. Non avevano disattivato il blocco automatico. Muovendomi un po' più in fretta, con il livello di adrenalina che riprendeva a salire, andai all'ingresso della reception e spinsi i maniglioni, ma anche quelli erano bloccati. Ero ancora intrappolato lì dentro. E ora? Non avevo scelta. Che io sapessi, non c'era modo di aprire le porte dall'interno. E non potevo certo chiedere aiuto alla Sicurezza, soprattutto dopo quanto era accaduto. No. Avrei dovuto restare lì finché qualcuno mi avesse fatto uscire. Il che non sarebbe successo fino al mattino successivo, quando fosse arrivata l'impresa di pulizie. O peggio, quando fossero arrivati i primi impiegati delle Risorse umane. E allora avrei dovuto fornire una spiegazione valida. Esausto, sedetti in un box lontano da porte e finestre. Ero stanco morto. Avevo assoluto bisogno di dormire. Così incrociai le braccia e, come uno studente spossato nella biblioteca dell'università, mi addormentai subito. Capitolo 32 Un vocio mi svegliò verso le cinque. Mi raddrizzai di scatto. L'impresa di pulizie era arrivata, spingendo grossi secchi di plastica con spazzoloni e aspirapolvere dotati di cinghie da spalla. Vi erano due uomini e una donna, che parlottavano fitto fitto in portoghese. Masticavo qualche parola: quando ero bambino, molti dei nostri vicini erano brasiliani. Avevo lasciato una piccola pozza di saliva sulla scrivania. La asciugai con la manica, quindi mi alzai e mi diressi verso la porta, che avevano

bloccato con un fermo di gomma. «Bom dia, corno vai?» dissi. Scossi la testa con aria imbarazzata, lanciando una vistosa occhiata all'orologio. «Bem, obrigado e o senhor?» replicò la donna. Sorrise scoprendo due denti d'oro. Pareva che l'avesse bevuta: un povero impiegato che aveva sgobbato per tutta la notte o aveva attaccato a un'ora antelucana, non lo sapeva oppure non le interessava. Uno degli uomini osservava il cestino della carta straccia bruciacchiato e diceva all'altro qualcosa che probabilmente significava: «Che cosa diavolo è successo qui?». «Cançado» risposi alla signora: sono stanco, ecco come sto. «Bom, até logo.» Arrivederci. «Até logo, senhor» mi salutò mentre varcavo la soglia. Pensai per un secondo di andare a casa, cambiarmi e tornare subito. Ma non ne avevo la forza, perciò lasciai l'Ala E (ormai il personale cominciava ad arrivare) e rientrai nell'Ala B diretto al mio box. Okay, se qualcuno avesse controllato, avrebbe scoperto che ero arrivato nell'edificio domenica sera intorno alle sette e poi alle cinque e trenta del lunedì mattina. Uno stacanovista. Speravo solo che nessun conoscente mi vedesse in quelle condizioni, come se avessi dormito con i vestiti addosso, cosa che naturalmente era vera. Per fortuna non incrociai nessuno. Presi una Diet Coke nella sala relax e ne bevvi una lunga sorsata. Aveva un sapore terribile a quell'ora del mattino, così mi preparai un caffè con la Saeco e andai nella toilette degli uomini per darmi una rinfrescata. Avevo la camicia un po' sgualcita, ma per il resto ero presentabile pur essendo a pezzi. Quella sarebbe stata una grande giornata, e dovevo essere in forma smagliante. Un'ora prima dell'importante riunione con Augustine Goddard, ci ritrovammo nella Packard, una delle sale conferenze più ampie, per una prova generale. Nora indossava un bel tailleur blu, e sembrava che fosse andata dal parrucchiere apposta per l'occasione. Era tesissima, scoppiava di energia nervosa. Sorrideva, gli occhi spalancati. Lei e Chad provavano nella stanza mentre gli altri prendevano posto. Chad recitava la parte di Jock. Si esibivano in questo botta e risposta come una vecchia coppia sposata alle prese con uno dei soliti litigi, quando a un tratto il cellulare di Chad trillò. Aveva uno di quei Motorola con l'aletta, e doveva piacergli parecchio (ne ero convinto) perché poteva terminare le telefonate chiudendo l'apparecchio di scatto. «Pronto» disse. Il suo tono si accalorò all'improvviso. «Ehi, Tony.» Sol-

levò l'indice nell'aria per chiedere a Nora di aspettare, quindi si spostò verso un angolo della stanza. «Chad» lo chiamò Nora, irritata. Lui si voltò, annuì e sollevò di nuovo l'indice. Dopo circa un minuto chiuse il cellulare e la raggiunse, parlando velocemente a voce bassa. Ascoltando, tenevamo tutti gli occhi puntati su di loro; erano al centro dell'attenzione. «Era un mio amico dall'ufficio del direttore amministrativo» annunciò piano storcendo la bocca. «La decisione riguardo al Maestro è già stata presa.» «Come fai a saperlo?» domandò Nora. «Il direttore amministrativo ha appena emanato l'ordine di depennare dall'attivo di bilancio cinquanta milioni di dollari per il Maestro. La decisione è stata presa ai vertici. La riunione con Goddard è solo una formalità.» Nora si girò arrossendo. Si avvicinò alla finestra e guardò fuori senza proferire parola per un intero minuto. Capitolo 33 Il Centro briefing dirigenziale si trovava al settimo piano dell'Ala A, proprio di fronte all'ufficio di Goddard. Ci andammo tutti insieme, con il morale a terra. Nora disse che ci avrebbe raggiunto entro qualche minuto. «Uomo morto che cammina!» cantilenò Chad mentre avanzavamo. «Uomo morto che cammina!» Annuii. Mordden gli scoccò un'occhiataccia e tenne le distanze, lanciandomi senza dubbio insulti di ogni tipo e cercando di capire perché non trattassi Chad con freddezza, che cosa stessi combinando. Non si fermava più tanto spesso nel mio box dalla notte in cui mi ero introdotto nell'ufficio di Nora. Era difficile stabilire se si comportasse in modo strano, perché la stranezza era la sua modalità predefinita. Non volevo inoltre cadere vittima della paranoia da situazione, chiedendomi di continuo se mi guardasse in maniera insolita o cose simili. Non potevo però fare a meno di domandarmi se avessi mandato a rotoli l'intera missione con un unico gesto imprudente e se Mordden mi avrebbe causato seri problemi. «Ora, le posizioni sono fondamentali» mormorò Chad. «Goddard siede sempre al centro, sul lato del tavolo accanto alla porta. Se vuoi essere invisibile, mettiti alla sua destra. Se vuoi che ti rivolga la sua attenzione, mettiti alla sua sinistra o direttamente di fronte a lui.»

«Dovrei volere che mi rivolgesse la sua attenzione?» «Non lo so. È pur sempre il capo.» «Hai partecipato a molte riunioni con lui?» «Non tantissime» rispose scrollando le spalle. «Un paio.» Annotai mentalmente di sedere dove Chad mi aveva sconsigliato, ossia alla destra di Goddard. Sbagliando s'impara e compagnia bella. Il CBD era davvero straordinario. Vi era un enorme tavolo di legno tropicale che riempiva la maggior parte dello spazio. Un'intera parete era occupata da uno schermo per le presentazioni. Vi erano pesanti pannelli acustici elettrici che scendevano dal soffitto, probabilmente non solo per tenere fuori la luce ma anche per impedire agli orecchi indiscreti di udire quanto accadeva dentro. Incorporati nel tavolo, vi erano microfoni dotati di altoparlante e piccoli display che si sollevavano davanti a ciascuna sedia quando qualcuno premeva un bottone. Si sentivano bisbiglii, risate nervose, battute di spirito. Ero impaziente di vedere il famoso Jock Goddard da vicino, anche se non fossi mai riuscito a stringergli la mano. Pur non dovendo parlare né intervenire durante la presentazione, ero un po' agitato. Alle dieci meno cinque Nora non era ancora arrivata. Che si fosse buttata da una finestra? Che fosse al telefono cercando di fare pressioni, compiendo un ultimo tentativo disperato di salvare il suo prezioso prodotto, tirando tutti i fili possibili? «Credete che si sia persa?» scherzò Phil. Alle dieci meno due Nora entrò nella sala, calma, raggiante, persino più bella. Sembrava che si fosse rinfrescata il trucco, rimettendosi la matita per le labbra e tutto il resto. Forse aveva persino meditato o qualcosa di simile, perché appariva trasformata. Poi, quando Jock Goddard e Paul Camilletti fecero il loro ingresso alle dieci in punto, calò il silenzio. «Tagliagole» Camilletti, con indosso un blazer nero e una T-shirt di seta verde oliva, si era pettinato i capelli all'indietro e assomigliava a Gordon Gekko in Wall Street. Si accomodò a un angolo dell'immenso tavolo. Goddard, con il consueto lupetto nero sotto una giacca sportiva di tweed marrone, si avvicino a Nora sussurrandole qualcosa che la fece ridere. Le posò una mano sulla spalla, e lei gliela sfiorò per qualche secondo. Era leziosa, quasi civettuola, una sfaccettatura del suo carattere che non avevo ancora visto. Goddard sedette quindi a capotavola, di fronte allo schermo. Grazie, Chad. Ero sull'altro lato, alla destra di Jock. Lo vedevo benissimo e non mi

sentivo certo invisibile. Aveva le spalle rotonde, un po' curve. I capelli bianchi, con la scriminatura da una parte, erano indomiti. Le sopracciglia erano folte, candide, simili a vette innevate. La fronte era solcata da profonde rughe, e gli occhi avevano uno sguardo malizioso. Vi fu qualche secondo di silenzio impacciato, e Jock si guardò intorno. «Sembrate tutti così nervosi» osservò. «Rilassatevi! Non mordo.» La sua voce era gradevole, una specie di baritono insieme carezzevole e gracchiante. Fece l'occhiolino a Nora. «Non sempre, a ogni modo.» Lei rise; qualcun altro ridacchiò educatamente. Io sorrisi, come a dire: «Apprezzo che tenti di metterci tutti a nostro agio». «Solo quando ti minacciano» intervenne Nora. Goddard sorrise, le labbra che disegnavano una V. «Jock, ti dispiace se comincio?» «Prego.» «Jock, abbiamo lavorato talmente sodo all'aggiornamento del Maestro che talvolta abbiamo difficoltà nel guardare oltre, nell'adottare una prospettiva reale. Non penso ad altro da trentasei ore, e ho capito che esistono vari modi importanti per rinnovare e migliorare il Maestro, per renderlo più allettante e aumentarne la quota di mercato, forse anche in misura considerevole.» Assentendo, Goddard congiunse i polpastrelli e studiò le sue annotazioni. Nora picchiettò sulla copertina plastificata della presentazione. «Abbiamo escogitato una strategia, una strategia molto efficace, aggiungendo dodici nuove funzionalità al Maestro. Ma francamente devo dirti che se fossi al tuo posto manderei tutto a monte.» Goddard alzò gli occhi all'improvviso, le grandi sopracciglia candide inarcate. Fissammo tutti Nora, esterrefatti. Non credevo alle mie orecchie. Stava piantando in asso l'intero team. «Jock» proseguì «se c'è una cosa che mi hai insegnato, è che a volte un vero leader deve sacrificare ciò a cui tiene di più. Mi uccide dirlo, ma non posso ignorare i fatti. Il Maestro era perfetto, ma il suo momento è arrivato e se n'è andato. È la Regola di Goddard: se il tuo prodotto non ha il potenziale per essere il numero uno o il numero due del mercato, disfatene.» Goddard tacque per alcuni istanti. Pareva sorpreso, colpito, e dopo qualche secondo annuì con un sorriso furbesco che significava: «Hai tutta la mia approvazione». «Siamo... siete tutti d'accordo?» chiese strascicando le parole. Pian piano i presenti iniziarono a fare sì con la testa, saltando sul treno

in corsa mentre usciva dalla stazione. Chad assentì mordicchiandosi il labbro come era solito fare Bill Clinton; Mordden annuiva con vigore, come se avesse finalmente la possibilità di esprimere la sua vera opinione. Gli altri ingegneri grugnirono: «Sì» e «Sono d'accordo». «Devo ammettere che questo mi stupisce» continuò Goddard. «Non è certo quanto mi aspettavo di sentire questa mattina. Mi aspettavo la battaglia di Gettysburg. Sono meravigliato.» «Ciò che può recare vantaggio a ciascuno di noi nel breve termine» interloquì Nora «non è necessariamente la cosa migliore per la Trion.» Ero sbalordito dal modo in cui stava conducendo questa immolazione, ma dovetti ammirare la sua scaltrezza, la sua tattica machiavellica. «Be'» riprese Goddard «prima di fare il grande passo, aspettate un attimo. Lei... non l'ho vista annuire.» Sembrava che parlasse con me. Mi guardai intorno, poi guardai di nuovo lui. Parlava senz'altro con me. «Lei» ripeté. «Giovanotto, non l'ho vista fare sì con la testa come tutti gli altri.» «È nuovo» si affrettò a spiegare Nora. «Ha appena cominciato.» «Come si chiama, giovanotto?» «Adam» risposi. «Adam Cassidy.» Il cuore prese a martellarmi nel petto. Oh, merda. Era come essere interrogato a scuola. Mi pareva di essere in seconda media. «Questa decisione non le piace, vero, Adam?» domandò Goddard. «Eh? Al contrario.» «Allora è propenso a mandare tutto a monte.» Mi strinsi nelle spalle. «Sì o no?» «Capisco benissimo le motivazioni di Nora» dissi. «E se fosse al mio posto?» insistette Goddard. Trassi un profondo respiro. «Se fossi al suo posto, non manderei tutto a monte.» «No?» «E non aggiungerei nemmeno quelle dodici nuove funzioni.» «Non le aggiungerebbe?» «No. Ne sceglierei solo una.» «E quale sarebbe?» Vidi di sfuggita il volto di Nora, che era diventato paonazzo. Mi fissava come se un alieno mi stesse uscendo dal petto. Tornai a concentrarmi su

Goddard. «Un protocollo per i dati sicuri.» Le sue sopracciglia si abbassarono. «I dati sicuri? Perché diavolo attirerebbero i consumatori?» Schiarendosi la gola, Chad intervenne: «Dai, Adam, guarda le ricerche di mercato. I dati sicuri sono - dove? - al settantacinquesimo posto sull'elenco delle funzioni che i consumatori desiderano». Sogghignò. «A meno che non pensi che il consumatore medio sia Austin Powers, l'uomo internazionale del mistero.» Alcune risatine si levarono dalle propaggini più lontane del tavolo. Sorrisi benevolo. «No, Chad, hai ragione. Il consumatore medio non è interessato ai dati sicuri. Ma io non sto parlando del consumatore medio. Sto parlando delle forze armate.» «Le forze armate.» Goddard inarcò un sopracciglio. «Adam...» interloquì Nora in tono piatto, quasi minaccioso. Goddard agitò una mano nella sua direzione. «No, voglio ascoltare. Le forze armate, diceva?» Trassi un profondo respiro cercando di dissimulare il panico. «Ascolti, di recente l'esercito, l'aviazione, i canadesi, i britannici - l'intero establishment della difesa statunitense, britannica e canadese - hanno revisionato il loro sistema di comunicazioni globale, giusto?» Estrassi alcuni ritagli di «Defense News» e «Federal Computer Week» (riviste che, naturalmente, compro sempre) e li sollevai. Mi tremava un po' la mano, e mi auguravo che nessuno se ne accorgesse. Wyatt mi aveva preparato per questo momento, e speravo di ricordare tutti i dettagli. «Si chiama Defense Message System, o DMS, il sistema di messaggistica sicura per milioni di addetti alla difesa in tutto il mondo. Si fa tutto tramite desktop, e il Pentagono non vede l'ora di passare al wireless. Pensi alla differenza che farebbe: accesso remoto wireless sicuro a informazioni e comunicazioni riservate, con l'autenticazione dei mittenti e dei destinatari, la cifratura end-to-end, la protezione dei dati, l'integrità dei messaggi. Nessuno possiede questo mercato!» Goddard piegò la testa, ascoltando con attenzione. «E il Maestro è il prodotto perfetto per questo segmento. È piccolo, robusto, praticamente indistruttibile e del tutto affidabile. In tal modo trasformeremo un difetto in un pregio: il fatto che il Maestro sia una tecnologia obsoleta e tradizionale è un vantaggio per le forze armate, perché è totalmente compatibile con i loro protocolli di trasferimento wireless risalenti a cinque anni fa. Dobbiamo soltanto aggiungere i dati sicuri. Il costo è minimo, e il mercato potenziale enorme... insomma, enorme!»

Goddard mi fissava, benché non capissi se fosse colpito o se mi considerasse pazzo. «Così, anziché rimodernare questo prodotto vecchio e scadente, lo rilanciamo. Gli mettiamo un guscio di plastica indurita, infiliamo dentro la cifratura protetta, e il gioco è fatto. Se ci sbrighiamo, conquisteremo questo mercato di nicchia. Dimentichi il depennamento di cinquanta milioni... ora stiamo parlando di nuovi introiti per centinaia di milioni l'anno» continuai. «Gesù» esclamò Camilletti dal fondo del tavolo scarabocchiando appunti su un block-notes. Goddard prese ad annuire, prima piano, poi con più energia. «Molto interessante» commentò. Poi, rivolto a Nora: «Mi ripeti il suo nome? Elijah?». «Adam» rispose Nora, secca. «Grazie, Adam» disse Goddard. «Davvero niente male.» Non ringraziare me, pensai; ringrazia Nick Wyatt. A quel punto scorsi Nora che mi guardava con un'inconfondibile espressione di odio puro. Capitolo 34 La notizia ufficiale arrivò via e-mail prima di pranzo: Goddard aveva ordinato una sospensione dell'esecuzione per il Maestro. Il team avrebbe dovuto presentare una proposta per lievi ritocchi delle funzioni e dell'imballaggio che soddisfacessero i requisiti delle forze armate. Nel frattempo gli Affari governativi della Trion avrebbero cominciato a negoziare un contratto con la sezione Acquisizioni e logistica della Defence Information Systems Agency del Pentagono. Traduzione: schiacciata a canestro. Il vecchio prodotto non era solo stato staccato dalle macchine che lo tenevano in vita, ma aveva ricevuto un trapianto di cuore e una massiccia trasfusione di sangue. Lo scandalo era scoppiato. Ero nella toilette degli uomini, davanti all'orinatoio, intento ad abbassarmi la cerniera, quando entrò Chad. Sembrava aver intuito, notai, che mi vergognavo di pisciare in pubblico. Mi seguiva sempre in bagno per parlare di sport o lavoro, riuscendo a chiudermi il rubinetto. Questa volta si avvicinò all'orinatoio accanto al mio, il volto illuminato come se fosse felicissimo di vedermi. Sentii che apriva la lampo, e mi si serrò la vescica. Tornai a fissare le piastrelle alla parete.

«Ehi» esordì. «Ottimo lavoro, campione. È così che si fa colpo sul capo!» Scosse adagio la testa producendo un suono simile a uno spruzzo. Il piscio schizzò rumorosamente contro il piccolo rombo in fondo all'orinatoio. «Cristo.» Sprizzava sarcasmo da tutti i pori. Aveva attraversato una linea invisibile. Non si prendeva più nemmeno il disturbo di fingere. Potresti andartene in modo che possa pisciare anch'io?, pensai. «Ho salvato il prodotto» gli rammentai. «Sì, e hai fregato Nora. Ne è valsa la pena? Solo per segnare qualche punto con l'amministratore delegato, per avere il tuo momento di gloria? Non è così che funziona da queste parti, amico. Cazzo, hai appena commesso un errore madornale.» Scrollandosi l'uccello, si richiuse la patta e uscì senza lavarsi le mani. Quando tornai al box, un messaggio di Nora mi aspettava nella posta vocale. «Nora» la salutai entrando nel suo ufficio. «Adam» replicò piano. «Prego, si accomodi.» Sorrideva, un sorriso mesto e dolce. Un presagio infausto. «Nora, posso spiegarle...» «Adam, come sa, la Trion va fiera della propria capacità di trovare il dipendente giusto per il lavoro giusto, di accertarsi che i collaboratori più validi rivestano gli incarichi più adatti a loro.» Sorrise di nuovo, e gli occhi le brillarono. «Ecco perché ho appena presentato una richiesta di trasferimento chiedendo a Tom di sveltire la procedura.» «Trasferimento?» «Siamo rimasti tutti colpiti dal suo talento, dalla sua intraprendenza, dalla profondità delle sue conoscenze. Ha dimostrato con chiarezza le sue potenzialità durante la riunione di questa mattina. Riteniamo che una persona del suo calibro possa essere molto utile alla nostra struttura nell'RTP. L'unità di gestione della catena dell'offerta ha davvero bisogno di un collaboratore come lei.» «Nell'RTP?» «Il nostro ufficio satellite nel Research Triangle Park. A RaleighDurham, nella Carolina del Nord.» «Nella Carolina del Nord?» Avevo capito bene? «Sta dicendo che vuole mandarmi nella Carolina del Nord?» «Adam, a sentirla sembrerebbe la Siberia. È mai stato a RaleighDurham? È davvero una cittadina ridente.»

«Ma... ma non posso andarmene, ho delle responsabilità qui, ho...» «Il Dislocamento personale si occuperà di ogni cosa. Copriranno tutte le spese... entro limiti ragionevoli, naturalmente. Ho già messo in moto il meccanismo alle Risorse umane. Un trasloco è sempre un piccolo trauma, ma loro sanno renderlo indolore.» Il suo sorriso si allargò. «Adorerà lavorare lì, e loro adoreranno lei!» «Nora» ribattei «Goddard mi ha chiesto un parere sincero, e io ammiro molto i risultati che ha raggiunto con la linea Maestro, non intendevo negarlo. L'ultima cosa che volevo era farla incazzare.» «Farmi incazzare?» ripeté. «Al contrario, Adam. Le sono grata per i suoi suggerimenti. Vorrei solo che ne avesse discusso con me prima della riunione. Ma ormai è acqua passata. Noi dobbiamo concentrarci su questioni più importanti. E anche lei!» Il trasferimento avrebbe avuto luogo entro le tre settimane successive. Ero scioccato. La filiale della Carolina del Nord svolgeva soltanto funzioni di supporto. A un milione di chilometri di distanza dalla Ricerca e sviluppo. Non sarei stato di alcuna utilità a Wyatt laggiù. E Nick mi avrebbe accusato di aver incasinato tutto. Sentivo quasi la lama della ghigliottina che scivolava lungo i binari. È bizzarro: non pensai a mio padre finché uscii dall'ufficio di Nora, e allora mi venne in mente. Non potevo traslocare. Non potevo lasciare il vecchio qui da solo. Ma come potevo rifiutarmi di andare dove il mio capo voleva spedirmi? A parte peggiorare la situazione scavalcando Nora, o almeno cercando di scavalcarla (cosa che mi si sarebbe sicuramente ritorta contro), quale alternativa avevo? Se mi fossi opposto alla sua decisione, avrei dovuto dimettermi dalla Trion, e allora si sarebbe scatenato l'inferno. Mi sembrava che l'intero edificio mi vorticasse intorno, adagio; dovevo sedermi, dovevo riflettere. Quando passai accanto alla sua porta, Noah Mordden mi chiamò con un cenno del dito. «Ah, Cassidy» disse. «Il Julien Sorel della Trion. Sia gentile con la signora Renai.» «Prego?» chiesi. Non sapevo di che cosa diavolo stesse parlando. Con la consueta camicia hawaiana e i grossi occhiali neri e tondi pareva sempre di più una caricatura di se stesso. Il suo telefono IP squillò, ma naturalmente non era un trillo normale. Era un file sonoro tratto da Suffragette City di David Bowie: «Oh wham bam thank you ma'am!». «Credo che abbia fatto colpo su Goddard» proseguì. «Ma allo stesso

tempo deve stare attento a non inimicarsi troppo il suo diretto superiore. Dimentichi Stendhal. Forse avrebbe bisogno di leggere Sun Tzu.» Aggrottò le sopracciglia. «Il culo che salverà potrebbe essere il suo.» Il suo ufficio era zeppo di oggetti curiosi. Vi erano una scacchiera con una partita lasciata a metà, un poster di H.P. Lovercraft, una grossa bambola con biondi capelli ricciuti. Indicai la scacchiera con aria interrogativa. «Tal-Botvinnik, 1960» spiegò, come se per me significasse qualcosa. «Una delle più grandi mosse di tutti i tempi. Comunque, a mio avviso, non si prende d'assedio una città cinta da mura se si può evitarlo. Inoltre - e questo non è un insegnamento di Sun Tzu, bensì dell'imperatore Domiziano - se tenti di colpire un re, devi ucciderlo. Invece lei ha sferrato un attacco a Nora senza prima chiamare i rinforzi.» «Non volevo sferrare alcun attacco.» «Qualunque fosse il suo obiettivo, ha commesso un grave errore di calcolo, amico mio. Nora la distruggerà. Se lo ricordi, Adam. Il potere corrompe. PowerPoint corrompe ancora di più.» «Vuole trasferirmi al Research Triangle.» Alzò un sopracciglio. «Sarebbe potuta andare molto peggio, sa. È mai stato a Jackson, nel Mississippi?» Sì, e mi era piaciuto, ma ero a terra e non avevo voglia di avviare una lunga conversazione con questo tipo strambo. Mi rendeva nervoso. Indicai la brutta bambola sulla mensola, domandando: «Quella è sua?». «Love Me Lucilie» rispose. «Un tremendo fiasco e, sono fiero di ammetterlo, una mia iniziativa.» «Lei progettava... bambole?» Allungò il braccio premendo la mano di Lucilie, e quest'ultima prese vita; gli occhi, così realistici da essere spaventosi, si aprirono per poi socchiudersi come se fossero veri. La bocca a cuore si spalancò e assunse un'orrenda piega imbronciata. «Non ha mai visto una bambola come questa.» «E non credo di volerla rivedere» lo rimbeccai. Mordden abbozzò un sorriso. «Lucilie ha un'ampia gamma di espressioni facciali umane. È completamente robotizzata, ed è davvero sbalorditiva. Piagnucola, fa i capricci e sa essere esasperante come un bambino vero. Fa il ruttino, farfuglia, sussurra paroline dolci, fa persino la pipì nel pannolino. Manifesta allarmanti sintomi di coliche. Fa tutto tranne avere il culetto irritato. È dotata di localizzazione del discorso, cioè guarda il suo interlocutore. È possibile insegnarle a parlare.»

«Non sapevo che costruisse bambole.» «Ehi, posso costruire quello che mi pare qui dentro. Sono un ingegnere capo della Trion. L'ho inventata per la mia nipotina, che si è rifiutata di giocarci. Diceva che le faceva venire la pelle d'oca.» «In effetti, è un po' bruttina» osservai. «Il calco era scadente.» Rivolgendosi alla bambola, disse con lentezza: «Lucilie? Saluta il nostro amministratore delegato». Lucilie girò piano la testa nella sua direzione. Udii un lieve ronzio meccanico. La bambola batté le palpebre, si imbronciò di nuovo e cominciò a parlare con la voce profonda di James Earl Jones, le labbra che articolavano i vocaboli: «Ciucciami il calzino, Goddard». «Gesù» mi lasciai sfuggire. Lucilie si voltò adagio verso di me e batté ancora le palpebre sorridendo con dolcezza. «Le budella tecnologiche dentro questo orrendo mostriciattolo erano molto progredite per quel periodo» aggiunse Mordden. «Ho sviluppato un sistema operativo multithreaded completo che funzionava con un processore da otto bit. Intelligenza artificiale avanzatissima su un codice rigidamente compilato. L'architettura è molto ingegnosa. Tre ASIC separati in questo pancino paffuto, tutti di mia creazione.» Sapevo che, nel gergo degli ingegneri, un ASIC era un costosissimo chip personalizzato capace di fare un sacco di cose. «Lucilie?» la chiamò Mordden, e lei lo guardò. «Vaffanculo, Lucilie.» Gli occhi della bambola si socchiusero lentamente, e la bocca si piegò all'insù emettendo uno uè-è-è angosciato. Un'unica lacrima le rigò la guancia. Noah le sollevò la casacca del pigiama rosa ornato di gale, scoprendo un piccolo display rettangolare a cristalli liquidi. «Mamma e papà la possono programmare visualizzando le impostazioni su questo LCD esclusivo della Trion. Un ASIC comanda lo schermo, un altro i motori, un altro il linguaggio.» «Incredibile» commentai. «Tutto questo per una bambola.» «Esatto. E poi l'azienda di giocattoli con cui ci eravamo associati ha mandato a monte il lancio. Che le serva da lezione. L'imballaggio era orrendo. Non hanno effettuato la spedizione fino all'ultima settimana di novembre, con un ritardo di circa due mesi (in quel periodo mamma e papà hanno già acquistato i regali di Natale). Inoltre, il prezzo base faceva schifo. In questa congiuntura economica i genitori non sono disposti a spendere oltre cento dollari per un maledetto giocattolo. Naturalmente, i geni del

marketing della nostra divisione Prodotti didattici e al consumo pensavano che avessi inventato il nuovo peluche Trudy, perciò abbiamo accumulato diverse centinaia di migliaia di questi chip personalizzati, prodotti in Cina con costi stratosferici e inutilizzabili per altri scopi. La Trion si è così ritrovata sul gobbo quasi mezzo milione di orribili bambole che nessuno voleva, oltre a trecentomila pezzi in attesa di essere assemblati, che fanno tuttora la muffa in un magazzino di Van Nuys.» «Un bel guaio.» «Non si preoccupi. Sono intoccabile. Ho la criptonite.» Non mi spiegò che cosa intendesse, ma stavo parlando con Mordden, che era matto da legare, quindi non indagai oltre. Tornai al mio box, dove trovai vari messaggi vocali. Quando ascoltai il secondo, sussultai riconoscendo la voce stridula ancor prima che il chiamante si presentasse. «Signor Cassidy» disse «sono davvero... oh, sono Jock Goddard. Sono rimasto molto affascinato dalle sue osservazioni durante la riunione di oggi, e mi chiedevo se potesse passare nel mio ufficio. Crede di poter contattare Flo, la mia assistente, per fissare un appuntamento?» PARTE QUARTA LO SMASCHERAMENTO Compromise: la scoperta di un agente, un nascondiglio o una tecnica spionistica da parte di un nemico. The Dictionary of Espionage Capitolo 35 L'ufficio di Jock Goddard non era più grande di quello di Tom Lundgren o Nora Sommers. Questa scoperta mi sbalordì. Il maledetto ufficio dell'amministratore delegato era forse mezzo metro più spazioso del mio patetico box. Vi passai accanto una volta, certo di aver sbagliato strada. Ma il nome (AUGUSTINE GODDARD) era lì, su una targa di ottone fissata alla porta, e Jock era in piedi fuori della stanza, impegnato a parlare con la sua assistente amministrativa. Indossava uno dei suoi lupetti neri, niente giacca, e portava un paio di occhiali da vista scuri. La donna con cui conversava, probabilmente Florence, era una robusta nera con un magnifico tailleur color argento. Aveva strisce grigie tra i capelli ai lati della testa e incuteva timore.

Alzarono entrambi gli occhi quando mi avvicinai. Florence non sapeva chi fossi, e a Goddard occorse un minuto, ma poi mi riconobbe (era il giorno successivo all'importantissima riunione) e mi salutò: «Oh, signor Cassidy, grandioso, grazie per essere venuto. Posso offrirle qualcosa da bere?». «Sono a posto, grazie» risposi. Rammentai però i consigli della dottoressa Bolton e aggiunsi: «Be', magari un po' d'acqua». Da vicino sembrava ancor più basso, con le spalle ancor più curve. Il suo volto da spiritello, con le labbra sottili e gli occhi scintillanti, era identico alle maschere che una delle unità commerciali aveva fatto preparare per la festa aziendale di Halloween dell'anno precedente. Ne avevo vista una appesa con una puntina da disegno alla parete di un box. Tutti i dipendenti dell'unità l'avevano indossata e si erano esibiti in una parodia o qualcosa di simile. Flo gli porse un dossier marroncino (notai che era il mio fascicolo delle Risorse umane), al che Goddard le ordinò di non passargli alcuna telefonata e mi introdusse nel suo ufficio. Non avevo idea di che cosa volesse, perciò la mia coscienza sporca si faceva sentire e non mi dava tregua. Insomma, avevo ficcanasato nella società di questo tizio giocando allo 007. Ero stato attento, certo, però avevo fatto un paio di gaffe. Ma poteva davvero essere qualcosa di brutto? L'amministratore delegato non licenzia mai di persona, delega sempre quel compito ai suoi tirapiedi. Non potevo tuttavia fare a meno di domandarmelo. Ero tanto nervoso da sentirmi ridicolo, e non ero molto abile nel dissimularlo. Aprì un piccolo frigorifero incassato in un armadietto e mi allungò una bottiglia di Perrier. Sedette quindi alla scrivania, appoggiandosi subito all'alto schienale della poltrona di cuoio. Io mi accomodai su una delle due sedie dall'altra parte del tavolo. Guardandomi intorno, scorsi la fotografia di una donna per nulla affascinante che, supposi, doveva essere sua moglie, perché aveva più o meno la sua età. Era scialba, con i capelli bianchi e una stupefacente quantità di rughe (Mordden l'aveva soprannominata «shar-pei»), e sfoggiava tre fili di perle stile Barbara Bush, probabilmente per celare i barbigli sotto il mento. Mi chiesi se Nick Wyatt, divorato da una profonda invidia per Augustine Goddard, sapesse da chi Jock tornava a casa ogni sera. Le ochette di Wyatt venivano sostituite, o alternate, una notte sì e una no, e avevano sempre tette da pin-up, un requisito indispensabile. Una mensola era ingombra di antiquate automobiline di stagno, decappottabili con grosse alette e linee geometriche, qualche vecchio camion del

latte Divco. Erano modellini degli anni Quaranta e Cinquanta, quando probabilmente Jock Goddard era un bambino o un ragazzo. Accorgendosi che li osservavo, mi domandò: «Che cosa guida?». «Guidare?» Per un attimo non capii a che cosa si riferisse. «Oh, un'Audi A6». «Un'Audi» ripeté come se fosse una parola straniera. Okay, forse lo è. «Le piace?» «Abbastanza.» «Pensavo che un tipo come lei avesse una Porsche 911, o almeno una Boxster o qualcosa del genere.» «Non sono proprio un appassionato» replicai. Era una risposta calcolata, lo ammetto, volutamente anarchica. Judith Bolton, la consigliera di Wyatt, aveva persino dedicato parte di una lezione alle automobili, cosicché fossi in armonia con la cultura aziendale della Trion. Il mio istinto mi suggeriva tuttavia che non sarei stato all'altezza di un faccia a faccia. Meglio evitare del tutto l'argomento. «Credevo che alla Trion tutti amassero le auto» commentò Goddard. Aveva un tono sarcastico. Quella frase era una frecciata rivolta al servilismo dei suoi seguaci. La apprezzai. «Gli ambiziosi sicuramente» ribattei sorridendo. «Be', sa, le macchine sono il mio unico vizio, e c'è un motivo. Un giorno, nei primi anni Settanta, dopo che la Trion è diventata una società di capitali e ho iniziato a fare più soldi di quanti riuscissi a spenderne, sono uscito e ho comprato una barca di diciotto metri. Ero soddisfattissimo, finché ne ho vista una di ventun metri al porticciolo turistico. Tre fottuti metri in più. Allora ho avvertito quella fitta, capisce. La mia vena competitiva si è risvegliata. All'improvviso ho sentito che... oh, so che è infantile, ma non potevo farne a meno, dovevo procurarmi una barca più lunga. Così sa che cosa ho fatto?» «Ha comprato una barca più lunga.» «No. Avrei potuto acquistarla senza problemi, ma poi ci sarebbe sempre stato qualche altro imbecille con una barca ancora più lunga. E allora chi sarebbe stato il vero imbecille? Io. Così non avrei potuto vincere.» Annuii. «Perciò ho venduto quel dannato affare. Il giorno dopo. Le uniche cose che tenevano a galla quell'imbarcazione erano le fibre di vetro e la gelosia.» Ridacchiò. «Ecco perché ho un ufficio così piccolo. Ho pensato che, se l'ufficio del capo fosse stato uguale a quello di ogni altro dirigente, almeno

non ci sarebbe stata troppa invidia nell'azienda. Gli individui competono sempre per avere l'ufficio più grande. Facciamoli concentrare su qualcos'altro. Dunque, Elijah, lei è un neoassunto.» «Veramente, mi chiamo Adam.» «Maledizione, continuo a sbagliare. Mi dispiace. Adam, Adam. Capito.» Chinandosi in avanti, inforcò gli occhiali e studiò il mio dossier. «Ha lavorato alla Wyatt, dove ha salvato il Lucid.» «Non ho "salvato" il Lucid, signore.» «Qui la falsa modestia non serve.» «Non sono modesto. Sono preciso.» Sorrise divertito. «Com'è la Trion rispetto alla Wyatt? Oh, dimentichi la domanda. Non vorrei che rispondesse in ogni caso.» «Non si preoccupi. Sono lieto di rispondere» lo rassicurai, tutto sincerità. «Mi trovo bene qui. È stimolante. Mi piacciono le persone.» Riflettei per una frazione di secondo, rendendomi conto che quelle parole suonavano come una leccata di culo, una totale cazzata. «Ecco, la maggior parte.» I suoi occhi da spiritello si incresparono. «Ha accettato il primo pacchetto salariale che le abbiamo offerto» proseguì. «Un giovanotto con le sue credenziali, il suo curriculum, avrebbe potuto negoziare per molto di più.» Mi strinsi nelle spalle. «M'interessava l'opportunità.» «Forse, ma ne deduco che non vedeva l'ora di andarsene da lì.» Mi stavo innervosendo e, comunque, sapevo che Goddard avrebbe preferito che non mi sbilanciassi troppo. «La Trion è più adatta a me, credo.» «Ha trovato l'opportunità che cercava?» «Certo.» «Paul, il responsabile del settore finanziario, mi ha parlato del suo intervento sul GoldDust. Evidentemente ha a disposizione delle fonti.» «Sono in contatto con alcuni amici.» «Adam, la sua proposta di rimodernare il Maestro è allettante, ma sono in pensiero per il tempo di adeguamento necessario ad aggiungere il protocollo di cifratura protetta. Il Pentagono vorrà prototipi funzionanti per ieri.» «Nessun problema» lo tranquillizzai. I dettagli erano ancora impressi nella mia memoria come se avessi sgobbato per un esame finale di chimica organica. «La Kasten Chase ha già sviluppato il protocollo di sicurezza RASP. Hanno la cryptocard Fortezza, il modem sicuro Palladium... hanno già studiato soluzioni per l'hardware e il software. Ci vorranno al massimo un paio di mesi per incorporare tutto nel Maestro. Saremo pronti molto

prima di firmare il contratto.» Scosse la testa, confuso. «Cazzo, il mercato è cambiato. Tutto è e-questo e i-quello, e la tecnologia converge. È l'era del "tutto in uno". I consumatori non vogliono una TV, un fax, uno stereo, un computer, un telefono, un videoregistratore e chi più ne ha più ne metta.» Mi guardò con la coda dell'occhio. Ovviamente, aveva accennato all'argomento per vedere che cosa ne pensassi. «La convergenza è il futuro. Non crede?» Assumendo un'espressione scettica, trassi un profondo respiro e dissi: «La risposta, alla lunga, è... no». Dopo qualche secondo di silenzio, sorrise. Avevo fatto i compiti a casa. Avevo letto la trascrizione di alcune osservazioni informali che Goddard aveva esposto durante una conferenza sull'avvenire della tecnologia tenutasi a Palo Alto l'anno precedente. Si era lanciato in una tirata contro la «funzionalità superflua», come la chiamava lui, e io l'avevo imparata a menadito, prevedendo che prima o poi mi sarebbe stata utile durante una riunione della Trion. «Come mai?» «È funzionalità superflua. Privilegiare l'estetica a discapito dell'eleganza, della semplicità, della facilità d'uso. Credo che siamo tutti stufi di dover premere trentasei pulsanti in sequenza su ventidue telecomandi solo per guardare il telegiornale. Credo che molti si incazzino quando vedono accendersi la spia CONTROLLO MOTORE nella loro auto e non possono aprire il cofano per dare un'occhiata. Devi portare la macchina da un meccanico specializzato con tanto di computer diagnostico e laurea in ingegneria rilasciata dal MIT.» «Anche se si è un appassionato di automobili» interloquì con un sorriso sardonico. «Esatto. Inoltre, tutta questa faccenda della convergenza è un mito, una parolona alla moda che diventa pericolosa se presa seriamente. Nociva per gli affari. Il fax/telefono della Canon è stato un fiasco: un fax mediocre e un telefono ancora più schifoso. La lavatrice non converge con l'asciugatrice, e nemmeno il microonde con il forno a gas. Non mi serve un combinato di microonde/frigorifero/televisore/cucina elettrica solo per tenere in fresco la Coca-Cola. Cinquant'anni dopo la sua invenzione, il computer è converso con... che cosa? Niente. Per come la vedo io, questa stronzata della convergenza è il solito coniglio cornuto.» «Il solito cosa?» «Coniglio cornuto... la mitica creazione di un tassidermista svitato, un

incrocio tra un'antilope e una lepre del Nordamerica. È sulle cartoline di tutto il West.» «Non usa mezzi termini, vero?» «Non quando sono convinto di avere ragione, signore.» Posò il fascicolo tornando ad appoggiarsi allo schienale. «Che cosa mi dice della visione d'insieme?» «Signore?» «Della Trion in generale. Qualche altra salda opinione?» «Sì, alcune.» «Sentiamole.» La Wyatt commissionava di continuo analisi competitive della Trion, e io le avevo studiate a memoria. «Be', la Trion Medical Systems è un portafoglio abbastanza solido, tecnologie davvero avanzatissime per gli ultrasuoni, la medicina nucleare e la risonanza magnetica, ma un po' debole nei servizi come le informazioni ai pazienti e la gestione delle attività.» Assentì sorridendo. «Sono d'accordo. Vada avanti.» «L'unità Soluzioni commerciali della Trion fa schifo (lei lo saprà meglio di me...), ma ci sono i presupposti per una seria penetrazione del mercato, soprattutto nei servizi dati vocali ed ethernet basati su IP e a circuito commutato. Sì, so che adesso le fibre ottiche navigano in cattive acque, ma i servizi a banda larga sono il futuro, perciò non possiamo arrenderci. La Divisione aerospaziale ha attraversato un paio di anni difficili, ma è ancora uno splendido portafoglio di prodotti incorporati per l'elaborazione.» «Ma per quanto riguarda l'Elettronica al consumo?» «Ovviamente, è la nostra competenza principale, il che spiega perché sono venuto a lavorare qui. Insomma, i nostri lettori DVD di fascia alta battono quelli della Sony con grande facilità. I telefoni cordless sono forti, lo sono sempre stati. I cellulari vanno alla grande... dominiamo il mercato. Abbiamo la marca di punta. Possiamo pretendere fino al trenta per cento in più per i nostri articoli solo perché c'è la scritta Trion sull'etichetta. Però ci sono troppi punti deboli.» «Per esempio?» «Be', è assurdo non produrre un vero concorrente del Blackberry. I dispositivi di comunicazione wireless dovrebbero essere la nostra specialità. Invece, è come se cedessimo terreno alla RIM, alla Handspring e alla Palm. Ci servono dispositivi wireless davvero all'avanguardia.» «Ci stiamo lavorando. Abbiamo in cantiere un prodotto molto interessante.»

«Buono a sapersi» dissi. «Penso che stiamo perdendo il treno della tecnologia e degli apparecchi per la trasmissione di musica e video digitali attraverso Internet. Ci dovremmo proprio concentrare sulla ricerca e sullo sviluppo in quel settore, magari associandoci con un'altra azienda. Un enorme potenziale per la generazione di profitti.» «Credo che abbia ragione.» «E, mi perdoni, ma ritengo un po' patetico che non abbiamo una linea seria per l'infanzia. Guardi la Sony: in alcuni anni la loro console PlayStation riesce a fare la differenza tra attivo e passivo. La richiesta di computer e prodotti elettronici per uso domestico sembra subire una flessione ogni due anni, giusto? Combattiamo i produttori di Taiwan e della Corea del Sud, ingaggiamo guerre dei prezzi per i cellulari, i monitor a cristalli liquidi e le piastre di registrazione per il video digitale... questo è un dato di fatto. Perciò dovremmo vendere ai bambini, perché loro se ne fregano delle recessioni. La Sony ha la PlayStation, la Microsoft ha l'Xbox, la Nintendo ha il GameCube, ma noi che cosa abbiamo per i videogiochi televisivi? Un bel niente. È un grosso handicap per una linea di prodotti orientata al consumatore.» Avevo notato che si era raddrizzato di nuovo, guardandomi con un sorriso criptico sulla faccia rugosa. «Se la sentirebbe di guidare l'aggiornamento del Maestro?» «Quel progetto è di Nora. Se devo essere franco, non sarei a mio agio.» «Farebbe capo a lei.» «Temo che non ne sarebbe contenta.» Il suo sorriso si storse. «Lo supererebbe. Nora sa da quale parte le conviene schierarsi.» «Naturalmente, non voglio contraddirla, signore, ma penso che sarebbe nocivo per il morale.» «Be', allora che cosa ne dice di lavorare per me?» «Non è quello che faccio già?» «Intendo qui, al settimo piano. Assistente speciale del presidente per la strategia dei nuovi prodotti. Libertà assoluta nella gestione dell'unità Tecnologia avanzata. Le assegnerei un ufficio in fondo al corridoio. Ma non più grande del mio, si capisce. Le interessa?» Non credevo alle mie orecchie. Mi pareva di scoppiare per l'emozione e il nervosismo. «Be', certo. Farei capo direttamente a lei?» «Esatto. Allora, siamo d'accordo?»

Sorrisi con lentezza. Hai fatto trenta, pensai, fai anche trentuno. «Una maggiore responsabilità va ricompensata con più soldi, signore, non crede?» Rise. «Oh, davvero?» «Vorrei i cinquantamila in più che avrei dovuto pretendere quando ho cominciato. E altri quarantamila in diritti di opzione.» Rise di nuovo, un energico ah-ah da Babbo Natale. «Lei sì che ha le palle, giovanotto.» «Grazie.» «Sa che cosa le dico? Non le darò cinquantamila dollari in più. Non credo nell'incrementalismo. Le raddoppierò lo stipendio. Più i quarantamila in diritti di opzione. Così sarà più incentivato a farsi il culo per me.» Mi morsi l'interno del labbro per impedirmi di spalancare la bocca. Gesù. «Dove abita?» mi chiese. Glielo dissi. Scosse la testa. «Non è molto adatto a una persona del suo livello. Inoltre, viste tutte le ore che lavorerà, non voglio che guidi per quarantacinque minuti la mattina e altri quarantacinque la sera. Resterà qui fino a tardi, perciò voglio che viva nei paraggi. Perché non si prende uno di quegli appartamenti all'Harbor Suites? Ora può permetterselo. Abbiamo una dirigente specializzata in alloggi aziendali. Le troverà qualcosa di carino.» Deglutii. «Va bene» replicai cercando di reprimere una risatina nervosa. «Ora, so che non è un appassionato di auto, ma questa Audi... sono sicuro che è una cannonata, ma perché non si sceglie qualcosa di bello? Penso che un uomo debba amare la sua macchina. Perché non prova a cambiare? Insomma, niente di esagerato, ma qualcosa di bello. Può occuparsene Flo.» Significava che mi avrebbero regalato un'automobile? Dio mio. Si alzò. «Allora, è dei nostri?» Mi tese la mano. Gliela strinsi. «Non sono mica un idiota» risposi in tono benevolo. «No, su questo non c'è dubbio. Be', benvenuto nella squadra, Adam. Non vedo l'ora di lavorare con lei.» Uscii e mi diressi verso gli ascensori incespicando, la testa tra le nuvole. Non riuscivo neppure a camminare diritto. Poi mi riscossi, ricordando perché ero alla Trion, qual era il mio vero lavoro e come ero arrivato fin qui, nell'ufficio di Goddard. Avevo appena ricevuto una promozione che era molto, molto al di sopra delle mie capacità. Non che sapessi più quali fossero le mie capacità.

Capitolo 36 Non fu necessario comunicare la notizia a nessuno: il miracolo dell'email e dei messaggi istantanei l'aveva già fatto per me. Quando tornai al mio box, la voce si era sparsa per tutta la sezione. Evidentemente Goddard era un uomo risoluto. Appena ebbi raggiunto la toilette per una pisciata urgente, Chad entrò all'improvviso e si abbassò la cerniera davanti all'orinatoio accanto al mio. «Allora, i pettegolezzi sono fondati, amico?» Guardai le piastrelle con impazienza. Avevo davvero bisogno di svuotare la vescica. «Quali pettegolezzi?» «Si mormora che le congratulazioni siano d'obbligo.» «Oh, quello. No, le congratulazioni sarebbero premature. Ma grazie comunque.» Fissai il piccolo sciacquone automatico attaccato all'orinatoio American Standard. Mi domandai chi fossero gli inventori, se si fossero arricchiti e se i loro parenti scherzassero sul fatto che la fortuna di famiglia provenisse dai gabinetti. Volevo soltanto che Chad se ne andasse. «Ti ho sottovalutato» proseguì liberando un torrente impetuoso. Nel frattempo il mio fiume Colorado minacciava la diga Hoover. «Ah sì?» «Sì. Sapevo che eri in gamba, ma non sapevo quanto. Non ti ho dato credito.» «La fortuna mi assiste» replicai. «Oppure sono soltanto un chiacchierone, e chissà perché questo piace a Goddard.» «No, non credo. Hai una specie di fusione mentale vulcaniana con il vecchio. Sai quali pulsanti premere. Scommetto che voi due non avete nemmeno bisogno di parlare. Ti rendi conto di quanto sei in gamba? Sono rimasto colpito, campione. Non so come tu abbia fatto, ma sono rimasto davvero colpito,» Chiudendosi la lampo, mi diede una pacca sulla spalla. «Mi rivelerai il tuo segreto, vero?» chiese senza aspettare una risposta. Quando tornai al mio box, trovai Noah Mordden che esaminava i volumi sopra l'archivio. Teneva in mano una confezione regalo, che sembrava contenere un libro. «Cassidy» esordì. «Il nostro saccente Widmerpool.» «Prego?» Accidenti, quel tizio aveva un debole per i riferimenti criptici. «Volevo darle questo» annunciò.

Ringraziandolo, aprii il pacchetto. Era un libro, un vecchio libro che puzzava di muffa. Sulla copertina di tela era stampato L'arte della guerra di Sun Tzu. «È la traduzione di Lionel Giles del 1910» spiegò. «La migliore, a mio giudizio. Non è una prima edizione, che è impossibile da reperire, ma se non altro è uno dei primi esemplari.» Ero commosso. «Quando ha trovato il tempo di comprarlo?» «La settimana scorsa, on line, a dire il vero. Non volevo fosse un regalo d'addio, ma ora lo è diventato. Almeno adesso non avrà scuse.» «Grazie» dissi. «Lo leggerò.» «Lo faccia. Immagino che ora le servirà ancor di più. Ricordi il kotowaza giapponese: "Il chiodo che sporge viene martellato". È fortunato a essere uscito dall'orbita di Nora, ma una carriera folgorante all'interno di un'organizzazione nasconde grandi insidie. Forse i falchi volano in alto, ma gli scoiattoli non vengono risucchiati dai propulsori a reazione.» Annuii. «Lo terrò presente» lo rassicurai. «L'ambizione è una qualità utile, ma bisogna sempre coprire le proprie tracce» aggiunse. Alludeva senza dubbio a qualcosa (dunque, doveva avermi visto uscire dall'ufficio di Nora) e mi fece cagare sotto per la paura. Giocava con me, sadicamente, come un gatto con il topo. Quando Nora mi convocò nel suo ufficio via e-mail, mi preparai a una sfuriata. «Adam» esclamò vedendomi. «Ho appena appreso la notizia.» Sorrideva. «Si accomodi, si accomodi. Sono così felice per lei. E forse non dovrei confessarglielo, ma sono contentissima che abbiano preso tanto seriamente il mio entusiasmo nei suoi confronti. Perché, sa, non sempre mi danno retta.» «Già.» «Ma gli ho garantito che, se avessero preso questa decisione, non l'avrebbero rimpianta. Adam ha le doti giuste, gli ho detto, ha una marcia in più. Avete la mia parola. Io lo conosco.» Come no, pensai, credi di conoscermi. Non puoi nemmeno immaginare. «Ho notato che era in ansia per il trasferimento, perciò ho fatto qualche telefonata» aggiunse. «Sono così lieta che le cose stiano volgendo al meglio per lei.» Non risposi. Ero troppo occupato a domandarmi come avrebbe reagito Wyatt quando l'avesse saputo.

Capitolo 37 «Cristo santo» esclamò Nicholas Wyatt. Per una frazione di secondo, il suo guscio di arroganza calmo, lucido e abbronzatissimo si dischiuse. Mi lanciò un'occhiata che pareva quasi rasentare il rispetto. Quasi. A ogni modo, questo era un Wyatt del tutto nuovo, e non mi dispiacque vederlo. «Cazzo, mi sta prendendo in giro.» Continuava a fissarmi. «Sarà meglio per lei che non sia uno scherzo.» Con mio grande sollievo, finalmente distolse lo sguardo. «Dannazione, è incredibile.» Sedevamo sul suo aereo privato, che però non stava volando da nessuna parte. Aspettavamo che la sua ultima ochetta arrivasse, cosicché potessero decollare per l'Isola Grande delle Hawaii, dove Nick aveva una casa nella località di Hualalai. Eravamo io, Wyatt e Arnold Meacham. Non ero mai salito su un jet privato, e questo era magnifico, un Gulfstream G-IV, cabina interna larga quattro metri e lunga diciotto. Non avevo mai visto tanto spazio vuoto su un aeroplano. Si sarebbe quasi potuto giocare a football lì dentro. Non più di dieci sedili, una sala conferenze separata, due enormi bagni con doccia. Ovviamente io non ero diretto all'Isola Grande. Era solo una provocazione. Io e Meacham saremmo scesi prima che l'aereo partisse. Wyatt indossava una specie di camicia di seta nera. Gli augurai di beccarsi un cancro della pelle. Meacham si complimentò sorridendo: «Un colpo di genio, Nick». «Il merito è di Judith» ammise Wyatt. «È stata lei ad avere l'idea.» Scosse piano la testa. «Ma credo che nemmeno lei abbia previsto una cosa simile.» Prese il cellulare e premette due tasti. «Judith» disse. «Ora il nostro ragazzo lavora per il boss in persona. Il gran mogol. Assistente esecutivo speciale dell'amministratore delegato.» Tacque, sorridendo a Meacham. «Non ti prendo per i fondelli.» Un'altra pausa. «Judith, tesoro, voglio che organizzi un corso intensivo con il nostro giovanotto.» Silenzio. «Giusto, be', ovviamente questo ha la priorità assoluta. Voglio che Adam conosca quell'uomo come le sue tasche. Voglio diventi il miglior assistente speciale che quel tipo abbia mai assunto. Esatto.» E terminò la telefonata con un bip. Tornando a guardarmi, disse: «Si è appena salvato il culo, caro mio. Arnie?». Sembrava che Meacham aspettasse solo l'imbeccata. «Abbiamo controllato tutti i nomi che ci ha fornito» spiegò cupo. «Non è saltato fuori un

cazzo riguardo a nessuno.» «Che cosa significa?» chiesi. Dio, quanto lo odiavo. «Niente numeri della previdenza sociale, niente di niente. Non faccia il furbo con noi, amico.» «Di che cosa sta parlando? Li ho scaricati direttamente dall'elenco della Trion sul sito web.» «Sì, be', non sono nomi veri, stronzo. I nomi delle assistenti amministrative sono veri, ma evidentemente quelli dello staff delle divisioni di ricerca sono pseudonimi. Sono molto abbottonati. Non indicano nemmeno i veri nomi sul sito web. Mai sentito niente di simile.» «Mi sembra assurdo» commentai scuotendo la testa. «È stato sincero con noi?» domandò Meacham. «Altrimenti, com'è vero Dio, la distruggeremo, cazzo.» Si rivolse a Wyatt. «Ha consultato i fascicoli del personale senza ricavare un bel niente.» «I dossier erano spariti, Arnold» lo rimbeccai. «Spostati. La Trion è stata attentissima.» «Che cosa sappiamo della pupattola?» interloquì Wyatt. Sorrisi. «Vedrò "la pupattola" la settimana prossima.» «Un appuntamento da piccioncini?» Mi strinsi nelle spalle. «Quella donna è interessata a me. Fa parte del progetto AURORA. È un collegamento diretto con il reparto speciale.» Con mia sorpresa, Wyatt si limitò ad annuire. «Bene.» Meacham parve capire da che parte tirava il vento. Aveva sottolineato che avevo mandato a monte l'operazione alle Risorse umane e che, per qualche ragione, i nomi sul sito web della Trion erano falsi, ma il suo capo si stava concentrando su quanto andava bene, sulla piega sorprendente che avevano preso gli eventi, e Meacham non voleva contraddirlo. «Ora avrà accesso all'ufficio di Goddard» osservò. «Potrà installare un sacco di dispositivi.» «Cazzo, è incredibile» ripeté Wyatt. «Non penso che dovremmo pagargli il suo vecchio stipendio» proseguì Meacham. «Non con quello che guadagna adesso alla Trion. Cristo, questo maledetto aquilone prende più di me.» Wyatt pareva divertito. «No, abbiamo fatto un patto.» «Come mi ha chiamato?» domandai a Meacham. «Corriamo un rischio di sicurezza trasferendo fondi aziendali sul conto di questo ragazzo, a prescindere dal numero di società fittizie che usiamo» ribadì Meacham.

«Mi ha chiamato "aquilone"» insistetti. «Che cosa vuol dire?» «Pensavo che fossimo irrintracciabili» gli disse Wyatt. «Che cos'è un "aquilone"?» chiesi. Ero come un cane con un osso in bocca; non l'avrei mollato per quanto avessi irritato Meacham. Quest'ultimo non mi ascoltava nemmeno, ma Wyatt mi guardò borbottando: «Nel gergo dello spionaggio aziendale, un aquilone è un "consulente speciale" che va fuori e raccoglie informazioni con tutti i mezzi necessari, che svolge il lavoro pratico». «Aquilone?» chiesi. «Lo fai volare, e se si impiglia in un albero tagli il filo» spiegò Wyatt. «Negabilità plausibile, non ne ha mai sentito parlare?» «Tagli il filo...» ripetei mesto. Da un certo punto di vista, non mi sarebbe affatto dispiaciuto, ma in realtà il filo era un guinzaglio. Sapevo però che per loro «tagliare il filo» significava piantarmi in asso. «Se le cose si mettono male» concluse Wyatt. «Faccia in modo che non sia così, e nessuno dovrà tagliare il filo. Ora, dove diavolo è questa troia? Se non arriva entro due minuti, decollo senza di lei.» Capitolo 38 Dunque feci qualcosa di pazzesco ma fantastico: uscii e mi comprai una Porsche da novantamila dollari. Un tempo avrei festeggiato una buona notizia sbronzandomi o magari sperperando soldi in champagne e un paio di CD. Ma questa era una situazione del tutto nuova. Mi piaceva l'idea di tagliare il cordone ombelicale con la Wyatt permutando l'Audi con la Porsche, un gentile omaggio della Trion. Siete mai stati in una concessionaria Porsche? Non è come acquistare un'Honda Accord, okay? Non basta entrare e chiedere una guida di prova. Ci sono dei lunghi preliminari. Ti invitano a compilare un modulo, ti chiedono perché sei qui, che lavoro fai, qual è il tuo segno zodiacale. Ci sono inoltre così tante alternative che rischi di ammattire. Vuoi i fari bixeno? Il cruscotto Arctic Silver? Preferisci la pelle o la pelle elasticizzata? Desideri pneumatici Sport Design, Sport Classic II o Turbo-Look I? Volevo una Porsche, e non intendevo aspettare da quattro a sei mesi affinché me la costruissero su misura a Stoccarda-Zuffenhausen. Desideravo uscire di lì a bordo di quell'auto. La volevo subito. Erano disponibili soltanto due coupé 911 Carrera, una rosso amaranto e l'altra nero basalto me-

tallizzato. Basai la mia scelta sulle impunture della pelle. Il modello rosso aveva una pelle nera che sembrava similpelle e, cosa ancor peggiore, pacchiane cuciture scarlatte da film western. Quello nero aveva invece magnifici interni in pelle elasticizzata marrone naturale, con cambio e volante di cuoio. Tornai immediatamente dalla guida di prova e la comprai. Forse il venditore mi aveva inquadrato come il tipo che voleva solo dare un'occhiata o che alla fine sarebbe stato incapace di fare il grande passo, ma la acquistai, e lui mi assicurò che avevo preso la decisione giusta. Si offrì persino di restituire l'Audi alla concessionaria... meglio di così! Era come volare su un jet; quando schiacciavi l'acceleratore, l'auto rombava persino come un 767. Trecentoventi cavalli, da zero a cento chilometri in cinque virgola zero secondi, potentissima. Pulsava e ruggiva. Infilai il mio ultimo CD masterizzato preferito e ascoltai i Clash, i Pearl Jam e i Guns N' Roses a tutto volume mentre sfrecciavo verso la Trion. Mi sentivo come se tutto stesse andando per il verso giusto. Goddard voleva che trovassi un nuovo alloggio, più vicino alla sede della Trion, ancor prima che mi trasferissi nel nuovo ufficio. Non avevo intenzione di oppormi; non me lo sognavo neppure. Non fu difficile abbandonare il tugurio in cui vivevo da tanto tempo e traslocare al ventinovesimo piano della torre meridionale dell'Harbor Suites. Le due torri ospitavano ciascuna circa centocinquanta appartamenti che spaziavano dai mono ai quadrilocali, distribuiti su trentotto piani. Sorgevano in cima all'hotel più chic della zona, il cui ristorante era uno dei più gettonati dagli esperti. La casa pareva appena uscita da una rivista di arredamento. Era grande circa centottanta metri quadrati, con soffitti alti quasi quattro metri, parquet di legno duro e pavimenti di pietra. Vi erano una «suite padronale» e una «biblioteca» che poteva anche essere adibita a camera degli ospiti, una sontuosa sala da pranzo e un gigantesco salotto. Vi erano immense vetrate con i panorami più mozzafiato che avessi mai visto. Il soggiorno si affacciava sulla città sottostante in una direzione e sull'acqua in un'altra. La cucina abitabile ricordava lo showroom di un mobilificio di lusso, con tutte le marche giuste: frigorifero Sub-Zero, lavastoviglie Miele, forno/piano di cottura Viking elettrico e a gas, pensili Poggenpohl, rivestimenti in granito e persino una «grotta» per il vino incorporata. Non che avessi bisogno di una cucina. Se desideravi il «servizio in ca-

mera», era sufficiente premere un pulsante sul telefono a parete e ordinare un pasto dall'hotel o addirittura chiedere che un cuoco del ristorante arrivasse nel giro di pochi minuti e preparasse la cena per te e i tuoi invitati. Vi era uno sconfinato e ultramoderno centro benessere di novemila metri quadrati, dove molti ricconi che non vivevano lì si allenavano, giocavano a squash e praticavano lo yoga taoista per poi godersi una sauna o un beverone proteico al bar. Non dovevi nemmeno parcheggiare l'auto. Ti fermavi davanti all'edificio, e il personale addetto la portava da qualche parte per poi restituirtela appena la chiedevi. Gli ascensori filavano a una velocità così supersonica che mi si tappavano le orecchie. Avevano pareti di mogano, pavimenti di marmo e più o meno le dimensioni del mio vecchio monolocale. Qui anche la sicurezza era molto migliore. Gli scagnozzi di Wyatt non sarebbero riusciti a introdursi nell'abitazione e a frugare tra la mia roba con tanta facilità. Mi piaceva l'idea. Nessuno degli appartamenti dell'Harbor Suites costava meno di un milione, e questo ne costava più di due, ma era tutto gratis (arredamento compreso), offerto dalla Trion Systems come incentivo. Il trasloco fu indolore, perché non conservai quasi nulla delle mie cianfrusaglie. La Goodwill e l'Esercito della salvezza vennero a prendersi il materasso, il tavolo di formica, la rete del letto, l'ingombrante e orrendo divano scozzese e tutto il resto, persino la schifosissima scrivania sgangherata. Mentre trascinavano via il sofà, ne uscirono porcherie di ogni tipo: cartine per sigarette, cicche di spinello, vari strumenti da tossico. Tenni il computer, gli abiti e la padella di ghisa nera di mia madre (per motivi sentimentali, non perché la usassi). Stipai tutti i miei averi nella Porsche, il che indica quanto fossero pochi, perché una macchina come questa ha un bagagliaio quasi inesistente. Ordinai tutti i mobili in un lussuoso negozio Domicile (dietro suggerimento dell'agente immobiliare): tappeti persiani, grossi divani tanto soffici e superimbottiti da riuscire a inghiottirti, poltrone abbinate, un tavolo e alcune sedie che parevano arrivare da Versailles, un enorme letto con il telaio di ferro e un costosissimo materasso Dux. Tutto quanto. Un sacco di quattrini, ma, ehi, io non avrei sborsato neanche un centesimo. A proposito, la Domicile mi stava consegnando la merce, quando Carlos, il portiere, mi avvisò che giù c'era un visitatore, un certo signor Seth Marcus. Lo pregai di mandarlo subito di sopra.

Benché la porta fosse già aperta per i fattorini, Seth suonò il campanello e rimase sul pianerottolo. Indossava una T-shirt dei Sonic Youth e jeans Diesel strappati. I suoi occhi marroni, di solito vivaci (per non dire isterici) sembravano spenti. Era apatico. Non capii se fosse geloso, intimidito, incazzato perché non mi ero più fatto sentire oppure una combinazione delle tre cose. «Ciao, amico» mi salutò. «Ti ho scovato finalmente.» «Ciao» replicai abbracciandolo. «Benvenuto nella mia umile dimora.» Non sapevo che cos'altro dire. Chissà perché, ero in imbarazzo. Avrei preferito che non vedesse la casa. Non si mosse. «Perché non mi hai detto che stavi per traslocare?» «È successo all'improvviso» risposi. «Ti avrei telefonato.» Estrasse una bottiglia di champagne a buon mercato dalla sua borsa di tela sdrucita e me la porse. «Sono venuto a festeggiare. Ho pensato che ormai fossi troppo raffinato per una cassa di birra.» «Benissimo!» esclamai prendendo la bottiglia e ignorando la frecciata. «Accomodati.» «Cazzo. Che meraviglia» commentò in tono piatto, privo di entusiasmo. «Enorme, eh?» «Centottanta metri quadrati. Te lo mostro.» Gli feci fare il giro. Pronunciò frasi insieme spiritose e pungenti come «Se quella è una biblioteca, non ti servirà qualche libro?» e «Adesso in camera da letto ti manca soltanto una gallinella». Definì l'appartamento «lurido» e «indegno», espressioni da pseudorapper per dire che gli piaceva. Mi aiutò a togliere il cellophane e il nastro adesivo da uno dei giganteschi divani in modo che potessimo sederci. Il sofà pareva galleggiare al centro del salotto, di fronte all'oceano. «Bello» osservò affondandovi dentro. Sembrava che volesse appoggiare i piedi da qualche parte, ma non mi avevano ancora consegnato il tavolino, il che fu una fortuna, perché non volevo che ci mettesse sopra le sue Doc Martens incrostate di fango. «Adesso vai dalla manicure?» mi domandò sospettoso. «Ogni tanto» ammisi con un filo di voce. Non riuscivo a credere che avesse notato un dettaglio insignificante come le mie unghie. Gesù. «Sai, devo avere un look da dirigente.» «Scherzi a parte, che cosa mi dici del taglio di capelli?» «Perché?» «Non credi sia un po'... ecco... da finocchio?»

«Da finocchio?» «Come tutte le pettinature alla moda. Ti metti qualche schifezza, come un gel, una mousse o roba simile?» «Un po' di gel» risposi sulla difensiva. «E allora?» Mi guardò di traverso scuotendo la testa. «Usi la colonia?» Volevo cambiare argomento. «Pensavo che lavorassi stasera» dissi. «Oh, al bar, intendi? No, mi sono licenziato. Si è rivelata una totale fregatura.» «Sembrava un bel posto.» «Non se ci lavori, amico. Ti trattano come se fossi un maledetto cameriere.» Per poco non scoppiai a ridere. «Mi hanno offerto un'opportunità molto migliore» proseguì. «Lavoro per la Red Bull, sono nella "squadra mobile dell'energia". Ti danno un'auto fichissima, e devi sostanzialmente distribuire campioni, parlare con la gente e cose del genere. Gli orari sono flessibilissimi. Posso farlo dopo essere uscito dallo studio legale.» «Sembra perfetto.» «Sì. Mi lascia un sacco di tempo libero per scrivere l'inno aziendale.» «L'inno aziendale?» «Ogni grande società ne ha uno; sai, un rap, un rock scadente o roba simile.» Steccando, cantò: «Trion! Cambieremo il vostro mondo! Ecco. Se la Trion non ce l'ha, forse potresti mettere una buona parola per me con la persona giusta. Scommetto che intascherei i diritti d'autore ogni volta che voialtri lo intonereste al picnic della società o in altre occasioni». «Vedrò che cosa posso fare» gli assicurai. «Ehi, non ho i bicchieri. Non me li hanno ancora consegnati. Mi hanno detto che il vetro è stato soffiato a bocca in Italia. Chissà se si sente ancora l'odore dell'aglio.» «Non preoccuparti. Probabilmente lo champagne fa schifo.» «Continui a fare anche il paralegale?» Parve imbarazzato. «È il mio unico stipendio regolare.» «Ehi, è importante.» «Credimi, amico, faccio il minimo indispensabile, quanto basta per tenermi Shapiro fuori dalle scatole. Fax, ricerche, fotocopie e così via, e mi resta ancora parecchio tempo per navigare nel web.» «Tosto.» «Becco venti dollari l'ora per giocare ai videogiochi, masterizzare CD e fingere di lavorare.»

«Grandioso» dissi. «Gliela stai davvero facendo in barba.» A essere sincero, era patetico. «Esatto.» Non so come mi sia venuto in mente, ma gli chiesi: «Dimmi, credi di ingannare di più loro o te stesso?». Mi guardò confuso. «Di che cosa parli?» «Insomma, cazzeggi in ufficio e batti la fiacca, facendo il meno possibile. Ti domandi mai perché fai così? Qual è il tuo scopo?» Seth strizzò gli occhi con aria ostile. «Che cosa ti prende?» «Prima o poi devi impegnarti in qualcosa, sai?» Tacque. «Ehi, ti va di uscire, di andare da qualche parte? Tutto questo è un po' troppo adulto per me, mi fa venire l'orticaria.» «Certo.» Avevo pensato di sorprenderlo telefonando all'hotel e chiedendo che mandassero un cuoco a prepararci la cena, ma poi mi ravvidi. Non sarebbe stata una buona idea. Avrebbe fatto imbestialire Seth. Sollevato, chiamai il garage pregandoli di portarmi l'auto. La Porsche era già lì ad aspettarmi quando scendemmo. «Quella è tua?» chiese Seth sbalordito. «Non può essere.» «E invece sì» lo corressi. Finalmente la sua compostezza cinica e distaccata era svanita. «Questa bambina deve costare intorno ai centomila dollari!» «Meno» replicai. «Qualcosa meno. Comunque, l'azienda l'ha presa in leasing per me.» Sgomento, si avvicinò piano alla vettura - come le scimmie si avvicinano al monolito in 2001: Odissea nello spazio - e accarezzò la luccicante portiera nero cobalto. «D'accordo, amico» aggiunse «dov'è il trucco? Voglio saperlo.» «Nessun trucco» spiegai con un senso di disagio mentre salivamo. «Mi è capitato per caso.» «Oh, dai, amico. Stai parlando con me... Seth. Ti ricordi? Spacci droga o qualcosa del genere? Se sì, faresti meglio a coinvolgermi.» Scoppiai in una risata cupa. Mentre ci allontanavamo tra il rombo del motore, scorsi una stupida auto che doveva essere la sua. Un'enorme lattina blu, rossa e argento di Red Bull torreggiava sopra quel macinino. Un obbrobrio. «È tua quella?» «Sì. Fica, eh?» Non sembrava molto entusiasta. «Carina» commentai. Era ridicola.

«Sai quanto mi è costata? Niente. Devo solo guidarla.» «Ottimo affare.» Si appoggiò allo schienale di pelle elasticizzata. «Comodo» osservò. Aspirò profondamente l'odore di auto nuova. «Accidenti, è fantastica. Credo di volere la tua vita. Facciamo cambio?» Capitolo 39 Naturalmente, era fuori questione incontrare di nuovo la dottoressa Judith Bolton nella sede della Wyatt, dove qualcuno avrebbe potuto vedermi entrare o uscire. Ora che nuotavo tra i pesci grossi, avevo però bisogno di una lezione intensiva. Wyatt insistette, e io non mi opposi. Così le diedi appuntamento in un hotel della catena Marriott il sabato successivo, in una suite destinata alle riunioni d'affari. Mi avevano comunicato il numero della stanza via e-mail. Quando arrivai, Judith era già lì, il laptop collegato a un monitor. Strano a dirsi, quella donna mi innervosiva ancora. Indossavo abiti passabili, non i miei soliti stracci del fine settimana, e lungo la strada mi ero fermato per un altro taglio di capelli da cento dollari. Avevo scordato quanto fosse sexy (gli occhi azzurro ghiaccio, i capelli ramati, le labbra rosse e lucide, lo smalto scarlatto) e fredda allo stesso tempo. Le strinsi la mano con vigore. «È puntuale» constatò sorridendo. Scrollai le spalle abbozzando un sorriso per indicare che avevo capito la battuta ma non l'avevo giudicata divertente. «La trovo bene. A quanto pare, il successo le dona.» Sedemmo a un lussuoso tavolo che pareva adatto a una sala da pranzo (magari la mia), e mi domandò come andassero le cose. La aggiornai riferendole le buone e le cattive notizie, compresi Chad e Nora. «Si sta facendo dei nemici» osservò. «C'era da aspettarselo. Ma queste sono minacce: ha lasciato un mozzicone acceso nel bosco e, se non lo spegne, tutta la foresta potrebbe bruciare.» «Come faccio a spegnerlo?» «Ne parliamo dopo. Ma ora voglio concentrarmi su Jock Goddard. E se oggi non imparerà nient'altro, voglio che ricordi una cosa: quel tizio è onesto a livelli patologici.» Non riuscii a trattenere un sorriso. Queste parole provenivano dalla principale consigliera di Nick Wyatt, un uomo tanto corrotto che avrebbe falsi-

ficato un esame della prostata. Scoccandomi un'occhiata di irritazione, si chinò verso di me. «Non sto scherzando. Non ha scelto lei solo perché apprezza la sua mente, le sue idee (che naturalmente non sono affatto sue), ma anche perché ama la sua schiettezza. Lei dice quello che pensa, e a lui piace.» «Questo è "patologico"?» «Per lui l'onestà è quasi un feticcio. Più sarà schietto e meno sembrerà calcolatore, più si accattiverà le sue simpatie.» Mi domandai per un attimo se Judith cogliesse l'ironia di quanto stava facendo: istruirmi su come gettare fumo negli occhi di Goddard fingendo di essere onesto. Onestà sintetica al cento per cento, niente fibre naturali. «Se Jock noterà qualcosa di falso, servile o sospetto nel suo atteggiamento, se penserà che voglia leccargli i piedi o prenderlo in giro, raffredderà l'entusiasmo nei suoi confronti. Una volta persa quella fiducia, potrebbe non riconquistarla mai più.» «Capito» replicai con impazienza. «Dunque, d'ora in avanti non lo prenderemo più in giro.» «Tesoro, su che pianeta vive?» mi rimbeccò. «Certo che prenderemo in giro quel vecchiaccio. Coraggio, quella è la lezione numero due nell'arte di "fare colpo sul boss". Lo menerà per il naso, ma dovrà essere molto scaltro. Niente di ovvio, niente che possa subodorare. Goddard sa fiutare gli imbrogli come i cani sanno fiutare la paura. Lei deve quindi sembrare la persona più leale sulla faccia della Terra. Gli riferirà le cattive notizie che gli altri cercano di addolcire. Gli mostrerà un progetto che gli possa piacere e poi ne evidenzierà i difetti. L'integrità è una merce piuttosto rara nel nostro mondo. Una volta capito come simularla, il gioco è fatto.» «E io non vedo l'ora di giocare» dichiarai asciutto. Non aveva tempo per il mio sarcasmo. «Si dice sempre che nessuno ama i leccaculo, ma la verità è che quasi tutti gli alti dirigenti adorano i leccaculo, anche quando sanno che sono leccaculo. Li fanno sentire potenti, li rassicurano, rafforzano il loro fragile ego. Jock Goddard, invece, non ne ha bisogno. Mi creda, ha già un'ottima opinione di sé. Non è accecato dalla necessità né dalla vanità. Non è un Mussolini costretto a circondarsi di adulatori.» Come qualcuno che conosciamo? avrei voluto chiederle. «Guardi le persone che lo attorniano: gente brillante e perspicace che sa essere graffiante ed esplicita.» Annuii. «Mi sta dicendo che non ama le lusinghe.» «No, non sto dicendo questo. Tutti amano le lusinghe. Ma devono sembrare sincere. Un breve aneddoto: una volta Napoleone è andato a caccia

nel Bois de Boulogne con Talleyrand, che voleva stupire a tutti i costi il grande generale. Il bosco brulicava di conigli, e Napoleone è stato felicissimo di averne uccisi cinquanta. Quando, in seguito, ha scoperto che non erano conigli selvatici e che Talleyrand aveva mandato un servo al mercato per comprarne alcune decine e li aveva liberati nella foresta... be', è andato su tutte le furie. Non si è più fidato di Talleyrand.» «Me lo ricorderò la prossima volta che Goddard mi invita a caccia di conigli.» «Il punto è» sbottò «che l'adulazione deve essere indiretta.» «Be', quelli che frequento non sono conigli, Judith. Sono più simili a lupi.» «Fa lo stesso. Sa qualcosa sui lupi?» Sospirai. «Mi illumini.» «È risaputo. Naturalmente, c'è sempre un maschio dominante, ma l'aspetto curioso è che la gerarchia viene messa alla prova di continuo. È molto instabile. A volte il maschio dominante deposita un pezzo di carne fresca davanti a tutti gli altri, quindi si allontana di mezzo metro e si limita a guardare. Chiaramente, vuole sfidarli anche solo ad annusarla.» «E se lo fanno, sono spacciati.» «Sbagliato. Di solito il maschio dominante non deve far altro che guardare. Magari atteggiarsi un po'. Drizzare la coda e gli orecchi, ringhiare, sembrare grosso e feroce. E se ha luogo un combattimento, si avventa sulle parti meno vulnerabili del corpo del trasgressore. Non vuole infliggere gravi mutilazioni a un membro del suo branco, e di certo non vuole ammazzarne nessuno. Vede, il lupo dominante ha bisogno degli altri. I lupi sono animali piccoli, e uno solo non sarà mai in grado di ammazzare un alce, un cervo o un caribù senza l'aiuto del branco. Il punto è che si mettono alla prova in continuazione.» «Il che significa che anch'io verrò messo alla prova in continuazione.» Sì, non mi serviva una laurea in economia e commercio per lavorare alle dipendenze di Goddard. Me ne serviva una in veterinaria. Mi guardò di traverso. «Il punto è, Adam, che la prova è sempre impercettibile. Allo stesso tempo, il capobranco vuole però che il suo gruppo sia coraggioso. Ecco perché sono accettabili le manifestazioni occasionali di aggressività: testimoniano la forza, la vitalità e la capacità di resistenza dell'intero branco. Qui si cela l'importanza dell'onestà, del candore strategico. Quando lusinga, lo faccia in modo discreto e indiretto, e induca Goddard a pensare che gli dirà sempre la verità nuda e cruda. Jock Goddard sa

quello che molti altri amministratori delegati non sanno: che il candore dei suoi collaboratori è vitale se vuole essere al corrente di quanto accade nella società. Perché, se ignora che cosa succede davvero, è finito. E mi permetta di spiegarle un'altra cosa utile. Ogni relazione maschile tra mentore e pupillo rammenta il rapporto padre/figlio, ma ritengo che nel nostro caso questa sfaccettatura sia ancor più marcata. Con molta probabilità lei gli ricorda suo figlio, Elijah.» Goddard mi aveva chiamato così per errore un paio di volte. «Mio coetaneo?» «Lo sarebbe. È morto da poco, all'età di ventun anni. Alcuni pensano che da allora Goddard non sia più stato lo stesso, che si sia ammorbidito un po' troppo. Il punto è che, oltre a idealizzare Goddard come il padre che vorrebbe avere» sorrise, in qualche modo lei sapeva di papà «potrebbe ricordargli il figlio che lui desidererebbe ancora avere. Deve tenerlo presente, perché è un elemento da sfruttare. Ed è qualcosa da cui stare in guardia: qualche volta può darsi che Goddard le faccia delle concessioni immeritate, ma in altre occasioni può darsi che diventi molto esigente.» Si voltò verso il laptop premendo alcuni tasti. «Ora voglio la sua totale attenzione. Guarderemo alcune interviste televisive che Goddard ha rilasciato nel corso degli anni: una, un po' datata, al Wall Street Week with Louis Rukeyser, alcune alla CNBC e una con Katie Couric al Today Show.» Sullo schermo era congelata l'immagine video di un Jock Goddard molto più giovane, anche se sempre malizioso, simile a uno spiritello. Judith girò sulla sedia per fronteggiarmi. «Adam, quella che le è stata offerta è un'opportunità straordinaria. Ma è anche una situazione molto più pericolosa di quella che ha attraversato finora alla Trion, perché sarà molto più legato, molto meno in condizioni di gironzolare inosservato per l'azienda o semplicemente di "frequentare" persone normali e socializzare con loro. Paradossalmente, il suo compito di raccolta delle informazioni è appena diventato molto più difficile. Avrà bisogno di tutte le munizioni che riuscirà a trovare. Quindi, prima di salutarci, voglio che conosca questo tizio come le sue tasche, d'accordo?» «D'accordo.» «Bene» disse rivolgendomi il suo inquietante sorrisetto. «So che è d'accordo.» Abbassò quindi la voce fino a ridurla a un sussurro. «Ascolti, Adam, devo rivelarle una cosa per il suo bene. Nick è impaziente di vedere dei risultati. Da quante settimane lavora alla Trion? E Wyatt non sa ancora

che cosa succede nel reparto speciale.» «C'è un limite» mi giustificai «all'intraprendenza che...» «Adam» mi interruppe piano, ma con un inconfondibile tono di minaccia «Nick non accetta di essere preso per i fondelli.» Capitolo 40 Alana Jennings viveva in un appartamento su due piani all'interno di una casa unifamiliare in mattoni rossi poco lontana dalla sede della Trion. La riconobbi subito dalla fotografia. Come sapete, quando si comincia a uscire con una ragazza, si nota ogni particolare (dove abita, come si veste, quale profumo usa), e tutto pare nuovo e diverso. Be', l'aspetto singolare è che la conoscevo benissimo, meglio di quanto alcuni mariti conoscano le loro mogli, pur non avendo trascorso più di un'ora o due con lei. Parcheggiai la Porsche davanti alla villa (le Porsche non servono forse anche a questo, a fare colpo sulle pollastrelle?), salii i gradini e suonai il campanello. La sua voce cinguettò attraverso il citofono, annunciando che sarebbe scesa subito. Indossava fuseaux neri abbinati a una camicetta alla contadina bianca e ricamata, aveva i capelli raccolti e non portava quegli spaventosi occhiali. Mi domandai se le contadine indossassero mai camicette alla contadina, se al mondo esistessero ancora le contadine e, in caso affermativo, se si considerassero contadine. Era bellissima. Aveva un ottimo profumo, differente da quello delle ragazze che frequentavo di solito. Una fragranza floreale che si chiamava Fleurissimo; ricordai che la acquistava in Casa Creed ogni volta che andava a Parigi. «Ciao» la salutai. «Ciao, Adam.» Aveva un lucido rossetto scarlatto e una minuscola borsetta nera quadrata a tracolla. «La mia auto è qui fuori» dissi tentando di essere discreto riguardo alla scintillante Porsche nuova di zecca che ci aspettava lì di fronte. Le lanciò un'occhiata valutativa, ma non parlò. Con molta probabilità la stava registrando mentalmente insieme con il completo di Zegna, la camicia casual nera con il colletto aperto, e forse anche l'orologio subacqueo italiano da cinquemila dollari. E stava pensando che fossi un esibizionista o un montato. Lei aveva una camicetta alla contadina, io un vestito di Ermenegildo Zegna. Perfetto. Lei fingeva di essere povera, io cercavo di sembrare ricco

e probabilmente esageravo. Le aprii la portiera del passeggero. Prima di arrivare, avevo spostato il sedile all'indietro cosicché potesse allungare le gambe. All'interno l'aria era intrisa dell'odore di pelle nuova. Vi era un adesivo del parcheggio della Trion sul lato posteriore sinistro dell'automobile, che lei non aveva ancora notato. Non l'avrebbe visto nemmeno da dentro, ma non avrebbe tardato ad accorgersene quando fossimo scesi per andare al ristorante, ed era quello che volevo. In un modo o nell'altro, ben presto avrebbe scoperto che anch'io ero un dipendente della Trion e che ero stato assunto per ricoprire il suo vecchio posto. La coincidenza sarebbe sembrata un po' bizzarra, dato che non ci eravamo mai incrociati in ufficio, e prima fosse saltato fuori meglio sarebbe stato. Anzi, avevo persino preparato una sciocca frase da balbettare: «Mi prendi in giro. Lavori alla Trion? Anch'io! Che combinazione!». Vi furono alcuni istanti di silenzio imbarazzato mentre mi dirigevo verso il suo ristorante thailandese preferito. Alzò gli occhi verso il tachimetro, poi tornò a guardare la strada. «Faresti meglio a stare attento da queste parti» mi raccomandò. «È pieno di Autovelox. I piedipiatti aspettano solo che superi gli ottanta, e poi ti fanno davvero vedere i sorci verdi.» Annuii sorridendo, poi ricordai la battuta di uno dei suoi film noir, La fiamma del peccato, che avevo noleggiato la sera prima. «A quanto andavo, brigadiere?» chiesi con la voce piatta e melliflua di Fred MacMurray. La afferrò al volo. Ragazza in gamba. Sorrise. «Intorno ai novanta.» Imitò alla perfezione la voce ammaliatrice di Barbara Stanwyck. «Supponiamo che mi fermiate per arrestarmi.» «Supponiamo che vi lasci andare per questa volta» ribatté stando al gioco, gli occhi che le brillavano di malizia. Esitai per qualche secondo finché mi tornò in mente la frase. «Supponiamo che sia recidivo.» «Supponiamo che io vi picchi sulle mani.» Sorrisi. Era brava, e le piaceva. «Supponiamo che io mi metta a piangere sulla vostra spalla.» «E supponiamo che la spalla sia quella di mio marito.» «Toccato» osservai. Fine della scena. Buona. Rise divertita. «Come fai a conoscerlo?» «Spreco troppo tempo a guardare vecchi film in bianco e nero.» «Anch'io! E forse La fiamma del peccato è il mio preferito.» «Anche il mio, insieme con Il viale del tramonto.» Un altro dei suoi pre-

diletti. «Giusto! "Io sono sempre grande. È il cinema che è diventato piccolo."» Volevo cambiare argomento mentre ero in vantaggio, perché avevo quasi esaurito la mia riserva di sciocchezze noir imparate a memoria. Spostai la conversazione sul tennis, un tema più sicuro. Accostai davanti al ristorante, e i suoi occhi si illuminarono di nuovo. «Conosci questo locale? È il migliore!» «A mio parere, è l'unico per quanto riguarda la cucina thailandese.» Il parcheggiatore portò via la macchina (mi sembrava incredibile dover affidare le chiavi della mia Porsche nuova fiammante a un diciottenne che probabilmente l'avrebbe usata per farsi un giro nei momenti tranquilli), così Alana non vide mai l'adesivo della Trion. Per un po' andò tutto a meraviglia. Le battute della Fiamma del peccato sembravano averla messa a suo agio, dandole l'impressione di aver trovato uno spirito affine. E per giunta un fan di Ani DiFranco, che cosa avrebbe potuto desiderare di più? Magari un po' di profondità... le donne apprezzano sempre la profondità in un uomo, o almeno un momento di autoriflessione ogni tanto, ma non era roba per me. Ordinammo insalata alla papaia verde e involtini primavera alle verdure. Pensai di raccontarle che ero vegetariano come lei, ma poi decisi che sarebbe stato troppo, e inoltre non ero sicuro di riuscire a fingere per più di un pasto. Perciò scelsi il pollo al curry masaman, mentre lei optò per un curry vegetariano senza latte di cocco (rammentai che era allergica ai gamberetti), e bevemmo entrambi birra thailandese. Passammo dal tennis al Tennis and Racquet Club - ma mi affrettai ad allontanarmi da quelle secche pericolose, che l'avrebbero indotta a domandarmi come e perché fossi là quel giorno -, quindi al golf e infine alle vacanze estive. Intuì abbastanza in fretta che provenivamo da ambienti diversi, ma non vi diede peso. Non aveva intenzione di sposarmi né di presentarmi a suo padre, e io non volevo mentire anche sulle mie origini, cosa che avrebbe richiesto parecchia fatica. Inoltre, non sembrava necessario: pareva che le piacessi comunque. Le dissi che avevo lavorato al circolo del tennis e avevo fatto il turno di notte alla stazione di servizio. Deve essersi vergognata un po' della sua educazione privilegiata, perché mi propinò una piccola bugia innocente raccontandomi che i genitori l'avevano obbligata a trascorrere alcune estati facendo la gavetta «nell'azienda dove lavora papà», omettendo che quest'ultimo era l'amministratore delegato. In realtà, sapevo che non aveva mai svolto alcuna mansione nella società paterna.

Aveva passato le estati in un ranch per turisti nel Wyoming, a fare safari in Tanzania, dividendo con altre due donne un appartamento pagato da paparino nel VI arrondissement di Parigi, facendo il tirocinio al Peggy Guggenheim sul Canal Grande di Venezia. Non era una sbruffona. Quando accennò alla società in cui «lavorava» suo padre, mi preparai agli inevitabili quesiti sulla mia professione. Ma accadde solo molto più tardi. Mi stupii quando sollevò l'argomento in modo singolare, quasi scherzando. Sospirò. «Be', suppongo che ora dovremo parlare della nostra occupazione, vero?» «Ecco...» «Così potremo chiacchierare all'infinito di quello che facciamo durante il giorno, giusto? Io opero nel settore dell'high-tech, okay? E tu... aspetta, lo so, non dirmelo.» Mi si serrò lo stomaco. «Sei un allevatore di pulcini.» Risi. «Come hai fatto a indovinare?» «Non poteva essere altrimenti. Un allevatore di pulcini che guida una Porsche e veste Fendi.» «Zegna, a dire il vero.» «Quello che è. Mi dispiace, sei un uomo, dunque vorrai parlare solo di lavoro.» «Veramente, no.» Modulai la voce affinché assumesse un tono di timida sincerità. «Preferisco vivere nel presente, essere il più percettivo possibile. Sai, in Francia c'è un monaco buddista vietnamita che si chiama Thich Nhat Nanh e dice...» «Oh, mio Dio» esclamò «è pazzesco! Non riesco a credere che tu conosca Thich Nhat Nanh!» In realtà, non avevo letto nessuno degli scritti di questo asceta, ma l'avevo cercato in un paio di siti web buddisti dopo aver notato che Alana aveva comprato molti dei suoi libri tramite Amazon. «Altroché se lo conosco» le assicurai, come se tutti avessero letto le opere complete di Thich Nhat Nanh. «"Il miracolo non è camminare sull'acqua, il miracolo è camminare sulla terra verde."» Ero quasi sicuro di aver citato correttamente la frase, ma proprio in quel momento il cellulare mi vibrò nel taschino della giacca. «Perdonami» dissi estraendolo e controllando l'identificativo del chiamante. «Un secondo solo» mi scusai rispondendo al telefono. «Adam» giunse la profonda voce di Antwoine. «Faresti meglio a venire.

Si tratta di tuo padre.» Capitolo 41 Lasciammo la cena a metà. Riportai a casa Alana profondendomi in scuse per tutto il tempo. Non sarebbe potuta essere più comprensiva. Si offrì persino di accompagnarmi in ospedale, ma non potevo presentarle mio padre, non così presto: sarebbe stato troppo crudele. Dopo averla salutata, lanciai la Porsche a centotrenta chilometri orari e raggiunsi l'ospedale in quindici minuti, per fortuna senza che la polizia mi fermasse. Mi precipitai nel pronto soccorso in uno stato emotivo alterato: teso, atterrito, con la vista ottenebrata. Volevo solo andare da papà e vederlo prima che morisse. Ogni secondo che trascorrevo alla reception poteva essere, ne ero convinto, il momento in cui mio padre si spegneva, e io non avrei mai avuto l'opportunità di dirgli addio. Urlai quasi il suo nome all'infermiera dell'accettazione e, quando la donna mi disse dove si trovava, presi a correre. Ricordo di aver pensato che, se papà avesse già esalato l'ultimo respiro, mi avrebbero informato, dunque doveva essere ancora vivo. Vidi prima Antwoine, in piedi davanti alla tenda verde. Chissà perché, aveva il viso graffiato e insanguinato e un'aria impaurita. «Che cosa succede?» gridai. «Dov'è?» Indicò la tenda, dietro la quale si udivano delle voci. «A un tratto ha cominciato a soffocare. Poi la faccia gli è diventata scura, quasi viola. Aveva le dita blu. Allora ho chiamato l'ambulanza.» Sembrava che si volesse giustificare. «È ancora...?» «Sì, è vivo. Accidenti, per essere un vecchio invalido ha grinta da vendere.» «È stato lui a ridurla così?» chiesi additandogli il volto. Antwoine assentì, sorridendo impacciato. «Si rifiutava di salire sull'ambulanza. Ripeteva di stare bene. Ho litigato con lui per quasi mezz'ora, quando avrei dovuto prenderlo in braccio e metterlo in macchina. Spero di non aver tardato troppo a chiamare i soccorsi.» Un giovane ometto con la carnagione scura e una tuta verde mi si avvicinò. «Lei è il figlio?» «Sì» risposi. «Sono il dottor Patel» si presentò. Aveva pressappoco la mia età, un interno, un tirocinante o qualcosa di simile.

«Oh, piacere.» Tacqui. «Mmh, ce la farà?» «Pare di sì. Suo padre ha il raffreddore, ecco tutto. Ma ha una riserva respiratoria molto ridotta. Perciò una banale infreddatura può essergli letale.» «Posso vederlo?» «Certo» acconsentì tirando la tenda. Un'infermiera stava attaccando una flebo al braccio del paziente. Papà, con una maschera trasparente su naso e bocca, mi fissava. Sembrava più o meno lo stesso, soltanto più piccolo e pallido del solito. Era collegato a una serie di monitor. Chinandosi, gli tolse la maschera. «Guarda tutta questa robaccia» commentò con un filo di voce. «Come sta, signor Cassidy?» domandò Patel. «Oh, benissimo» lo rimbeccò papà sarcastico. «Non vede?» «Credo che stia meglio del suo badante.» Antwoine si avvicinò timoroso per sbirciare dentro. Papà assunse all'improvviso un'aria colpevole. «Oh, quello. Mi dispiace per la tua faccia, Antwoine.» Il nero, che forse intuì che mio padre non si sarebbe sprecato in altre scuse, parve sollevato. «Ho imparato la lezione. La prossima volta sarò più duro.» Papà sorrise come un campione dei pesi massimi. «Questo signore le ha salvato la vita» dichiarò il dottore. «Davvero?» chiese mio padre. «Altroché.» Papà girò appena la testa fissando Antwoine. «Perché l'hai fatto?» volle sapere. «Non avevo voglia di cercarmi un altro lavoro così presto» ribatté pronto l'altro. Patel mi parlò a bassa voce. «La radiografia del torace è normale per una persona nelle sue condizioni, la conta dei leucociti ammonta a otto virgola cinque ed è anch'essa nella norma. I gas nel sangue indicano che ha rischiato un'insufficienza respiratoria, ma adesso si è stabilizzato. Gli stiamo somministrando degli antibiotici, un po' di ossigeno e degli steroidi per endovena.» «Perché la maschera?» chiesi. «Per l'ossigeno?» «È un nebulizzatore. Albuteral e Atrovent, che sono farmaci broncodilatatori.» Si piegò su mio padre e gli rimise la maschera. «Lei è un vero guerriero, signor Cassidy.»

Papà si limitò a battere le palpebre. «Ben detto!» intervenne Antwoine con una risata roca. «Scusateci.» Il medico tirò la tenda e fece qualche passo. Lo seguii, mentre Antwoine restava con il paziente. «Fuma ancora?» mi domandò il medico, asciutto. Scrollai le spalle. «Ha macchie di nicotina sulle dita. È una follia, sa.» «Lo so.» «Si sta uccidendo.» «Morirà in un modo o nell'altro.» «Be', sta accelerando il processo.» «Forse è quello che vuole» ribattei. Capitolo 42 Iniziai la mia prima giornata ufficiale di lavoro per Jock Goddard dopo essere stato in piedi tutta la notte. Ero andato dall'ospedale al mio nuovo appartamento intorno alle quattro, avevo pensato di schiacciare un pisolino, poi ci avevo rinunciato perché sapevo che non mi sarei svegliato in tempo, e quello non sarebbe stato il migliore degli inizi. Così feci una doccia, mi rasai e navigai un po' in Internet informandomi sui concorrenti della Trion e studiando News.com e Slashdot per aggiornarmi sulle ultime novità dell'high-tech. Indossai un leggero maglione nero (il capo che possedessi più simile agli inconfondibili lupetti di Jock Goddard), un paio di eleganti pantaloni cachi e una giacca marrone pied-de-poule, uno dei pochi indumenti «casual» che l'esotica assistente amministrativa di Wyatt aveva scelto per me. Ora sembravo a tutti gli effetti un membro della gang di Goddard. Chiamai quindi il garage pregandoli di portarmi la Porsche. Il portiere che era di turno la mattina presto e la sera, quando io entravo e uscivo con maggior frequenza dall'edificio, era un ispanico sui quarantacinque anni di nome Carlos Avila. Aveva una strana voce strozzata, come se avesse inghiottito un oggetto affilato e non riuscisse a mandarlo giù. Mi ero conquistato la sua simpatia, soprattutto, credo, perché non lo ignoravo come tutti gli altri inquilini. «Stanco, Carlos?» chiesi oltrepassandolo. Di solito quella era la domanda che poneva a me quando, stremato, rincasavo a un'ora impossibile. «Non più di tanto, signor Cassidy» rispose sorridendo prima di tornare a

concentrarsi sul telegiornale. Percorsi un paio di isolati fino allo Starbucks, che apriva proprio in quel momento, e ordinai un cappuccino grande. Mentre aspettavo che il barista, un aspirante Seattle-grunge con una moltitudine di piercing, mi scaldasse un quarto di latte al due per cento, presi una copia del «Wall Street Journal». Mi si serrò lo stomaco. Lì, in prima pagina, spiccava un servizio sulla Trion. O, come annunciava il titolo, sulle «magagne della Trion». Un disegno ombreggiato, simile a un'incisione, ritraeva Goddard con un'espressione troppo allegra, come se fosse all'oscuro di tutto, come se non sapesse nulla. Uno dei sottotitoli chiedeva: «Il fondatore Augustine Goddard ha i giorni contati?». Dovetti leggerlo due volte. Il mio cervello non funzionava alla massima capacità, e avevo bisogno del mio cappuccino grande, con cui il giovane grunge sembrava avere qualche problema. L'articolo era un pezzo tagliente e mordace, scritto da William Bulkeley, un giornalista di punta del «Journal», che evidentemente aveva ottimi contatti alla Trion. In sintesi, spiegava che il prezzo delle azioni societarie stava crollando, che i prodotti erano da tempo in crisi, che l'azienda («in genere considerata il leader dell'elettronica al consumo basata sulle telecomunicazioni») navigava in cattive acque e che Jack Goddard pareva esserne ignaro. Jock aveva perso lo smalto. Vi era un breve commento sulla «lunga tradizione» dei fondatori di società high-tech che venivano rimpiazzati quando la loro impresa raggiungeva determinate dimensioni. Il giornalista si domandava se Goddard fosse la persona sbagliata per guidare la Trion durante il periodo di stabilità che segue una fase di crescita esplosiva. Aggiungeva molti dettagli riguardo alla sua filantropia, alle sue iniziative benefiche, al suo hobby di collezionare e riparare auto d'epoca americane, a come avesse ricostruito da zero la sua adorata decappottabile Buick Roadmaster del 1949. Goddard, concludeva, sembrava destinato ad affondare. Fantastico, pensai. Se Goddard affonda, indovina un po' chi affonda con lui? Poi mi tornò in mente: aspetta un secondo, Goddard non è il mio vero datore di lavoro. È il bersaglio. Il mio vero datore di lavoro è Nick Wyatt. Tra l'emozione del primo giorno e tutto il resto, era facile dimenticare a chi dovevo accordare la mia lealtà. Finalmente il cappuccino era pronto; vi sciolsi due bustine di zucchero, ne ingollai un'abbondante sorsata che mi ustionò la gola e premetti il coperchio di plastica sul bicchiere. Sedetti a un tavolo per finire di leggere il

servizio. Il reporter sembrava essere ben informato su Goddard. Doveva aver parlato con qualche dipendente della Trion. Qualcuno voleva silurare il vecchio. In auto, cercai di ascoltare un CD di Ani DiFranco che avevo comprato da Tower come parte del progetto di ricerca su Alana, ma dopo qualche brano lo spensi. Non lo sopportavo. Un paio di canzoni non erano affatto canzoni, bensì solo pezzi parlati. Se avessi voluto sentire roba del genere, avrei scelto Jay-Z o Eminem. No, grazie. Ripensando al «Journal», tentai di farmi un'opinione in caso qualcuno mi interpellasse. Avrei dovuto dire che era un mucchio di frottole raccontate da uno dei nostri concorrenti per danneggiarci? Avrei dovuto dire che il giornalista non aveva riportato la vera storia, qualunque essa fosse? Oppure che aveva sollevato alcuni salienti interrogativi cui avremmo dovuto rispondere? Optai per una versione modificata di quest'ultima variante: a prescindere dalla veridicità dell'articolo, l'importante era il parere degli investitori e, poiché leggevano quasi tutti il «Wall Street Journal», avremmo dovuto prendere il pezzo sul serio, che fosse vero o meno. In cuor mio, mi domandai anche quali nemici di Goddard avessero voluto crearci tanti problemi e se Jock fosse davvero nei guai e io mi stessi imbarcando su una nave in procinto di colare a picco. O, per essere precisi, se Nick Wyatt mi avesse messo su una nave in procinto di colare a picco. Il vecchio doveva essere giù di forma, pensai. In fondo, mi aveva assunto, no? Bevvi un sorso di cappuccino, ma non avevo chiuso bene il coperchio, e il tiepido liquido lattiginoso mi bagnò i pantaloni. A quanto pareva, avevo avuto un «incidente». Bel modo di cominciare il nuovo lavoro. Avrei dovuto considerarlo un avvertimento. Capitolo 43 Uscendo dalla toilette degli uomini, dove avevo fatto del mio meglio per lavare via la macchia di cappuccino, lasciando i calzoni umidi e stropicciati, oltrepassai la piccola edicola nell'atrio dell'Ala A (l'edificio principale), che vendeva i quotidiani locali oltre a «USA Today», al «New York Times», al «Financial Times» dalle pagine color salmone e al «Journal». La pila di «Wall Street Journal», di solito torreggiante, era già ridotta a metà sebbene fossero solo le sette del mattino. Evidentemente tutta la Trion lo stava leggendo. Immaginai che le copie dell'articolo scaricate dal sito web

del giornale fossero ormai nell'e-mail di tutti. Dopo aver salutato l'addetta al ricevimento, presi l'ascensore fino al settimo piano. Flo mi aveva già inviato per posta elettronica i dettagli relativi al mio nuovo ufficio. Esatto, niente box, bensì un vero ufficio, grande quanto quello di Jock (e, se è per questo, quanto quelli di Nora e Tom Lundgren). Era in fondo al corridoio, di fronte a quello di Goddard, che era buio come tutte le altre stanze dell'area dirigenti. Invece, il mio era illuminato. Seduta alla scrivania vi era la mia nuova assistente amministrativa, Jocelyn Chang, una severa cinese americana sulla quarantina con un impeccabile tailleur blu. Aveva sopracciglia perfette, corti capelli neri e una boccuccia a forma di cuore valorizzata da un rossetto color pesca effetto lucido. Era impegnata a etichettare un classificatore per la corrispondenza. Quando mi avvicinai, alzò gli occhi arricciando le labbra e tendendomi la mano. «Lei deve essere il signor Cassidy.» «Adam» la corressi. Avevo forse commesso il mio primo errore? Avrei dovuto mantenere le distanze, essere più formale? Lo trovavo ridicolo e superfluo. In fondo, qui dentro quasi tutti chiamavano l'amministratore delegato «Jock». Inoltre, avevo pressappoco metà dei suoi anni. «Jocelyn» si presentò. Il suo piatto accento nasale della zona di Boston mi colse di sorpresa. «Piacere di conoscerla.» «Piacere mio. Flo mi ha detto che lavora qui da parecchio tempo, cosa che mi conforta molto.» Oops. Alle donne non piace sentirselo dire. «Da quindici anni» confermò titubante. «Gli ultimi tre per Michael Gilmore, il suo immediato predecessore. È stato trasferito un paio di settimane fa, così ho dovuto fare un po' di questo e un po' di quello.» «Quindici anni. Magnifico. Avrò bisogno di tutto l'aiuto possibile.» Annuì, niente sorriso, niente di niente. Poi si accorse del «Journal» che tenevo sotto il braccio. «Non ne parlerà al signor Goddard, vero?» «A essere sincero, stavo per chiederle di farlo montare e incorniciare. Volevo regalarglielo affinché lo appendesse nel suo ufficio.» Mi rivolse una lunga occhiata atterrita. Poi un accenno di sorriso. «Sta scherzando» disse. «Giusto?» «Giusto.» «Mi scusi. Il signor Gilmore non era famoso per il suo senso dell'umorismo.» «Nessun problema. Nemmeno io.» Annuì, incerta su come reagire. «Bene.» Consultò l'orologio. «Ha una riunione con il signor Goddard alle sette e trenta.»

«Non c'è ancora.» Consultò di nuovo l'orologio. «Sarà qui a momenti. Anzi, scommetto che è appena arrivato. Non sgarra mai. Oh, un attimo.» Mi porse un documento dall'aria molto pretenziosa, composto di un centinaio di pagine e rilegato con una specie di similpelle azzurra, la cui copertina recava la scritta BAIN & COMPANY. «Il signor Goddard vuole che lo esamini prima della riunione.» «Prima della riunione... tra due minuti e mezzo.» Si strinse nelle spalle. Era la mia prima prova? Non sarei mai riuscito a leggere neppure una riga di quei geroglifici prima dell'appuntamento, e non avevo alcuna intenzione di arrivare in ritardo. La Bain & Company è un costoso studio globale di consulenza direzionale che prende giovani della mia età, giovani ancor più inesperti di me, e li fa lavorare finché diventano vecchi barbogi, obbligandoli a visitare società, redigere rapporti e mettere in conto centinaia di migliaia di dollari per la loro finta saggezza. La relazione si intitolava IL SEGRETO DELLA TRION. La sfogliai rapidamente notando subito tutti i cliché e i paroloni alla moda («vantaggio competitivo», «eccellenza delle operazioni», «inefficienze di costo», «diseconomie di scala», «gestione snellita delle conoscenze», «minimizzazione del lavoro che non aggiunge valore», bla bla bla) e intuii che non avrei nemmeno dovuto leggere il testo per capire che cosa stava succedendo. Ridimensionamento aziendale. Tagli del personale negli uffici. Splendido, pensai. Benvenuto al vertice. Capitolo 44 Quando entrai accompagnato da Flo, Goddard sedeva già a un tavolo rotondo nel suo ufficio posteriore con Paul Camilletti e un altro tizio. Quest'ultimo, sulla sessantina, era calvo con una frangia brizzolata e indossava una camicia, una cravatta e un completo scozzese grigio démodé comprati nel reparto uomo di un grande magazzino, un voluminoso anello dell'università alla mano destra. Lo riconobbi: Jim Colvin, il responsabile delle operazioni della Trion. La stanza aveva le stesse dimensioni dell'ufficio anteriore, tre metri e mezzo per tre metri e mezzo, e quattro persone sedute intorno al grande tavolo erano sufficienti a riempirla. Mi domandai perché non ci fossimo riu-

niti in una sala conferenze, in un locale un po' più spazioso, più adatto a dirigenti di grado così alto. Dopo aver salutato tutti con un sorriso nervoso, mi accomodai accanto a Goddard posando il dossier della Bain e la tazza di caffè che mi aveva dato Flo. Estrassi una penna e un blocco giallo, pronto a prendere appunti. Goddard e Camilletti erano in maniche di camicia, niente giacca e niente lupetto nero. Jock sembrava ancora più vecchio e stanco dell'ultima volta che l'avevo visto. Aveva un paio di occhiali a mezzaluna neri appesi a un cordino intorno al collo. Davanti a lui erano sparpagliate diverse copie dell'articolo del «Wall Street Journal», tra cui una sottolineata con l'evidenziatore giallo e verde. Mentre prendevo posto, Camilletti mi guardò accigliato. «Chi è questo?» chiese. Un'accoglienza non proprio calorosa. «Ti ricordi del signor Cassidy, vero?» «No.» «La riunione sul Maestro? La faccenda dell'esercito?» «Il tuo nuovo assistente» disse Camilletti senza entusiasmo. «Bene. Benvenuto nella centrale per il controllo dei danni, Cassidy.» «Jim, ti presento Adam Cassidy» proseguì Goddard. «Adam, Jim Colvin, il nostro responsabile delle operazioni.» Colvin annuì. «Adam.» «Discutevamo di questo maledetto pezzo del "Journal"» spiegò Goddard «e di come comportarci.» «Be'» feci con aria saccente «è soltanto un articolo. Lo scalpore si placherà senza dubbio in un paio di giorni.» «Stronzate» sbottò Camilletti fissandomi con un'espressione tanto spaventosa che temetti di restare pietrificato. «È comparso sul "Journal". In prima pagina. Tutti leggono questo quotidiano. Gli analisti, gli investitori istituzionali, i membri del consiglio, tutti quanti. Non si tratta di un dannato deragliamento ferroviario.» «Ha ragione» ammisi, ripromettendomi di tenere la bocca chiusa. Goddard espirò rumorosamente. «La cosa peggiore da fare è ruotare troppo la mazza» interloquì Colvin. «Non dobbiamo mandare segnali di panico all'industria.» «Ruotare troppo la mazza» mi era piaciuto. Evidentemente Jim giocava a golf. «Voglio subito qui le Relazioni con gli investitori e le Comunicazioni aziendali, e voglio che preparino una risposta, una lettera all'editore» intervenne Camilletti. «Dimentica il "Journal"» lo esortò Goddard. «Credo che rilascerò un'in-

tervista al "New York Times". Dichiarerò che questa è un'opportunità per affrontare i problemi di interesse generale dell'intero settore. La berranno.» «Come vuoi» replicò Camilletti. «A ogni modo, non alziamo troppo la voce. Non dobbiamo indurre il "Journal" a pubblicare un altro servizio, a suscitare uno scandalo ancor più grosso.» «Ho l'impressione che il reporter abbia parlato con qualcuno all'interno della società» osservai, dimenticando il proposito di tacere. «Abbiamo idea di chi potrebbe aver fatto la soffiata?» «Ho ricevuto il messaggio di un giornalista un paio di giorni fa, ma mi trovavo all'estero» disse Goddard. «Quindi "no comment".» «Forse quel tipo mi ha telefonato... non lo so, posso controllare la mia posta vocale, ma sono certo di non averlo richiamato» affermò Paul. «Non posso credere che qualcuno della Trion abbia svolto un ruolo volontario in questa faccenda» dichiarò Goddard. «Uno dei nostri concorrenti» disse Camilletti. «Magari la Wyatt.» Nessuno mi guardò. Mi domandai se gli altri due sapessero che venivo dalla Wyatt. «Il servizio cita alcuni dei nostri rivenditori (la British Tel, la Vodafone, la DoCoMo), asserendo che secondo loro i nuovi cellulari sono un fiasco. Nessuno li compra. Ma come fa un reporter di New York anche solo a immaginare di contattare la DoCoMo in Giappone? Devono essere state la Motorola, la Wyatt o la Nokia a fare la spia» continuò Camilletti. «A ogni modo» ribatté Goddard «ormai è acqua passata. Il mio compito non consiste nel gestire i media, bensì nel gestire questa maledetta società. E questo stupido pezzo, per quanto possa essere ingiusto e travisato... be', fino a che punto è davvero terribile? A parte il titolo lugubre, che cosa dice di tanto nuovo? Raggiungevamo puntualmente il budget ogni trimestre, non l'abbiamo mai mancato, magari lo superavamo addirittura di uno o due centesimi. Eravamo i beniamini di Wall Street. Okay, la crescita dei profitti è stagnante ma, santo cielo, l'intero settore langue! Non posso fare a meno di avvertire un pizzico di gioia maligna in questo articolo. Qualche volta anche Omero sonnecchia.» «Omero?» chiese Colvin, confuso. «Ma tutte queste stupidaggini sulla nostra prima perdita trimestrale in quindici anni» aggiunse Goddard «sono pura fantasia.» Camilletti scosse la testa. «No» dissentì piano. «La situazione è ancora più grave di come viene descritta.» «A che cosa ti riferisci?» volle sapere Jock. «Sono appena tornato dalla

conferenza sulle vendite in Giappone, dove è andato tutto a gonfie vele.» «Ieri sera, quando mi hanno avvisato del servizio via e-mail» spiegò Camilletti «ho inviato messaggi ai vicepresidenti delle Divisioni finanziarie per l'Europa e il Pacifico asiatico pregandoli di inviarmi i dati relativi agli introiti a partire da questa settimana e quelli riguardanti le vendite dell'ultimo trimestre classificati per cliente.» «E allora?» lo incalzò Goddard. «Covington mi ha risposto da Bruxelles un'ora fa, Brody da Singapore nel cuore della notte, e le cifre fanno schifo. Le vendite ai commercianti sono buone, ma quelle ai consumatori sono pietose. Il Pacifico asiatico e l'EMOA rappresentano il sessanta per cento delle nostre entrate, e stiamo precipitando. Il fatto è, Jock, che questo trimestre non raggiungeremo il budget, anzi lo mancheremo di molto. È un totale disastro.» Goddard mi lanciò un'occhiata. «Quelle che sta ascoltando sono delicate informazioni confidenziali, Adam. Intendiamoci, neanche una parola...» «Naturalmente.» «Abbiamo...» riprese Goddard per poi interrompersi subito. «Santo Dio, abbiamo AURORA.» «I profitti di AURORA arriveranno fra diversi trimestri» sottolineò Camilletti. «Dobbiamo pensare al presente. Alle operazioni attuali. E permettimi di precisare che, quando questi dati verranno resi pubblici, il capitale azionario subirà un'enorme batosta» continuò a bassa voce. «I profitti del quarto trimestre caleranno del venticinque per cento. Dovremo sostenere notevoli spese per l'inventario delle eccedenze.» Tacque, rivolgendo a Goddard un'occhiata eloquente. «Prevedo una perdita di quasi mezzo miliardo di dollari al lordo d'imposta.» Jock sussultò. «Mio Dio.» «Ho saputo per caso che la CS First Boston sta già per declassarci da "sovrappeso" a "peso di mercato", ossia da "compra" a "tieni". E queste informazioni non sono ancora trapelate» aggiunse Camilletti. «Buon Dio» sospirò Goddard gemendo e scrollando il capo. «È talmente assurdo, dato che sappiamo che cosa abbiamo in cantiere.» «Ecco perché dobbiamo riesaminare questo» disse Camilletti picchiettando con l'indice sulla sua copia del dossier azzurro della Bain. Jock tamburellava sul rapporto. Notai che aveva le dita paffute e il dorso delle mani costellato di macchie rossicce. «E come l'hanno rilegato bene» commentò. «Non mi hai mai detto quanto ci è costato.» «È meglio che tu non lo sappia» replicò Camilletti.

«È meglio, vero?» Goddard fece una smorfia, come se avesse dimostrato la sua tesi. «Paul, ho giurato che non l'avrei mai fatto. Ho dato la mia parola.» «Cristo, Jock, se si tratta del tuo ego, della tua vanità...» «Si tratta di mantenere gli impegni presi. Si tratta anche della mia credibilità.» «Be', non avresti mai dovuto fare una simile promessa. Mai dire mai. Comunque, quella era un'economia diversa... un'epoca preistorica. L'era mesozoica, santo cielo. La navicella spaziale Trion, che cresceva alla velocità della luce. Siamo una delle poche società high-tech che non ha ancora fatto ricorso ai tagli del personale.» «Adam» Goddard si rivolse a me guardandomi al di sopra degli occhiali «ha avuto modo di leggere questo mattone?» Scossi la testa. «L'ho ricevuto pochi minuti fa. L'ho soltanto sfogliato.» «Voglio che esamini con attenzione le proiezioni per l'elettronica al consumo. Pagina ottanta e qualcosa. È abbastanza ferrato in materia.» «Adesso?» domandai. «Adesso. E mi dica se le sembrano realistiche.» «Jock» interloquì Jim Colvin «è quasi impossibile ottenere proiezioni sincere dai capi di divisione. Cercano tutti di proteggere i loro effettivi, di difendere il loro territorio.» «Ecco perché Adam è qui» controbatté Goddard. «Non ha alcun territorio da difendere.» Scartabellai con foga il documento cercando di apparire sicuro di me stesso. «Paul» riprese Goddard «ci siamo già passati. Mi consiglierai di tagliare ottomila posti di lavoro se vogliamo restare snelli e scattanti.» «No, Jock, se vogliamo restare solvibili. E i posti di lavoro sono più di diecimila.» «D'accordo. Allora spiegami una cosa. Questa maledetta relazione non garantisce che una società navigherà in acque migliori nel lungo termine dopo un ridimensionamento, una ristrutturazione o come diavolo vuoi chiamarlo. Parla solo del breve termine.» Camilletti fece per protestare, ma Goddard continuò. «Oh, lo so, lo fanno tutti. Ma è una risposta scontata. Gli affari vanno male? Sbarazzati di un po' di persone. Getta a mare la zavorra. Ma i licenziamenti conducono mai a un aumento stabile del prezzo delle azioni o della quota di mercato? Diamine, Paul, sai quanto me che alla prima schiarita finiremo per riassumerli tutti. Vale davvero la pena di

creare tutto questo dannato scompiglio?» «Jock» intervenne Jim Colvin «è la cosiddetta "regola ottanta a venti": l'ottanta per cento del lavoro viene sbrigato dal venti per cento dello staff. Vogliamo solo eliminare il grasso.» «Il "grasso" è rappresentato da volonterosi dipendenti della Trion» lo rimbeccò Goddard. «Cui distribuiamo quei piccoli badge che parlano di lealtà e dedizione. Be', è una strada a doppio senso, vero? Noi pretendiamo la loro fedeltà, ma loro non ne ricevono da noi? Per quanto mi riguarda, se si prosegue in questa direzione, non si perdono solo gli effettivi. Si perde la fiducia, che è un elemento essenziale. Se i nostri collaboratori rispettano la loro metà del contratto, perché noi non dobbiamo fare altrettanto? È un fottuto tradimento.» «Jock» disse Colvin «il fatto è che da dieci anni a questa parte hai reso ricchissimi parecchi dipendenti della Trion.» Intanto scorrevo i grafici degli utili tentando di confrontarli con le cifre che avevo esaminato nelle ultime due settimane. «Non è il momento di essere magnanimi, Jock» tornò all'attacco Camilletti. «Non possiamo permetterci questo lusso.» «Oh, non sono magnanimo» si difese Goddard tamburellando ancora con le dita sul tavolo. «Sono soltanto pratico. Non ho problemi a liberarmi dei lavativi, dei fannulloni e dei battifiacca. Che vadano a farsi fottere. Ma licenziamenti di queste proporzioni spingono il personale soltanto a un maggiore assenteismo, a chiedere più congedi per malattia e a oziare intorno al distributore dell'acqua scambiandosi gli ultimi pettegolezzi. Una paralisi. Per usare un'espressione che tu possa capire, Paul, una diminuzione della produttività.» «Jock...» si intromise Colvin. «Ve la do io una regola ottanta a venti» lo bloccò Goddard. «Se facciamo come dite voi, l'ottanta per cento dei dipendenti rimasti concentrerà sul lavoro non più del venti per cento delle sue capacità mentali. Adam, come le sembrano le previsioni?» «Signor Goddard...» «Ho licenziato l'ultimo che mi ha chiamato così.» Sorrisi. «Jock. Ascolti, non voglio improvvisare. Non conosco gran parte dei dati, e non voglio rispondere d'impulso. Non riguardo a una questione tanto importante. Conosco però i dati del Maestro, e posso dirle con franchezza che questi sono troppo ottimisti, almeno finché non inizieremo a consegnare i prodotti al Pentagono (sempre che concludiamo l'accordo).»

«Il che significa che la situazione potrebbe essere ancora peggiore di quanto affermano i nostri consulenti da centomila dollari.» «Sì, signore. Almeno stando alle cifre relative al Maestro.» Annuì. «Jock, mettiamola sul piano umano. Mio padre era un maledetto insegnante, okay? Ha mandato sei figli all'università con uno stipendio da insegnante; non chiedermi come, ma ci è riuscito. Ora lui e mia madre vivono dei suoi miseri risparmi, la maggior parte dei quali è immobilizzata in azioni della Trion, perché io gli ho assicurato che è un'azienda solida. Per i nostri criteri, non è una somma ingente, ma mio padre ha già perso il ventisei per cento del suo gruzzolo e ne perderà ancora di più. Lascia perdere il Fidelity e il TIAA-CREF. Quasi tutti i nostri azionisti sono dei Tony Camilletti, e che cosa dovremmo raccontare a questa gente?» Ebbi la netta sensazione che Camilletti si fosse inventato tutto, che in realtà il suo facoltosissimo padre abitasse in un complesso residenziale di Boca e ingannasse il tempo giocando a golf, ma Goddard aveva gli occhi lucidi. «Adam» mi disse «lei mi capisce, vero?» Per un attimo mi sentii come un cervo colto di sorpresa dai fari di un'auto. Non avevo dubbi sulla risposta in cui sperava Goddard, ma dopo qualche secondo scossi la testa. «A mio avviso» asserii adagio «se non lo fa ora, tra un anno dovrà licenziare un numero ancor maggiore di dipendenti. Perciò devo ammettere che sono d'accordo con il signor... con Paul.» Camilletti mi diede una pacca sulla spalla. Mi ritrassi leggermente. Non volevo dare l'impressione di essermi schierato contro il mio capo. Non sarebbe stato un buon modo per iniziare il nuovo lavoro. «Quali condizioni intendi proporre?» domandò Goddard con un sospiro. Camilletti sorrise. «Quattro settimane di indennità di licenziamento.» «A prescindere da quanto tempo sono stati con noi? No. Due settimane di indennità per ogni anno trascorso qui, più altre due settimane per ogni anno dopo i primi dieci.» «È una follia, Jock! In alcuni casi, pagheremo un anno di indennità, forse di più.» «Non sarebbe un'indennità» borbottò Jim «sarebbe beneficenza.» Goddard si strinse nelle spalle. «O licenziamo a queste condizioni o non licenziamo affatto.» Mi rivolse un'occhiata mesta. «Adam, se mai uscirà a cena con Paul, non gli permetta di scegliere il vino.» Tornò quindi a rivolgersi al responsabile del settore finanziario. «Vuoi che i tagli entrino in vi-

gore dal I giugno, vero?» Camilletti annuì cauto. «Mi pare di ricordare» proseguì Goddard «di aver firmato un contratto per dodici mesi di indennità con la divisione della CableSign che abbiamo acquisito l'anno scorso, un contratto che scade il 31 maggio. Il giorno prima.» Camilletti fece spallucce. «Be', Paul, sono quasi mille lavoratori che riceverebbero lo stipendio di un mese più un mese di retribuzione per ogni anno di servizio... se li licenziassimo un giorno prima. Una discreta indennità. Quell'unico giorno farebbe un'enorme differenza per quelle persone. Altrimenti intascherebbero solo due miserabili settimane.» «Il I giugno è l'inizio del trimestre...» «Non ci sto. Spiacente. Fai in modo che sia il 31 maggio. E quanto ai dipendenti i cui diritti di opzione sono sott'acqua, gli concederemo un anno per esercitarli. Anch'io ridurrò volontariamente il mio stipendio... a un dollaro. E tu, Paul?» Camilletti sorrise nervoso. «Tu hai molti più diritti di opzione di me.» «Lo faremo una sola volta» aggiunse Goddard. «Lo faremo una sola volta e lo faremo bene. Non ho intenzione di effettuare due ridimensionamenti.» «D'accordo» assentì Camilletti. «Bene» sospirò Goddard. «Come continuo a ripetere, talvolta bisogna soltanto rassegnarsi e obbedire alle regole. Ma prima voglio consultarmi con l'intero team di gestione, convocare tutte le persone possibili. Voglio anche telefonare alle nostre banche d'affari. Se, come temo, si spargerà la voce, registrerò un comunicato sul webcast per la società» affermò «e lo diffonderemo domani, dopo la chiusura delle contrattazioni. E faremo l'annuncio pubblico nello stesso momento. Non voglio che prima di allora filtri una sola parola... è demoralizzante.» «Se preferisci, sarò io a dare l'annuncio» si offrì Camilletti. «Così tu avrai le mani pulite.» Goddard lo fulminò con lo sguardo. «Non voglio che ti assuma la colpa. Assolutamente no. È una mia decisione. Mi prendo il merito, la gloria, le copertine delle riviste, e mi prendo anche le critiche. È giusto così.» «Lo dico solo perché hai fatto tante dichiarazioni in passato. Ti sbraneranno.» Goddard si strinse nelle spalle, ma sembrava angosciato. «Ora immagino

che tutti mi chiameranno Motosega Goddard o qualcosa del genere.» «Credo che "Neutrone Jock" suoni meglio» intervenni, e per la prima volta Goddard sorrise davvero. Capitolo 45 Uscii dall'ufficio di Goddard provando un misto di sollievo e preoccupazione. Ero sopravvissuto alla prima riunione con il capo senza rendermi troppo ridicolo. Ero però anche a conoscenza di un importante segreto aziendale, di delicate informazioni confidenziali che avrebbero cambiato la vita di molte persone. La questione era questa: avevo deciso che non le avrei rivelate a Wyatt e ai suoi scagnozzi. Non rientrava nelle mie mansioni, esulava dai miei compiti. Non aveva nulla a che vedere con il reparto speciale. Non ero tenuto a riferire niente ai miei manipolatori. Comunque, questi ultimi non sapevano che io sapessi. Che apprendessero la notizia dei licenziamenti con tutti gli altri. Assorto nei miei pensieri, uscii dall'ascensore al terzo piano dell'Ala A intenzionato a mangiare un boccone in mensa, quando incrociai un viso familiare. Un giovane alto e ossuto, sulla trentina, brutto taglio di capelli. «Ehi, Adam!» esclamò. Lo stomaco mi si serrò già nella frazione di secondo prima che riuscissi ad associare un nome alla faccia. Il mio istinto animale aveva fiutato il pericolo prima che il cervello lo percepisse. Feci un cenno con la testa continuando a camminare. Avevo il volto in fiamme. Si chiamava Kevin Griffin, un tipo affabile dall'aria da ebete nonché un discreto giocatore di basket. Ogni tanto disputavamo qualche partita alla Wyatt Telecommunications. Lavorava nell'Ufficio vendite della Divisione industriale e si occupava dei router. Ricordai che era molto scaltro e ambizioso nonostante l'atteggiamento dimesso. Superava sempre il budget stabilito e mi prendeva in giro con benevolenza per la mia noncuranza verso il lavoro. In altre parole, sapeva chi ero in realtà. «Adam!» ripeté. «Adam Cassidy! Ehi, che cosa ci fai qui?» Non potendo più ignorarlo, mi voltai. Teneva una mano sulla porta dell'ascensore per impedirle di chiudersi.

«Oh, ciao, Kevin» lo salutai. «Adesso lavori qui?» «Sì, alle Vendite.» Sembrava emozionato, come se fosse una rimpatriata tra compagni del liceo o qualcosa del genere. Abbassò la voce. «Non ti avevano buttato fuori dalla Wyatt a causa di quella festa?» Ridacchiò, ma non con aria malevola, soltanto cospiratrice. «No» risposi dopo un secondo di esitazione, cercando di mostrarmi sereno e divertito. «È stato tutto un grosso malinteso.» «Già» disse incerto. «Che cosa fai qui?» «Sempre le stesse cose» risposi. «Ehi, mi ha fatto piacere rivederti, amico. Scusa, ma devo scappare.» Mi lanciò un'occhiata interrogativa mentre l'ascensore si chiudeva. Maledizione. PARTE QUINTA LO SBOCCIO Blown: smascheramento di personale, strutture (per esempio nascondigli) o altri elementi di un'attività o di un'organizzazione clandestina. Si definisce «sbocciato» anche un agente la cui identità è nota all'avversario. Spy Book: The Encyclopedia of Espionage Capitolo 46 Ero fottuto. Kevin Griffin sapeva che non avevo partecipato al progetto Lucid e sapeva che non ero nemmeno un asso. Conosceva la vera storia. Probabilmente era già nel suo box, impegnato a cercarmi nell'intranet della Trion, sorpreso di vedermi indicato come l'assistente esecutivo del presidente e amministratore delegato. Quanto tempo sarebbe trascorso prima che cominciasse a parlare, a spettegolare, a chiedere in giro? Cinque minuti? Cinque secondi? Come diavolo era potuto accadere dopo tutta la preparazione e l'accurata organizzazione da parte degli uomini di Wyatt? Come avevano potuto permettere che la Trion assumesse qualcuno in grado di sabotare l'intero piano? Stordito, mi guardai intorno davanti al banco gastronomia della mensa. Anche se all'improvviso mi era passato l'appetito, presi un panino al pro-

sciutto e formaggio, perché avevo bisogno di proteine, e una Diet Pepsi, quindi tornai nel mio nuovo ufficio. Goddard era in piedi nel corridoio, vicino alla mia porta, intento a discutere con un altro dirigente. Incrociando il mio sguardo, alzò l'indice per segnalare che voleva parlarmi, così restai a una certa distanza, imbarazzato, finché ebbe terminato la conversazione. Dopo un paio di minuti Jock posò la mano sulla spalla dell'altro con aria solenne, poi mi precedette varcando la soglia. «Lei» disse accomodandosi sulla sedia. L'unica poltrona era quella dietro la scrivania e, poiché non avevo scelta, vi sedetti sebbene non mi sembrasse giusto (in fondo, lui era il maledetto amministratore delegato). Gli rivolsi un sorriso esitante, senza sapere che cosa aspettarmi. «Mi pare che sia stato promosso a pieni voti» aggiunse. «Congratulazioni.» «Davvero? Pensavo di aver fatto schifo» confessai. «Non mi sono sentito molto a mio agio schierandomi dalla parte di qualcun altro.» «Ecco perché l'ho assunta. Oh, non per schierarsi contro di me. Ma per dire la verità.» «Non era la verità» commentai. «Era soltanto un'opinione personale.» Forse stavo esagerando un po'. Goddard si fregò gli occhi con una mano tozza. «Per un amministratore delegato, la cosa più facile, e più pericolosa, è rimanere all'oscuro di tutto. Nessuno vuole mai dirmi la verità nuda e cruda. Vogliono indorarmi la pillola, ognuno a modo suo. Le piace la storia?» Non avevo mai considerato la storia come qualcosa che potesse «piacere». Scrollai le spalle. «Così così.» «Durante la Seconda guerra mondiale Winston Churchill ha creato un ufficio esterno alla linea gerarchica il cui compito consisteva nel raccontargli la verità pura e semplice. Credo si chiamasse Ufficio statistico o qualcosa di simile. Comunque, il punto è che nessuno era disposto a comunicargli le cattive notizie, ma lui sapeva di doverle sentire, perché altrimenti non avrebbe potuto svolgere il suo lavoro.» Annuii. «Avvii una società, la fortuna ti arride in qualche occasione, e diventi una figura di culto per individui privi di buon senso» proseguì. «Ma non ho bisogno che qualcuno mi lecchi il... mmh, i piedi. Ho bisogno di sincerità. Ora più che mai. Secondo un assioma del nostro settore, le aziende tecnologiche si sbarazzano dei loro fondatori. È successo a Rod Canion

della Compaq, ad Al Shugart della Seagate. Ricordi, la Apple Computer ha persino buttato fuori Steve Jobs, finché non è tornato a salvare la società in groppa al suo cavallo bianco. Il punto è che non esistono vecchi fondatori coraggiosi. Il consiglio di amministrazione ha sempre avuto un mare di fiducia in me, ma credo che quel mare stia iniziando a prosciugarsi.» «Perché dice così, signore?» «Questa storia del "signore" deve finire» sbottò. «L'articolo del "Journal" è stato un fulmine a ciel sereno. Non mi meraviglierebbe se fossero stati i membri insoddisfatti del consiglio, alcuni dei quali pensano che dovrei dimettermi, ritirarmi nella mia casa di campagna e armeggiare a tempo pieno con le mie automobili.» «E lei non vuole farlo, vero?» Aggrottò le sopracciglia. «Farò quel che è meglio per la Trion. Questa dannata azienda è tutta la mia vita. Comunque, le auto sono solo un hobby... se ci si dedica a un hobby a tempo pieno, smette di essere divertente.» Mi porse uno spesso fascicolo marroncino. «Nella sua e-mail ce n'è una copia PDF Adobe. Il nostro piano strategico per i prossimi diciotto mesi: potenziamenti, nuovi prodotti, tutto quanto. Voglio che mi dia un parere franco e schietto... una presentazione, se vuole chiamarla così, una panoramica, una vista dall'elicottero.» «Quando le serve?» «Il prima possibile. E se c'è qualche iniziativa cui gradirebbe partecipare come mio inviato, non esiti a dirmelo. Vedrà che abbiamo in cantiere cose interessantissime. Alcune delle quali molto riservate. Mio Dio, abbiamo in serbo un progetto, il cui nome in codice è AURORA, che potrebbe ribaltare la nostra situazione.» «AURORA?» ripetei deglutendo a fatica. «Mi pare che vi abbia accennato durante la riunione, vero?» «L'ho affidato a Paul. Roba davvero rivoluzionaria. C'è ancora qualche difettuccio da eliminare nel prototipo, ma è quasi pronto per essere svelato.» «Sembra affascinante» osservai tentando di assumere un'aria disinteressata. «Mi piacerebbe dare una mano.» «Oh, ne avrà senz'altro la possibilità. Ma a tempo debito. Non voglio distrarla dal repulisti, perché una volta che si resta coinvolti in AURORA... be', non voglio costringerla a fare il passo più lungo della gamba né a mettere troppa carne al fuoco.» Alzandosi, giunse le mani. «Ora devo andare allo studio per registrare il webcast, cosa che, lo confesso, non muoio dalla

voglia di fare.» Sorrisi comprensivo. «A ogni modo» concluse «scusi se la carico di tante incombenze, ma ho la sensazione che se la caverà benissimo.» Capitolo 47 Giunsi a casa di Wyatt contemporaneamente a Meacham, che mi lanciò qualche frecciata riguardo alla Porsche. Entrammo nella palestra superattrezzata di Nick che, grazie al modo in cui era strutturato l'edificio, non era sotto il livello del terreno pur trovandosi nello scantinato. Wyatt era intento a sollevare pesi su una panca inclinata: settanta chili. Indossava solo uno striminzito paio di calzoncini, niente maglietta, e sembrava più possente che mai. Era un colosso. Prima di parlare, finì la serie di esercizi, quindi si alzò tamponandosi con un asciugamano. «Non l'hanno ancora licenziata?» chiese. «Non ancora.» «No, Goddard ha altro per la testa. Per esempio, il fatto che la sua azienda si sta sgretolando.» Guardò Meacham, e ridacchiarono entrambi. «Che cosa ha detto il sant'uomo in merito?» Avevo previsto che mi avrebbe rivolto quella domanda, ma me l'aveva posta così all'improvviso da cogliermi impreparato. «Non molto» risposi. «Stronzate» sbottò Wyatt avvicinandosi e fissandomi, quasi volesse intimidirmi con la sua prestanza fisica. Il suo corpo emanava un vapore caldo e umido dallo sgradevole odore di ammoniaca: il tanfo dei culturisti che ingeriscono troppe proteine. «Non molto, a quanto ho sentito io» mi corressi. «Insomma, credo che l'articolo li abbia davvero spaventati. C'è stato parecchio trambusto. Più del normale.» «Che cosa ne sa lei del "normale"?» mi aggredì Meacham. «Oggi è stato il suo primo giorno al settimo piano.» «È solo un'impressione» farfugliai. «Quel servizio fino a che punto dice la verità?» chiese Wyatt. «Non siete stati voi?» chiesi di rimando. Mi lanciò un'occhiata. «Raggiungeranno o no il budget questo trimestre?» «Non ne ho idea» mentii. «Non sono stato tutto il giorno nell'ufficio di

Goddard.» Non so perché mi ostinassi tanto a nascondergli le disastrose cifre trimestrali o la ristrutturazione imminente. Forse avevo la sensazione che Goddard mi avesse messo a parte di un segreto e che sarebbe stato sbagliato tradire la sua fiducia. Cristo, ero una maledetta talpa, una spia. Quando avevo cominciato a essere così leale e nobile? Perché a un tratto fissavo dei limiti? Questo te lo dico, questo no? L'indomani, quando Jock avesse divulgato la notizia dei licenziamenti, Wyatt sarebbe uscito dai gangheri perché l'avevo tenuto all'oscuro. Non avrebbe creduto che non ne avessi sentito parlare. Così scantonai un po'. «Ma sta succedendo qualcosa» affermai. «Qualcosa di grosso. Un annuncio bomba.» Porsi a Wyatt un dossier contenente la copia del documento che Goddard mi aveva pregato di esaminare. «Che cos'è?» mi domandò. Cominciò a sfogliarlo dopo averlo posato sulla panca dei pesi ed essersi infilato una canottiera. «Il piano strategico della Trion per i prossimi diciotto mesi, comprese le descrizioni dettagliate di tutti i nuovi prodotti in fase di preparazione.» «Anche AURORA?» Scossi la testa. «Però Goddard vi ha accennato.» «Che cosa ha detto?» «Solo che c'è questo importante progetto denominato AURORA e che sarà qualcosa di rivoluzionario. Ha precisato di averlo affidato a Camilletti.» «Mmh. Camilletti è incaricato di tutte le acquisizioni e, secondo le mie fonti, AURORA è stato messo insieme a partire da una serie di aziende che la Trion ha comprato di nascosto negli ultimi anni. Goddard le ha spiegato di che cosa si tratta?» «No.» «Non gliel'ha chiesto?» «Certo che gliel'ho chiesto. Gli ho detto che mi sarebbe piaciuto partecipare a qualcosa di così innovativo.» Wyatt, impegnato a sfogliare il piano strategico, tacque. I suoi occhi scorrevano le pagine rapidamente, con avidità. Nel frattempo porsi un biglietto a Meacham. «Il cellulare privato di Jock.» «Jock?» mi fece eco con disgusto. «Lo chiamano tutti così. Non significa che siamo amici per la pelle. Comunque, dovrebbe aiutarla a rintracciare molte delle sue telefonate più importanti.»

Meacham lo accettò senza ringraziarmi. «Un'altra cosa» gli dissi mentre Wyatt continuava a leggere, affascinato. «C'è un problema.» Meacham mi fissò. «Non faccia il furbo con noi.» «Alla Trion c'è un neoassunto, un tizio di nome Kevin Griffin, alle Vendite. L'hanno soffiato a voi... alla Wyatt.» «E allora?» «Eravamo amici.» «Amici?» «Più o meno. Giocavamo a basket insieme.» «Quel tizio la conosceva?» «Esatto.» «Merda» imprecò. «Questo sì che è un problema.» Wyatt alzò gli occhi dal documento. «Lo sistemi» ordinò. Meacham annuì. «Che cosa significa?» domandai. «Significa che ci occuperemo di lui» rispose Arnold. «Queste sono informazioni preziose» commentò finalmente Wyatt. «Molto, molto utili. Che cosa le ha chiesto di fare Goddard?» «Vuole la mia visione d'insieme sul portafoglio prodotti. Che cosa è promettente, che cosa no, che cosa potrebbe fare fiasco. Il mio parere.» «Non è stato molto preciso.» «Mi ha detto di volere una vista dall'elicottero.» «Pilotato da Adam Cassidy, il genio del marketing» commentò divertito. «Be', tiri fuori carta e penna e prenda appunti. Farò di lei una star.» Capitolo 48 Restai sveglio quasi tutta la notte. Purtroppo mi ci stavo abituando. L'odioso Nick Wyatt aveva dedicato più di un'ora a espormi la sua opinione sulla linea di prodotti della Trion, rivelandomi anche informazioni riservate di ogni tipo, roba di cui pochissime altre persone erano al corrente. Era stato come ascoltare il giudizio di Rommel su Montgomery. Ovviamente, conosceva benissimo il mercato, perché era uno dei principali concorrenti della Trion, ed era in possesso di dati preziosi, da cui si era separato con l'unico scopo di aiutarmi a fare colpo su Goddard. La sua perdita strategica nel breve termine si sarebbe trasformata in un guadagno strategico nel lungo termine.

Tornai all'Harbor Suites prima di mezzanotte e mi misi al lavoro su PowerPoint, mettendo insieme le diapositive per la presentazione. A essere sincero, ero abbastanza preoccupato. Sapevo di non poter vivere di rendita; dovevo continuare a dare il massimo. Finché avessi potuto contare sulle delicatissime informazioni di Wyatt, avrei strabiliato Goddard, ma che cosa sarebbe accaduto quando le avessi esaurite? E se Jock mi avesse chiesto un parere riguardo a qualcosa mettendo a nudo la mia profonda ignoranza? Che cosa avrei fatto? Stufo della presentazione, feci una pausa e controllai la mia e-mail personale su Yahoo, Hotmail e Hushmail. Il solito spam: «Viagra on line. COMPRATELO QUI SENZA RICETTA», «IL MIGLIOR SITO EROTICO!» e «Mutui a tassi mai visti!». Nulla da parte di «Arthur». Allora mi collegai al sito web della Trion. Mi saltò all'occhio un messaggio: il mittente era [email protected] Vi cliccai sopra. OGGETTO: Te DA: KGriffin A: ACassidy Ciao! Sono contentissimo di averti rincontrato! È bello vederti così affermato e in forma. Bravo! Sono felice che tu abbia fatto strada. Qual è il tuo segreto? Dillo anche a ME! Mi sto facendo qualche amico alla Trion e mi piacerebbe pranzare con te. Fammi sapere! Kev Non gli risposi. Dovevo pensare a come comportarmi. Evidentemente Kevin mi aveva cercato nell'organigramma, aveva visto la mia nuova posizione e non era riuscito a capacitarsene. A prescindere dal fatto che volesse uscire con me per pura curiosità o per leccarmi il culo, era un problema non indifferente. Meacham e Wyatt avevano promesso di «sistemarlo», qualunque cosa significasse, ma fino ad allora avrei dovuto usare la massima cautela. Kevin Griffin era una miccia accesa che aspettava solo di esplodere e cui non volevo avvicinarmi. Allora mi scollegai e mi ricollegai usando il nome utente e la password di Nora. Erano le due del mattino, e immaginavo che non fosse in linea. Sarebbe stato un ottimo momento per entrare nella sua posta archiviata,

esaminarla tutta e scaricare le eventuali comunicazioni riguardanti AURORA. Ottenni soltanto PASSWORD NON VALIDA, RIPROVARE. La riscrissi, questa volta con maggiore attenzione, e ottenni di nuovo PASSWORD NON VALIDA. Ero sicuro di non aver commesso alcun errore. L'aveva modificata. Perché? Quando finalmente mi coricai, la mia mente turbinava passando al vaglio tutti i motivi per cui Nora poteva aver cambiato la parola d'ordine. Forse Luther, la guardia di sicurezza, era arrivato una sera in cui Nora si era trattenuta un po' più a lungo del solito, pregustandosi una bella chiacchierata sulle Mustang con me e trovando lei al mio posto. Magari si era domandato che cosa ci facesse in quella stanza, magari (cosa non del tutto improbabile) gliel'aveva chiesto. Poi le aveva fornito la mia descrizione e lei aveva mangiato la foglia; non ci avrebbe impiegato molto. Se le cose erano andate così, non si sarebbe però limitata a modificare la password, non è vero? Avrebbe fatto di più. Avrebbe voluto sapere perché fossi stato nel suo ufficio pur non essendo autorizzato a entrare. Non volevo neppure pensare a che cosa sarebbe capitato... Oppure non significava un bel niente. Forse l'aveva cambiata perché tutti i dipendenti della Trion dovevano farlo ogni due mesi. Con molta probabilità era questa la spiegazione. Non dormii bene e, dopo essermi girato e rigirato per un paio d'ore, decisi di alzarmi, fare una doccia, vestirmi e andare alla Trion. Avevo fatto i compiti per Goddard, ma ero rimasto indietro con i compiti per Wyatt, con il mio incarico spionistico. Se fossi arrivato in ufficio abbastanza presto, forse avrei potuto cercare di scoprire qualcosa su AURORA. Uscendo, lanciai un'occhiata allo specchio. Avevo un aspetto... di merda. «Già in piedi?» mi chiese Carlos mentre la mia Porsche si fermava davanti all'ingresso. «Accidenti, non può continuare così, signor Cassidy. Finirà per ammalarsi.» «No» replicai. «Il lavoro fortifica.» Capitolo 49 Poco dopo le cinque del mattino il garage della Trion era semivuoto. Vederlo quasi deserto mi trasmise una sensazione singolare. Le luci fluorescenti ronzavano ammantando tutto in una sorta di foschia verdastra, e sì

sentiva odore di benzina, olio per motori e qualunque cosa gocciolasse dalle auto: refrigerante, liquido per i freni e probabilmente Pepsi Cola. I miei passi riecheggiavano. Presi l'ascensore fino al settimo piano, anch'esso deserto, e percorsi il buio corridoio dell'area dirigenti fino al mio ufficio, oltrepassando l'ufficio di Colvin, l'ufficio di Camilletti e gli uffici di persone che non conoscevo ancora. Erano tutti chiusi e immersi nell'oscurità; non c'era ancora nessuno. Il mio ufficio era asettico: nient'altro che un computer, due sedie, una scrivania spoglia, un tappetino per il mouse con il logo della Trion, un archivio vuoto e una libreria con un paio di volumi. Sembrava la stanza di un vagabondo, di un girovago, di qualcuno che avrebbe potuto alzarsi e andarsene nel cuore della notte. Aveva assoluto bisogno di un po' di personalità: trofei sportivi, fotografie incorniciate, qualcosa di spiritoso e divertente, qualcosa di serio e ispiratore. Aveva bisogno di un'impronta. Magari ci avrei pensato dopo aver recuperato il sonno perduto. Digitai la password, mi collegai e ricontrollai l'e-mail. Nelle ultime ore i dipendenti Trion di tutto il mondo avevano ricevuto una comunicazione che li pregava di consultare il sito web aziendale nel corso della giornata (alle 17 ora locale), perché vi avrebbero trovato «un importante annuncio dell'amministratore delegato Augustine Goddard». Quel messaggio avrebbe dovuto mettere in azione i pettegoli. Le e-mail si sarebbero susseguite a velocità supersonica. Mi domandai quante persone ai vertici (un gruppo che, strano a dirsi, comprendeva anche me) conoscessero la verità. Non molte, scommettevo. Goddard si era lasciato sfuggire che AURORA, il progetto rivoluzionario di cui aveva preferito non parlare, era sotto la supervisione di Camilletti. Magari il profilo ufficiale di Paul conteneva qualche dettaglio che potesse far luce su AURORA, pensai, così immisi il suo nome nell'elenco dei dipendenti. In fotografia era più severo e arcigno ma anche più bello che dal vivo. Una concisa biografia: nato a Geneseo, nello Stato di New York, studi effettuati prima nelle scuole pubbliche della parte settentrionale di New York (traduzione: probabilmente non proveniva da una famiglia benestante) e quindi allo Swarthmore College e alla facoltà di economia e commercio di Harvard, infine carriera folgorante in una società di elettronica al consumo che in passato era stata una grossa concorrente della Trion ma poi era stata rilevata da quest'ultima. Vicepresidente anziano della Trion per meno di un anno prima della nomina a responsabile del settore finan-

ziario. Un uomo versatile. Quando cliccai sugli hyperlink per sapere quali divisioni controllasse, apparve un piccolo diagramma ad albero. Tra le sezioni di sua competenza vi era l'Unità di ricerca sulle tecnologie innovative, che faceva capo direttamente a lui. Alana Jennings era il direttore del marketing. Paul Camilletti sovrintendeva personalmente il progetto AURORA. All'improvviso era diventato molto, molto importante. Superai il suo ufficio con il cuore che mi batteva all'impazzata, e naturalmente non vidi traccia di lui. Non alle cinque e un quarto del mattino. Notai inoltre che l'impresa di pulizie era già passata: vi era un sacchetto nuovo nel cestino della carta straccia sotto la scrivania della sua assistente amministrativa, i solchi dell'aspirapolvere si allungavano intatti sulla moquette, e l'aria profumava ancora di detersivo. Non c'era nessuno nel corridoio, anzi forse nell'intero piano. Stavo per varcare un limite, per compiere un'impresa più rischiosa delle precedenti. La possibilità di imbattermi in una guardia di sicurezza non mi preoccupava troppo. Mi sarei spacciato per il nuovo aiutante di Camilletti. Che cosa diavolo ne sapevano loro? Ma che cosa sarebbe accaduto se l'assistente amministrativa fosse arrivata presto per portarsi avanti con il lavoro della giornata? O, ipotesi più verosimile, se fosse stato lo stesso Camilletti a voler cominciare di buon'ora? Data l'importanza dell'annuncio imminente, forse avrebbe dovuto fare telefonate, scrivere e-mail e spedire fax alle sedi europee della Trion, che erano avanti di sei o sette ore. Alle cinque e mezzo del mattino era mezzogiorno in Europa. Certo, avrebbe potuto usare la posta elettronica da casa, ma non potevo escludere che si presentasse in ufficio prima del solito. Così mi resi conto che avrei corso un rischio folle intrufolandomi nel suo ufficio proprio quel giorno. Ma per qualche motivo decisi di farlo comunque. Capitolo 50 Non trovai però la chiave da nessuna parte. Controllai nei soliti posti: le piante, i cassetti, il contenitore delle graffette e persino l'archivio. La scrivania dell'assistente amministrativa si affacciava sul corridoio, senza alcun riparo, e ficcanasare dove non sarei dovuto

essere cominciò a rendermi nervoso. Guardai dietro il telefono. Sotto la tastiera, sotto il computer. L'aveva appiccicata al lato inferiore dei cassetti? No. Sotto la scrivania? Nemmeno. Vi era una saletta d'attesa arredata con un divano, un tavolino e un paio di poltrone. Diedi un'occhiata anche lì, ma niente da fare. La chiave non c'era. Forse non era del tutto assurdo che il responsabile del settore finanziario adottasse una o due misure di sicurezza per evitare che qualcuno si introducesse nel suo ufficio. Era un'iniziativa ammirevole, giusto? Dopo dieci snervanti minuti di ricerche decisi di lasciar perdere, quando all'improvviso ricordai un piccolo e buffo dettaglio riguardo al mio nuovo ufficio. Come tutti quelli del piano riservato ai dirigenti, era dotato di un rilevatore di movimento, un apparecchio meno efficace di quanto sembri. È un dispositivo diffuso nelle aziende più chic, un modo per garantire che nessuno resti chiuso nelle varie stanze. Finché vi è movimento all'interno del locale, le porte non si chiudono (un'ulteriore dimostrazione del fatto che gli uffici del settimo piano erano davvero un po' diversi dagli altri). Se avessi agito in fretta, avrei potuto sfruttarlo... La porta di Camilletti era di mogano massiccio, pesante e lucidissima. Non vi era alcuna fessura tra il bordo inferiore e la moquette a pelo lungo; non sarei riuscito a infilarvi sotto nemmeno un foglio di carta. Questo avrebbe reso le cose un po' più complicate, ma non impossibili. Mi serviva una sedia su cui salire, ma non quella dell'assistente amministrativa, che, essendo munita di rotelle, non sarebbe stata stabile. Ne trovai una nella sala d'aspetto e la portai accanto alla parete di vetro dell'ufficio. Tornai quindi verso il tavolino, su cui erano distribuiti a ventaglio tutti i soliti giornali e riviste: «Financial Times», «Institutional Investor», «CFO», «Forbes», «Fortune», «Business 2.0», «Barron's»... Il «Barron's». Sì. Faceva al caso mio. Aveva il peso e le dimensioni di un quotidiano in formato ridotto. Lo afferrai, poi - guardandomi intorno ancora una volta per accertarmi di non essere beccato a fare qualcosa che non avrei saputo neppure iniziare a spiegare - mi arrampicai sulla sedia e spinsi verso l'alto uno dei pannelli acustici. Allungai il braccio nello spazio vuoto sopra il controsoffitto (in quel luogo buio e polveroso zeppo di fili, cavi e altra roba), cercai tentoni il pannello successivo, quello immediatamente sopra l'ufficio di Camilletti, e sollevai anche quello, appoggiandolo alla griglia di metallo. Tesi la mano che stringeva il «Barron's», abbassai piano il giornale e lo agitai. Lo spostai il più possibile verso il basso, lo agitai ancora un po', ma

non accadde nulla. Forse i rilevatori di movimento non erano abbastanza in alto. Alla fine mi misi in punta di piedi, piegai il gomito al massimo e abbassai il quotidiano di un'altra trentina di centimetri, sventolandolo come un forsennato, finché cominciai davvero a stirarmi qualche muscolo. A quel punto udii un clic. Un lieve, inconfondibile clic. Ritraendo il «Barron's», risistemai il pannello acustico. Quindi scesi dalla sedia e la riportai al suo posto. Provai la maniglia. La porta si aprì. Nella mia cartella c'erano un paio di attrezzi, tra cui una torcia Mag-Lite. Chiusi subito le veneziane, sprangai la porta e accesi il potente raggio. L'ufficio di Camilletti era privo di personalità quanto tutti gli altri: la consueta collezione di fotografie di famiglia incorniciate, le targhe e i premi, il tradizionale assortimento di vecchi libri di economia che tutti fingevano di leggere. A dire il vero, la stanza mi deluse. Non era un ufficio d'angolo e non aveva le vetrate come quelli della Wyatt Telecom. Non si godeva alcun panorama. Mi domandai se Camilletti non si vergognasse di ricevere gli ospiti importanti in un ambiente tanto modesto. Forse questo era lo stile di Goddard, ma non sembrava certo quello di Paul. Spilorcio o no, il responsabile del settore finanziario pareva pieno di pretese. Avevo sentito dire che l'attico dell'Edificio dirigenti, Ala A, ospitava una lussuosa suite di rappresentanza, ma nessuno dei miei conoscenti l'aveva mai vista. Forse era lì che Camilletti accoglieva gli alti papaveri. Il computer era acceso, ma, quando premetti la barra spaziatrice sulla modernistica tastiera nera e il monitor si illuminò, comparve la schermata INSERIRE PASSWORD, con il cursore che lampeggiava. Naturalmente, senza la parola d'ordine non sarei riuscito a consultare i file. Se Paul l'aveva scritta da qualche parte, non la trovai nei cassetti né sotto la tastiera né dietro il grande display piatto. Niente da fare. Tanto per divertirmi, digitai il nome utente ([email protected]) e poi la medesima password, PCamilletti. No. Paul era stato più cauto, e dopo qualche tentativo mi arresi. Avrei dovuto scoprire la sua parola d'ordine con il vecchio metodo: l'inganno. Probabilmente, pensai, non se ne sarebbe accorto se avessi sostituito il cavo tra la tastiera e l'unità centrale di elaborazione con un Keyghost. E così feci.

Confesso che ero ancor più nervoso di quando mi ero intrufolato nell'ufficio di Nora. Ormai sarei dovuto essere un esperto, ma non lo ero, e nella stanza regnava un'atmosfera che me la faceva fare sotto dalla paura. Lo stesso Camilletti era spaventoso, e non osavo nemmeno immaginare che cosa sarebbe accaduto se mi avesse pizzicato lì. Era inoltre ragionevole supporre che le misure di sicurezza negli uffici dei dirigenti fossero più elaborate di quelle adottate nel resto della Trion. Dovevano essere più elaborate. Certo, mi avevano addestrato a eludere quasi tutti i dispositivi standard, ma vi erano sempre sistemi di rilevamento invisibili che non azionavano luci o allarmi. Quella era l'eventualità che mi terrorizzava più di tutte. Mi guardai intorno alla ricerca di ispirazione. Per qualche ragione il locale sembrava più ordinato, più ampio di quelli che avevo visto finora alla Trion. Poi capii il perché: mancava l'archivio. Ecco perché sembrava così vuoto. Be', ma allora dov'erano tutte le pratiche? Quando finalmente lo intuii, mi sentii un idiota. Certo. Non erano lì perché non c'era spazio, e non erano accanto alla scrivania dell'assistente amministrativa perché, essendo troppo aperta al pubblico, quell'area non era abbastanza sicura. Dovevano essere nella stanza sul retro. Come Goddard, tutti gli alti dirigenti della Trion avevano un doppio ufficio, una sala conferenze posteriore grande quanto il locale anteriore. Ecco come la Trion risolveva il problema dell'uguaglianza di spazio. Ehi, tutti gli uffici avevano le medesime dimensioni, solo che i pezzi grossi ne ricevevano due. La porta della sala conferenze era aperta. La torcia illuminò una piccola fotocopiatrice e pareti coperte da mobiletti di mogano. Al centro troneggiava un tavolo rotondo simile a quello di Goddard, anche se meno ingombrante. Ciascun cassetto era meticolosamente etichettato con quella che pareva la calligrafia di un architetto. Sembravano contenere per lo più documenti finanziari e contabili, che probabilmente si sarebbero rivelati interessanti se avessi saputo dove guardare. Quando scorsi i cassetti con la scritta ESPANSIONE AZIENDALE TRION, dimenticai però tutto il resto. «Espansione aziendale» è solo una parolona commerciale che designa le fusioni e i rilevamenti. Era risaputo che la Trion ingurgitava società in fase di avviamento o imprese di piccole e medie dimensioni. Più nei ruggenti anni Novanta che adesso, ma assorbiva ancora diverse aziende ogni anno. Immaginai che i fascicoli fossero lì, perché Camilletti sovrintendeva alle acquisizioni, concentrandosi soprat-

tutto sui costi, sulla redditività degli investimenti e via discorrendo. Se Wyatt aveva ragione quando affermava che il progetto AURORA si componeva di alcune società inglobate segretamente dalla Trion, la soluzione del mistero doveva essere sotto i miei occhi. Anche quegli archivi erano aperti, un altro colpo di fortuna. Avevano pensato, suppongo, che se non riuscivi a entrare nell'ufficio non potevi avvicinarti neppure ai documenti, quindi tenerli sotto chiave sarebbe stata una seccatura inutile. Trovai una serie di incartamenti riguardanti aziende che la Trion aveva comperato in tutto o in parte, oppure che aveva scartato dopo un'attenta valutazione. Riconobbi qualche nome, ma non tutti. Esaminai un rapporto per azienda cercando di capire che cosa producessero. Era un lavoro molto lento, e nessuno mi aveva detto che cosa cercare. Come diavolo potevo sapere se una piccola impresa in fase di avviamento facesse parte di AURORA quando non sapevo nemmeno che cosa fosse AURORA? Sembrava del tutto impossibile. Ma poi i miei problemi svanirono. Uno dei cassetti dedicati all'espansione aziendale recava infatti l'etichetta PROGETTO AURORA. Eccolo lì. Facile come bere un bicchier d'acqua. Capitolo 51 Con il respiro corto, aprii il cassetto. Mi aspettavo quasi che fosse vuoto, come gli armadietti delle Risorse umane. Invece no. Era stipato di dossier, tutti suddivisi per colore secondo criteri incomprensibili, ciascuno con la scritta RISERVATO. Senza dubbio era questo il materiale che scottava. A quanto vedevo, i fascicoli riguardavano diverse piccole aziende in fase di avviamento (due nella Silicon Valley, in California, e altre due a Cambridge, nel Massachusetts) che la Trion aveva acquistato di recente in condizioni di massima discrezione. «Top secret» dicevano. Sapevo che si trattava di qualcosa di grosso, di importante, e il cuore prese a martellarmi nel petto. Le parole SEGRETO o CONFIDENZIALE spiccavano su ogni pagina. Anche questi documenti conservati nell'ufficio chiuso del responsabile del settore finanziario avevano un linguaggio oscuro, indecifrabile. Vi erano frasi come «Si raccomanda di acquisire al più presto» e «È necessario il massimo riserbo». Dunque l'arcano di AURORA era custodito lì.

Per quanto studiassi le pratiche, non lo compresi. Una società aveva sviluppato un metodo per combinare i componenti ottici ed elettronici in un unico circuito integrato. Non ci capivo un'acca. Stando a una nota, l'azienda aveva risolto il problema del «basso rendimento dei wafer». Un'altra aveva scoperto un procedimento per la costruzione in serie di circuiti fotonici. Okay, ma che cosa voleva dire? Altre due erano aziende di software, e non avevo idea di che cosa facessero. Una certa Dephos Inc. (questa sì che pareva interessante) aveva inventato un processo per raffinare e produrre un composto chimico chiamato fosfuro di iodio, formato da «cristalli binari di elementi metallici e non metallici», qualunque cosa significasse. Quella roba aveva una «straordinaria proprietà di trasmissione e assorbimento ottico», spiegava la descrizione. A quanto sembrava, veniva utilizzata per fabbricare un determinato tipo di laser, e la Delphos era riuscita ad accaparrarsi quel mercato. Ero sicuro che menti più esperte della mia avrebbero capito a che cosa servivano quantità tanto massicce di quella sostanza. Insomma, quanto poteva essere alta la richiesta di laser? Ma ecco qui la parte più succosa: l'incartamento della Delphos recava la scritta ACQUISIZIONE IN CORSO. La Trion stava dunque negoziando per rilevare quell'impresa. Il fascicolo era zeppo di dati finanziari, che erano soltanto una macchia sfocata davanti ai miei occhi. Vi era un documento di dieci o dodici pagine, una proposta di finanziamento per l'acquisizione della Delphos da parte della Trion. In sintesi, pareva che la Trion intendesse offrire cinquecento milioni di dollari e che i proprietari della Delphos (un gruppo di ricercatori di Palo Alto e una società a capitale di rischio che aveva sede a Londra e possedeva gran parte dell'azienda) avessero accettato le condizioni. Sì, mezzo miliardo di dollari aiuta senz'altro a oliare gli ingranaggi. Stavano solo mettendo i puntini sulle «i». La data provvisoria dell'annuncio era fissata di lì a una settimana. Ma come potevo copiare quei dossier? Ci sarebbe voluta un'eternità, ore e ore davanti alla fotocopiatrice. Ormai erano le sei e, se Jock Goddard arrivava alle sette e mezzo, era verosimile che Paul Camilletti lo precedesse. Perciò dovevo andarmene alla svelta. Non avevo il tempo di fare le fotocopie. Non mi venne in mente altro modo se non portare via i documenti. Magari spostare qualche altra pratica per riempire gli spazi vuoti, e poi... E poi suscitare sospetti di ogni genere appena Camilletti o la sua assistente avessero voluto consultare le pratiche di AURORA.

No. Pessima idea. Estrassi invece una o due pagine chiave da ciascuno degli otto fascicoli e accesi la fotocopiatrice. In meno di cinque minuti, riposi gli originali nelle cartelle e le copie nella mia borsa. Avevo finito, ed era ora di tagliare la corda. Sollevando una stecca della veneziana, sbirciai fuori per assicurarmi che non ci fosse nessuno. Alle sei e un quarto ero già nel mio ufficio. Avrei dovuto portarmi dietro quei rapporti top secret per il resto della giornata, ma era sempre meglio che lasciarli in un cassetto e rischiare che Jocelyn li trovasse. So di sembrare paranoico, ma dovevo partire dal presupposto che potesse rovistare nella mia scrivania. Forse era la «mia» assistente amministrativa, ma lo stipendio glielo dava la Trion Systems, non io. Jocelyn comparve alle sette in punto. Infilando la testa nella porta, le sopracciglia alzate, disse: «Buongiorno» in tono sorpreso, eloquente. «'Giorno, Jocelyn.» «È arrivato presto.» «Sì» bofonchiai. Strizzò gli occhi. «È qui da molto?» Espirai. «Meglio che non glielo dica.» Capitolo 52 La mia importantissima presentazione per Goddard continuava a essere rimandata. Era fissata per le otto e mezzo, ma dieci minuti prima ricevetti un'InstaMail con cui Flo mi informava che la riunione di Jock con i dirigenti andava per le lunghe, facciamo alle nove. Poi un altro messaggio istantaneo: l'assemblea non è ancora terminata, posticipiamo alle nove e mezzo. Immaginai che i pezzi grossi si stessero scannando per stabilire chi avrebbe dovuto sostenere l'urto dei tagli. Con ogni probabilità, erano tutti favorevoli ai licenziamenti in senso generale, purché non riguardassero la loro divisione. La Trion non era differente da tutte le altre società: più numerosi erano i tuoi sottoposti sull'organigramma, più eri potente. Nessuno voleva perdere dei subordinati. Poiché stavo morendo di fame, divorai una barretta proteica. Ero anche esausto, ma troppo agitato per concentrarmi su qualcosa di diverso dalla presentazione, tentando di renderla ancora più scorrevole. Inserii una dissolvenza animata tra le diapositive. Tanto per sdrammatizzare, vi infilai il

disegno stilizzato dell'omino che si gratta la testa sotto un punto di domanda. Continuai a limare il testo. Da qualche parte avevo letto qualcosa sulla «regola del sette»: non più di sette parole per riga e di sette righe o voci per pagina. O era la «regola del cinque»? Esisteva anche quella. Supponendo che, considerato quanto stava passando, Jock non avrebbe avuto molto tempo o molta attenzione da dedicarmi, cercai di rendere il discorso il più sintetico e incisivo possibile. Più aspettavo, più mi innervosivo e più minimaliste diventavano le mie diapositive PowerPoint. In compenso, gli effetti speciali divenivano sempre più tosti. Avevo fatto in modo che i grafici a barre si rimpicciolissero e si ingrandissero davanti agli occhi dello spettatore. Goddard sarebbe rimasto strabiliato. Finalmente, alle undici e mezzo, Flo mi comunicò che potevo andare al Centro briefing dirigenziale perché la riunione stava per concludersi. Arrivai mentre i partecipanti uscivano. Ne riconobbi alcuni: Jim Colvin, il responsabile delle operazioni; Tom Lundgren; Jim Sperling, il capo delle Risorse umane; un paio di donne dall'aria influente. Nessuno sembrava particolarmente soddisfatto. Goddard era attorniato da un gruppetto di persone tutte più alte di lui. Non mi ero ancora reso conto di quanto fosse basso. Aveva anche un aspetto orribile: gli occhi cerchiati di rosso erano iniettati di sangue, e i calamari erano ancor più grossi del solito. Accanto a lui c'era Camilletti, e pareva che litigassero. Captai solo qualche frammento. «... dobbiamo dare una sferzata al metabolismo di questa azienda» sentenziò Camilletti. «... ogni genere di resistenza, demoralizzazione» borbottò Goddard. «Lo strumento migliore per vincere la resistenza sono i licenziamenti in tronco» lo rimbeccò Paul. «Di solito preferisco la buona vecchia persuasione» ribatté Jock in tono stanco. Gli altri, disposti in cerchio, seguivano lo scontro. «È come sosteneva Al Capone: si ottiene molto di più con una parola gentile e una pistola che solo con la parola gentile» insistette Camilletti con un sorriso. «Magari adesso verrai a dirmi che bisogna rompere le uova per cucinare una frittata.» «Sei sempre un passo avanti a me» replicò Camilletti, dandogli una pacca sulla spalla prima di allontanarsi. Nel frattempo mi tenni occupato collegando il laptop al proiettore incorporato nel tavolo della sala conferenze. Premetti il pulsante per abbassare

le tapparelle elettriche. Ora, nella stanza in penombra, c'eravamo soltanto io e Goddard. «Che cosa abbiamo qui? Una matinée?» «No, purtroppo solo una proiezione di diapositive» risposi. «Non credo sia una buona idea spegnere la luce. Molto probabilmente mi addormenterei» disse Goddard. «Sono rimasto sveglio quasi tutta la notte angosciandomi per queste stupidaggini. Considero questi tagli un fallimento personale.» «Non lo sono» lo tranquillizzai, vergognandomi subito di me stesso. Chi diavolo ero io per cercare di rassicurare l'amministratore delegato? «Comunque» mi affrettai ad aggiungere «sarò breve.» Iniziai con un fichissimo grafico animato del Maestro, tutti i pezzi che volavano sullo schermo incastrandosi alla perfezione. Poi prese forma l'omino che si grattava la testa sotto il punto interrogativo fluttuante. «L'unica cosa più pericolosa di essere sull'attuale mercato dell'elettronica al consumo è non essere affatto sul mercato» spiegai. Adesso eravamo in un bolide tipo Formula Uno, che sfrecciava a velocità supersonica. «Perché se non sei al volante, rischi di venire investito.» Poi fu il turno di una diapositiva che diceva ELETTRONICA AL CONSUMO TRION: IL BUONO, IL BRUTTO E IL CATTIVO. «Adam.»; Mi voltai. «Signore?» «Che cosa diavolo è questa roba?» La nuca mi si imperlò di sudore. «Era soltanto l'introduzione» mi difesi. Evidentemente avevo esagerato. «Adesso passiamo alle cose serie.» «Ha detto a Flo che intendeva usare... come diavolo si chiama... Power... PowerPoint?» «No...» Alzandosi, si diresse verso l'interruttore e accese la luce. «Flo l'avrebbe avvisata. Detesto queste porcherie.» Avvampai. «Sono desolato, non ne avevo idea.» «Santo cielo, Adam, lei è un giovanotto brillante, creativo, originale. Dio mio, crede che voglia farle perdere tempo a decidere se utilizzare Arial diciotto o Times Roman ventiquattro? Perché non si limita a esprimere il suo parere? Non sono un bambino. Non ho bisogno che mi imbocchi con questa maledetta pappa.» «Sono desolato» ripetei. «No, sono io a essere desolato. Non avrei dovuto sbottare in quel modo.

Forse dipende dalla glicemia bassa. È ora di pranzo, e sto morendo di fame.» «Posso andare a prendere qualche panino.» «Ho una proposta migliore» disse. Capitolo 53 L'auto di Goddard era una Buick Roadmaster decappottabile del 1949 perfettamente restaurata. Colore tra il crema e l'avorio, eleganti linee aerodinamiche e una griglia cromata che assomigliava alle fauci di un coccodrillo. Aveva pneumatici a fascia bianca e magnifici interni in pelle cremisi e scintillava come le automobili che si vedono nei film. Jock abbassò la capote prima che uscissimo dal garage nella luce del sole. «Questo affare si muove davvero» osservai sorpreso mentre filavamo sull'autostrada. «376 centimetri cubi, otto cilindri in linea» spiegò Goddard. «Accidenti, è fantastica.» «La considero la mia nave di Teseo.» «Ah» feci ridacchiando come se avessi colto l'allusione. «Avrebbe dovuto vederla quando l'ho comprata. Mio Dio, era un vero e proprio ammasso di ferraglia. Mia moglie pensava che fossi ammattito. Devo aver trascorso i weekend e le serate di cinque anni a ricostruirla da zero. Insomma, ho sostituito ogni cosa. Tutto autentico, naturalmente, ma credo che non sia rimasto nemmeno un pezzettino dell'originale.» Sorridendo, mi appoggiai allo schienale del sedile. La pelle era morbida come il burro e aveva un gradevole odore di antico. Il sole mi batteva in faccia, il vento soffiava. Eccomi qui, in una vettura da capogiro, con l'amministratore delegato della società che stavo spiando. Non sapevo se fosse magnifico, come se avessi scalato la vetta di una montagna, oppure subdolo, disonesto e raccapricciante. Magari era entrambe le cose. Jock non era un nababbo collezionista come Wyatt, con i suoi aerei, le sue barche e le sue Bentley. Né come Nora, con la sua Mustang, o tutti gli altri cloni di Goddard che compravano auto d'epoca all'asta. Era un vero appassionato vecchio stampo che si sporcava le mani di grasso per motori. «Ha mai letto le Vite parallele di Plutarco?» mi domandò. «Non penso di aver finito nemmeno Omicidio sull'Orient Express» confessai. «Non sa di che cosa diavolo parlo quando definisco questa macchina la

mia nave di Teseo, vero?» «No, signore.» «Be', gli antichi greci amavano discutere su un famoso enigma relativo all'identità, che compare per la prima volta in Plutarco. Forse ricorderà Teseo, il grande eroe che ha ucciso il Minotauro nel Labirinto.» «Certo.» Rammentavo qualcosa riguardo a un labirinto. «Gli ateniesi hanno deciso di conservare la nave di Teseo come monumento. Naturalmente, con l'andare degli anni ha cominciato a deteriorarsi, e si sono ritrovati a sostituire ciascuna asse marcia con una tavola nuova, una dopo l'altra, fino a rimpiazzarle tutte quante. La domanda posta dai greci, una sorta di rompicapo per filosofi, era la seguente: questa è ancora la nave di Teseo?» «O un semplice potenziamento» interloquii. Ma Goddard non era in vena di scherzi. Sembrava serio. «Scommetto che conosce persone simili a quella nave, vero, Adam?» Mi lanciò un'occhiata, quindi tornò a guardare la strada. «Persone che hanno successo nella vita e iniziano a modificarsi finché l'originale non è più riconoscibile?» Mi si attorcigliarono le budella. Gesù. L'argomento non erano più le Buick. «Sa, parti indossando jeans e scarpe da tennis, e finisci infilandoti completi e mocassini. Diventi più raffinato, più mondano, acquisisci maniere più signorili. Cambi il modo di parlare. Stringi nuove amicizie. Se prima bevevi Budweiser, adesso sorseggi un Pauillac di prima vendemmia. Se prima compravi un Big Mac, adesso ordini... branzino in crosta di sale. Trasformi la tua concezione delle cose, e persino i tuoi pensieri.» Pronunciò quelle parole con spaventosa intensità, fissando l'autostrada, e quando, di tanto in tanto, si voltava a guardarmi, mi fulminava con gli occhi. «A un certo punto, Adam, devi chiederti se sei ancora te stesso oppure no. Possiedi vestiti nuovi e fronzoli nuovi, guidi un'automobile esclusiva, vivi in un'enorme casa esclusiva, partecipi a feste esclusive, frequenti amici esclusivi. Ma se hai l'integrità, in cuor tuo sai di essere la stessa nave di un tempo.» Mi si annodò lo stomaco. Si riferiva a me; avvertii una disgustosa sensazione di vergogna, di disagio, come se mi avessero sorpreso a fare qualcosa di imbarazzante. Mi leggeva dentro. Oppure no? Che cosa vedeva? Che cosa sapeva? «Un uomo deve rispettare la persona che era. Il passato... non puoi essere suo prigioniero, ma non puoi nemmeno disfartene. Fa parte di te.»

Cercavo di imbastire una risposta, quando annunciò allegramente: «Be', eccoci arrivati». Era l'affusolato vagone ristorante in acciaio inossidabile di un vecchio treno passeggeri, con un'insegna al neon azzurra che diceva IL CUCCHIAIO BLU. Sotto, altre lettere scarlatte promettevano ARIA CONDIZIONATA, e una seconda insegna al neon rossa aggiungeva: APERTO e PIATTI CALDI TUTTO IL GIORNO. Dopo aver parcheggiato, scendemmo dalla macchina. «Non è mai stato qui?» «No.» «Oh, le piacerà. È autentico. Non una di quelle fasulle riproduzioni rétro.» La porta sbatté con un appagante tonfo. «Non è cambiato di una virgola dal 1952.» Ci accomodammo su poltroncine rivestite di tessuto vermiglio. Il tavolo in formica grigia effetto marmo aveva un bordo metallico e un jukebox incorporato. Vi era un lungo bancone con sgabelli girevoli imbullonati al pavimento, torte e pasticcini protetti da cupole di vetro. Niente cimeli degli anni Cinquanta, per fortuna; niente canzoni degli Sha-Na-Na. Vi era un distributore automatico di sigarette, uno di quelli che erogano il pacchetto quando tiri le manopole. Servivano piatti caldi tutto il giorno (piatti campagnoli: frittelle, patatine, due uova e salsiccia, pancetta o prosciutto al prezzo di quattro dollari e ottantacinque), ma Goddard ordinò un panino con hamburger e salsa piccante a una cameriera che, come dedussi quando lo chiamò Jock, lo conosceva. Io optai per un cheeseburger con patatine e una Diet Coke. Il cibo era un po' unto, ma passabile. Anche se avevo mangiato di meglio, mi produssi in una serie di versi estatici. Accanto a me era posata la cartella con i fascicoli che avevo sgraffignato dall'ufficio di Paul Camilletti. La loro presenza era sufficiente a rendermi nervoso, come se emanassero onde gamma attraverso il cuoio. «Allora, sentiamo il suo parere» mi esortò Goddard con la bocca piena. «Non mi dica che non riesce a pensare senza un computer e un proiettore.» Sorrisi bevendo un sorso di Diet Coke. «Be', tanto per cominciare, ritengo che produciamo troppo pochi televisori a schermo piatto» esordii. «Troppo pochi? In questa congiuntura economica?» «Un mio amico lavora alla Sony e mi ha raccontato che hanno notevoli problemi. In sostanza, la NEC, che costruisce i video al plasma per la

Sony, ha rilevato un difetto di produzione. Abbiamo un notevole vantaggio su di loro. Almeno sei o otto mesi.» Appoggiò il panino e mi dedicò la sua completa attenzione. «Si fida di questo amico?» «Ciecamente.» «Non prenderò una decisione importante sulla base di un pettegolezzo.» «Non posso biasimarla» concessi. «Ma la notizia verrà divulgata tra circa una settimana. Forse dovremmo stipulare un accordo con un altro produttore di ricambi originali prima che il prezzo di quei video salga alle stelle, cosa che succederà di sicuro.» Le sue sopracciglia si inarcarono di scatto. «Inoltre» proseguii «il Guru mi sembra fortissimo.» Scosse la testa, tornando a concentrarsi sull'hamburger. «Ah, be', non siamo gli unici ad aver lanciato un comunicatore nuovo di zecca. La Nokia ha intenzione di metterci in ginocchio.» «Dimentichi la Nokia» suggerii. «Cercano soltanto di depistarci. Il loro dispositivo è oggetto di tante controversie che non proporranno niente di nuovo per un anno e mezzo o più, se sono fortunati.» «Ed è stato sempre lo stesso amico a riferirglielo? O qualcun altro?» Aveva un'aria scettica. «Intelligence competitiva» mentii. Era stato Nick Wyatt, chi altri? Ma mi aveva fornito anche una copertura: «Posso mostrarle il rapporto, se desidera». «Non ora. Il Guru, dovrebbe saperlo, ha incontrato un problema di produzione tanto grave che forse le consegne verranno annullate.» «Che tipo di problema?» Sospirò. «È troppo complicato per spiegarglielo adesso. Anche se magari ha voglia di assistere alle riunioni del team Guru per vedere se può dare una mano.» «Volentieri.» Pensai di offrirmi ancora volontario per AURORA, ma rinunciai... troppo sospetto. «Oh, ascolti. Sabato darò il barbecue annuale nella mia casa sul lago. Non ci sarà tutta l'azienda, naturalmente. Soltanto settantacinque persone, cento al massimo. Una volta invitavamo tutti, ma ora non è più possibile. Perciò ci limitiamo ad alcuni veterani, ai principali dirigenti e ai rispettivi coniugi. Crede di poter rubare un po' di tempo alla sua intelligence competitiva?» «Altroché.» Mi sforzai di apparire indifferente, ma era un colpo grosso.

Soltanto pochi privilegiati prendevano parte al barbecue di Goddard. Visto l'esiguo numero di ospiti, l'invito alla festa era un segno di distinzione all'interno della società. Avevo sentito frasi come: «Dio, Fred, mi dispiace, sabato non ci sono. Sai, ho una... una specie di barbecue quel giorno.» «Ahimè, niente Pauillac né branzino in crosta di sale» continuò Goddard. «Più che altro hamburger, hot dog, insalata di maccheroni... niente di sofisticato. Porti il costume da bagno. Ora, veniamo a questioni più importanti. Qui hanno la migliore torta all'uva passa che abbia mai assaggiato. Quella di mele è altrettanto deliziosa. È tutto fatto in casa. Anche se la mia preferita è la meringata al cioccolato.» Incrociò lo sguardo della cameriera, che ci gironzolava intorno da un po'. «Debby» la chiamò «porti a questo giovanotto una fetta di dolce alle mele, e per me il solito.» «Sia così gentile da non parlare ai suoi amici di questo posto. Sarà il nostro piccolo segreto» mi disse poi. «Sa mantenere un segreto, vero?» mi domandò alzando un sopracciglio. Capitolo 54 Quando tornai alla Trion dopo pranzo, mi sentivo sottosopra, scombussolato. La colpa non era del cibo mediocre né della mia bella figura con Goddard. No, dipendeva dal fatto che il boss mi aveva concesso la sua totale attenzione, magari addirittura la sua ammirazione. Okay, forse mi sopravvalutavo un po', ma Jock mi prendeva sul serio. Il disprezzo di Nick Wyatt nei miei confronti pareva non avere limiti. Mi faceva sentire una nullità. Con Goddard avevo l'impressione che la sua decisione di nominarmi assistente esecutivo potesse essere giustificata, e questo mi spingeva a farmi il culo per lui. Era bizzarro. Camilletti era nel suo ufficio, con la porta chiusa, intento a discutere con un tizio dall'aria importante. Lo intravidi dalla vetrata, chino in avanti, attentissimo. Mi chiesi se, quando il visitatore se ne fosse andato, avrebbe buttato giù qualche appunto sull'incontro. Ben presto avrei avuto qualunque cosa avesse scritto con il computer, le password e tutto il resto. Compresa qualsiasi annotazione riguardante il progetto AURORA. Fu allora che provai la prima punta di... di che cosa? Di rimorso, forse. Il leggendario Jock Goddard, un uomo davvero perbene, mi aveva appena portato nella sua piccola e merdosa tavola calda dai cucchiai unti e aveva ascoltato le mie idee (non erano più di Wyatt, non nella mia testa), ed eccomi qui a curiosare negli uffici dei suoi dirigenti e a installare dispositivi

di sorveglianza per conto di quel verme di Nick Wyatt. C'era qualcosa che non andava in questo quadro. Jocelyn alzò gli occhi da quel che stava facendo. «Mangiato bene?» mi chiese. Quelle pettegole delle assistenti amministrative sapevano senza dubbio che avevo appena pranzato con l'amministratore delegato. Annuii. «Grazie. E lei?» «Soltanto un panino alla scrivania. Ho molto da fare.» Mi avviai verso il mio ufficio, quando aggiunse: «Oh, un signore è passato a trovarla». «Sa come si chiama?» «No. Ha detto di essere un suo amico. Anzi, ha detto di essere un suo "grande amico". Biondo, carino...» «Credo di aver capito.» Chissà che cosa voleva Chad. «Ha detto che lei aveva lasciato qualcosa per lui sulla scrivania, ma non gli ho permesso di entrare nel suo ufficio. Non me ne aveva accennato. Spero di aver fatto bene. Mi è sembrato un po' offeso.» «Va benissimo, Jocelyn. Grazie.» Era senz'altro Chad, ma perché aveva tentato di ficcanasare nel mio ufficio? Consultai la posta elettronica. Mi saltò all'occhio un messaggio, una comunicazione della Sicurezza aziendale inviata ai «dirigenti e allo staff della Trion»: ALLARME SICUREZZA Alla fine della scorsa settimana, in seguito a un incendio scoppiato nella sezione Risorse umane, un'indagine di routine ha rilevato la presenza di un dispositivo di sorveglianza piazzato illegalmente. Inutile dire che una simile violazione della sicurezza preoccupa tutti noi della Trion. Abbiamo pertanto dato il via a una perquisizione preventiva di tutte le aree sensibili dell' azienda, compresi gli uffici e le postazioni di lavoro, allo scopo di individuare eventuali segni di intrusione o installazione di dispositivi. Verrete contattati al più presto. Vi ringraziamo sin d'ora per la vostra disponibilità. Avevo la fronte e le ascelle madide di sudore. Avevano trovato l'apparecchio che avevo stupidamente collocato quando mi ero intrufolato invano nelle Risorse umane. Oh, Cristo. Adesso avrebbero rastrellato gli uffici e i computer di tutte le

zone «sensibili» della società, che includevano senza dubbio il settimo piano. Quanto avrebbero impiegato a individuare il Keyghost che avevo collegato al PC di Camilletti? Anzi, che cosa sarebbe accaduto se in corridoio ci fossero state delle telecamere che avevano registrato il mio crimine? Ma qualcosa non mi quadrava. Come avevano fatto a trovare il key logger? Nessuna «indagine di routine» avrebbe scoperto il cavo clandestino. Mancava una tessera del mosaico, un anello della catena che non era stato reso pubblico. Uscendo dall'ufficio, chiesi a Jocelyn: «Ha preso visione dell'e-mail della Sicurezza?». «Mmh?» fece alzando gli occhi dal computer. «Dovremo cominciare a mettere tutto sotto chiave? Insomma, che cosa è capitato veramente?» Scosse la testa, non molto interessata. «Pensavo che conoscesse qualcuno alla Sicurezza. No?» «Tesoro» rispose «conosco qualcuno in quasi ogni sezione di questa società.» «Già» dissi scrollando le spalle e dirigendomi verso la toilette. Quando tornai, Jocelyn parlava al telefono con l'auricolare. Incrociò il mio sguardo, sorrise e fece un cenno con la testa come se volesse comunicarmi qualcosa. «Ritengo che Greg dovrebbe andare a farsi friggere» disse alla sua interlocutrice. «Cara, devo salutarti. È stato bello risentirti.» Mi guardò. «Una delle loro solite stupidaggini» spiegò aggrottando le sopracciglia. «Mi creda, quelli della Sicurezza si assumerebbero il merito del sole e della pioggia se potessero. È come pensavo. Si sono attribuiti il merito di uno stupido colpo di fortuna. Un computer delle Risorse umane non funzionava bene dopo l'incendio, così hanno chiamato l'Assistenza, e uno dei tecnici ha notato qualcosa di strano attaccato alla tastiera, una specie di cavo in più, non so. Si fidi, gli uomini della Sicurezza non sono proprio delle aquile.» «Allora questa "violazione" è una montatura?» «Be', secondo la mia amica Caitlin hanno trovato davvero una sorta di cimice, ma quegli Sherlock Holmes non se ne sarebbero mai accorti se non fossero stati fortunati.» Sbuffai divertito e tornai nel mio ufficio. Le budella mi si erano appena

congelate. Se non altro, i miei sospetti erano giusti (la Sicurezza era soltanto stata «fortunata»), ma il succo era che avevano scoperto il Keyghost. Avrei dovuto tornare da Camilletti il prima possibile e recuperare il cavetto prima che rinvenissero anche quello. Mentre ero via, sullo schermo del mio PC era comparsa la finestra di un messaggio istantaneo. DA: ChadP A: Adam Cassidy Ciao Adam, ho appena scambiato quattro chiacchiere molto interessanti con un tuo vecchio amico della Wyatt Tel. Forse faresti bene a chiamarmi. C. Ora avevo la sensazione che le pareti si restringessero. La Sicurezza della Trion voleva setacciare l'edificio... e poi c'era Chad. Chad, il cui tono era senza dubbio minaccioso, come se avesse appreso proprio quello che non volevo apprendesse. Le «quattro chiacchiere molto interessanti» mi preoccupavano quanto il «tuo vecchio amico», ma la parte peggiore era «forse faresti bene a chiamarmi», perché sembrava significare: «Ti ho in pugno, stronzo». Non mi avrebbe telefonato; no, voleva che sudassi, che restassi sulle spine, che lo contattassi in preda al panico... ma potevo farne a meno? Non sarebbe stato naturale chiamarlo per la semplice curiosità riguardo al «vecchio amico»? Dovevo telefonargli. In quel momento avevo tuttavia bisogno di un po' di esercizio. Non avevo molto tempo libero, ma dovevo schiarirmi le idee per riflettere sugli ultimi avvenimenti. Quando la oltrepassai, Jocelyn mi disse: «Voleva che le ricordassi il webcast di Goddard alle cinque». «Oh, giusto. Grazie.» Consultai l'orologio. Mancavano venti minuti. Non volevo perdermelo, ma avrei potuto guardarlo mentre mi allenavo, sui piccoli monitor delle cyclette. Così avrei preso due piccioni con una fava. Poi ricordai la cartella e il suo contenuto radioattivo. Era posata sul pavimento del mio ufficio accanto alla scrivania, aperta. Chiunque avrebbe potuto frugarvi dentro e vedere i documenti che avevo sottratto a Camilletti. E adesso? Chiuderli in un cassetto? Ma Jocelyn aveva la chiave. Anzi, non c'era alcun luogo cui lei non avrebbe potuto accedere se avesse voluto. Tornando rapidamente sui miei passi, sedetti alla scrivania, recuperai i

fogli, li infilai in una cartellina marroncino e li portai con me in palestra. Avrei dovuto trascinarmi dietro quei maledetti fascicoli finché fossi rientrato a casa, quando avrei potuto spedirli via fax e quindi distruggerli. Non dissi a Jocelyn dove ero diretto e, potendo consultare il mio MeetingMaker, sapeva che non avevo in programma alcuna riunione. Ma era troppo educata per domandarmi dove andassi. Capitolo 55 Alle cinque meno qualche minuto la palestra aziendale non era ancora affollata. Salii su una cyclette e collegai la cuffia. Mentre mi riscaldavo, feci una panoramica dei canali via cavo (la MSNBC, la CSPAN, la CNN, la CNBC) e beccai la chiusura del mercato. Sia il Nasdaq sia il Dow Jones erano a terra: un'altra giornata schifosa. Alle cinque in punto mi sintonizzai sulla stazione della Trion, che di solito trasmetteva roba noiosa come presentazioni, spot pubblicitari e via di seguito. Comparve il logo della società, quindi un fermo-immagine di Goddard nello studio televisivo della Trion, una camicia blu scuro con il colletto aperto e la frangia di capelli bianchi, normalmente indomita, pettinata con cura. Lo sfondo nero a pois azzurri ricordava la scenografia di Larry King sulla CNN, fatta eccezione per il marchio della Trion in bella vista sopra la spalla destra di Jock. Mi sentivo sempre più nervoso, ma perché? Non era un messaggio dal vivo, Goddard l'aveva registrato il giorno prima, e sapevo con esattezza che cosa avrebbe detto. Volevo tuttavia che andasse bene. Volevo che esponesse una tesi persuasiva e inconfutabile a favore dei licenziamenti, perché prevedevo che molti dipendenti dell'azienda si sarebbero incazzati. Non avrei dovuto preoccuparmi. Goddard non fu soltanto bravo, fu strabiliante. In tutti i cinque minuti del discorso non vi fu un'unica nota falsa. Esordì con un semplice: «Salve, sono Augustine Goddard, presidente e amministratore delegato della Trion Systems, e oggi ho lo sgradevole compito di comunicarvi una brutta notizia». Parlò del settore, dei recenti problemi della società. «Non userò mezzi termini. Non definirò questi licenziamenti un "contenimento dei costi" né una "cancellazione consensuale del contratto di lavoro". Nel nostro campo nessuno è incline ad ammettere che le cose vanno male, che la direzione di un'impresa ha commesso un errore di giudizio, ha preso delle cantonate, ha fatto degli sbagli. Be', sono qui per dirvi che abbiamo preso delle cantonate, che abbiamo fatto

degli sbagli. Essendo l'amministratore delegato, ho fatto degli sbagli. Per me la perdita di collaboratori preziosi è un doloroso segno di fallimento. I tagli del personale sono una terribile ferita, perché danneggiano tutto il corpo.» Ti veniva voglia di abbracciarlo e di dirgli: «Tranquillo, non è colpa tua, ti perdoniamo». «Voglio assicurarvi che mi assumerò l'intera responsabilità di questo inconveniente e che farò tutto quanto è in mio potere per restituire all'azienda una base solida» proseguì. Talvolta, aggiunse, paragonava la società a una grossa slitta trainata da cani, ma lui era solo il capogruppo, non l'uomo con la frusta. Come tutti sapevano, si era opposto per anni al ridimensionamento, ma... ecco... qualche volta si deve prendere una decisione difficile e ci si può solo rassegnare. Garantì che il team di gestione si sarebbe occupato di ogni singola persona interessata dai tagli; i pacchetti di indennità che intendevano offrire erano i migliori del settore, e il minimo che potessero fare per agevolare dei collaboratori leali. Concluse ricordando come fosse stata fondata la Trion, come i veterani dell'industria ne avessero predetto la fine in varie occasioni e come l'impresa fosse uscita da ogni crisi più forte che mai. Quando terminò, avevo ormai le lacrime agli occhi e avevo dimenticato di muovere le gambe. Ero lì, sulla cyclette, a fissare il minuscolo schermo come uno zombie. Udii un vociare poco distante, mi guardai intorno e scorsi capannelli di gente esterrefatta che parlava concitata. Allora mi tolsi la cuffia e tornai al mio allenamento mentre la palestra cominciava a riempirsi. Qualche minuto dopo, qualcuno salì sulla macchina accanto alla mia, una donna dai pantaloncini di Lycra, un didietro fantastico. Collegò la cuffia al monitor, armeggiò per un po', quindi mi batté sulla spalla. «Il suo volume funziona?» chiese. Riconobbi la voce ancor prima di vedere il volto di Alana. Sgranò gli occhi. «Che cosa ci fai tu qui?» mi domandò con tono in parte meravigliato e in parte accusatorio. «Oh, mio Dio!» esclamai. Essendo davvero stupito, non avevo bisogno di fingere. «Ci lavoro.» «Sul serio? Anch'io. È incredibile.» «Wow.» «Non me l'avevi detto... be', ma io non te l'avevo chiesto, giusto?» «È pazzesco» osservai. Ora fingevo, e forse con troppo poco entusiasmo. Anche se sapevo che sarebbe potuto capitare, mi aveva preso alla sprovvista, e per ironia della sorte ero troppo sconcertato per sembrare sinceramente sorpreso. «Che coincidenza» commentò. «Incredibile...»

Capitolo 56 «Da quanto... da quanto tempo lavori qui?» mi domandò scendendo dalla cyclette. Non riuscivo a decifrare bene la sua espressione. Sembrava insieme divertita e sarcastica. «Ho appena cominciato. Da un paio di settimane. E tu?» «Da... da cinque anni. Dove lavori?» Non credevo che il mio stomaco potesse scivolare più in basso, ma lo fece. «Mmh, sono stato assunto dalla divisione Prodotti al consumo... marketing nuovi prodotti?» «Mi prendi in giro.» Mi fissò attonita. «Non dirmi che sei nella mia stessa divisione. Lo saprei... ti avrei vista.» «Lo ero.» «Lo eri? Che cosa fai adesso?» «Mi occupo del marketing per la sezione Tecnologie innovative» rispose con riluttanza. «Davvero? Tosto! Di che cosa si tratta?» «È noioso» affermò senza essere convincente. «Roba complicata, teorica.» «Mmh.» Non volevo sembrare troppo interessato. «Hai sentito il discorso di Goddard?» Annuì. «Molto triste. Non immaginavo che fossimo così malridotti. Insomma, i licenziamenti... di solito li associ a chiunque altro, non alla Trion.» «Come pensi che se la sia cavata?» Volevo prepararla per l'inevitabile momento in cui mi avrebbe cercato sull'intranet e avrebbe scoperto qual era il mio vero incarico. Se non altro, in seguito avrei potuto sostenere di non averle nascosto nulla di proposito; stavo, per così dire, conducendo un sondaggio per conto del mio capo, come se avessi qualcosa a che vedere con l'annuncio di Goddard. «Sono rimasta scioccata, naturalmente. Ma ha detto cose sensate. Certo, per me è facile parlare, perché probabilmente il mio posto è abbastanza sicuro. Tu, invece, essendo un neoassunto...» «Dovrei essere salvo, ma chissà.» Ero impaziente di cambiare argomento. «È stato molto schietto.» «Come sempre. Quell'uomo è fantastico.» «È fatto così.» Tacqui. «Ehi, scusa per come è andato a finire il nostro

appuntamento.» «Scusa? Non c'è niente di cui scusarsi.» La sua voce si ammorbidì. «Come sta tuo padre?» Le avevo lasciato un messaggio vocale quel mattino per informarla che papà ce l'aveva fatta. «È ancora in ospedale. Ha una schiera di persone da tiranneggiare e intimidire, perciò ha una nuova ragione di vita.» Sorrise educatamente, non volendo ridere alle spalle di un moribondo. «Ma se ne hai voglia, mi piacerebbe avere un'altra opportunità.» «Piacerebbe anche a me.» Risalì sulla macchina e iniziò a muovere i piedi mentre digitava dei valori sulla console. «Hai ancora il mio numero?» Poi sorrise, sincera, e il suo viso si trasformò. Era bellissima. Davvero splendida. «Che cosa sto dicendo? Puoi cercarmi sul sito web della Trion.» Dopo le sette Camilletti non se n'era ancora andato. Era ovvio che fosse indaffarato, ma volevo che tornasse a casa per introdurmi nel suo ufficio prima che lo facesse la Sicurezza. Volevo anche rientrare nel mio appartamento e dormire un po', perché ero esausto. Mentre pensavo a come inserire Camilletti nella mia «lista amici» senza il suo permesso per sapere quando fosse on line e quando fosse scollegato, un messaggio istantaneo di Chad comparve all'improvviso sullo schermo del mio computer. ChadP: Non mi hai chiamato e non mi hai scritto. Non dirmi che adesso sei troppo importante per i vecchi amici? Scusa, Chad, non ho avuto un attimo libero, risposi. Dopo una pausa di circa trenta secondi si rifece vivo: Probabilmente hai saputo di questi tagli in anticipo, eh? Beato te che sei immune. Non sapendo che cosa replicare, non scrissi nulla per uno o due minuti, quindi squillò il telefono. Poiché Jocelyn aveva già smontato, le chiamate venivano inoltrate direttamente a me. Sul display apparve l'identificativo del chiamante, ma era un nome che non conoscevo. Alzai il ricevitore. «Cassidy.» «Questo lo so» ribatté la voce di Chad, intrisa di sarcasmo. «Non sapevo solo se fossi a casa o in ufficio. Avrei dovuto immaginare che un ragazzo ambizioso come te arrivasse presto e restasse fino a tardi, come da manuale.»

«Come va, Chad?» «Sono pieno di ammirazione, Adam. Per te. Più che mai.» «Mi fa piacere.» «Soprattutto dopo aver pranzato con il tuo vecchio amico Kevin Griffin.» «A essere onesto, lo conoscevo a malapena.» «Non è proprio quello che sostiene lui. Sai, è interessante... non ha parlato con troppo entusiasmo della tua carriera alla Wyatt. Mi ha raccontato che eri un tipo molto festaiolo.» «Quando ero giovane e irresponsabile, ero giovane e irresponsabile» dissi nella mia migliore imitazione di George Bush junior. «Non ricordava neppure che fossi nel team Lucid.» «Lavora... dove, alle Vendite, vero?» chiesi pensando che sarebbe stato meglio restare sul vago se volevo sottintendere che Kevin non sapesse un tubo. «Lavorava. Oggi è stato il suo ultimo giorno. In caso ne fossi all'oscuro.» «Non si trovava bene?» La mia voce ebbe un lieve tremito, che cercai di camuffare schiarendomi la gola e tossendo. «Ben tre giorni alla Trion. Poi la Sicurezza ha ricevuto una telefonata da qualcuno della Wyatt secondo cui il povero Kevin aveva la cattiva abitudine di falsificare i conti spese delle trasferte. Avevano le prove e tutto il resto, e ce le hanno faxate subito. Pensavano che fosse giusto metterci al corrente. Inutile dire che la Trion l'ha cacciato come se avesse la lebbra. Lui ha negato, ma sai come vanno queste cose... non è proprio un tribunale, vero?» «Gesù» esclamai. «Incredibile. Non l'avrei mai immaginato.» «Non avresti mai immaginato che avrebbero fatto quella telefonata?» «Non avrei mai immaginato quello che ha combinato Kevin. Insomma, ripeto, lo conoscevo a malapena, ma sembrava abbastanza a posto. Accidenti. Be', credo che non potrei commettere un simile reato troppo spesso e sperare di farla franca.» Rise così forte che dovetti allontanare la cornetta dall'orecchio. «Oh, questa sì che è buona. Sei davvero spassoso, amico.» Rise ancora, una bella risata sonora, come se fossi il miglior mattatore che avesse mai visto. «Hai proprio ragione. Non potresti commettere un simile reato troppo spesso e sperare di farla franca.» Al che riagganciò. Cinque minuti prima avrei voluto accomodarmi sulla mia poltrona e

schiacciare un pisolino, ma adesso non ci sarei riuscito, ero troppo agitato. Avendo la bocca asciutta, andai nella sala relax a prendere una Perrier. Scelsi la strada più lunga, quella che passava accanto all'ufficio di Camilletti. Paul non c'era più, e la stanza era immersa nell'oscurità, ma la sua assistente amministrativa era ancora lì. Quando tornai mezz'ora dopo, erano spariti entrambi. Erano le otto e qualche minuto. Avendo già collaudato la tecnica, questa volta entrai in fretta e senza difficoltà. Sembrava che non ci fosse nessuno nei paraggi. Abbassai le veneziane, recuperai il cavetto del Keyghost e sollevai una stecca per sbirciare fuori. Non vidi nessuno, anche se credo di non essere stato attento come avrei dovuto. Rialzai le veneziane e aprii piano la porta, guardando prima a destra e poi a sinistra. Appoggiato alla parete della sala d'attesa, vi era un uomo tarchiato con una camicia hawaiana, gli occhiali dalla montatura di corno e le braccia conserte. Noah Mordden. Aveva un sorriso enigmatico stampato in faccia. «Cassidy» esordì. «Il nostro Phineas Finn da trentaquattro pin.» «Oh, salve, Noah» replicai. Pur venendo assalito dal panico, mantenni un'espressione indifferente. Non sapevo di che cosa parlasse, ma probabilmente era un astruso riferimento letterario. «Che cosa ci fa qui?» «Potrei chiederle la stessa cosa.» «È venuto a trovarmi?» «Devo aver sbagliato ufficio. Sono andato a quello con la scritta "Adam Cassidy". Che stupido.» «Qui lavoro per tutti quanti» spiegai. Era la migliore giustificazione che mi fosse venuta in mente, e faceva schifo. Pensavo davvero che avrebbe creduto che fossi autorizzato a entrare nell'ufficio di Camilletti? Alle otto di sera? Mordden era troppo sveglio, e troppo sospettoso, per cascarci. «Quando si hanno molti padroni» continuò «è facile scordare per chi si lavora davvero.» Il mio sorriso era stiracchiato. Dentro, morivo. Lo sapeva. Mi aveva visto da Nora, poi da Camilletti, e lo sapeva. Era finita. Mordden mi aveva smascherato. E adesso? A chi l'avrebbe riferito? Una volta appreso che ero stato nel suo ufficio, Camilletti mi avrebbe licenziato su due piedi, e Goddard non gliel'avrebbe impedito. «Noah» dissi. Trassi un profondo respiro, ma non riuscii ad aggiungere altro.

«Volevo complimentarmi per il suo abbigliamento» proseguì. «Sta migliorando alla svelta.» «Grazie. Credo di sì.» «La maglia nera e la giacca di tweed... molto Goddard. Assomiglia sempre di più al nostro intrepido leader. Una versione beta più bella e veloce. Con molte nuove funzioni che non sono ancora state collaudate.» Sorrise. «Ho notato che ha una Porsche nuova.» «Già.» «È difficile sfuggire alla cultura delle auto qui dentro, vero? Ma mentre sfreccia lungo l'autostrada della vita, Adam, si fermi a riflettere. Quando si incontra un ostacolo dopo l'altro, forse si è sulla corsia sbagliata.» «Lo terrò presente.» «Interessante, la notizia dei licenziamenti.» «Be', ma lei è salvo.» «È una domanda o un'affermazione?» Pareva divertito. «Non si preoccupi. Ho la criptonite.» «Che cosa significa?» «Diciamo solo che non mi hanno nominato ingegnere capo soltanto per via della mia illustre carriera.» «Che tipo di criptonite? Dorata? Verde? Rossa?» «Finalmente un argomento che conosce. Ma se gliela mostrassi, Cassidy, perderebbe la sua efficacia, non le pare?» «Davvero?» «Cancelli le sue tracce e si guardi le spalle, Cassidy» mi suggerì scomparendo nel corridoio. PARTE SESTA IL DEPOSITO Dead drop: covo, nascondiglio. Nel gergo dello spionaggio indica un luogo segreto usato come punto di incontro clandestino tra un agente e un corriere, un controllore o un altro agente all'interno di una rete o di un'organizzazione spionistica. The International Dictionary of Intelligence Capitolo 57 Quella sera smontai presto. Arrivai a casa alle nove e mezzo, un fascio

di nervi che aveva bisogno di dormire per tre giorni di fila. In auto avevo continuato a rimuginare sulla scena con Mordden tentando di darle un senso. Mi ero domandato se Noah intendesse tradirmi spifferando l'accaduto a qualcuno. Quale motivo avrebbe avuto per non farlo? Mi avrebbe tenuto sulla corda in qualche modo? L'aspetto peggiore era che non sapevo come comportarmi. Mi ero anche ritrovato a fantasticare sul mio magnifico letto nuovo con il materasso Dux e su come vi sarei crollato sopra appena entrato nell'appartamento. Come mi ero ridotto? Sognavo di riposare. Patetico. Comunque, non potei coricarmi subito perché avevo ancora del lavoro da sbrigare. Dovevo liberarmi dei fascicoli di Camilletti e consegnarli a Meacham e Wyatt. Non volevo conservarli un minuto più del necessario. Usando lo scanner che mi aveva procurato Meacham, li trasformai in documenti PDF, li criptai e li spedii con la posta elettronica sicura tramite l'anonimizzatore. Tirai quindi fuori il Keyghost, lo collegai al mio computer e cominciai a scaricare. Quando aprii il primo file, avvertii un moto di irritazione: era un guazzabuglio di scarabocchi. Evidentemente avevo combinato un pasticcio. Guardando con maggiore attenzione, mi accorsi tuttavia che vi era una logica; forse, dopo tutto, non avevo fatto un casino. Decifrai il nome di Camilletti, una sfilza di cifre e lettere, e infine intere frasi. Pagine e pagine di testo. Tutto quello che Paul aveva digitato sul suo PC quel giorno, ed era parecchia roba. Prima le cose più importanti: avevo catturato la sua password. Sei numeri, che finivano con 82... forse la data di nascita di uno dei suoi figli. O la data del suo matrimonio. Qualcosa del genere. Le e-mail erano però molto più interessanti. Ce n'erano moltissime, zeppe di informazioni confidenziali sulla società e sull'acquisizione di un'azienda: la Delphos, quella menzionata nei dossier, quella per cui avrebbero sborsato un sacco di soldi in contanti e azioni. Vi era uno scambio di messaggi, intitolati COMUNICAZIONI RISERVATE TRION, riguardo a un nuovo metodo segreto per il controllo delle scorte introdotto qualche mese prima per combattere la pirateria e le contraffazioni, soprattutto in Asia. Il logo dell'impresa e il numero di serie venivano ora incisi con il laser su ciascun dispositivo Trion, fosse esso un telefono, un palmare o un apparecchio per le scansioni mediche. Questi minuscoli segni di identificazione erano visibili soltanto al microscopio: non potevano essere imitati e dimostravano che l'oggetto era davvero originale.

Vi erano molte informazioni su produttori di chip che la Trion aveva rilevato a Singapore o in cui aveva investito somme ingenti. Curioso: la società voleva inserirsi nel mercato dei chip, o almeno comprarne una quota. Leggere quel materiale era inquietante. Era come ficcare il naso nel diario di qualcuno. Mi sentivo anche in colpa, ovviamente non a causa della mia lealtà verso Camilletti, bensì per Goddard. Vedevo quasi la sua testa da gnomo che fluttuava nell'aria all'interno di una nuvoletta, osservandomi con un'espressione di rimprovero mentre esaminavo le e-mail, gli appunti e la corrispondenza del responsabile del settore finanziario. Forse dipendeva dalla stanchezza, ma provavo rimorso per quanto stavo facendo. Sembra strano, lo so. Andava bene sottrarre la documentazione relativa al progetto AURORA e passarla a Wyatt, ma fornirgli notizie che non mi aveva chiesto mi pareva un vero e proprio tradimento verso i miei nuovi datori di lavoro. Mi saltò all'occhio l'acronimo WSJ. Doveva significare «Wall Street Journal». Volendo vedere quale fosse stata la reazione di Camilletti all'articolo, zoomai sulla stringa di parole, e per poco non caddi dalla sedia. A quanto capii, Camilletti usava vari account di posta elettronica diversi da quello della Trion: Hotmail, Yahoo e qualche provider locale. Li utilizzava per le questioni personali, come i contatti con l'agente di cambio, il padre, il fratello, la sorella eccetera. Furono però le comunicazioni inviate con Hotmail ad attirare la mia attenzione. Ve n'era una, indirizzata a [email protected], che diceva: Bill, qui è scoppiato lo scandalo. Ti faranno molte pressioni per costringerti a rivelare la tua fonte. Tieni duro. Chiamami a casa questa sera alle nove e mezzo. Paul Guarda guarda. La spia era (doveva essere) Paul Camilletti. Era stato lui a fare al «Journal» quelle rivelazioni compromettenti sulla Trion e su Goddard. Ora tutto diventava chiaro e raccapricciante. Camilletti stava aiutando il «Wall Street Journal» a causare seri danni a Jock, dipingendolo come un vecchio rimbambito. Goddard doveva togliersi di mezzo. Il consiglio di amministrazione della Trion, ogni analista e ogni banca d'affari l'avrebbero letto sulle pagine del quotidiano. E gli amministratori chi avrebbero scelto

per sostituire Goddard? Era ovvio, no? Per quanto fossi esausto, mi girai e rigirai a lungo prima di addormentarmi. E il mio sonno fu intermittente, tormentato. Continuavo a pensare al piccolo e vecchio Augustine Goddard dalle spalle curve che mangiava la meringata nella sua piccola e triste tavola calda o che assumeva un'aria smarrita e abbattuta mentre i suoi dirigenti uscivano in fila indiana dalla sala conferenze. Sognai Wyatt e Meacham che mi tiranneggiavano e minacciavano di farmi arrestare; nei sogni li affrontavo, gliene cantavo quattro, andavo su tutte le furie, perdevo davvero le staffe. Sognai di introdurmi nell'ufficio di Camilletti e di venire pizzicato da Chad e Nora. Quando finalmente la sveglia suonò alle sei e sollevai la testa pulsante dal cuscino, sapevo di dover raccontare a Goddard di Camilletti. Poi mi resi conto di essere tra l'incudine e il martello. Come diavolo avrei potuto spiegargli la faccenda senza specificare che avevo ottenuto le prove entrando di nascosto nell'ufficio di Paul? Che fare? Capitolo 58 Andavo in bestia se pensavo che dietro il servizio del «Wall Street Journal» c'era Tagliagole Camilletti, il figlio di puttana che aveva finto di essere tanto incazzato per il pezzo. Quel tipo non era solo uno stronzo, era sleale verso Goddard. Forse era un sollievo avere una convinzione morale riguardo a qualcosa dopo essermi comportato per settimane come una canaglia e un vile bugiardo. Forse essere così protettivo nei confronti di Jock attenuava il mio senso di colpa. Forse, incavolandomi per la disonestà di Camilletti, potevo ignorare la mia. O forse ero soltanto grato a Goddard per avermi scelto, per avermi considerato speciale, più in gamba di chiunque altro. È difficile dire quanta della mia collera verso Camilletti fosse davvero disinteressata. A volte mi assaliva l'angosciante idea di non essere migliore di lui. Insomma, eccomi lì alla Trion, un imbroglione che fingeva di saper camminare sulle acque, quando invece passava il tempo a intrufolarsi negli uffici, a trafugare documenti e a cercare di strappare il cuore all'azienda di Jock Goddard mentre scorrazzava nella sua Buick d'epoca... Era troppo. Questi sudori freddi alle quattro del mattino mi stavano distruggendo. Erano pericolosi per la mia salute mentale. Meglio non pensa-

re e inserire il pilota automatico. Forse avevo davvero la coscienza di un boa costrictor, ma volevo incastrare quel bastardo di Paul Camilletti. Se non altro, io non avevo avuto alternativa. Mi avevano messo alle strette. Camilletti si era macchiato di un tradimento del tutto diverso. Complottava contro Goddard, l'uomo che l'aveva introdotto nell'azienda, che aveva riposto la sua fiducia in lui. Chissà che cos'altro stava combinando. Jock doveva sapere. Dovevo però coprirmi le spalle, inventare una giustificazione plausibile per spiegare come l'avessi scoperto senza confessare di essere entrato nell'ufficio di Camilletti. Per tutto il tragitto verso la Trion, mentre mi godevo la spinta e il ruggito del potente motore della Porsche, il mio cervello cercò una soluzione al problema, e quando arrivai avevo ormai un'idea accettabile. Lavorare per Goddard mi dava una certa influenza. Se telefonavo a qualcuno che non conoscevo presentandomi come l'umile Adam Cassidy, era probabile che non mi rispondessero neppure. Invece, Adam Cassidy «dall'ufficio dell'amministratore delegato» o «dall'ufficio di Jock Goddard» (come se sedessi accanto al vecchio e non trenta metri più in là lungo il corridoio) otteneva sempre una risposta alla velocità della luce. Così, quando contattai la Sezione informatica e dissi che «noi» volevamo le copie di tutte le e-mail inviate e ricevute dall'ufficio di Paul nell'ultimo mese, potei contare su una collaborazione immediata. Non volendo puntare il dito contro Camilletti, sottolineai che Jock era preoccupato per alcune fughe di notizie dall'ufficio del responsabile del settore finanziario. Dettaglio curioso, Camilletti aveva l'abitudine di cancellare i messaggi particolarmente delicati, sia in entrata sia in uscita. Evidentemente non voleva che quelle comunicazioni restassero memorizzate sul suo computer. Essendo un tipo perspicace, doveva sapere che le copie di tutte le e-mail venivano archiviate da qualche parte nelle banche dati aziendali. Ecco perché preferiva utilizzare provider esterni per la corrispondenza più riservata, compresa quella destinata al «Wall Street Journal». Mi domandai se sapesse che i PC della Trion catturavano tutte le e-mail che passavano attraverso i cavi di fibre ottiche della società, fossero esse Yahoo, Hotmail o qualsiasi altra cosa. Il mio nuovo amico della Sezione informatica, che forse credeva di fare un favore personale a Goddard, mi procurò anche i tabulati telefonici di tutte le chiamate partite e arrivate nell'ufficio di Camilletti. Nessun problema, disse. Ovviamente, l'azienda non registrava le conversazioni, ma

prendeva nota di tutti i numeri telefonici; era una normale prassi societaria. Sarebbe persino stato possibile recuperare le copie dei messaggi di posta vocale, ma ci sarebbe voluto un po' di tempo. I risultati furono pronti nel giro di un'ora. Era tutto lì. Negli ultimi dieci giorni Camilletti aveva ricevuto alcune chiamate dal reporter del «Journal», ma - prova ancor più schiacciante - gli aveva anche fatto diverse telefonate. Avrebbe potuto giustificarne una o due dicendo che aveva cercato di rispondere ai messaggi del giornalista, anche se aveva dichiarato di non avergli mai parlato. Ma dodici chiamate, alcune della durata di cinque o sei minuti? Qualcosa non quadrava. E poi c'erano le copie delle e-mail. «D'ora in avanti» aveva scritto Camilletti «usa solo il numero di casa. NON contattarmi più alla Trion. Spedisci la posta elettronica solo a questo indirizzo Hotmail.» Giustifica questo, Tagliagole. Accidenti, non vedevo l'ora di mostrare il mio piccolo dossier a Goddard, ma quest'ultimo partecipò a una riunione dietro l'altra da metà mattina fino al tardo pomeriggio... riunioni, notai, cui non mi aveva invitato. Il momento giusto si presentò solo quando vidi Camilletti uscire dall'ufficio di Jock. Capitolo 59 Camilletti mi scorse mentre si allontanava, ma parve non accorgersi della mia presenza; sarei potuto essere parte dell'arredamento. Quando Goddard incrociò il mio sguardo, le sue sopracciglia scattarono all'insù con aria interrogativa. Stava parlando con Flo, e io imitai il suo gesto con l'indice sollevato per comunicargli che mi serviva un minuto del suo tempo. Si liberò subito dell'assistente amministrativa, quindi mi chiamò con un cenno. «Che cosa glien'è sembrato?» mi chiese. «Prego?» «Del mio discorsetto all'azienda.» Gli importava davvero della mia opinione? «Meraviglioso» risposi. Sorrise con un'espressione sollevata. «Tutto merito del mio insegnante di recitazione del college. Mi ha aiutato tantissimo con la carriera, le interviste, le conferenze. Ha mai recitato, Adam?» Avvampai. Certo, tutti i giorni. Gesù, a che cosa alludeva? «Veramente, no.»

«Ti mette davvero a tuo agio. Oh, cielo, non che io sia Cicerone o roba simile, ma... comunque, voleva dirmi qualcosa?» «Riguarda l'articolo del "Wall Street Journal"» annunciai. «Sì?...» replicò perplesso. «Ho scoperto chi è la spia.» Mi guardò come se non capisse, perciò proseguii: «Ricorda, abbiamo pensato che dovesse essere stato qualcuno all'interno della società...». «Sì, sì» tagliò corto con impazienza. «È stato... ecco, è stato Paul Camilletti.» «Di che cosa sta parlando?» «So che è incredibile. Ma è tutto qui, ed è inequivocabile.» Spinsi gli stampati sulla scrivania. «Controlli l'indirizzo di posta elettronica in cima.» Inforcò gli occhiali da vista che gli pendevano da una catenella intorno al collo. Corrugando la fronte, esaminò i fogli. Quando alzò il viso, aveva un'aria cupa. «Da dove arriva questa roba?» Sorrisi. «Dalla Sezione informatica.» Indugiai per qualche istante, quindi aggiunsi: «Ho chiesto i tabulati di tutte le telefonate fatte dalla Trion al "Wall Street Journal". Poi, quando ho visto tutte quelle chiamate dall'apparecchio di Paul, ho pensato che fosse stata la sua assistente amministrativa o qualcun altro, perciò mi sono procurato le copie delle e-mail». Goddard non sembrava per nulla contento, il che era comprensibile. Anzi, pareva abbastanza sconvolto, così conclusi: «Mi dispiace. So che è uno shock». Quella frase fatta mi era sfuggita dalle labbra. «Non ci credo neppure io.» «Be', spero che sia soddisfatto di se stesso» sbottò. Scossi la testa. «Soddisfatto? No, voglio solo andare a fondo della...» «Perché io sono disgustato» mi interruppe, la voce che tremava. «Che cosa diavolo pensa di fare? Chi crede di essere, James Bond?» Ora stava quasi urlando, e schizzi di saliva gli uscivano dalla bocca. La stanza mi crollò addosso: eravamo solo io e lui, separati da un metro e mezzo di scrivania. Il sangue mi ronzava nelle orecchie. Ero troppo stordito per dire qualcosa. «Violare la privacy altrui, pescare nel torbido, recuperare e-mail e tabulati telefonici riservati e, per quanto ne so, aprire le lettere con il vapore! Giudico riprovevole questo tipo di disonestà, e non voglio che si ripeta. Adesso fuori di qui.» Mi alzai vacillando, allibito, frastornato. Fermandomi sulla soglia, mi voltai. «Le chiedo scusa» dissi con voce roca. «Volevo soltanto aiutarla.

Vado... vado a sgombrare il mio ufficio.» «Oh, Cristo santo, torni a sedersi.» La tempesta sembrava essersi placata. «Non ha tempo di sgombrare il suo ufficio. Ha troppi incarichi da svolgere per me.» Ora il suo tono si era addolcito. «So che ha cercato di proteggermi. L'ho capito, Adam, e lo apprezzo. E non nego di essere sbalordito riguardo a Paul. Ma c'è un modo giusto e un modo sbagliato di fare le cose, e io preferisco quello giusto. Si inizia monitorando e-mail e chiamate, poi ci si ritrova a installare cimici nei telefoni, e infine ci si accorge di vivere in uno Stato di polizia, non in un'azienda. Una società non può funzionare così. Non so come si comportassero alla Wyatt, ma noi non ci comportiamo così.» Annuii. «Capisco. Mi dispiace.» Mi mostrò i palmi. «Non è mai successo. Lo dimentichi. E le dico un'altra cosa: dopo tutto, nessuna impresa è mai fallita perché uno dei suoi dirigenti ha fatto la spia alla stampa. Per qualsiasi insondabile motivo. Ora troverò la maniera di gestire la questione. A modo mio.» Premette le mani tra loro come per indicare che la conversazione era finita. «In questo momento non ho bisogno di attriti. Abbiamo qualcosa di molto più importante cui pensare. Ora, mi serve il suo parere riguardo a una faccenda della massima segretezza.» Si accomodò dietro la scrivania, inforcò gli occhiali e tirò fuori una consunta agendina di pelle nera. Mi guardò con severità al di sopra delle lenti. «Non racconti a nessuno che il fondatore e amministratore delegato della Trion Systems non ricorda le password del suo computer. E soprattutto non racconti a nessuno quale dispositivo palmare uso per memorizzarle.» Picchiettò sulla tastiera copiando dal libretto. Di lì a un minuto la stampante si accese con un ronzio e sputò fuori alcune pagine. Goddard allungò il braccio, le prese e me le porse. «Siamo nelle fasi finali di un'importantissima acquisizione» spiegò. «Forse la più costosa nella storia della Trion. Ma probabilmente anche il miglior investimento che abbiamo mai fatto. Non posso ancora rivelarle i dettagli, ma, se le negoziazioni di Paul andranno in porto, dovremmo annunciare l'accordo al termine della prossima settimana.» Annuii. «Voglio che fili tutto liscio. Questa è la descrizione generale della nuova azienda: ingombro, numero di dipendenti e così via. Verrà subito integrata nella Trion e insediata in questo edificio. Ovviamente, ciò significa che dovremo eliminare qualcosa. Alcune delle divisioni esistenti dovranno es-

sere trasferite fuori sede, nel nostro campus di Yarborough o nel Research Triangle. Desidero che individui la divisione o le divisioni che possono essere spostate con il minor scompiglio per fare spazio a... alla nuova acquisizione. Okay? Dia un'occhiata a questi fogli, e quando ha finito li distrugga. Mi comunichi la sua opinione il prima possibile.» «D'accordo.» «Adam, so che le sto affidando una grossa responsabilità, ma non posso farne a meno. Deve essere del tutto sincero. Conto sulla sua competenza strategica.» Tendendo il braccio, mi strinse la spalla con fare rassicurante. «E sulla sua onestà.» Capitolo 60 Grazie a Dio, più Jocelyn lavorava per me, più lunghe diventavano le sue pause per il caffè e la toilette. Appena si assentò dalla scrivania, presi le pagine sulla Delphos che Goddard mi aveva dato (doveva trattarsi della Delphos, benché il nome della società non comparisse nel documento), le fotocopiai in tutta fretta e infilai le copie in una busta marroncino. Inviai un'e-mail ad «Arthur» comunicandogli, mediante un linguaggio in codice, che avevo qualcosa di nuovo da passargli, che volevo «restituire» gli «indumenti» acquistati on line. Sapevo che trasmettere un messaggio dall'ufficio era rischioso, anche criptando il testo con Hushmail. Ma non avevo tempo. Non volevo aspettare finché fossi tornato a casa, e magari essere costretto a uscire di nuovo... Meacham rispose quasi subito, raccomandandomi di non spedire la merce alla casella postale, bensì all'indirizzo del mittente. Traduzione: non voleva che scandissi i fogli e glieli mandassi via e-mail, voleva vedere le copie cartacee, anche se non mi spiegò il perché. Desiderava accertarsi che fossero originali? Significava che non si fidavano di me? Inoltre, le voleva immediatamente, e per qualche ragione preferiva evitare di incontrarmi faccia a faccia. Perché?, mi domandai. Temeva che mi pedinassero o qualcosa di simile? Qualunque fossero le sue motivazioni, voleva che gli consegnassi le pagine usando uno dei depositi che avevamo concordato settimane prima. Poco dopo le sei lasciai l'ufficio e raggiunsi un McDonald's a circa tre chilometri dalla sede della Trion. Il bagno degli uomini era piccolo e permetteva l'accesso di una sola persona alla volta. Sprangai la porta, individuai il distributore di salviettine, lo aprii, vi infilai la busta avvoltolata e lo

richiusi. Finché il rotolo non si fosse esaurito, nessuno avrebbe guardato lì dentro, a eccezione di Meacham. Uscendo, comprai un hamburger; non che avessi voglia di mangiarlo, ma mi avevano insegnato che sarebbe servito a dare meno nell'occhio. A circa un chilometro e mezzo di distanza vi era un 7-Eleven con un muretto di cemento intorno al parcheggio antistante. Mi fermai, entrai e acquistai una Diet Pepsi, quindi bevvi tutta quella che riuscii a ingollare. Versai il resto in un tombino. Inserii un piombino da pesca nella lattina prelevandolo dalla scorta che conservavo nel vano portaoggetti, e infine posai il contenitore vuoto sul muretto. Meacham, che passava con regolarità accanto al 7-Eleven, avrebbe così capito che avevo utilizzato il deposito numero tre, il McDonald's. Questo semplice stratagemma spionistico gli avrebbe consentito di ritirare i documenti senza che qualcuno lo vedesse in mia compagnia. A quanto pareva, la consegna era filata liscia. Non avevo motivi per pensare altrimenti. Okay, le mie azioni mi facevano sentire un verme. Allo stesso tempo non potevo tuttavia fare a meno di provare una punta di orgoglio: non ero niente male come 007. Capitolo 61 Quando rincasai, trovai un messaggio di «Arthur» sul mio account Hushmail. Meacham mi ordinava di andare subito in un ristorante nel bel mezzo del nulla, a oltre mezz'ora di viaggio. Evidentemente la consideravano una questione improrogabile. Il locale era l'Auberge, una celebre mecca per buongustai e un posto lussuoso con tanto di sorgente termale. Le pareti dell'atrio erano tappezzate di articoli ritagliati da «Gourmet» e altre riviste simili. Intuii perché Wyatt voleva vedermi lì, e non era solo per via del cibo. Il ristorante garantiva infatti la massima discrezione per riunioni private, avventure extraconiugali eccetera. Oltre alla sala da pranzo principale, vi erano salottini accessibili direttamente dal parcheggio. Mi rammentava un motel di alta classe. Wyatt sedeva al tavolo di un séparé con la dottoressa Bolton. Judith fu cordiale, e persino Nick pareva meno ostile del solito. Forse perché gli avevo procurato quel che voleva. Forse perché aveva bevuto il suo secondo bicchiere di vino, o forse per via di Judith, che sembrava esercitare un mi-

sterioso potere su di lui. Ero quasi sicuro che non avessero una relazione, almeno a giudicare dal loro linguaggio del corpo. Era tuttavia innegabile che erano molto intimi, e Wyatt la assecondava come non assecondava nessun altro. Un cameriere mi servì un bicchiere di sauvignon bianco. Wyatt lo pregò di andarsene e tornare di lì a un quarto d'ora, quando fosse stato pronto per ordinare. Adesso eravamo soli: io, Wyatt e Judith. «Adam» esordì Nick addentando un pezzo di focaccia «quei dossier che ha sottratto dall'ufficio del responsabile del settore finanziario... ci sono stati molto utili.» «Bene» replicai. Mi aveva chiamato Adam? E mi aveva fatto un vero complimento? Cominciai ad avere la tremarella. «Soprattutto la proposta di finanziamento relativa alla Delphos» proseguì. «Ovviamente, costituisce il fulcro del progetto, un'acquisizione vitale per la Trion. Non mi sorprende che siano disposti a pagare cinquecento milioni di dollari in azioni. Comunque, il mistero è finalmente risolto. Abbiamo trovato l'ultima tessera del mosaico. Abbiamo scoperto il segreto di AURORA.» Annuii rivolgendogli un'occhiata vacua, come se non me ne importasse un fico secco. «È valsa la pena di inscenare tutta questa farsa, di investirvi tutti quei soldi» continuò. «I grossi problemi che abbiamo affrontato per inserirla nella Trion, l'addestramento, le misure di sicurezza. Le spese, i rischi enormi... ne è davvero valsa la pena.» Inclinò il bicchiere verso Judith, che sorrise orgogliosa. «Ti devo il mio successo» dichiarò Nick. E io non conto niente? pensai. «Ora, voglio che apra bene le orecchie» disse Wyatt. «Perché la posta in gioco è altissima, e desidero che capisca l'importanza della questione. Pare che la Trion Systems abbia compiuto il maggior progresso tecnologico dopo l'invenzione del circuito integrato. Hanno risolto un problema che assilla molti di noi da anni. Hanno appena cambiato il corso della storia.» «È sicuro di volermi mettere al corrente?» «Oh, voglio che prenda appunti. È un ragazzo sveglio. Ascolti con molta attenzione. L'era del chip di silicio è terminata. La Trion è riuscita chissà come a sviluppare un chip ottico.» «E allora?» Mi fissò con infinito disprezzo. Judith si affrettò a intervenire in tono serio, come per coprire la mia gaffe. «La Intel ha speso miliardi cercando di

trovare una soluzione. Il Pentagono ci lavora da oltre dieci anni. Sanno che rivoluzionerebbe i loro sistemi di navigazione aerea e missilistica, perciò darebbero qualsiasi cosa per mettere le mani su un chip ottico funzionante.» «L'optochip» riprese Wyatt «elabora segnali ottici - luminosi - anziché elettronici usando una sostanza detta fosfuro di indio.» Ricordai di aver letto qualcosa su quel composto nei dossier di Camilletti. «È il materiale che utilizzano per costruire i laser.» «La Trion si è accaparrata quel mercato. È questa la notizia bomba. Hanno bisogno del fosfuro di indio per il semiconduttore del chip. Questo prodotto è in grado di supportare velocità di trasferimento dati molto più alte dell'arseniuro di gallio.» «Non la seguo» confessai. «Che cos'ha di tanto speciale quella roba?» «L'optochip ha un modulatore capace di commutare i segnali a cento gigabyte al secondo.» Battei le palpebre. Per me era arabo. Judith lo guardava rapita. Mi chiesi se ci avesse capito qualcosa. «Questo è il maledetto Santo Graal. Lasci che glielo spieghi in termini più semplici. Una singola particella di optochip del diametro pari a un centesimo di quello di un capello umano sarà in grado di gestire contemporaneamente tutto il traffico telefonico, informatico, satellitare e televisivo di una società. O forse ci arriva se glielo spiego così, amico: con il chip ottico, potrà scaricare un film di due ore in formato digitale in un ventesimo di secondo, chiaro? Cazzo, questo è un enorme passo avanti per l'industria, per i computer, i palmari, i satelliti, la trasmissione via cavo e compagnia bella. L'optochip permetterà ad aggeggi come questo» sollevò il suo Lucid «di ricevere immagini televisive prive di sfarfallio. È di gran lunga superiore a qualsiasi tecnologia esistente. È capace di velocità più elevate, richiedendo una tensione molto minore, una minore perdita di segnale, minori livelli di calore... è sorprendente. È la gallina dalle uova d'oro.» «Eccellente» osservai pacato. Cominciando a intuire la portata delle mie azioni, ora mi sentivo un traditore della Trion, la serpe che Jock Goddard aveva covato in seno. Avevo appena servito su un piatto d'argento all'odioso Nick Wyatt la più preziosa e rivoluzionaria tecnologia dopo la nascita della TV a colori. «Sono contento di esserle stato d'aiuto.» «Voglio tutte le dannate specifiche» aggiunse Wyatt. «Voglio il prototipo. Voglio le domande di brevetto, le annotazioni del laboratorio, tutto quello che hanno.»

«Non so che cos'altro potrò recuperare» azzardai. «Ecco, a meno di intrufolarmi al quinto piano...» «Oh, anche quello, amico. Anche quello. L'ho messa nella posizione più vantaggiosa possibile. Lavora alle dirette dipendenze di Jock Goddard, è uno dei suoi principali collaboratori, può accedere a qualsiasi cosa.» «Non è così semplice. Lo sa.» «Ricopre un incarico di fiducia, Adam» si intromise Judith. «Ha accesso a numerosi progetti.» «Non voglio che mi nasconda neanche il minimo dettaglio» interloquì Wyatt. «Non voglio nasconderle...» «Era all'oscuro dei licenziamenti, vero?» «Le ho detto che avrebbero fatto un annuncio importante. Non sapevo nient'altro all'epoca.» «"All'epoca"» ripeté stizzito. «Lei ha saputo del ridimensionamento prima della CNN, stronzo. Perché non mi ha dato quell'informazione? Devo guardare la CNBC per venire a sapere dei tagli alla Trion, quando ho una talpa nel maledetto ufficio dell'amministratore delegato?» «Io non...» «Ha installato una cimice nel PC del responsabile del settore finanziario. Che fine ha fatto?» Il suo volto troppo abbronzato era più scuro del solito, gli occhi iniettati di sangue. Mi schizzò di saliva. «Ho dovuto toglierla.» «Toglierla?» chiese incredulo. «Perché?» «La Sicurezza ha trovato l'aggeggio che avevo piazzato alle Risorse umane e ha cominciato a setacciare l'azienda, perciò ho dovuto essere prudente. Avrei potuto compromettere ogni cosa.» «Per quanto tempo la cimice è rimasta là dentro?» mi incalzò. «Poco più di un giorno.» «Un giorno è più che sufficiente.» «No... be', quel coso doveva essere guasto» balbettai. «Non so che cosa sia successo.» A essere sincero, non sapevo perché avessi mentito. Forse perché il Keyghost mi aveva rivelato che era stato Camilletti a contattare il «Wall Street Journal», e non volevo mettere Wyatt a conoscenza di tutte le questioni private di Goddard. Non l'avevo programmato. «Guasto? Ho i miei dubbi. Voglio che quella cimice sia nelle mani di Arnie Meacham entro domani sera affinché i suoi tecnici possano esami-

narla. E mi creda, quei tizi capiranno subito se l'ha manomessa. O se non l'ha mai installata. Cazzo, se mi ha raccontato una frottola, è morto.» «Adam» intervenne Judith «è fondamentale essere del tutto franchi e onesti. Non ci nasconda niente. Troppe cose potrebbero andare storte. Lei non riesce a vedere il quadro generale.» Scossi la testa. «Non ce l'ho. Ho dovuto sbarazzarmene.» «Sbarazzarsene?» mi fece eco Wyatt. «Ero... ero con l'acqua alla gola, la Sicurezza stava perquisendo gli uffici, e ho pensato che fosse meglio rimuovere quell'affare e buttarlo in un cassonetto un paio di isolati più in là. Non volevo mandare a monte l'intera operazione per una cimice rotta.» Wyatt mi fissò per qualche secondo. «Non ci tenga mai all'oscuro di niente, ha capito? Mai. Ora, apra bene le orecchie. Fonti affidabili ci hanno riferito che Goddard terrà un'importante conferenza stampa nella sede della Trion fra due settimane. Un'importante conferenza stampa, una notizia che scotta. Stando alle e-mail che mi ha consegnato, sono sul punto di annunciare il lancio del chip ottico.» «Non lo faranno finché non avranno depositato tutti i brevetti, giusto?» replicai. Avevo eseguito qualche piccola ricerca notturna in Internet. «Sono sicuro che i suoi tirapiedi hanno controllato tutte le domande della Trion all'ufficio brevetti degli Stati Uniti.» «Frequenta la facoltà di giurisprudenza nei ritagli di tempo?» ribatté Wyatt abbozzando un sorriso. «La domanda all'ufficio brevetti si presenta il più tardi possibile, stronzo, per evitare violazioni o divulgazioni premature. Aspetteranno fino a poco prima dell'annuncio. Fino ad allora la proprietà intellettuale resta un segreto commerciale. In altre parole, la caccia alle specifiche rimarrà aperta finché presenteranno la domanda, il che accadrà in qualsiasi momento dei prossimi quindici giorni. Il tempo stringe. Non voglio che dorma, che riposi neppure per un fottuto attimo finché non avrà scoperto ogni minimo maledetto dettaglio sul chip ottico, intesi?» Accigliato, annuii. «Ora, se vuole scusarci, gradiremmo ordinare.» Mi alzai e andai alla toilette. Quando uscii dal séparé, un tipo mi superò lanciandomi un'occhiata. Il panico mi assalì. Mi voltai e raggiunsi il parcheggio attraversando di nuovo il salottino. Non ne ero sicuro al cento per cento, ma l'uomo nell'atrio assomigliava molto a Paul Camilletti.

Capitolo 62 C'era qualcuno nel mio ufficio. Quando arrivai al lavoro il mattino successivo e li vidi da lontano (due uomini, uno più vecchio e uno più giovane), mi paralizzai. Erano le sette e mezzo, e per qualche motivo Jocelyn non era alla sua scrivania. In un attimo la mia mente vagliò una serie di possibilità, una più spaventosa dell'altra. La Sicurezza aveva trovato qualcosa. Oppure mi avevano licenziato e stavano sgombrando il mio tavolo. Oppure mi avrebbero arrestato. Avvicinandomi, cercai di dissimulare il nervosismo. «Che cosa succede?» chiesi in tono allegro, come se quei tizi fossero amici che erano passati per una visita. Il più anziano prendeva appunti su un portablocco, mentre l'altro era chino sul computer. «Sicurezza, signore. Ci ha fatto entrare la sua segretaria, la signorina Chang» rispose il primo, capelli grigi, baffi spioventi e occhiali senza montatura. «Qual è il problema?» «Stiamo ispezionando tutto il settimo piano, signore. Non so se ha ricevuto l'avviso riguardo all'intrusione nella divisione Risorse umane.» Tutto qui? Provai un senso di sollievo. Ma solo per qualche secondo. E se avessero scovato qualcosa nella mia scrivania? Avevo chiuso qualcuna delle mie attrezzature spionistiche in un cassetto o nell'archivio? Mi ero imposto di non lasciare niente lì. Ma se avessi commesso un errore? Avevo tanti pensieri per la testa che avrei potuto dimenticare qualcosa per sbaglio. «Grandioso» commentai. «Sono contento che siate qui. Non avete trovato niente, vero?» Vi fu un attimo di silenzio. Il più giovane alzò gli occhi dal PC e tacque. «No, signore, non ancora» disse l'altro. «Non volevo sottintendere di essere per forza io il bersaglio» aggiunsi. «Diamine, non sono così importante. Mi riferivo a tutto il piano, agli uffici dei pezzi grossi.» «Non dovremmo parlarne, ma no, signore, non abbiamo trovato niente. Però non significa che non possa accadere.» «Il mio computer è pulito?» domandai al suo collega. «Finora non sono emersi dispositivi o cose simili» rispose. «Ma dovremo eseguire alcuni controlli diagnostici. Può entrare nel sistema?» «Certo.» Non avevo spedito alcuna e-mail incriminante da questo PC,

vero? Be', sì. Avevo scritto a Meacham usando Hushmail. Anche se il messaggio non fosse stato criptato, non avrebbe però rivelato granché. Ero sicuro di non aver salvato alcun file sospetto. Su questo non avevo dubbi. Feci il giro del tavolo e digitai la password. Furono entrambi tanto discreti da distogliere lo sguardo. «Chi ha accesso al suo ufficio?» mi chiese il più anziano. «Soltanto io e Jocelyn.» «E l'impresa di pulizie» osservò. «Immagino di sì, ma non li incrocio mai.» «Non li ha mai incrociati?» ripeté scettico. «Ma lavora fino a tardi, giusto?» «Loro arrivano ancora più tardi.» «E la corrispondenza interna? Che lei sappia, i fattorini entrano mai qui quando lei non c'è?» Scossi la testa. «Finisce tutto sulla scrivania di Jocelyn. Non mi consegnano mai niente di persona.» «Qualcuno della Divisione informatica ha mai riparato il suo PC o il suo telefono?» «Non che io sappia.» «Ha ricevuto qualche e-mail strana?» si intromise l'altro. «Strana...?» «Da mittenti sconosciuti, con allegati o roba del genere.» «Non ricordo.» «Ma usa altri servizi di posta elettronica, giusto? Insomma, diversi da quello della Trion.» «Sì.» «Ha mai utilizzato questo computer per accedervi?» «Sì, credo di sì.» «E le arrivano mai messaggi anomali su qualcuno di quegli account?» «Be', ricevo continuamente dello spam, come chiunque altro. Sa, Viagra, "Come allungarlo di sette centimetri" o ragazze che se la fanno con gli animali.» Pareva che nessuno dei due avesse molto senso dell'umorismo. «Ma li cancello tutti.» «Ci vorranno solo cinque o dieci minuti, signore» annunciò il più giovane inserendo un disco nell'unità CDROM. «Magari può andare a bere un cappuccino.»

A dire il vero, avevo una riunione, così li lasciai nel mio ufficio, anche se controvoglia, e mi diressi verso la Plymouth, una delle sale conferenze più piccole. Mi puzzava che mi avessero interrogato sugli account esterni. Era un cattivo segno. E me la facevo sotto dalla paura. E se avessero deciso di riesumare tutti i miei messaggi? Avevo constatato quanto fosse facile. E se avessero scoperto che avevo richiesto le copie delle comunicazioni di Camilletti? Si sarebbero insospettiti? Passando accanto all'ufficio di Goddard, notai che lui e Flo non c'erano (sapevo che Jock era alla riunione). Poi incontrai Jocelyn che portava una tazza di caffè con la scritta SONO ANDATA FUORI DI TESTA - TORNO TRA CINQUE MINUTI. «Gli scagnozzi della Sicurezza sono ancora alla mia scrivania?» mi domandò. «Adesso sono da me» la informai senza fermarmi. Mi rivolse un lieve cenno della mano. Capitolo 63 Goddard e Camilletti sedevano a un piccolo tavolo rotondo insieme con il responsabile delle operazioni Jim Colvin, il direttore delle Risorse umane Jim Sperling e un paio di donne che non conoscevo. Sperling, un nero con la barba cortissima ed enormi occhiali dalla montatura metallica, parlava di «bersagli strategici», espressione che, ipotizzai, indicava il personale da tagliare. Non indossava un lupetto alla Jock Goddard, ma ci era andato molto vicino: giacca sportiva e polo scura. Soltanto Colvin portava un normale completo con la cravatta. La giovane e bionda assistente di Sperling mi passò alcuni fogli su cui erano elencati le sezioni e i poveri diavoli che erano candidati al licenziamento in tronco. Scorrendoli rapidamente, notai che il team Maestro non compariva. Allora gli avevo salvato il lavoro, dopo tutto. Poi vidi una lista di collaboratori del Marketing nuovi prodotti, tra cui Phil Bohjalian. Avrebbero buttato fuori il veterano. Chad e Nora non figuravano, ma Phil era stato preso di mira. Doveva essere stata Nora. Ciascun responsabile e vicepresidente aveva ricevuto l'ordine di stilare una classifica dei suoi subordinati e di rinunciare ad almeno uno su dieci. Evidentemente Nora aveva deciso di liquidare Phil.

Questa era praticamente una riunione pro forma. Sperling presentò l'elenco, illustrando i «vantaggi commerciali» che sarebbero scaturiti dall'eliminazione delle «posizioni» designate, e seguì una breve discussione. Goddard pareva abbattuto; Camilletti sembrava concentratissimo, persino un po' emozionato. Quando Sperling arrivò al Marketing nuovi prodotti, Goddard mi interpellò con lo sguardo. «Posso prendere la parola?» chiesi. «Oh, certo» rispose Sperling. «Qui c'è un nome, Phil Bohjalian. Lavora per l'azienda da venti o ventun anni.» «È anche in fondo alla graduatoria» commentò Camilletti. Mi domandai se Goddard gli avesse accennato qualcosa riguardo al «Wall Street Journal». L'atteggiamento di Paul, irritante come al solito, non lasciava trapelare nulla. «Inoltre, data la sua permanenza all'interno della società, i suoi contributi ci costano un occhio della testa.» «Be', avrei qualcosa da ridire sulla sua valutazione» insistetti. «So come lavora, e credo che il giudizio su di lui dipenda piuttosto dal suo stile interpersonale.» «Stile» mi fece eco Camilletti. «A Nora Sommers non piace la sua personalità.» Certo, Phil non era esattamente un mio amico, ma non poteva nuocermi in alcun modo, e mi dispiaceva per lui. «Be', se si tratta solo di incompatibilità caratteriale, questo è un abuso del sistema di classificazione» osservò Jim Sperling. «Vuol dire che Nora Sommers sta abusando del sistema?» Vidi con chiarezza come sarebbe potuta andare a finire. Avrei potuto salvare il posto di Phil Bohjalian e liberarmi di Nora, prendendo due piccioni con una fava. Fui molto tentato di sputare il rospo e tagliare la gola a Nora. Nessuno dei presenti ne avrebbe fatto un dramma. La voce sarebbe giunta a Tom Lundgren, che probabilmente non avrebbe mosso un dito per difenderla. Anzi, se Goddard non mi avesse strappato dalle grinfie di Nora, il nome sull'elenco sarebbe senza dubbio stato il mio, non quello di Phil. Goddard e Sperling mi fissavano con intensità. Gli altri prendevano appunti. «No» dissi finalmente. «Non penso che stia abusando del sistema. È soltanto un'antipatia istintiva. Credo che lavorino sodo entrambi.» «D'accordo» acconsentì Sperling. «Possiamo continuare?» «Ascolti» intervenne Camilletti «intendiamo licenziare quattromila di-

pendenti. Non possiamo passarli in rassegna uno a uno.» Annuii. «Naturalmente.» «Adam» si intromise Goddard. «Mi faccia un favore. Ho dato a Flo la mattinata libera. Le dispiace andare a prendere il mio... mmh... palmare? L'ho dimenticato in ufficio.» Gli brillavano gli occhi. Si riferiva all'agendina nera, e colsi l'ironia della sua battuta. «Niente affatto» risposi deglutendo forte. «Torno subito.» La porta di Goddard non era chiusa a chiave. Il libretto nero era sulla scrivania spoglia e ordinata, accanto al computer. Sedutomi sulla poltrona, mi guardai intorno: le fotografie incorniciate di Margaret, la moglie dai capelli bianchi che sembrava sua nonna, e un'immagine della casa sul lago. Nessuna foto del figlio Elijah, notai: probabilmente un ricordo troppo doloroso. Ero solo nell'ufficio di Jock, e Flo aveva la mattinata libera. Per quanto sarei potuto rimanere senza che Goddard si insospettisse? Avevo abbastanza tempo per accedere al suo PC? E se Flo fosse tornata mentre ero lì dentro...? No. Un rischio eccessivo. Questo era l'ufficio dell'amministratore delegato, e con molta probabilità la gente andava e veniva di continuo. Non potevo dedicare più di due o tre minuti a questo incarico: Goddard si sarebbe chiesto dove fossi finito. Forse avrebbe pensato che avessi fatto tappa alla toilette prima di recuperare il taccuino: quello avrebbe potuto giustificare un'assenza di cinque minuti, non di più. Ma probabilmente non avrei mai più avuto una simile opportunità. Affrettandomi ad aprire il libricino logoro, vidi numeri telefonici, scarabocchi a matita accanto ai giorni... finché, all'interno della copertina posteriore, lessi a chiare lettere «GODDARD» e, lì sotto, «28658». Doveva essere la sua password. Sopra quei cinque numeri, la scritta «28GIU58» era cancellata con una croce. Studiando le due serie di caratteri, mi accorsi che erano entrambe date, anzi che erano la medesima data: 28 giugno 1958. Evidentemente un giorno importante per Goddard. Non sapevo perché. Magari era la data del suo matrimonio. Ed entrambe le varianti erano senza dubbio parole d'ordine. Agguantai una penna e un pezzo di carta e copiai la password e il nome utente. Ma perché non copiare tutta l'agenda? Avrebbe potuto contenere altre informazioni interessanti.

Richiudendomi la porta alle spalle, raggiunsi la fotocopiatrice dietro la scrivania di Flo. «Sta cercando di rubarmi il lavoro, Adam?» mi giunse la voce dell'assistente amministrativa. Voltandomi, vidi Flo con un sacchetto di Saks, il grande magazzino sulla 5a Strada. Mi fissava con un'espressione furiosa. «'Giorno, Flo» replicai con disinvoltura. «No, stia tranquilla. Stavo solo prendendo una cosa per Jock.» «Bene. Perché sono qui da più tempo, e mi dispiacerebbe far pesare il mio grado su di lei.» Lo sguardo le si ammorbidì, e un sorriso dolce le illuminò il viso. Capitolo 64 Quando la riunione terminò, Goddard mi si avvicinò cingendomi le spalle. «Mi è piaciuto il suo comportamento» mormorò. «A che cosa si riferisce?» Percorremmo il corridoio fino al suo ufficio. «Alla sua generosità nei confronti di Nora Sommers. So che cosa pensa di Nora. So che cosa pensa Nora di lei. Liberarsene sarebbe stata la cosa più facile del mondo e, francamente, non avrei opposto molta resistenza.» La sua affettuosità mi mise un po' a disagio, ma sorrisi abbassando la testa. «Mi è parsa la cosa giusta da fare» spiegai. «"Quei che han potere a ferire e mai non vogliono"» recitò «"giustamente posseggono i favori del cielo." Shakespeare. In termini moderni, quando hai il potere di fregare gli altri e non lo fai... be', è quello il momento in cui dimostri chi sei davvero.» «Già.» «E chi è il tipo cui ha salvato il lavoro?» «Solo un addetto al marketing.» «Un suo amico?» «No. Non credo neppure che provi molta simpatia per me. Credo solo che sia un dipendente leale.» «Le fa onore.» Mi strinse la spalla con energia. Guidandomi verso la sua porta, si fermò per un attimo davanti alla scrivania di Flo. «'Giorno, tesoro» la salutò. «Voglio vedere il vestito della cresima.» Sorridendo, Flo aprì il sacchetto di Saks, ne estrasse un abito da bambina di seta bianca e lo sollevò con orgoglio.

«Meraviglioso» commentò Goddard. «Semplicemente meraviglioso.» Mi accompagnò quindi nel suo ufficio e chiuse la porta. «Non ho ancora parlato con Paul» mi informò sedendosi «e non so se lo farò. Non l'ha raccontata a nessuno, vero? La faccenda del "Journal"?» «No.» «Continui a mantenere il segreto. Vede, io e Paul abbiamo qualche divergenza di opinione, e forse questo è il suo modo di scuotermi un po'. Magari pensava di aiutare l'azienda. Non lo so.» Un lungo sospiro. «Se sollevo l'argomento con lui... be', non voglio che la voce si sparga. Non voglio attriti. Abbiamo cose molto, molto più importanti su cui concentrarci in questi giorni.» «Okay.» Mi guardò di traverso. «Non sono mai stato all'Auberge, ma ho sentito dire che è fantastico. Che cosa ne pensa?» Avvampando, avvertii una stretta allo stomaco. Che iella, il tizio della sera prima era Camilletti. «Veramente, ho solo... ho solo bevuto un bicchiere di vino.» «Non indovinerà mai chi ha cenato lì la stessa sera» continuò. La sua espressione era indecifrabile. «Nicholas Wyatt.» Evidentemente Camilletti aveva chiesto un po' in giro. Anche solo cercare di negare che mi ero incontrato con Wyatt sarebbe stato un suicidio. «Oh, quello» replicai tentando di assumere un tono scocciato. «Da quando ho accettato il posto alla Trion, Wyatt mi sta addosso per...» «Oh, davvero?» mi interruppe. «Perciò non ha potuto rifiutare il suo invito, mmh?» «No, signore, non è così» protestai deglutendo a fatica. «Cambiare lavoro non significa dover scaricare i vecchi amici, suppongo» asserì. Scossi la testa aggrottando la fronte. La mia faccia stava diventando rossa come quella di Nora. «A essere sincero, non è questione di amicizia...» «Oh, so come funziona» proseguì. «L'altro ti convince a vederlo in nome dei vecchi tempi, e tu non vuoi essere scortese, poi lui esagera...» «Sa che non intendevo...» «Certo che no, certo che no» borbottò. «Lei non è il tipo. Per favore. So inquadrare le persone. Mi piace considerarlo uno dei miei punti di forza.» Di nuovo nel mio ufficio, sedetti alla scrivania, scosso. Il fatto che Camilletti avesse riferito a Goddard di avermi visto all'Au-

berge con Wyatt significava a dir poco che il responsabile del settore finanziario dubitava delle mie intenzioni. Come minimo, doveva aver creduto che mi lasciassi vezzeggiare e corteggiare dal mio ex capo. Con molta probabilità, essendo Camilletti, aveva tuttavia tratto conclusioni più fosche. Era un disastro totale. Mi domandai inoltre se Goddard reputasse davvero innocente quell'episodio. «So inquadrare le persone» si era vantato. Era così ingenuo? Non sapevo che cosa pensare. Era però chiaro che da allora in avanti avrei dovuto pararmi il culo con molta attenzione. Traendo un profondo respiro, mi premetti forte i polpastrelli sugli occhi chiusi. A prescindere da tutto, dovevo continuare a sgobbare. Dopo qualche minuto condussi una breve ricerca sul sito web della Trion e scoprii il nome di chi dirigeva la divisione Proprietà intellettuale dell'ufficio legale. Bob Frankenheimer, cinquantaquattro anni, alla Trion da otto. In precedenza aveva lavorato come avvocato alla Oracle, e ancor prima da Wilson & Sonsini, un grosso studio legale della Silicon Valley. Dalla foto, si sarebbe detto che era in grave sovrappeso, con scuri capelli ricciuti, un velo di barba e occhiali spessi. Il tipico sfigato. Gli telefonai dalla mia scrivania, perché volevo vedesse l'identificativo, volevo vedesse che chiamavo dall'ufficio dell'amministratore delegato. Rispose con voce sorprendentemente dolce, come il DJ di una trasmissione radiofonica notturna di soft rock. «Signor Frankenheimer, qui è Adam Cassidy, assistente esecutivo di Jock Goddard.» «Come posso aiutarla?» mi chiese, dandomi l'impressione di essere davvero disponibile. «Vorremmo rivedere tutte le domande di brevetto della sezione treventidue.» Era una mossa audace, e senza dubbio rischiosa. E se l'avesse spifferato a Goddard? Sarebbe stato quasi impossibile giustificarmi. Una lunga pausa. «Il progetto AURORA.» «Giusto» confermai con nonchalance. «So che qui dovremmo avere tutte le copie su file, ma ho trascorso le ultime due ore a cercarle dappertutto e non sono riuscito a trovarle, e Jock è davvero arrabbiato.» Abbassai la voce. «Sono nuovo qui... ho cominciato da poco... e non voglio passare un guaio.» Un'altra pausa. La voce di Frankenheimer parve all'improvviso più fredda, meno gentile, come se avessi premuto il pulsante sbagliato. «Perché si

è rivolto a me?» Non capivo che cosa intendesse, ma era chiaro che avevo appena fatto una gaffe. «Perché credo sia l'unica persona in grado di salvarmi il posto» risposi con una lieve risatina caustica. «Pensa che conserviamo le copie qui?» domandò sbrigativo. «Be', allora sa dove sono le copie delle domande?» «Signor Cassidy, ho un team interno formato da sei avvocati di prim'ordine che sanno risolvere quasi qualunque problema gli si sottoponga. Ma le domande di AURORA? Oh, no. Quelle devono essere gestite da un legale esterno. Perché? A quanto si dice, per ragioni di "sicurezza aziendale".» La sua voce si alzava sempre di più, assumendo un tono davvero incazzato. «"Sicurezza aziendale." Forse perché i legali esterni garantiscono maggiore sicurezza del personale della Trion. Perciò le chiedo: come definisce questo comportamento?» Non sembrava più tanto dolce. «Poco corretto» risposi. «Ma allora chi si occupa delle domande?» Frankenheimer espirò. Era un uomo rancoroso, furibondo, il candidato ideale all'infarto. «Vorrei saperlo. Ma evidentemente non si fidano nemmeno a comunicarci questa informazione. Che cosa dicono i nostri badge? "Comunicazione aperta"? Mi piace. Credo che lo farò stampare sulle magliette per le Olimpiadi aziendali.» Dopo aver riagganciato, andai alla toilette passando accanto all'ufficio di Camilletti, e rimasi di stucco. Seduto nella stanza, un'espressione greve in volto, vi era il mio vecchio amico. Chad Pierson. Non volendo che mi scorgessero da una delle vetrate, allungai il passo, anche se non avevo idea del perché non volessi essere visto. Ormai agivo per istinto. Gesù, Chad conosceva Camilletti? Non me l'aveva mai detto e, data la sua modestia e la sua umiltà, sembrava proprio il genere di notizia che avrebbe gridato ai quattro venti. Non mi venne in mente alcun motivo lecito (o quanto meno innocente) per cui quei due dovessero incontrarsi. Era anche da escludere che la ragione del colloquio fosse di natura sociale: Camilletti non avrebbe mai perso tempo con una nullità come Chad. L'unica spiegazione plausibile era quella che temevo di più: Pierson aveva portato i suoi sospetti su di me fino ai vertici, o il più vicino possibile ai vertici. Ma perché Camilletti?

Senza dubbio Chad ce l'aveva con me e, una volta saputo dell'arrivo di un neoassunto proveniente dalla Wyatt Telecom, aveva probabilmente spremuto Kevin Griffin nel tentativo di scoprire gli scheletri nel mio armadio. Ed era stato fortunato. Ma ne aveva scoperti davvero? Insomma, che cosa sapeva veramente Kevin Griffin su di me? Aveva sentito qualche voce, qualche pettegolezzo; avrebbe potuto sostenere di sapere qualcosa riguardo ai miei trascorsi alla Wyatt. Lui stesso non aveva però una reputazione immacolata. Qualunque cosa la Sicurezza della Wyatt avesse raccontato alla Trion, quest'ultima ci aveva creduto, altrimenti non si sarebbe sbarazzata di Kevin tanto in fretta. Dunque, Camilletti avrebbe davvero prestato ascolto ad accuse di seconda mano mosse da una fonte discutibile, un possibile verme come Kevin Griffin? D'altro canto... ora che mi aveva visto a cena con Wyatt in un ristorante isolato, forse sì. Cominciava a farmi male lo stomaco. Mi domandai se mi stesse venendo l'ulcera. In tal caso, quello sarebbe stato il minore dei miei problemi. Capitolo 65 Il barbecue di Goddard era fissato per il giorno successivo, un sabato. Impiegai un'ora e mezza per arrivare alla casa sul lago, percorrendo soprattutto anguste strade secondarie. Durante il tragitto commisi l'errore di telefonare a papà con il cellulare. Parlai un po' con Antwoine, quindi con mio padre, che, sbuffando e ansimando, mi ordinò con la sua consueta affabilità di raggiungerlo subito. «Non posso, papà» gli dissi. «Ho un pranzo di lavoro.» Non volevo confessargli che avrei partecipato a un barbecue nella villa di campagna dell'amministratore delegato. La mia mente passò al vaglio le possibili reazioni di Francis Cassidy e andò in sovraccarico. Vi era la tirata sulla corruzione degli alti dirigenti, la tirata su Adam il leccaculo patetico, la tirata del non sai chi sei, la tirata sui ricchi che ti sbattono in faccia i loro soldi, la tirata del perché non vuoi trascorrere un po' di tempo con un povero moribondo... «Hai bisogno di qualcosa?» gli chiesi, sapendo che non l'avrebbe mai ammesso.

«Non ho bisogno di niente» rispose stizzito. «Non se sei troppo occupato.» «Vengo domani mattina, okay?» Tacque per comunicarmi che l'avevo fatto incazzare, quindi mi passò Antwoine. Il vecchio era tornato lo stronzo di sempre. Riagganciai quando giunsi alla casa. Vi era una semplice insegna di legno su un palo, soltanto GODDARD e un numero. Poi un lungo sentiero sconnesso di terriccio che serpeggiava tra un fitto bosco, allargandosi all'improvviso in un ampio vialetto circolare disseminato di scricchiolanti valve di mollusco frantumate. Un ragazzo con la camicia verde fungeva da parcheggiatore temporaneo. Gli porsi le chiavi della Porsche con riluttanza. La villa era un disarmonico e accogliente edificio ricoperto di assicelle grigie che sembrava essere stato costruito verso la fine dell'Ottocento o giù di lì. Sorgeva su un dirupo affacciato sul lago, con quattro panciuti camini di pietra e l'edera che si arrampicava sui muri. Davanti, vi erano un immenso prato irregolare che profumava di erba appena rasata e, ogni tanto, massicce querce antiche e pini nodosi. Venti o trenta persone in calzoncini e maglietta erano sparpagliate qua e là con i drink in mano. Alcuni bambini correvano avanti e indietro urlando, giocando, tirandosi la palla. La graziosa biondina seduta al tavolo davanti alla veranda mi sorrise, recuperò il cartellino con il mio nome e me lo consegnò. Il clou sembrava essere sull'altro lato della casa, il prato posteriore che si inclinava dolcemente fino a un molo di legno sull'acqua. Lì la folla era più fitta. Mi guardai intorno alla ricerca di un viso familiare, ma non ne scorsi nessuno. Mi si avvicinò una robusta donna sulla sessantina con un caffettano bordeaux, il viso rugoso e i capelli candidi. «Sembra spaesato» mi disse in tono gentile. Aveva la voce roca e profonda, e il suo volto era pittoresco e segnato dalle intemperie quanto la villa. Intuii subito che era la moglie di Goddard. Era brutta come mi aspettavo. Mordden aveva ragione: assomigliava davvero a un cucciolo di shar-pei. «Sono Margaret Goddard. E lei deve essere Adam.» Le tesi la mano, lusingato che mi avesse in qualche modo riconosciuto, finché ricordai di avere il nome scritto sulla T-shirt. «Piacere, signora Goddard» replicai. Non mi corresse, non mi pregò di chiamarla Margaret. «Jock mi ha par-

lato molto di lei.» Annuì e mi tenne la mano a lungo, sgranando gli occhietti marroni. Pareva colpita, a meno che non fosse soltanto uno scherzo della mia immaginazione. Venne ancor più vicino. «Mio marito è un vecchio brontolone cinico, e non si stupisce con facilità. Dunque, lei deve essere bravo.» Un portico chiuso avvolgeva il retro della costruzione. Superai un paio di ricche grigliate creole con pennacchi di fumo che salivano dalla carbonella accesa. Due ragazze in divisa bianca cucinavano bistecche, hamburger e fette di pollo sfrigolanti. Poco distante era stato allestito un lungo bancone coperto da un'immacolata tovaglia di lino, dove due giovani in età da college versavano birre, bibite e cocktail in bicchieri di plastica trasparente. A un altro tavolo, un tizio sgusciava ostriche e le adagiava su un letto di ghiaccio. Dirigendomi verso la veranda, iniziai a intravedere qualche viso noto, soprattutto pezzi grossi della Trion con i rispettivi figli e coniugi. Nancy Schwartz, vicepresidente anziano dell'unità Soluzioni commerciali, una donnina dai capelli scuri e dall'aria preoccupata che indossava la maglietta arancione fosforescente delle Olimpiadi aziendali dell'anno prima, disputava una partita di croquet con Rick Durant, il responsabile del marketing, alto, snello e abbronzato, la chioma nera appena messa in piega. Avevano entrambi un'espressione accigliata. Flo, l'assistente amministrativa di Goddard, portava un'audace tunica hawaiana a fiori e svolazzava qua e là come se fosse lei la padrona di casa. Intravidi quindi Alana, i pantaloncini bianchi che mettevano in risalto le lunghe gambe brune. Incrociò il mio sguardo nello stesso istante, e i suoi occhi sembrarono illuminarsi. Pareva sorpresa. Prima di girarsi, mi rivolse un sorriso e un cenno rapido e furtivo. Non avevo idea di che cosa significasse, se mai significasse qualcosa. Forse voleva essere discreta riguardo alla nostra relazione, in conformità alla vecchia regola che prescrive di non pescare nell'acquario della società per cui lavori. Oltrepassai il mio ex capo, Tom Lundgren, che indossava una di quelle orrende T-shirt da golf a righe grigie e rosa carico. Stringendo una bottiglia d'acqua, ne strappò nervosamente l'etichetta in un lungo nastro perfetto, mentre, con un sorriso stampato in faccia, ascoltava un'avvenente nera che con molta probabilità era Audrey Bethune, vicepresidente e responsabile del team Guru. Alle spalle di Lundgren vi era una donna che doveva essere sua moglie, con un'identica mise da golf e la faccia rossa e screpolata quasi quanto quella del marito. Un bambino malfermo la teneva per il

gomito piagnucolando con una vocetta stridula. Una quindicina di metri più in là, Goddard rideva con un gruppetto di persone dall'aria familiare. Beveva una birra e portava una camicia azzurra con i bottoni sul colletto e le maniche arrotolate, un paio di calzoni cachi con il risvolto e la piega impeccabile, una cintura blu scuro a righe e mocassini marroni di pelle martellata. L'incarnazione del raffinato barone di campagna. Si chinò su una bimba ed estrasse magicamente una moneta dal suo orecchio. La piccina strillò per lo stupore. Quando Goddard le porse il soldino, scappò via urlando entusiasta. Jock pronunciò qualche altra parola, e i suoi ascoltatori risero come se fosse Jay Leno, Eddie Murphy e Rodney Dangerfield tutti insieme. Al suo fianco vi era Paul Camilletti, jeans sbiaditi ben stirati e camicia bianca, anch'essa con le maniche arrotolate. Lui sì che aveva ricevuto il memorandum sull'abbigliamento più consono, anche se a me non era mai arrivato (avevo scelto una polo e un paio di pantaloncini cachi). Di fronte a Camilletti vi era Jim Colvin, il responsabile delle operazioni, le terree gambe simili a stecchini avvolte in bermuda grigi a tinta unita. Questa sì che era una sfilata di moda. Goddard alzò gli occhi, incontrò il mio sguardo e mi chiamò con un cenno. Appena mi avviai verso di lui, qualcuno sbucò dal nulla e mi afferrò il braccio. Nora Sommers, con una maglia rosa dal colletto alzato e calzoncini sabbia troppo grandi, pareva felicissima di vedermi. «Adam!» esclamò. «Che bello trovarla qui. Non è un posto incantevole?» Annuii sorridendo educatamente. «C'è anche sua figlia?» A un tratto sembrò imbarazzata. «Megan sta attraversando una fase difficile. Non vuole mai passare del tempo con me.» Che coincidenza, pensai, io sto attraversando la stessa identica fase. «Preferisce andare a cavallo con il padre piuttosto che sprecare un pomeriggio con la madre e i suoi noiosi colleghi.» Assentii. «Se vuole scusarmi...» «Ha dato un'occhiata alla collezione d'auto di Jock? È nel garage laggiù.» Indicò una costruzione simile a un granaio una decina di metri più in là. «Deve vederla. È splendida!» «Magari più tardi, grazie» replicai facendo un passo verso il gruppetto di Jock. Mi strinse il braccio ancora più forte. «Adam, volevo dirle che sono contentissima del suo successo. Il fatto che Jock voglia correre questo rischio, che voglia riporre la sua fiducia in lei, dimostra com'è fatto, vero? Sono

così felice per lei!» Ringraziandola con calore, mi liberai dai suoi artigli. Raggiunsi Goddard e restai educatamente in disparte finché, scorgendomi, mi chiamò agitando la mano. Mi presentò Stuart Lurie, il responsabile delle Soluzioni industriali, che mi strinse la mano alla maniera dei neri dicendo: «Piacere, amico». Era un uomo sulla quarantina, molto affascinante, con una calvizie incipiente e i capelli rasati sulle tempie cosicché sembrasse un taglio di tendenza. «Adam è il futuro della Trion» dichiarò Goddard. «Be', ehi, lieto di conoscere il futuro!» ribatté Lurie con una lievissima traccia di sarcasmo. «Non hai intenzione di tirare fuori una moneta anche dal suo orecchio, vero, Jock?» «Non è necessario» rispose Goddard. «Adam estrae di continuo conigli dal cilindro, giusto, Adam?» Mi cinse le spalle con il braccio, un gesto goffo, dato che ero molto più alto di lui. «Venga con me» bisbigliò. Mi guidò verso il portico. «Tra un po' si terrà la mia piccola cerimonia tradizionale» mi spiegò mentre salivamo i gradini di legno. Gli tenni aperta la porta a zanzariera. «Distribuisco qualche regalino, stupidi oggettini... è più che altro un gioco.» Sorrisi domandandomi perché me lo raccontasse. Dal portico, con i suoi antiquati mobili di vimini, entrammo nel guardaroba e infine nella porzione principale dell'edificio. Le larghe tavole di pino cigolarono sotto i nostri piedi. Le pareti erano tutte color crema, e ogni cosa pareva ospitale, allegra e luminosa. Nell'aria aleggiava l'odore indescrivibile delle case vecchie. Tutto pareva reale, caldo e accogliente. Era l'abitazione di un ricco senza pretese, pensai. Percorremmo un ampio corridoio superando un salotto con un grande caminetto di pietra, quindi svoltammo in un angusto passaggio piastrellato i cui lati erano zeppi di mensole traboccanti di coppe e altri ninnoli. Arrivammo infine in una stanzetta tappezzata di libri con un lungo tavolo al centro, su cui erano posati un computer, una stampante e diversi grossi scatoloni. Ovviamente, questo era lo studio di Goddard. «La vecchia borsite si fa risentire» si scusò additando le scatole piene di doni incartati. «Lei è un giovanotto aitante. Se fosse così gentile da portarli fuori, sul podio vicino al bar...» «Certo» gli assicurai dissimulando la delusione. Sollevai uno degli enormi scatoloni, che, oltre a essere pesante, era poco maneggevole, mal bilanciato e così alto che vedevo a malapena dove mettevo i piedi. «La accompagno fuori» si offrì Goddard. Lo seguii nello stretto corridoio. La scatola urtava le mensole, così dovetti alzarla e inclinarla per passa-

re. Sentii qualcosa che si muoveva. Vi fu un sonoro tonfo, un rumore di vetri infranti. «Oh, merda» mi lasciai sfuggire. Spostai lo scatolone per vedere che cosa fosse successo. Fissai il pavimento: dovevo aver rotto una coppa. Una decina di schegge dorate erano sparse sulle piastrelle. Era uno di quei trofei che sembrano di oro massiccio ma in realtà sono di ceramica dipinta o qualcosa di simile. «Oh Dio, mi dispiace» farfugliai posando la scatola e accovacciandomi per raccogliere i cocci. Ero stato molto attento, ma dovevo aver urtato l'oggetto, anche se non sapevo come. Goddard si guardò intorno impallidendo. «Non si preoccupi» mi rassicurò con voce forzata. Recuperai tutti i pezzetti che riuscii a trovare. Era (o meglio, era stata) una statuetta raffigurante un giocatore di football che correva. Vi erano il frammento di un casco, un pugno, un minuscolo pallone. Sulla base di legno era applicata una targhetta di ottone che diceva: CAMPIONATO 1995 - SCUOLA DI LAKEWOOD - ELIJAH GODDARD - QUATERBACK. Secondo Judith Bolton, Elijah Goddard era il figlio morto di Jock. «Jock» dissi «sono desolato.» Uno dei pezzetti seghettati mi procurò un doloroso taglio al palmo. «Le ho detto di non preoccuparsi» ripeté, la voce di acciaio. «Non è niente. Ora, coraggio, andiamo.» Stavo tanto male per aver distrutto quel ricordo di suo figlio da non sapere che cosa fare. Avrei voluto ripulire, ma non volevo farlo incazzare ancora di più. Questa era la fine della mia amicizia con il vecchio. La ferita alla mano stillava sangue. «La signora Walsh rimetterà tutto in ordine» disse in tono duro. «Forza, porti fuori i regali.» Andò in fondo al corridoio e scomparve da qualche parte. Nel frattempo sollevai la scatola e, muovendomi con estrema cautela, uscii lasciando una macchia di sangue sul cartone. Quando tornai per prendere il secondo scatolone, scorsi Goddard seduto su una poltrona in un angolo dello studio. Era curvo, la testa in ombra, e teneva tra le mani la base del trofeo. Esitai, indeciso sul da farsi, chiedendomi se dovessi andarmene e lasciarlo solo oppure portare a termine il mio compito fingendo di non averlo visto. «Era un ragazzo dolce» disse all'improvviso, così piano che in un primo momento credetti di averlo immaginato. Mi fermai. La sua voce era roca, bassa e flebile, poco più di un sussurro. «Un atleta, alto, con il petto largo,

come lei. E aveva la... dote della felicità. Quando entrava in una stanza, l'atmosfera si rallegrava. Faceva stare bene le persone. Era bello, era gentile, e aveva una... una scintilla negli occhi.» Alzò piano la testa e fissò un punto poco lontano. «Persino quando era piccolo non piangeva quasi mai, non faceva i capricci né...» La sua voce si smorzò, e rimasi immobile al centro del locale, paralizzato, limitandomi ad ascoltare. Mi ero appallottolato un tovagliolo nel pugno per assorbire il sangue, e lo sentivo diventare sempre più umido. «Le sarebbe piaciuto» proseguì Goddard. Guardava verso di me, ma non guardava me, come se al mio posto ci fosse suo figlio. «È vero. Voi ragazzi sareste diventati amici.» «Mi dispiace non averlo mai conosciuto.» «Gli volevano bene tutti. Era un ragazzo nato per rendere felici gli altri... aveva una scintilla, il più bel sor...» continuò con voce rotta. «Il più bel... sorriso...» Abbassò la testa, e le spalle gli tremarono. Dopo un minuto riprese: «Un giorno Margaret mi ha telefonato in ufficio. Urlava... l'aveva trovato in camera sua. Sono rientrato a casa, non riuscivo a ragionare... Elijah aveva abbandonato Haverford al primo anno... anzi, l'avevano buttato fuori perché i suoi voti erano peggiorati e non assisteva più alle lezioni. Ma non voleva discuterne. Avevo pensato che si drogasse, naturalmente, e ho cercato di parlargli, ma era come parlare con un muro. Dopo essere tornato a vivere qui, trascorreva quasi tutto il suo tempo chiuso in camera sua o uscendo con ragazzi che non conoscevo. In seguito, uno dei suoi amici mi ha riferito che aveva cominciato a fare uso di eroina all'inizio del primo anno. Non era un delinquente, era un individuo dolce, dotato, un bravo ragazzo... ma a un certo punto ha cominciato a... come si dice, a bucarsi? Ed è cambiato. La luce che aveva negli occhi si è spenta. Mentiva di continuo. Era come se tentasse di cancellare tutto ciò che era. Capisce che cosa voglio dire?». Alzò di nuovo gli occhi. Le lacrime gli rigavano il volto. Annuii. Passò qualche lento secondo prima che proseguisse. «Cercava qualcosa, suppongo. Aveva bisogno di qualcosa che il mondo non era in grado di dargli. O forse ci teneva troppo, così ha deciso di uccidere quella parte di sé.» La sua voce si arrochì ancora. «E poi tutto il resto.» «Jock» intervenni, desiderando che la smettesse. «Il medico legale ha stabilito che era morto di overdose. Era certo che era stato un gesto volontario, che Elijah sapeva che cosa stava facendo.» Si coprì gli occhi con una mano tozza. «Ti chiedi: "Che cosa avrei potuto fare

di diverso? Come ho fatto a rovinarlo?". Una volta l'ho persino minacciato di mandarlo in carcere. Abbiamo tentato di inserirlo in una comunità di recupero. Stavo per spedirlo laggiù, stavo per costringerlo ad andarci, ma non ne ho mai avuta l'opportunità. Continuavo a domandarmi: "Sono stato troppo rigido con lui, troppo severo? Oppure non sono stato abbastanza duro? Ero troppo assorbito nel lavoro?". Credo di sì. Ero troppo impegnato all'epoca. Cazzo, ero troppo occupato a costruire la Trion per essere un vero padre.» Ora mi guardava dritto in faccia, e lessi l'angoscia nei suoi occhi. Fu come una pugnalata allo stomaco. Ero sull'orlo delle lacrime. «Vai in ufficio e crei il tuo piccolo regno» aggiunse «perdendo di vista le cose importanti.» Batté le palpebre con veemenza. «Non voglio che le perda di vista anche lei, Adam. Mai.» Sembrava più piccolo e avvizzito, un uomo di cent'anni. «Giaceva sul letto tra la bava e il piscio come un neonato, e l'ho cullato tra le mie braccia come se fosse un bambino. Sa che cosa significa vedere il proprio figlio in una bara?» mormorò. Avevo la pelle d'oca, e dovetti distogliere lo sguardo. «Pensavo che non sarei mai più tornato al lavoro. Pensavo che non l'avrei mai superato. Margaret sostiene che non ci sono mai riuscito. Sono rimasto a casa per quasi due mesi. Non avevo più alcuna ragione di vita. Quando ti capita un fatto come questo, metti in dubbio il valore di ogni cosa.» Ricordandosi di avere un fazzoletto in tasca, lo tirò fuori e si asciugò il viso. «Ah, mi guardi» disse con un profondo sospiro e un risolino inatteso. «Guardi questo vecchio scemo. Alla sua età credevo che, quando avessi avuto gli anni che ho adesso, avrei scoperto il senso della vita.» Sorrise mesto. «Ma adesso ne so meno di prima. Oh, ho capito che cosa non è la vita. Ci sono arrivato per esclusione. Ho dovuto perdere un figlio per impararlo. Ti comperi una bella casa e un'auto di lusso, magari ti mettono sulla copertina di "Fortune", e tu pensi di aver compreso tutto, giusto? Finché Dio ti spedisce un piccolo telegramma comunicandoti: "Oh, avevo scordato di dirtelo, tutte quelle cose non significano un bel niente. E tutti quelli che ami su questa terra... in realtà sono soltanto in prestito, vedrai. Faresti meglio a volergli bene finché ne hai la possibilità".» Una lacrima gli rotolò lenta lungo la guancia. «Ancora oggi mi chiedo: "Ho mai conosciuto Elijah?". Forse no. Pensavo di conoscerlo. So che lo amavo, più di quanto credessi di poter amare qualcuno. Ma conoscevo davvero mio figlio? Non saprei.» Scosse adagio la testa, e mi accorsi che stava ripren-

dendo il controllo di sé. «Suo padre è maledettamente fortunato, chiunque sia, maledettamente fortunato, e non se ne renderà mai conto. Ha un figlio come lei, un figlio che è ancora con lui. Sono certo che è fiero di lei.» «Non ne sono tanto sicuro» replicai piano. «Oh, io sì» insistette. «Perché io lo sarei.» PARTE SETTIMA IL CONTROLLO Control: potere esercitato su un agente o su un doppio agente per impedirgli di disertare o di mettersi al servizio di un secondo governo (operazione che in gergo si chiama «tripling»). The International Dictionary of Intelligence Capitolo 66 Il mattino successivo, quando controllai la posta elettronica da casa, trovai un messaggio di «Arthur»: Il capo è rimasto molto colpito dalla presentazione ed esige subito altre informazioni. Dopo averlo fissato per un attimo, decisi di non rispondere. Di lì a poco andai da mio padre senza annunciarmi, con una scatola di ciambelle Krispy Kreme. Parcheggiai davanti alla casa. Sapevo che, quando non guardava la TV, papà ingannava il tempo sbirciando dalla finestra. Non gli sfuggiva nulla di quanto accadeva fuori. Ero appena stato all'autolavaggio, e la Porsche era un pezzo di ossidiana scintillante, un'opera d'arte. Ero gasato. Papà non l'aveva ancora vista. Quel «perdente» di suo figlio, che ormai non era più un perdente, arrivava in grande stile: su un cocchio da quattrocentocinquanta cavalli. Mio padre era piazzato al suo solito posto davanti al televisore, intento a seguire un mediocre programma-inchiesta sugli scandali aziendali. Antwoine sedeva accanto a lui sulla poltrona più scomoda e leggeva uno di quei giornali scandalistici a colori che si comprano al supermercato e che sembrano tutti uguali (credo che fosse lo «Star»). Papà alzò gli occhi e, vedendo la confezione di ciambelle che stavo agi-

tando nella sua direzione, scosse la testa. «No» disse. «Sono quasi sicuro che qui dentro ce ne sia una con la glassa al cioccolato. La tua preferita.» «Non posso più mangiare quella merda. Mandingo, qui, mi tiene una pistola puntata alla tempia. Perché non ne offri una a lui?» Anche Antwoine rifiutò. «No, grazie, voglio perdere qualche chilo. Lei è un diavolo tentatore.» «Dove siamo, da Weight Watchers?» Posai la scatola sul tavolino impiallacciato in acero accanto ad Antwoine. Mio padre non aveva ancora fatto commenti sull'auto, ma pensai che probabilmente era troppo concentrato sulla trasmissione televisiva. Inoltre, la sua vista non era un granché. «Appena te ne vai, questo tizio inizierà a schioccare la frusta obbligandomi a correre per la stanza» aggiunse. «Non si arrende mai, vero?» gli chiesi. La sua espressione era più divertita che arrabbiata. «Contento lui...» osservò. «Anche se niente sembra entusiasmarlo più di proibirmi le sigarette.» La tensione tra loro pareva essersi ridotta a una sorta di stasi rassegnata. «Ehi, hai una cera molto migliore, papà» mentii. «Stronzate» mi rimbeccò, gli occhi inchiodati sul documentario pseudoinvestigativo. «Lavori ancora in quel posto nuovo?» «Sì» risposi. Sorrisi timidamente, pensando che fosse arrivato il momento di dargli la grande notizia. «A proposito...» «Lascia che ti dica una cosa» mi interruppe distogliendo finalmente lo sguardo dalla TV e fissandomi con gli occhi cisposi. Indicò il televisore senza guardarlo. «Questi figli di puttana, questi bastardi, ti succhieranno fino all'ultimo centesimo se glielo permetterai.» «Chi, le società?» «Le società, gli amministratori delegati, con i loro diritti di opzione, le loro belle pensioni sostanziose e i loro accordi sindacali fasulli. Pensano solo a se stessi, tutti quanti, non dimenticarlo.» Abbassai gli occhi sulla moquette. «Be'» replicai piano «non tutti.» «Oh, non illuderti.» «Dia retta a suo padre» si intromise Antwoine, senza staccare gli occhi dallo «Star». Vi era quasi una nota affettuosa nella sua voce. «Quest'uomo è un pozzo di saggezza.» «Veramente, papà, ne so qualcosa di amministratori delegati. Ho appena ottenuto una promozione favolosa. Sono stato nominato assistente esecuti-

vo dell'amministratore delegato della Trion.» Silenzio. Pensai che non mi avesse sentito. Fissava la TV. Credendo di essere sembrato un po' arrogante, smorzai il tono: «È davvero un bel colpo, papà». Ancora silenzio. Stavo per ripeterlo, quando domandò: «Assistente esecutivo? Che cos'è, un segretario?». «No, no. È... ecco... una posizione di alto livello. Brainstorming e roba del genere.» «Allora che cosa fai con esattezza tutto il giorno?» Il vecchio aveva un enfisema, ma sapeva bene come smontarmi. «Lascia stare, papà» dissi. «Mi dispiace aver sollevato l'argomento.» Mi dispiaceva davvero. Perché diavolo mi interessava il suo parere? «No, sul serio. Sono curioso di sapere come ti sei procurato quella macchinetta nuova fiammante là fuori.» Così se n'era accorto, dopo tutto. Sorrisi. «Bella, eh?» «Quanto ti è costata?» «Be', a essere sincero...» «Al mese, intendo.» Tirò una lunga boccata di ossigeno. «Niente.» «Niente» mi fece eco come se non avesse capito. «Nada. La Trion copre tutto il leasing. È un incentivo del mio nuovo lavoro.» Inspirò ancora. «Un incentivo.» «Come l'appartamento.» «Hai traslocato?» «Pensavo di avertelo detto. Centottanta metri quadrati all'Harbor Suites. La Trion paga anche quello.» Un altro respiro. «Sei orgoglioso?» mi chiese. Ero sbalordito. Non credevo di averlo mai sentito pronunciare quella parola. «Sì» risposi arrossendo. «Orgoglioso del fatto che adesso ti possiedono?» Avrei dovuto immaginare che c'era sotto qualcosa. «Nessuno mi possiede, papà» sbottai. «Credo che si chiami "farcela". Cercalo nel dizionario. Lo trovi accanto a "vita ai vertici", "appartamento di rappresentanza" e "fasce ad alto reddito".» Stentavo a credere che quelle frasi mi fossero uscite di bocca. Per tutto quel tempo mi ero lamentato di essere una marionetta, ma ora mi vantavo

dei miei giocattoli di lusso. Hai visto che cosa mi hai fatto fare? Antwoine posò il giornale e, con delicatezza, si allontanò fingendo di dover sbrigare qualche faccenda in cucina. Papà scoppiò in una risata amara girandosi verso di me. «Allora fammi capire bene.» Aspirò altro ossigeno. «Non sei proprietario della macchina né dell'appartamento, giusto? E lo definisci un incentivo?» Un respiro. «Ti dico io che cosa significa. Possono toglierti tutto quello che ti hanno dato, e lo faranno di sicuro. Guidi una maledetta auto aziendale, abiti in un alloggio aziendale, indossi una divisa aziendale, e niente di tutto questo è tuo. La tua vita non è tua.» Mi morsicai il labbro. Esplodere non mi sarebbe servito a nulla. Il vecchio stava morendo, rammentai a me stesso per la milionesima volta. Assume gli steroidi. È un uomo caustico e infelice. Ma non riuscii a trattenermi: «Papà, alcuni padri andrebbero fieri del successo del proprio figlio, sai?». Inspirò, gli occhietti che luccicavano. «Successo, è così che lo chiami, eh? Vedi, Adam, mi ricordi sempre di più tua madre.» «Ah, sì?» Controllati, frena la rabbia, non perdere le staffe, ordinai a me stesso, altrimenti gliela dai vinta. «Sì. Le assomigli. Hai la stessa personalità socievole. Piaceva a tutti, si adattava a ogni ambiente, avrebbe potuto sposare un uomo più benestante, avrebbe potuto trovare di molto meglio. E non pensare che non me lo rinfacciasse. Tutte quelle riunioni dei genitori alla Bartholomew Browning... la vedevi fare amicizia con quei ricchi bastardi, tutta agghindata, sbattendogli praticamente le tette sotto il naso. Credi che non me ne accorgessi?» «Oh, bravo, papà. Bravissimo. Peccato che non sia più simile a te, giusto?» Si limitò a guardarmi. «Sai... rancoroso, irascibile. Incazzato con il mondo. Vuoi che diventi come te, vero?» Sbuffò, sempre più rosso in volto. Non mi fermai. Il mio cuore faceva cento battiti al minuto, e la mia voce si alzò tanto che cominciai quasi a gridare. «Quando ero al verde e me la spassavo tutto il tempo, mi consideravi un fallito. Okay, adesso tutti mi reputano un giovane affermato, e tu non mi riservi altro che disprezzo. Forse c'è un motivo per cui non riesci a essere orgoglioso di me a prescindere da quello che faccio, papà.» Lanciandomi un'occhiataccia, sbuffò e disse: «Ah sì?».

«Guardati. Guarda la tua vita.» Dentro di me c'era una specie di treno merci impazzito, inarrestabile, incontrollabile. «Predichi sempre che il mondo si divide in vincitori e perdenti. Lascia che ti chieda una cosa. Che cosa sei tu, papà? Che cosa sei tu?» Tirò un'altra boccata di ossigeno, gli occhi iniettati di sangue che parevano sul punto di schizzargli fuori dalle orbite. Borbottò qualcosa tra sé. Captai un «merda», un «vaffanculo» e un «maledizione». «Sì, papà» continuai voltandogli le spalle. «Voglio essere proprio come te.» Mi diressi verso la porta spinto dalla rabbia repressa. Ormai avevo pronunciato quelle parole e non potevo più rimangiarmele, e mi sentivo più abbattuto che mai. L'ultima cosa che vidi, l'ultima immagine di mio padre, fu la sua grossa faccia arrossata che sbuffava e brontolava, gli occhi vitrei sgranati per l'ira, il dolore o l'incredulità, non saprei dire quale dei tre. Capitolo 67 «Allora lavori davvero per Jock Goddard, eh?» osservò Alana. «Dio, spero di non aver detto niente di male su di lui. L'ho fatto?» Eravamo in ascensore, diretti al mio appartamento. Dopo l'ufficio si era fermata a casa per cambiarsi, ed era meravigliosa: top nero con scollo a barchetta, fuseaux neri, scarpe nere con la zeppa. Aveva anche il delizioso profumo floreale dell'ultimo appuntamento. I capelli corvini, lunghi e lucidi, mettevano in risalto gli scintillanti occhi azzurri. «Sì, l'hai davvero stroncato, e io ho subito fatto la spia.» Sorrise lasciando intravedere i denti perfetti. «Questo ascensore ha più o meno le dimensioni di casa mia.» Sapevo che non era vero, ma risi comunque. «È davvero grande quanto il posto dove abitavo prima» affermai. Quando le avevo raccontato di essermi appena trasferito all'Harbor Suites, aveva dichiarato di aver sentito parlare di quegli alloggi ed era parsa curiosa, così l'avevo invitata. Avremmo potuto cenare al ristorante dell'hotel, dove non avevo ancora avuto l'opportunità di mangiare. «Ragazzi, che panorama» esclamò appena entrata. Un CD di Alanis Morissette suonava a basso volume. «È fantastico.» Guardandosi intorno, notò il cellophane su un divano e una poltrona e mi chiese in tono malizioso: «Quando traslochi?». «Appena ho una o due ore libere. Posso offrirti un drink?»

«Mmh. Sì, volentieri.» «Un Cosmopolitan? So preparare anche un ottimo gin & tonic.» «Il gin & tonic va benissimo, grazie. Così hai appena cominciato a lavorare per lui, giusto?» Mi aveva cercato sul sito web della Trion, naturalmente. Mi avvicinai all'armadietto dei liquori appena rifornito, nella nicchia accanto alla cucina, e ne estrassi una bottiglia di Tanqueray Malacca. «Soltanto da una settimana.» Mi seguì. Dopo aver preso qualche limetta dal frigorifero quasi vuoto, iniziai a tagliarle a metà. «Ma sei alla Trion da circa un mese.» Piegò la testa di lato, cercando di spiegarsi la mia promozione improvvisa. «Bella cucina. Ti piace spadellare?» «Gli elettrodomestici sono solo per bellezza» replicai, cominciando a infilare le limette nello spremiagrumi elettrico. «Comunque, sì, ero stato assunto dal Marketing nuovi prodotti, ma poi Goddard è rimasto affascinato dal progetto di cui mi occupavo, e immagino che abbia apprezzato il mio metodo, le mie idee, quello che è.» «Potremmo definirlo un colpo di fortuna» commentò sovrastando il gemito dello spremiagrumi. Scrollai le spalle. «Staremo a vedere.» Riempii due bicchieri stile bistrò francese con ghiaccio, un goccio di gin, una bella spruzzata di acqua tonica fredda e un'abbondante dose di succo di limetta. Le porsi il drink. «Dunque Tom Lundgren deve averti preso per il team di Nora Sommers. Ehi, è squisito. Tutta quella limetta fa la differenza.» «Grazie. Esatto, è stato Tom Lundgren a reclutarmi» confermai, fingendomi sorpreso che lo sapesse. «Sai di essere stato assunto per sostituirmi?» «Che cosa vuoi dire?» «Il posto rimasto vacante quando sono passata ad AURORA.» «Davvero?» Cercai di sembrare stupito. Annuì. «Incredibile.» «Wow, com'è piccolo il mondo. Ma che cos'è "Aurora"?» «Oh, credevo lo sapessi.» Mi lanciò un'occhiata da sopra il bordo del bicchiere, un'occhiata che parve un tantino troppo incurante. Scossi la testa con aria innocente. «No...?» «Immaginavo che probabilmente anche tu ti saresti informato su di me. Mi hanno assegnato al marketing del gruppo Tecnologie innovative.» «Ed è quello che si chiama AURORA?»

«No, AURORA è il progetto specifico che mi hanno affidato.» Esitò per un secondo. «Pensavo che, lavorando per Goddard, avessi le mani in pasta.» Un errore tattico da parte mia. Volevo farle credere che potessimo parlare liberamente del suo lavoro. «In teoria, ho accesso a tutto. Ma non so ancora neppure dov'è la fotocopiatrice.» Assentì. «Ti piace Goddard?» Che cosa avrei dovuto rispondere, di no? «È un uomo magnifico.» «Al barbecue sembravate molto in confidenza. Ho visto che ti ha presentato i suoi amici, e tu portavi delle scatole per lui.» «Sì, molto in confidenza» replicai sarcastico. «Sono il suo fattorino. Il suo tuttofare. Ti è piaciuto il barbecue?» «È stato un po' strano trovarsi lì con tutti i pezzi grossi, ma dopo un paio di birre è diventato più facile. Era la prima volta che ci andavo.» Perché era stata assegnata ad AURORA, il progetto preferito di Goddard, pensai. Ma volevo essere discreto al riguardo, perciò lasciai cadere l'argomento. «Chiamo il ristorante e chiedo di preparare il nostro tavolo.» «Sai, pensavo che la Trion non assumesse personale esterno» osservò studiando il menu. «Dovevano volerti davvero, se hanno fatto un simile strappo alla regola.» «Forse credevano di soffiarmi alla Wyatt. Non ero niente di speciale.» Eravamo passati dal gin & tonic al Sancerre, che avevo ordinato perché, stando alle ricevute del suo negozio di liquori, era il suo vino favorito. Quando l'avevo menzionato, era rimasta sorpresa e soddisfatta, una reazione cui mi stavo abituando. «Ne dubito» obiettò. «Che cosa facevi alla Wyatt?» Le snocciolai la versione da manuale che avevo imparato a memoria, ma non le bastò. Voleva i particolari del Lucid. «Se non ti dispiace, non posso parlare del mio vecchio incarico» svicolai, cercando di non sembrare troppo moralista. Parve imbarazzata. «Oh, Dio, certo, capisco perfettamente» mi assicurò. Arrivò il cameriere. «I signori sono pronti?» «Prima tu» mi invitò Alana continuando a leggere il menu mentre io ordinavo la paella. «Quasi quasi la prendo anch'io» disse. Okay, allora non era vegetariana. «Sai, non è proibito scegliere la stessa cosa» scherzai. «Paella anche per me» disse al cameriere. «Ma se dentro c'è della carne,

per esempio della salsiccia, può toglierla?» «Certo» rispose lui scrivendo. «Adoro la paella» dichiarò Alana. «A casa non mangio quasi mai pesce o frutti di mare. Questo è un banchetto.» «Va bene il Sancerre?» le domandai. «Benissimo.» Quando il cameriere fece per allontanarsi, ricordai all'improvviso che era allergica ai gamberetti e gli chiesi: «Aspetti un secondo, ci sono i gamberetti nella paella?». «Mmh, sì» disse. «Potrebbe essere un problema» osservai. Alana mi fissò. «Come fai a sapere...?» fece strizzando gli occhi. Vi fu un lunghissimo momento di tensione insopportabile mentre mi lambiccavo il cervello. Non riuscivo a credere di aver commesso un simile errore. Deglutii a fatica, impallidendo. «Non mi dirai che sei allergica anche tu?» balbettai finalmente. Una pausa. «Sì. Scusa. Che combinazione.» L'ombra del sospetto sembrava essersi diradata. Optammo entrambi per le capesante cotte a fuoco vivo. «Comunque» ripresi «basta parlare di me. Voglio sapere di AURORA.» «Be', andrebbe tenuto segreto» si scusò. Le sorrisi. «No, non voglio renderti pan per focaccia» protestò. «Davvero!» «Okay» replicai scettico. «Ma ora che hai stuzzicato la mia curiosità, non vorrai mica che frughi qua e là e lo scopra da solo?» «Non è poi così interessante.» «Non ci credo. Non puoi almeno farmi un riassunto?» Sospirò alzando gli occhi verso il soffitto. «Be', mettiamola così. Hai mai sentito nominare la Haloid Company?» «No» risposi titubante. «Certo che no. Non c'è motivo per cui dovresti conoscerla. Ma la Haloid Company era una piccola azienda di carta fotografica che, verso la fine degli anni Quaranta, ha acquistato i diritti su una nuova tecnologia rifiutata da tutte le grandi società: la IBM, la RCA, la GE. L'invenzione si chiamava xerografia, okay? Così, nel giro di dieci o quindici anni, la Haloid Company è diventata la Xerox Corporation, tramutandosi da anonima impresa familiare in colosso. Tutto perché ha investito in un procedimento cui nessun altro era interessato.»

«Okay.» «Come la Galvin Manufacturing Corporation di Chicago, che produceva autoradio di marca Motorola e che alla fine si è dedicata ai semiconduttori e ai cellulari. O come una piccola compagnia di esplorazione petrolifera chiamata Geophysical Service, che ha iniziato a espandersi costruendo prima transistor e poi circuiti integrati e infine è diventata la Texas Instruments. Capisci che cosa voglio dire? La storia della tecnologia è piena di società che si sono trasformate impossessandosi del metodo giusto al momento giusto e facendo mangiare la polvere ai concorrenti. Ecco che cosa cerca di fare Jock Goddard con AURORA. Ritiene che AURORA cambierà il mondo e il volto del commercio americano, come hanno fatto in passato i transistor, i semiconduttori e le fotocopiatrici.» «Tecnologia innovativa.» «Esatto.» «Ma il "Wall Street Journal" sostiene che Jock è spacciato.» «Sappiamo entrambi che non è così. È molto in gamba. Guarda la storia dell'azienda. Ci sono state tre o quattro occasioni in cui tutti hanno pensato che la Trion fosse con le spalle al muro, sull'orlo della bancarotta, e all'improvviso l'impresa ha stupito tutti ed è tornata più forte che mai.» «Credi che questo sia uno di quei punti di svolta?» «Quando AURORA sarà pronto, Goddard lo annuncerà. E poi vedremo che cosa scriverà il "Wall Street Journal". AURORA farà quasi scomparire tutti i recenti problemi.» «Straordinario.» Sbirciando nel bicchiere, chiesi con disinvoltura: «Di che tecnologia si tratta?». Scosse la testa sorridendo. «Probabilmente non avrei dovuto dire neppure quanto ho detto finora.» Piegando il capo di lato, mi domandò in tono scherzoso: «Mi stai sottoponendo a una specie di controllo di sicurezza?». Capitolo 68 Sapevo che quella notte saremmo finiti a letto insieme dal momento in cui aveva dichiarato di voler cenare al ristorante dell'Harbor Suites. Avevo avuto altri appuntamenti con donne la cui carica erotica derivava dal dubbio che ci stessero oppure no. Questa volta era diverso, naturalmente, ma la carica era ancora più forte. La avvertii per tutto il tempo, la linea invisibile che stavamo per attraversare, la linea che separava la semplice amicizia da qualcosa di più profondo; si trattava solo di stabilire quando e come

l'avremmo attraversata, chi avrebbe preso l'iniziativa, come sarebbe stato attraversarla. Risalimmo nell'appartamento dopo mangiato, tutti e due un po' malfermi per aver bevuto troppo gin & tonic e vino bianco. Le cingevo la vita snella con il braccio. Volevo sentire la pelle morbida sulla sua pancia, sotto i seni, sulle natiche. Volevo vedere le sue parti intime. Volevo assistere all'istante in cui il guscio duro di Alana, di quella donna bella e sofisticata fino all'inverosimile, si fosse schiuso, in cui avesse tremato, si fosse lasciata andare, in cui quei limpidi occhi azzurri si fossero persi nel piacere. Barcollammo qua e là ammirando l'oceano, e preparai due martini, di cui non avevamo alcun bisogno. «Non riesco a credere di dover partire per Palo Alto domani mattina» disse. «Che cosa succede a Palo Alto?» Scosse la testa. «Niente di interessante.» Anche lei mi cingeva la vita con il braccio, ma mi fece scivolare la mano sul sedere con un gesto tra l'involontario e l'intenzionale, premendo ritmicamente e domandandomi in tono scherzoso se avessi già disimballato il letto. Dopo un attimo le mie labbra erano sulle sue, i polpastrelli curiosi che le sfioravano il seno con delicatezza, e lei mi insinuò una mano caldissima fino all'inguine. Ci eccitammo in fretta e cademmo sul divano, quello che non era più avvolto nel cellophane. Baciandoci, ci sfregammo uno contro l'altra. Gemette. Mi sfilò i pantaloni con avidità. Indossava una sottoveste di seta bianca sotto la camicia nera. Aveva seni tondi, abbondanti, perfetti. Quando venne, urlò con sorprendente abbandono. Urtai il bicchiere con il drink. Percorremmo il lungo corridoio fino alla camera da letto e lo rifacemmo, questa volta con maggiore lentezza. «Alana» dissi dopo, mentre eravamo intenti a coccolarci. «Mmh?» «Alana» ripetei. «Significa "bello" in gaelico o qualcosa di simile, giusto?» «In celtico, credo.» Mi grattava il petto, mentre io le accarezzavo un seno. «Alana, devo confessarti una cosa.» Mugolò. «Sei sposato.» «No...» Si voltò verso di me, un lampo di irritazione negli occhi. «Sei fidanzato.» «No, assolutamente no. Devo confessarti che... detesto Ani DiFranco.»

«Ma non hai... sapevi a memoria le sue canzoni...» Sembrava perplessa. «Una mia ex la ascoltava sempre, e adesso mi ricorda dei brutti momenti.» «E allora perché hai uno dei suoi CD?» Aveva visto quel maledetto coso accanto al lettore. «Cercavo di farmela piacere.» «Come mai?» «Per te.» Rifletté per un istante corrugando le sopracciglia scure. «Non deve piacerti tutto quello che piace a me. Io odio le Porsche.» «Davvero?» Mi girai verso di lei, stupito. «Sono cazzi con le ruote.» «Hai ragione.» «Forse alcuni uomini ne hanno bisogno, ma tu no di certo.» «Nessuno "ha bisogno" di una Porsche. Pensavo solo che fosse tosta.» «Mi meraviglia che non ne abbia comprata una rossa.» «No. Quelle rosse sono esche per gli sbirri. I poliziotti vedono le Porsche rosse e accendono il radar.» «Tuo padre aveva una Porsche? Il mio sì.» Alzò gli occhi al cielo. «Ridicolo. È stata l'auto della sua andropausa, della sua crisi di mezza età.» «A essere sincero, per la maggior parte della mia infanzia non abbiamo nemmeno avuto la macchina.» «Non avevate la macchina?» «Usavamo i mezzi pubblici.» «Oh.» Ora pareva a disagio. «Allora questo deve essere inebriante» aggiunse dopo un minuto, agitando la mano per indicare l'appartamento e tutto il resto. «Sì.» «Mmh.» Trascorse un altro minuto. «Posso venire a trovarti al lavoro qualche volta?» domandai. «No. L'accesso al quinto piano è limitato. A ogni modo, credo sia meglio che non lo sappia nessuno in ufficio, non sei d'accordo?» «Sì, hai ragione.» Mi stupii quando si addormentò rannicchiata accanto a me: pensavo che se ne sarebbe andata subito, che sarebbe tornata a casa, che si sarebbe destata nel suo letto, ma a quanto pareva voleva passare la notte con me. La sveglia segnava le tre e trentacinque quando mi alzai. Alana continuò

a dormire russando piano. Attraversai il tappeto e mi chiusi adagio la porta alle spalle. Controllando l'e-mail, trovai il solito assortimento di spam e porcherie, alcune comunicazioni di lavoro che non sembravano urgenti e un messaggio di «Arthur» su Hushmail. L'oggetto era: «Re: dispositivi al consumo». Meacham pareva davvero incazzato: Il capo è molto deluso per la sua mancata risposta. Esige altro materiale entro le sei di domani sera oppure l'accordo è compromesso. Dopo aver premuto «rispondi», digitai: «Spiacente, non sono riuscito a trovare nient'altro» e mi firmai «Donnie». Quindi rilessi il testo e lo cancellai. No. Non avrei risposto. Era più semplice, avevo già fatto abbastanza per loro. Notai che la borsetta quadrata di Alana era ancora sul bancone di granito. Non aveva portato il computer né la cartella perché si era fermata a casa per cambiarsi. Nella borsetta vi erano il badge, un rossetto, qualche mentina, un anello portachiavi e un Maestro. Le chiavi erano quasi certamente quelle dell'auto e dell'appartamento, forse della casella postale e simili. Con molta probabilità il Maestro conteneva indirizzi e numeri di telefono, ma anche appuntamenti specifici. Quelle informazioni sarebbero state molto utili a Wyatt e Meacham. Ma lavoravo ancora per loro? Forse no. Che cosa sarebbe accaduto se li avessi piantati in asso? Avevo rispettato la mia parte del patto, gli avevo procurato tutto quello che volevano su AURORA... be', quasi tutto, comunque. Probabilmente avrebbero concluso che non sarebbe valsa la pena di continuare a tormentarmi. Non era nel loro interesse far saltare la mia copertura, non finché avessero avuto bisogno di me. E non avrebbero fatto una soffiata anonima all'FBI, perché le autorità sarebbero risalite a loro. Che cosa avrebbero potuto farmi? Poi me ne resi conto: avevo già smesso di lavorare per loro. L'avevo deciso quel pomeriggio nella casa sul lago di Jock Goddard. Non volevo continuare a tradirlo. Meacham e Wyatt potevano andare a farsi fottere. In quel momento sarebbe stato facilissimo infilare l'alimentatore del mio

desktop nel palmare di Alana e stabilire un collegamento in tempo reale. Certo, c'era il rischio che si svegliasse, perché era da sola in un letto sconosciuto, e che girovagasse per l'appartamento cercandomi. Nel qual caso mi avrebbe visto scaricare il contenuto del suo Maestro sul mio computer. Forse non se ne sarebbe accorta. Ma era intelligente e perspicace, e probabilmente avrebbe intuito la verità. Per quanto pensassi in fretta, per quanto usassi l'astuzia, avrebbe capito che cosa stavo combinando. Mi avrebbe smascherato, e la relazione sarebbe finita, una cosa cui all'improvviso attribuivo molta importanza. Ero già cotto di Alana dopo un paio di appuntamenti e una notte insieme. Avevo appena iniziato a scoprire il suo lato carnale, espansivo, un po' selvaggio. Amavo la sua risata bizzarra e irrefrenabile, la sua audacia, il suo pungente senso dell'umorismo. Non volevo perderla per una cosa che l'odioso Nick Wyatt mi costringeva a fare. Gli avevo già passato moltissime informazioni preziose sul progetto AURORA. Avevo fatto il mio dovere. Avevo chiuso con quegli stronzi. Non riuscivo poi a cancellare l'immagine di Jock Goddard curvo in quell'angolo buio del suo studio, le spalle che gli tremavano. Quel momento di rivelazione. La fiducia che aveva riposto in me. E avrei tradito quella fiducia per Nick Vaffanculo Wyatt? No, neanche per sogno. Non più. Così riposi il Maestro nella borsetta. Mi versai un bicchiere d'acqua fredda dal distributore sullo sportello del frigorifero, lo ingollai e tornai nel mio caldo letto con Alana, che borbottò qualcosa nel sonno. Mi accoccolai accanto a lei e, per la prima volta da settimane, mi sentii davvero sereno. Capitolo 69 Goddard sgambettava lungo il corridoio verso il Centro briefing dirigenziale, e io faticavo a stargli dietro senza mettermi a correre. Accidenti, il vecchio si muoveva in fretta, come una tartaruga imbottita di metamfetamina. «Questa dannata riunione sarà un casino» bofonchiò. «Ho convocato il team Guru per un aggiornamento sulla situazione appena ho saputo che intendono slittare la consegna a Natale. Sanno che sono incazzato nero e piroetteranno come una compagnia di ballerine russe impegnate nello Schiaccianoci. Sta per vedere un lato di me che non è molto gradevole.» Non replicai. Che cosa avrei potuto dire? Avevo assistito ai suoi accessi d'ira, e non avevano neppure una vaga somiglianza con quelli dell'unico al-

tro amministratore delegato di mia conoscenza. A confronto di Nick Wyatt, Goddard era Richie Cunningham di Happy Days. Anzi, ero ancora commosso e scombussolato per la scenetta intima nello studio della sua casa sul lago. Non avevo mai visto un essere umano mettersi così a nudo. Fino ad allora non avevo capito perché Jock mi avesse scelto, perché fosse stato attratto da me. Ora lo sapevo, e quella consapevolezza faceva tremare il mio mondo. Non volevo più solo fare colpo su di lui, volevo la sua approvazione, magari qualcosa di più. Perché, mi domandavo angosciato, Goddard doveva rendere tutto così difficile con la sua integrità? Era già abbastanza spiacevole essere al soldo di Nick Wyatt senza questa complicazione. Ora lavoravo per danneggiare il padre che non avevo mai avuto, ed era una cosa che mi mandava in bestia. «Il fiore all'occhiello del Guru è Audrey Bethune, una giovane molto in gamba, destinata a fare strada» borbottò Goddard. «Ma questo disastro potrebbe rovinarle la carriera. Non tollero i pasticci di questa portata.» Quando ci avvicinammo alla sala, rallentò. «Ora, se ha qualcosa da dire, non esiti a parlare. Ma la avverto... questo è un gruppo influente e molto presuntuoso, e non le dimostrerà alcuna deferenza solo perché sono stato io a invitarla.» Il team aspettava nervosamente intorno al grande tavolo delle conferenze. Quando entrammo, tutti alzarono gli occhi. Alcuni sorrisero dicendo: «Ciao, Jock» o «Salve, signor Goddard». Assomigliavano a conigli impauriti. Ricordai di essermi seduto lì non molto tempo prima. Vi fu qualche occhiata perplessa nella mia direzione, qualche bisbiglio. Goddard si accomodò a capotavola. Accanto a lui vi era una donna di colore sulla quarantina, la stessa che avevo visto parlare con Tom Lundgren e sua moglie al barbecue. Jock batté sulla poltrona vicino alla sua per esortarmi a prendere posto accanto a lui. Il cellulare mi vibrava in tasca da dieci minuti, perciò lo estrassi di nascosto e controllai l'elenco delle chiamate perse. Una serie di telefonate da un numero che non riconobbi. Spensi l'apparecchio. «Buon pomeriggio» esordì Goddard. «Questo è il mio assistente, Adam Cassidy.» Alcuni sorrisi educati, poi mi accorsi che una delle facce apparteneva alla mia vecchia amica Nora Sommers. Merda, era anche lei nel team Guru? Indossava un completo a righe bianche e nere e aveva il trucco delle grandi occasioni. Incrociando il mio sguardo, mi sorrise come se fossi un compagno di giochi perso da tempo. Ricambiai il suo sorriso assaporando il momento.

Audrey Bethune, la responsabile del progetto, era molto elegante in tailleur blu, camicetta bianca e piccoli orecchini d'oro a bottone. Aveva la pelle scura e i capelli perfettamente acconciati e fissati con la lacca. Avendo eseguito qualche rapida ricerca sul suo passato, sapevo che proveniva da una famiglia di ceto medio-alto. Il padre era medico, come lo era stato il nonno, e Audrey aveva trascorso tutte le estati nella proprietà di famiglia a Oak Bluffs, sull'isola di Martha's Vineyard. Mi sorrise rivelando una fessura tra i denti davanti. Allungò il braccio dietro la schiena di Jock per stringermi la mano. Il suo palmo fresco e asciutto mi stupì. In fondo, era in gioco la sua carriera. Il Guru (il nome in codice era TSUNAMI) era un potentissimo assistente digitale palmare, una tecnologia davvero innovativa nonché l'unico dispositivo di convergenza della Trion. Era un PDA, un comunicatore, un telefonino. Racchiudeva le funzioni di un laptop in un pacchetto di tre chili e mezzo: posta elettronica, messaggi istantanei, fogli elettronici, un Internet browser HTML completo e uno splendido schermo a colori a matrice attiva TFT. Goddard si schiarì la gola. «Ho sentito che abbiamo un piccolo problema» disse. «È un modo per descrivere la situazione, Jock» replicò Audrey pacata. «Ieri abbiamo ricevuto i risultati della revisione interna, che indicano la presenza di un componente difettoso. Il display a cristalli liquidi è inutilizzabile.» «Ah-ah» fece Goddard con calma forzata. «Display guasto, allora?» Audrey scosse la testa. «A quanto pare, è il driver del display a non funzionare.» «In ogni apparecchio?» domandò Jock. «Sì.» «Venticinquemila unità con il driver del display inservibile» proseguì Goddard. «Capisco. La data di consegna è... tra quanto?... tre settimane. Mmh. Mi corregga se sbaglio, ma ricordo che intendevate consegnarli entro settembre, sostenendo così i profitti del terzo trimestre e regalando a tutti noi le tredici settimane del quarto per racimolare qualche utile, cosa di cui avremmo davvero bisogno.» La donna annuì. «Audrey, credevo fossimo d'accordo sul fatto che il Guru è l'asso nella manica della divisione. Come tutti sappiamo, la Trion ha incontrato qualche difficoltà sul mercato. Perciò è vitale che il Guru venga consegnato in

tempo.» Notai che Goddard si sforzava di parlare in modo compassato e sapevo che cercava di dissimulare la sua profonda irritazione. L'avvenente Rick Durant, il responsabile del marketing, intervenne mesto: «È un inconveniente enorme. Abbiamo già lanciato una grossa campagna promozionale e pubblicato annunci ovunque. "L'assistente digitale della prossima generazione."». Alzò gli occhi al cielo. «Già» mugugnò Goddard. «E pare che non verrà consegnato fino alla prossima generazione.» Si rivolse a Eddie Cabrai, il capo degli ingegneri, un uomo bruno con il viso rotondo e un taglio a spazzola fuori moda. «Il problema riguarda la maschera?» «Magari fosse così» rispose Cabrai. «No, dovremo eseguire il respin di tutto il maledetto chip, signore.» «Il produttore a contratto è in Malaysia?» chiese Goddard. «Siamo sempre stati fortunati con loro» osservò Cabrai. «Le tolleranze e la qualità sono sempre state ottime. Ma questo ASIC è complicato. Deve supportare il display esclusivo della Trion, e non tutti i cookie funzionano a dovere...» «Non è possibile sostituire il display?» lo interruppe Jock. «No, signore» disse Cabrai. «Non senza modificare l'intera carcassa, il che richiederebbe come minimo altri sei mesi.» Mi raddrizzai all'improvviso. Avevo captato i paroloni tecnici: «ASIC», «display esclusivo della Trion»... «È questa la natura degli ASIC» riprese Jock. «C'è sempre qualche cookie che non va. Quale sarà la resa, il quaranta, il cinquanta per cento?» Cabrai aveva l'aria abbattuta. «Zero. Una specie di difetto a catena di montaggio.» Goddard serrò le labbra. Pareva sul punto di perdere le staffe. «Quanto tempo ci vorrà per il respin dell'ASIC?» Cabrai esitò. «Tre mesi. Se tutto va bene.» «Se tutto va bene» gli fece eco Goddard. «Già, se tutto va bene.» Alzava sempre di più la voce. «Tre mesi significano rimandare la consegna a dicembre. Non ci sono alternative, vero?» «No, signore» rispose Cabrai. Diedi a Goddard un colpetto sulla spalla, ma mi ignorò. «Il Messico non riuscirebbe a costruirli più in fretta?» «Forse con una o due settimane di anticipo, che non ci aiuterebbero granché. E nella migliore delle ipotesi la qualità sarebbe scadente» spiegò Kathy Gornick, la responsabile della produzione.

«Questo è un maledetto casino» sbottò Goddard. Non l'avevo mai visto così furibondo. Presi le specifiche del prodotto e gli diedi un altro colpetto sul braccio. «Mi scusa per un momento?» gli chiesi. Mi precipitai fuori della stanza e, arrivato nella sala d'attesa, accesi il cellulare. Noah Mordden non era alla sua scrivania, così provai a chiamarlo sul telefonino, e rispose al primo squillo: «Pronto?». «Sono io, Adam.» «Le ho risposto, no?» «Sa quell'orrenda bambola che tiene in ufficio? Quella che dice: "Ciucciami il calzino, Goddard".» «Love Me Lucilie. Non gliela do. Se la compri.» «Non ha un display a cristalli liquidi sulla pancia?» «Che cosa vuole, Cassidy?» «Senta, mi serve qualche informazione sul driver del display. Sull'ASIC.» Quando rientrai nella sala conferenze qualche minuto dopo, il responsabile della progettazione e quello della produzione erano impegnati in un acceso dibattito per stabilire se fosse possibile infilare un altro display nella minuscola carcassa del Guru. Sedetti in silenzio e attesi che il litigio si placasse. Finalmente ebbi la mia occasione. «Scusate» cominciai, ma nessuno mi ascoltò. «Vede» diceva Eddie Cabrai «è proprio questo il motivo per cui dobbiamo posticipare il lancio.» «Be', non possiamo permettercelo» lo rimbeccò Goddard. Mi schiarii la gola. «Un secondo di attenzione, per favore.» «Adam» disse Goddard. «So che vi sembrerà pazzesco» continuai «ma rammentate quella bambola robotica, Love Me Lucilie?» «Che cos'è questa?» brontolò Rick Durant. «Una nuotata nel Lago degli insuccessi? Non me la ricordi. Abbiamo consegnato mezzo milione di quelle schifose bambole e ce le hanno restituite tutte quante.» «Esatto» replicai. «Ecco perché abbiamo trecentomila ASIC, costruiti su misura per il display esclusivo della Trion, che ammuffiscono in un magazzino di Van Nuys.»

Qualche risolino, alcuni sghignazzi veri e propri. Un ingegnere disse a un suo collega, a voce abbastanza alta da essere udito da tutti: «Questo tizio sa che cos'è un connettore?». «È divertente» commentò qualcun altro. Nora mi guardò con finta compassione, stringendosi nelle spalle. «Magari fosse così facile... mmh... Adam. Ma gli ASIC non sono intercambiabili. Devono essere compatibili pin a pin» intervenne Cabrai. Annuii. «L'ASIC di Lucilie è un insieme di pin SOLC-68. Non è la medesima configurazione del Guru?» Goddard mi fissava. Vi fu un altro silenzio, quindi un frusciare di fogli. «Pin SOLC-68» confermò uno degli ingegneri. «Dovrebbe funzionare.» Guardandosi intorno, Jock batté la mano sul tavolo. «D'accordo, allora» disse. «Che cosa stiamo aspettando?» Nora mi rivolse un sorriso umido mostrandomi il pollice all'insù. Tornando verso il mio ufficio, controllai di nuovo il cellulare. Cinque messaggi, tutti dallo stesso numero, e uno con la scritta «Riservato». Consultai la posta vocale e udii la voce melliflua di Meacham. «Sono Arthur. Non ho sue notizie da più di tre giorni. È inaccettabile. Mi invii un'e-mail entro le dodici o sarà peggio per lei.» Mi venne un colpo. Chiamandomi, aveva corso un rischio notevole a prescindere da come avesse inoltrato la telefonata, e questo dimostrava che faceva sul serio. Aveva ragione: non mi ero fatto vivo. Ma non ne avevo alcuna intenzione. Spiacente, amico. Anche Antwoine aveva cercato di rintracciarmi, la voce alta e tesa. «Adam, deve venire all'ospedale» mi pregava nel suo primo messaggio. Il secondo, il terzo, il quarto, il quinto... erano tutti suoi. Il tono diventava sempre più disperato. «Adam, dove diavolo si è cacciato? Forza, amico. Venga qui subito.» Mi fermai nell'ufficio di Goddard, che era ancora occupato a chiacchierare con alcuni membri del team Guru, e chiesi a Flo: «Può riferire a Jock che c'è stata un'emergenza? Si tratta di mio padre». Capitolo 70 Sapevo già che cosa era successo, naturalmente, ma guidai lo stesso come un pazzo. Ogni semaforo rosso, ogni veicolo che svoltava a sinistra,

ogni limite di velocità nelle vicinanze di una scuola... tutto cospirava per intralciarmi, per impedirmi di arrivare all'ospedale e vedere mio padre prima che morisse. Poiché non potevo perdere tempo girando il garage alla ricerca di un posto libero, lasciai la Porsche in divieto di sosta, mi precipitai verso l'entrata del pronto soccorso spalancando le porte come fanno gli inservienti quando spingono una barella e mi fiondai verso la reception. Una burbera infermiera parlava e rideva al telefono, senza dubbio una chiamata personale. «Frank Cassidy?» chiesi. Mi lanciò un'occhiata e continuò a chiacchierare. «Francis Cassidy!» urlai. «Dov'è?» Posò il ricevitore controvoglia e guardò lo schermo del computer. «Stanza tre.» Attraversando di corsa la sala d'attesa, aprii la pesante porta a due battenti che dava accesso al reparto e scorsi Antwoine su una sedia accanto a una tenda verde. Quando mi vide, rimase inespressivo e non profferì parola; aveva gli occhi iniettati di sangue. Mentre mi avvicinavo, scosse la testa e disse: «Mi dispiace, Adam». Tirai la tenda e, trovando mio padre a letto con gli occhi aperti, pensai: Vede, Antwoine, ha preso un abbaglio, il bastardo è ancora tra noi, finché notai che la pelle del suo viso era del colore sbagliato, con una sfumatura giallastra, e che la bocca era aperta. Era quella la cosa orribile. Per qualche motivo mi concentrai su quel particolare: la bocca era aperta come non lo è mai in una persona viva, congelata in una smorfia di angoscia, in un ultimo respiro disperato e furibondo, quasi un ringhio. «Oh, no» gemetti. Antwoine mi posò una mano sulla spalla. «È morto dieci minuti fa.» Sfiorai il viso di papà, la sua guancia cerea, e notai che era fresca. Né fredda né calda. Qualche grado meno del solito, una temperatura che non si riscontra mai nei vivi. La pelle assomigliava a creta, inanimata. Mi mancava il fiato. Non riuscivo a respirare; mi pareva di essere caduto in un vuoto. Le luci tremolarono. «Papà. No!» gridai all'improvviso. Lo fissai con gli occhi offuscati dalle lacrime, gli accarezzai la fronte, la guancia, la ruvida pelle arrossata del naso con i sottili peli neri che spuntavano dai pori, quindi mi chinai e gli baciai il volto furente. Per anni l'avevo baciato sulla fronte o sulla guancia senza ottenere alcuna reazione, ma avevo sempre avuto la certezza di intravedere un minuscolo barlume di pia-

cere segreto nei suoi occhi. Ora non reagiva per nulla, naturalmente, e questo mi intontì. «Volevo che avesse la possibilità di dirgli addio» spiegò Antwoine. Udivo la sua voce tonante, ma non riuscivo a voltarmi e a guardarlo. «Ha avuto un'altra crisi respiratoria, e questa volta non ho perso tempo a litigare con lui, ho chiamato l'ambulanza e basta. Ansimava forte. Hanno detto che aveva la polmonite, che probabilmente ce l'aveva da un po'. Hanno discusso se intubarlo o meno, ma non ne hanno avuto l'opportunità. Ho continuato a telefonarle.» «Lo so» ammisi. «C'era un po' di tempo... volevo che gli dicesse addio.» «Lo so. Va tutto bene.» Deglutii. Non volevo guardare Antwoine, non volevo vedere il suo viso perché sembrava che piangesse, e non l'avrei sopportato. Non volevo nemmeno che vedesse me piangere, anche se sapevo che era una sciocchezza. Insomma, se non piangi quando muore tuo padre, hai qualcosa che non va. «Ha... ha detto qualcosa?» «Ha per lo più bestemmiato.» «Insomma, ha...» «No» mi interruppe piano. «Non ha chiesto di lei. Ma, sa, non ha detto niente, era...» «Lo so.» Volevo che la smettesse subito. «Ha soprattutto imprecato contro i medici, e contro di me...» «Già» dissi fissando il volto del defunto. «Non mi sorprende.» Mio padre aveva la fronte tutta raggrinzita, attraversata da solchi rabbiosi, paralizzata in quella smorfia. Sfiorai le rughe cercando di appianarle, ma invano. «Papà» mormorai. «Mi dispiace.» Non sapevo che cosa intendessi. Di che cosa mi dispiaceva? Era ora che morisse, ed era meglio morto che vivo in uno stato di costante agonia. La tenda dall'altra parte del letto si ritrasse. Un tizio dalla pelle scura con la tuta verde e lo stetoscopio. Riconobbi il dottor Patel. «Adam» esordì. «Sono desolato.» Pareva davvero triste. Annuii. «Aveva una polmonite conclamata» aggiunse. «Deve averla covata per un po', anche se durante l'ultimo ricovero la conta dei leucociti non ha rivelato nulla di anomalo.» «Già» replicai. «È stato troppo per lui, nelle sue condizioni. Alla fine ha avuto un infarto del miocardio prima che potessimo decidere se intubarlo o meno. Il suo

organismo non ha resistito.» Annuii di nuovo. Non volevo i dettagli; a che cosa sarebbero serviti? «È meglio così. Sarebbe potuto restare attaccato a un respiratore per mesi. Nemmeno lei l'avrebbe voluto.» «Sì. Grazie. Sono certo che avete fatto tutto il possibile.» «C'è solo... solo lui, giusto? Era il suo unico genitore ancora in vita? Non ha fratelli o sorelle, vero?» «No.» «Dovevate essere molto legati.» Davvero?, pensai. E come fa a saperlo? È il suo parere professionale? Ma mi limitai ad assentire. «Adam, desidera che contattiamo una particolare impresa di pompe funebri?» Cercai di ricordare il nome di quella che avevamo chiamato per la mamma. Dopo qualche secondo mi venne in mente. «Ci faccia sapere se possiamo aiutarla in qualche modo» concluse il medico. Guardai il corpo di papà, i pugni stretti, l'espressione collerica, i lucenti occhietti immobili, la bocca spalancata. Quindi mi rivolsi a Patel e chiesi: «Le spiacerebbe chiudergli le palpebre?». Capitolo 71 I tizi delle pompe funebri arrivarono nel giro di un'ora, chiusero il corpo in un sacco e lo portarono via su una barella. Erano due simpatici ometti tarchiati con i capelli corti, che dissero entrambi: «Condoglianze». Telefonai all'impresario con il cellulare e, in uno stato di stordimento, parlai di quanto sarebbe accaduto in seguito. Anche lui disse: «Condoglianze». Voleva sapere se vi fossero parenti anziani in arrivo da fuori città, quando volessi organizzare il funerale, se volessi che la funzione si tenesse in una particolare chiesa dove mio padre amava pregare. Mi domandò se avessimo una tomba di famiglia. Gli comunicai dove era sepolta mia madre, aggiungendo che ero quasi sicuro che papà avesse acquistato due tombe, una per la mamma e una per sé. Replicò che si sarebbe informato presso il cimitero e mi chiese quando volessi incontrarlo per definire gli ultimi dettagli. Seduto nella sala d'attesa del pronto soccorso, chiamai l'ufficio. Avendo già saputo dell'emergenza, Jocelyn mi domandò: «Come sta suo padre?».

«Se n'è appena andato» risposi. Era così che diceva papà: la gente non moriva, «se ne andava». «Oh» trasalì Jocelyn. «Adam, mi dispiace così tanto.» La pregai di cancellare i miei impegni per i due giorni successivi e poi le chiesi di passarmi Goddard. Alzando il ricevitore, Flo mi salutò: «Ehi, salve. Il capo non è in ufficio. Parte per Tokyo questa sera». Quindi, abbassando la voce, aggiunse: «Come sta suo padre?». «Se n'è appena andato» annunciai affrettandomi a soggiungere: «Non verrò al lavoro per un paio di giorni e volevo che presentasse a Jock le mie scuse sin d'ora...». «Naturalmente» mi assicurò. «Le mie condoglianze. Sono certa che mi farà un colpo di telefono prima di salire sull'aereo, ma so che capirà, non si preoccupi.» Quando entrò nella sala d'attesa, Antwoine pareva smarrito, disorientato. «Che cosa vuole che faccia adesso?» mi domandò piano. «Niente, Antwoine» risposi. Esitò. «Vuole che porti via la mia roba?» «No, si figuri. Faccia pure con calma.» «È solo che è successo all'improvviso, e non ho un altro posto in cui...» «Rimanga nell'appartamento finché vuole» lo tranquillizzai. Spostò il peso del corpo da un piede all'altro. «Sa, ha parlato di lei» proseguì. «Oh, come no» replicai. Evidentemente si sentiva in colpa per avermi raccontato che papà non aveva chiesto di me alla fine. «Certo.» Una dolce risatina sommessa. «Non in termini molto positivi, ma credo che quello fosse il suo modo di dimostrare che le voleva bene.» «Sì.» «Era un vecchio bastardo senza scrupoli, suo padre.» «Già.» «Ci è voluto un po' di tempo perché le cose funzionassero tra noi.» «È stato molto maleducato con lei.» «Era fatto così. Non mi sono offeso.» «Si è preso cura di lui» affermai. «Questo significava molto per mio padre, anche se non riusciva ad ammetterlo.» «Lo so, lo so. Verso la fine andavamo quasi d'accordo.» «Lei gli piaceva.» «Non saprei, ma andavamo d'accordo.» «No, credo che gli piacesse. Ne sono sicuro.»

Tacque. «Era un buon uomo, sa?» Non sapevo che cosa rispondere. «Lei è stato davvero fantastico, Antwoine» dichiarai finalmente. «Sono certo che ha significato molto per lui.» È buffo: dopo la prima volta che ero scoppiato in lacrime al capezzale di mio padre, qualcosa si era chiuso dentro di me. Non piansi più, non per molto tempo. Mi sentivo come un braccio intorpidito, tutto fiacco e formicolante dopo che ci hai dormito sopra per una notte intera. Mentre mi dirigevo verso l'impresa di pompe funebri, telefonai ad Alana in ufficio e intercettai il suo servizio di posta vocale, un messaggio secondo cui era «assente» ma avrebbe controllato le chiamate con una certa frequenza. Rammentai che era a Palo Alto. Provai sul cellulare, e mi rispose al primo squillo. «Pronto?» Adoravo la sua voce, insieme liscia come il velluto e leggermente roca. «Sono Adam.» «Ciao... sei uno scemo.» «Perché, cosa ho fatto?» «Non dovresti chiamare una ragazza il mattino dopo essere andato a letto con lei e farla sentire meno in colpa per avertela data?» «Dio, Alana, ecco...» «Alcuni uomini spediscono persino dei fiori» continuò spiccia. «Non che mi sia mai capitato, ma l'ho letto su "Cosmopolitan".» Aveva ragione, naturalmente: non le avevo telefonato, il che era stato davvero scortese da parte mia. Ma che cosa avrei dovuto dirle, la verità? Che non l'avevo contattata perché ero paralizzato come un insetto nell'ambra e non sapevo come comportarmi? Che non riuscivo a credere di essere stato tanto fortunato da trovare una donna come lei (era un prurito che non riuscivo a placare) ma che mi sentivo solo un imbroglione malvagio? Sì, hai letto su «Cosmopolitan» che gli uomini usano le donne, tesoro, ma non hai idea di quanto. «Com'è Palo Alto?» «Carina, ma non te la caverai così a buon mercato.» «Alana» dissi «ascolta. Volevo informarti... ho una brutta notizia. Mio padre è appena morto.» «Oh, Adam. Oh, mi dispiace così tanto. Oh, Dio. Vorrei essere lì.» «Anch'io.»

«Che cosa posso fare?» «Niente, non preoccuparti.» «Sai... quando si terrà il funerale?» «Tra un paio di giorni.» «Resterò qui fino a giovedì. Mi dispiace così tanto.» Poi chiamai Seth, che disse più o meno la stessa cosa: «Oh, accidenti, amico, mi dispiace così tanto. Che cosa posso fare?». La gente te lo chiede sempre, ed è un gesto gentile, ma inizi a domandarti che cosa ci sia da fare, giusto? Non era come se mi servisse una casseruola. Non sapevo che cosa mi servisse. «Niente, davvero.» «Forza, posso uscire prima dallo studio legale. Nessun problema.» «No, va tutto bene, grazie, amico.» «Ci sarà una funzione?» «Sì, probabilmente. Ti farò sapere.» «Su col morale, amico, eh?» Poi il cellulare mi trillò nella mano. Meacham non mi salutò neppure. Le sue prime parole furono: «Dove cazzo si era cacciato?». «Mio padre è appena morto. Circa un'ora fa.» Un lungo silenzio. «Gesù» esclamò. Quindi, in tono meccanico, come se fosse un ripensamento: «Mi rincresce». «Già» dissi. «È il momento meno adatto.» «Già» ripetei, la collera che mi accecava. «Gli avevo detto di aspettare.» Quindi premetti FINE CHIAMATA. Capitolo 72 L'impresario delle pompe funebri era lo stesso che aveva organizzato le esequie di mia madre. Era un tipo cordiale e affabile con i capelli troppo neri di qualche tono e lunghi baffi ispidi. Si chiamava Frank («Come suo padre», sottolineò). Mi accompagnò in un salottino che assomigliava a una spartana casa di periferia con tappeti orientali e mobili scuri, un paio di stanze che si diramavano da un corridoio centrale. Il suo ufficio era piccolo e mal illuminato, con un antiquato archivio in acciaio e le riproduzioni incorniciate di dipinti raffiguranti barche e paesaggi. Non vi era nulla di falso in lui; sembrava partecipare davvero al mio dolore. Parlò un po' della morte di suo padre, avvenuta sei anni prima, e di quanto avesse sofferto.

Mi offrì una scatola di Kleenex, ma non ne avevo bisogno. Prese appunti per il necrologio (in cuor mio mi domandai chi l'avrebbe letto, a chi sarebbe importato), di cui concordammo il testo. Faticai a ricordare il nome della sorella maggiore di papà, che era deceduta da tempo, e quelli dei suoi genitori, che avevo visto forse meno di dieci volte in vita mia e che chiamavo semplicemente «nonna» e «nonno». Mio padre aveva un rapporto difficile con i suoi, perciò non li frequentavamo quasi mai. Fui un po' vago riguardo al lungo e complicato curriculum vitae di papà, e forse tralasciai una delle scuole in cui aveva lavorato, ma citai le più importanti. Frank volle sapere in quale arma mio padre avesse prestato il servizio militare, ma rammentavo solo che aveva ricevuto l'addestramento fondamentale in una base dell'esercito, che detestava quell'ambiente e che non aveva mai combattuto da nessuna parte. Mi domandò se volessi una bandiera sulla bara, cosa cui il defunto avrebbe avuto diritto perché era un veterano, ma risposi che papà si sarebbe opposto. Avrebbe inveito contro quell'idea, dicendo qualcosa come: «Per chi cazzo mi hai preso, per John F. Kennedy durante un maledetto funerale di Stato?». Frank mi chiese se volessi che l'esercito suonasse il silenzio, un'altra cosa cui mio padre aveva diritto, e mi spiegò che adesso non c'era più il trombettiere e che di solito accendevano un registratore accanto alla tomba. Risposi che papà non avrebbe voluto neppure il silenzio. Desideravo che la cerimonia si tenesse il prima possibile, aggiunsi. Volevo lasciarmi tutto alle spalle. Frank contattò la chiesa cattolica dove si era svolto il funerale della mamma e fissò una funzione di lì a due giorni. A quanto ne sapevo, non vi erano parenti fuori città; gli unici sopravvissuti erano un paio di cugini e una zia che mio padre non vedeva mai. Vi erano alcuni tizi che potevano essere considerati suoi amici, anche se non si rivolgevano la parola da anni; vivevano tutti nei paraggi. Frank mi chiese se volessi che papà venisse sepolto con un particolare completo. Forse sì, risposi, avrei controllato. Poi mi accompagnò al piano di sotto, in una serie di stanze dove erano esposte le casse da morto. Sembravano tutte grandi e pacchiane, il genere di cosa che papà avrebbe deriso. Una volta, più o meno nel periodo in cui era scomparsa la mamma, si era messo a sbraitare sul settore delle pompe funebri, affermando che era tutto un furto colossale perché le imprese pretendevano prezzi esorbitanti per bare che finivano sotto terra - perciò a che cosa serviva pagare cifre simili? - e, appena ti voltavi, sostituivano le casse più costose con quelle di pino, più economiche. Sapevo che non era vero: avevo visto i becchini che calavano la bara di mia madre nella tomba e la

coprivano di terra, e non credevo che potessero mettere in atto alcuna truffa, a meno che non l'avessero disseppellita nel cuore della notte, cosa di cui dubitavo. A causa di questi sospetti (o almeno, quello era stato il suo pretesto) papà aveva scelto una delle casse più a buon mercato per la mamma, pino trattato in maniera da assomigliare al mogano. «Credimi» mi aveva detto alle pompe funebri mentre ero in preda a un accesso di pianto «tua madre non amava sperperare i quattrini.» Ma non gli avrei riservato lo stesso trattamento, anche se adesso era morto e non l'avrebbe mai saputo. Guidavo una Porsche, vivevo in un enorme appartamento all'Harbor Suites e potevo permettermi di comprare una bella bara per mio padre. Con i soldi che guadagnavo grazie al lavoro di cui si lamentava tanto. Ne scelsi una elegante, di mogano, dotata di una «cassaforte dei ricordi», un cassetto dove avrei potuto infilarvi oggetti appartenuti al defunto. Un paio d'ore dopo tornai a casa, mi sdraiai nel mio letto sfatto e mi addormentai. Più tardi andai all'appartamento di papà e ispezionai l'armadio, che aveva tutta l'aria di essere rimasto chiuso per molto tempo, e trovai uno scadente completo blu che non gli avevo mai visto addosso. Vi era una striscia di polvere su ciascuna spalla. Recuperai una camicia, ma non riuscii a scovare una cravatta (credo che mio padre non ne abbia mai portata una), perciò decisi di usare una delle mie. Mi guardai intorno alla ricerca di qualcosa con cui seppellirlo. Un pacchetto di sigarette, magari. Avevo temuto che entrare in casa sua sarebbe stato difficile, che avrei ricominciato a piangere. Le poche tracce rimaste del vecchio (il respiratore, la Barcalounger, la sedia a rotelle, il lieve puzzo di fumo) mi trasmisero invece soltanto una profonda tristezza. Dopo un'atroce mezz'ora trascorsa a setacciare i suoi effetti personali mi arresi e decisi che non avrei messo niente nella «cassaforte dei ricordi». Che l'avrei lasciata simbolicamente vuota, perché no? Di nuovo all'Harbor Suites, scelsi una delle cravatte che mi piacevano meno e che non mi importava perdere, una di reps bianco e blu che sembrava abbastanza sobria. Non avendo voglia di uscire ancora, la consegnai al portiere pregandolo di farla recapitare a Frank. Il giorno successivo fu quello della veglia. Arrivai alle pompe funebri circa venti minuti prima dell'inizio. L'aria condizionata era così alta che quasi si congelava, e il locale profumava di deodorante per ambienti. Quando Frank mi domandò se volessi «porgere i miei omaggi» a papà in

privato, risposi di sì. Mi indicò una delle stanze che si diramavano dal corridoio centrale. Entrando e vedendo la bara aperta, fui percorso da una scossa elettrica. Mio padre giaceva lì con l'economico completo blu e la mia cravatta a righe, le mani incrociate sul petto. Avevo un nodo in gola, ma si sciolse in fretta e, strano a dirsi, non mi commossi tanto da piangere. Mi sentivo soltanto vuoto. Papà non pareva reale, ma i morti non paiono mai reali. Frank, o chiunque avesse composto la salma, non aveva fatto un cattivo lavoro (non aveva usato troppo belletto o cose simili), ma il defunto assomigliava a una statua del museo delle cere di Madame Tussaud. Lo spirito abbandona il corpo, e nulla di quanto possa fare un impresario di pompe funebri lo riporta indietro. Il viso era di un finto «color carne». Sembrava che gli avessero applicato un impercettibile rossetto marrone sulle labbra. Pareva un po' meno arrabbiato di quanto fosse all'ospedale, ma non erano riusciti a dargli un'espressione serena. Immagino che non avessero potuto fare più di tanto per spianargli le rughe sulla fronte. Ora la pelle era fredda e molto più terrea di prima. Indugiai un istante prima di baciarlo sulla guancia, che mi sembrò strana, sporca, innaturale. Rimasi lì a osservare questo guscio corporeo, questa buccia abbandonata, questo baccello che un tempo aveva contenuto l'anima spaventosa ed enigmatica di mio padre. Cominciai a parlargli, come credo che ogni figlio parli al padre defunto. «Be', papà» dissi «finalmente te ne sei andato. Se c'è davvero un aldilà, spero che tu sia più felice di quanto lo fossi qui.» Poi mi dispiacque per lui, una sensazione che probabilmente non avevo mai provato quando era vivo. Ricordai un paio di occasioni in cui era sembrato davvero contento, quando ero molto più piccolo e mi portava in giro sulle sue spalle. La volta in cui una delle sue squadre aveva vinto il campionato. La volta in cui era stato assunto alla Bartholomew Browning. Qualche momento come quelli. Sorrideva però di rado, a meno che non scoppiasse nella sua risata amara. Forse avrebbe avuto bisogno degli antidepressivi, forse era quello il suo problema, ma ne dubitavo. «Non ti capivo molto bene, papà» aggiunsi. «Ma ce l'ho davvero messa tutta.» In quelle tre ore non si presentò quasi nessuno. Vi erano alcuni miei ex compagni del liceo, un paio con le mogli, e due amici del college. L'anziana zia Irene restò per un po' e mi disse: «Tuo padre era fortunato ad avere te». Aveva un lieve accento irlandese e un insopportabile profumo da vecchietta. Seth, che arrivò presto e si trattenne fino a tardi, cercò di tenermi su di morale. Raccontò qualche storiella su papà nel tentativo di farmi ri-

dere, aneddoti famosi risalenti al periodo in cui faceva l'allenatore, episodi che erano diventati leggenda tra i miei amici e alla Bartholomew Browning. Una volta papà aveva preso un pennarello, aveva tracciato una riga al centro della maschera di un ragazzo (uno zuccone grande e grosso di nome Pelly), poi giù giù per tutta la divisa fino alle scarpe e infine in linea retta attraverso il campo, anche se il pennarello non scriveva sull'erba, quindi aveva abbaiato: «Tu corri in questa direzione, Pelly, capito? È questa la direzione in cui devi correre». Una volta aveva chiesto il time out, si era avvicinato a un giocatore di football di nome Steve e gli aveva afferrato la maschera chiedendo: «Sei stupido, Steve?». Poi, senza aspettare la risposta, aveva strattonato la maschera su e giù, facendo annuire la testa del ragazzo come quella di una bambola. «Sì, allenatore» aveva detto imitando la voce stridula del giovane. Il resto della squadra l'aveva trovato divertente, e quasi tutti avevano riso. «Sì, sono stupido.» In un'altra occasione aveva chiesto il time out durante una partita di hockey e aveva cominciato a inveire contro un allievo di nome Resnick accusandolo di giocare troppo duro. Strappandogli la mazza di mano, l'aveva minacciato: «Signor Resnick, se la vedo ancora fare un'ostruzione» - e gli aveva conficcato il bastone nella pancia fino a farlo rimettere - «o uno sgambetto» - e l'aveva colpito di nuovo allo stomaco - «la distruggo». In preda ai conati di vomito, Resnick aveva rigettato sangue. Nessuno aveva riso. «Già» riconobbi. «Era un tipo strambo, vero?» Ora desideravo che Seth la smettesse, e per fortuna lo fece. L'indomani, durante il funerale, sedevo su una panca tra Seth e Antwoine. Il sacerdote, una persona solenne dai capelli argentei che sembrava un ministro della TV, si chiamava padre Joseph Iannucci. Prima della messa mi aveva preso da parte per pormi qualche domanda riguardo a papà: la sua «fede», che genere di uomo fosse stato, che cosa avesse fatto per guadagnarsi da vivere, gli eventuali hobby e così via. Avevo avuto qualche difficoltà nel rispondere. In chiesa vi era forse una ventina di persone, alcune delle quali parrocchiani abituali che erano venuti per la funzione, ma non conoscevano papà. Gli altri erano miei ex compagni delle superiori e dell'università, un paio di vicini, un'anziana signora che abitava nella casa accanto. Vi era uno degli «amici» di mio padre, un tale che aveva fatto volontariato con lui anni addietro, prima che papà si ritirasse dall'organizzazione dopo essersi infuriato

per una sciocchezza. Quel tizio non sapeva neppure che fosse ammalato. Vi erano infine un paio di vecchi cugini di cui avevo soltanto un vago ricordo. Io e Seth avevamo sollevato il feretro con l'aiuto di alcuni portatori di bara. Davanti alla chiesa vi erano dei fiori. Non sapevo come ci fossero arrivati, se li avesse mandati qualcuno o se li avesse forniti l'impresa di pompe funebri. La funzione fu una di quelle cerimonie interminabili che ti obbligano ad alzarti, a sederti e a inginocchiarti di continuo, probabilmente per impedirti di cadere addormentato. Mi sentivo vuoto, annebbiato, ancora sotto shock. Padre Iannucci chiamava papà «Francis» e utilizzò diverse volte il nome completo, «Francis Xavier», quasi a indicare che il defunto era stato un cattolico devoto anziché un ateo il cui unico rapporto con il Signore era consistito nel pronunciare il Suo nome invano. «Siamo afflitti per la dipartita di Francis» dichiarò il prete «piangiamo il suo trapasso, ma crediamo che sia volato da Dio, che si trovi in un luogo migliore, che ora partecipi alla Resurrezione di Cristo vivendo una nuova vita. La morte di Francis non è la fine. Possiamo ancora essere uniti a lui.» Chiese: «Perché ha dovuto patire così tanto negli ultimi mesi?» e rispose dicendo qualcosa sulla sofferenza di Gesù e ricordando che quest'ultimo «non si era lasciato vincere o sconfiggere dal dolore». Non capii bene che cosa significasse, ma non ascoltavo con attenzione. Ero intontito. Al termine della funzione Seth mi abbracciò e Antwoine mi strinse la mano fino quasi a stritolarmela; mi meravigliai di scorgere una lacrima che scendeva lungo la guancia del gigante. Non avevo pianto per tutta la messa; non avevo pianto per tutto il giorno. Forse non ne ero più capace; mi sentivo anestetizzato. Zia Irene mi si avvicinò barcollando e mi tenne la mano tra le sue, costellate di macchie marroni. Il contorno del suo vivace rossetto scarlatto era tremolante. Aveva un profumo così forte che dovetti trattenere il fiato. «Tuo padre era un buon uomo» osservò. Parve leggere qualcosa sul mio viso, uno scetticismo che non avrei voluto manifestare, e aggiunse: «Non era bravo a esprimere i suoi sentimenti. Non riusciva a esternarli. Ma so che ti voleva bene». Okay, se proprio insisti, pensai sorridendo e ringraziandola. L'amico del volontariato, un tipo corpulento che aveva più o meno l'età di papà ma sembrava più giovane di vent'anni, mi strinse la mano dicendo: «Condoglianze». Era presente anche Jonesie, il vicecaposquadra della piattaforma

di carico della Wyatt Telecom, accompagnato dalla moglie Esther. Mi fecero entrambi le condoglianze. Stavo per uscire dalla chiesa, intenzionato a salire sulla limousine per seguire il carro funebre fino al cimitero, quando scorsi un uomo seduto in ultima fila. Era entrato poco dopo l'inizio della messa, ma non ero riuscito a vederne il volto da lontano nella navata buia. Si voltò e incrociò il mio sguardo. Era Goddard. Stentavo a crederci. Sbalordito e commosso, mi avvicinai piano. Sorridendo, lo ringraziai per essere venuto. Scosse la testa, liquidando il mio grazie con un gesto della mano. «Pensavo fosse a Tokyo» dissi. «Oh, diamine, la divisione del Pacifico asiatico mi ha fatto aspettare un sacco di volte.» «Io non...» farfugliai incredulo. «Ha rimandato il viaggio?» «Una delle pochissime cose che ho imparato nella vita è l'importanza di stabilire delle priorità.» Tacqui per un attimo. «Torno domani» annunciai. «Forse arriverò un po' tardi, perché probabilmente dovrò occuparmi di qualche faccenda...» «No» mi interruppe. «Faccia con calma. Se la prenda comoda.» «Sto bene, davvero.» «Sia generoso con se stesso, Adam. In un modo o nell'altro ce la caveremo senza di lei per un po'.» «Non è come... non è affatto come con suo figlio, Jock. Insomma, mio padre era malato di enfisema da tempo e... è meglio che sia andata così. Voleva morire.» «Lo capisco» replicò pacato. «Insomma, non eravamo molto legati, sul serio.» Mi guardai intorno nella chiesa mal illuminata, le panche di legno, la vernice oro e cremisi alle pareti. Un paio di amici mi attendevano alla porta. «Probabilmente non dovrei dirlo, soprattutto qui, sa?» Sorrisi mesto. «Ma era un tipo difficile, un vecchio scorbutico, il che rende più facile accettare la sua scomparsa. Non sono disperato o qualcosa di simile.» «Oh, no, quando i sentimenti sono così complicati, è ancora più dura, Adam. Vedrà.» Sospirai. «Non credo che i miei sentimenti per lui siano... fossero... tanto complicati.» «Ci si rende conto dopo. Le opportunità sprecate. Le cose che sarebbero

potute accadere. Ma voglio che ricordi una cosa: suo padre era fortunato ad averla.» «Non penso che si considerasse...» «Sì, invece. Era un uomo fortunato, suo padre.» «Non saprei» protestai, e a un tratto, senza preavviso, la valvola chiusa dentro di me cedette, la diga crollò, e le lacrime presero a sgorgare. Arrossii di vergogna mentre mi rigavano il volto e balbettai: «Mi dispiace, Jock». Mi posò le mani sulle spalle. «Chi non riesce a piangere non è vivo» sentenziò con gli occhi lucidi. Ora piangevo come un poppante e mi sentivo insieme mortificato e sollevato. Goddard mi cinse con le braccia stringendomi forte mentre frignavo come un idiota. «Figliolo, voglio dirle una cosa» mormorò. «Non è solo.» Capitolo 73 Tornai al lavoro il giorno successivo al funerale. Che cosa avrei dovuto fare, girovagare per l'appartamento con il muso lungo? Non ero depresso, ma mi sentivo escoriato, come se mi avessero strappato uno strato di pelle. Avevo bisogno di stare tra la gente. E forse, adesso che papà era morto, avrei trovato un po' di consolazione in Goddard, che cominciava a sembrare quanto di più simile a un padre avessi mai avuto. Non per stendermi sul lettino di uno strizzacervelli o roba del genere, ma per me qualcosa era cambiato dopo averlo visto in chiesa. Non ero più indeciso o combattuto riguardo alla mia vera missione alla Trion, riguardo al «vero motivo» per cui ero lì, perché quello non era più il vero motivo per cui ero lì. Secondo i miei calcoli, avevo fatto il mio dovere, avevo saldato il mio debito e mi meritavo una fedina penale pulita. Non lavoravo più per Nick Wyatt. Avevo smesso di rispondere alle telefonate e alle e-mail di Meacham. Una volta trovai persino un messaggio di Judith Bolton sul mio cellulare. Benché non avesse lasciato il nome, riconobbi subito la sua voce. «Adam» diceva «so che sta attraversando un periodo difficile. Siamo tutti addolorati per la morte di suo padre e le facciamo le nostre più sentite condoglianze.» Immaginai la riunione strategica tra Judith, Meacham e Wyatt, tutti disperati e furibondi perché il loro aquilone si era staccato dal filo. Probabilmente Judith aveva raccomandato di andarci piano perché avevo appena

perso un genitore, e Wyatt aveva pronunciato qualche parola volgare aggiungendo che non gliene fregava un cazzo, che il tempo stringeva, mentre Meacham aveva tentato di superare la crudeltà del suo capo descrivendo come mi avrebbero arrostito i piedi e me le avrebbero suonate di santa ragione; a quel punto, forse Judith si era opposta, aveva suggerito un approccio più delicato, si era offerta di telefonarmi... «Ma è fondamentale, anche in questo periodo di turbamento, che resti sempre in contatto. Voglio che il nostro rapporto continui a essere positivo e cordiale, Adam, ma deve farsi vivo oggi» proseguiva il messaggio. Lo cancellai insieme con quello di Meacham. Avrebbero capito. In futuro avrei spedito un'e-mail ad Arnold per tagliare ufficialmente i ponti, ma per ora pensai di tenerli sulla corda mentre si rendevano conto della realtà della situazione. Non ero più l'aquilone di Nick Wyatt. Gli avevo dato quello che volevano. Si sarebbero accorti che non valeva la pena di insistere. Forse mi avrebbero minacciato, ma non avrebbero potuto costringermi a lavorare per loro. Finché avessi tenuto a mente che non avrebbero potuto fare nulla, ne sarei uscito incolume. Dovevo soltanto tenerlo a mente. Ne sarei uscito incolume. Capitolo 74 Il mio cellulare squillò ancor prima che entrassi nel garage della Trion il mattino successivo. Era Flo. «Jock vuole vederla» annunciò in tono urgente. «Subito.» Goddard era nell'ufficio posteriore con Camilletti, Colvin e Stuart Lurie, il vicepresidente anziano dello Sviluppo aziendale che avevo conosciuto al barbecue. Quando entrai, stava parlando Camilletti. «... No, a quanto ne so, il figlio di puttana è andato a Palo Alto ieri con una proposta di finanziamento bell'e pronta. Ha pranzato con Hillman, l'amministratore delegato, e all'ora di cena avevano ormai stipulato l'accordo. Ha presentato la nostra stessa offerta dollaro per dollaro - fino all'ultimo centesimo, insomma -, ma in contanti!» «Come diavolo è potuto succedere!» esplose Goddard. Non l'avevo mai visto tanto furioso. «La Delphos ha firmato una clausola di esclusiva, Cristo santo!»

«Quella clausola reca la data di domani. Non è ancora stata sottoscritta. Ecco perché si è precipitato laggiù, per concludere l'affare prima che ce lo accaparrassimo noi.» «Di chi stiamo parlando?» chiesi a bassa voce mentre mi sedevo. «Di Nicholas Wyatt» rispose Lurie. «Ci ha appena soffiato la Delphos da sotto il naso comprandola per cinquecento milioni di dollari in contanti.» Provai un vuoto allo stomaco. Riconobbi il nome Delphos, ma ricordai che non avrei dovuto. Wyatt aveva acquistato la Delphos?, pensai sbigottito. Mi voltai verso Goddard con un'occhiata interrogativa. «È la società che eravamo sul punto di rilevare. Gliene avevo accennato» spiegò con impazienza. «I nostri avvocati avevano quasi finito di redigere il contratto di acquisto definitivo...» La sua voce si smorzò, quindi tornò ad alzarsi. «Non avrei mai immaginato che la Wyatt disponesse di una simile cifra!» «Avevano poco meno di un miliardo in contanti» intervenne Colvin. «Ottocento milioni, per l'esattezza. Perciò, con cinquecento milioni in meno, il loro salvadanaio è quasi vuoto, perché hanno un debito di tre miliardi di dollari, e gli interessi ammontano probabilmente a duecento milioni l'anno.» Goddard batté la mano sul tavolo rotondo. «Maledizione!» tuonò. «Che cosa diavolo se ne fa Wyatt di un'azienda come la Delphos? Lui non ha AURORA... il fatto che esponga la sua società a un rischio simile è assurdo, a meno che non cerchi semplicemente di fregarci.» «Cosa che è appena riuscito a fare» osservò Camilletti. «Per l'amor del cielo, senza AURORA la Delphos non vale niente!» protestò Goddard. «Senza la Delphos, AURORA è fottuto» ribatté Camilletti. «Forse Wyatt è a conoscenza del progetto» interloquì Colvin. «Impossibile!» esclamò Goddard. «E anche se è a conoscenza di AURORA, non ne è in possesso!» «E se non fosse così?» suggerì Lurie. Seguì un lungo silenzio. Camilletti parlò con lentezza e concentrazione. «Salvaguardiamo AURORA applicando le stesse norme di sicurezza federali prescritte dal ministero della Difesa per gli appaltatori governativi che trattano informazioni riservate.» Fissò Goddard con espressione furibonda. «Mi riferisco ai fire-

wall, alle autorizzazioni per la consultazione dei dati sensibili, alla protezione della rete, all'accesso sicuro multilivello... a ogni maledetta misura nota all'uomo. Un fottuto cono del silenzio. Cazzo, non è possibile che Wyatt sia venuto a saperlo.» «Be'» replicò Goddard «in qualche modo ha scoperto i dettagli delle nostre negoziazioni...» «A meno che» lo interruppe Camilletti «non avesse una talpa.» Sembrò che gli fosse venuta un'idea, e mi guardò. «Lei lavorava per Wyatt, vero?» Mi sentii avvampare e, per non darlo a vedere, simulai indignazione. «Lavoravo alla Wyatt» lo rimbeccai. «È in contatto con lui?» mi chiese, gli occhi che mi trapassavano. «Che cosa vuole insinuare?» mi alzai. «Le ho posto una domanda semplicissima. È in contatto con Wyatt?» insistette. «Ha cenato con lui all'Auberge non molto tempo fa, giusto?» «Paul, basta così» lo zittì Goddard. «Adam, si risieda subito. Cassidy non ha alcun accesso ad AURORA. O ai dettagli delle trattative con la Delphos. Credo che oggi abbia sentito questo nome per la prima volta.» Annuii. «Passiamo oltre» ordinò Jock. Sembrava essersi calmato un po'. «Paul, voglio che consulti i nostri avvocati per elaborare qualche alternativa. Per vedere se sia possibile fermare Wyatt. Ora, il lancio di AURORA è fissato tra quattro giorni. Quando il mondo saprà che cosa abbiamo appena fatto, ci sarà un folle parapiglia per fare incetta di materiali e produttori lungo tutta la dannata catena dell'offerta. O ritardiamo il lancio o... non voglio essere coinvolto in quel parapiglia. Dovremo unire le forze e cercare un'acquisizione analoga...» «Nessuno possiede quella tecnologia oltre alla Delphos!» gridò Camilletti. «Siamo tutte persone in gamba» disse Goddard. «C'è sempre un'altra possibilità.» Si alzò appoggiando le mani ai braccioli della poltrona. «Sapete, Ronald Reagan raccontava spesso la storia del ragazzo che aveva trovato un enorme mucchio di letame e aveva dedotto: "Deve esserci un pony qui da qualche parte".» Rise, e gli altri lo imitarono educatamente. Parvero apprezzare il suo debole tentativo di alleggerire la tensione. «Mettiamoci tutti al lavoro. Troviamo il pony.» Capitolo 75

Sapevo che cosa era accaduto. Riflettei mentre tornavo a casa quella sera; più ci pensavo più mi infuriavo, e più mi infuriavo più schiacciavo l'acceleratore e la mia guida diventava spericolata. Se non fosse stato per la proposta di finanziamento che avevo prelevato dai fascicoli di Camilletti, Wyatt non avrebbe saputo della Delphos, la società che la Trion intendeva rilevare. Più lo ripetevo a me stesso, peggio mi sentivo. Dannazione, era giunto il momento di comunicare a Wyatt che era finita. Non avrei più lavorato per loro. Aprii la porta dell'appartamento, accesi la luce e andai dritto verso il computer per inviare un'e-mail. Ma no. Arnold Meacham sedeva alla mia scrivania mentre un paio di bestioni dai capelli a spazzola mettevano a soqquadro la stanza. La mia roba era sparsa dappertutto. Avevano tolto i libri dalle mensole e avevano fatto a pezzi i lettori CD e DVD e persino il televisore. Sembrava che qualcuno in preda a un raptus di follia avesse buttato all'aria ogni cosa, devastando tutto e cercando di causare i maggiori danni possibili. «Che cosa cazzo...?» chiesi. Senza scomporsi, Meacham alzò gli occhi dallo schermo. «Non osi mai più ignorarmi» intimò. Dovevo tagliare la corda. Mi voltai e spiccai un balzo verso la porta proprio quando un altro gorilla dai capelli a spazzola la sbatté e ci si piazzò davanti, fissandomi guardingo. Non vi erano altre uscite oltre alle finestre, un salto di ventisette piani non mi sembrava per niente una buona idea. «Che cosa vuole?» domandai a Meacham con gli occhi che guizzavano da lui alla porta. «Pensa di potermi nascondere qualcosa?» ribatté. «Non credo proprio. Non esiste cassetta di sicurezza o ripostiglio cui non possiamo accedere. Vedo che ha salvato tutte le mie e-mail. Non credevo che ci tenesse tanto.» «Certo che le ho salvate» replicai indignato. «Conservo le copie di ogni cosa.» «Il programma di cifratura che usa per gli appunti sulle riunioni con me, Wyatt e Judith... sa, è stato decodificato oltre un anno fa. Adesso ce ne sono di molto più efficaci.» «Buono a sapersi, grazie» ribattei sarcastico. Cercai di restare impertur-

babile. «Ora, perché lei e i suoi ragazzi non uscite di qui prima che chiami la polizia?» Sbuffò e mi fece un cenno intimandomi di avvicinarmi. «No.» Scossi la testa. «Ho detto che lei e i suoi amici...» Con la coda dell'occhio scorsi un movimento improvviso, fulmineo, e qualcosa cozzò contro la mia nuca. Mi afflosciai sulle ginocchia sentendo il sapore del sangue. Tutto si tinse di rosso scuro. Tesi la mano per afferrare il mio aggressore, ma mentre la agitavo all'indietro, un piede mi sferrò un calcio al rene destro. Una lancinante fitta di dolore mi attraversò il tronco, stendendomi sul tappeto persiano. «No» ansimai. Un altro calcio, questo alla nuca, violentissimo. Puntini di luce mi si accesero davanti agli occhi. «Me li tolga di torno» gemetti. «Dica al suo... amico... di piantarla. Quando sono troppo rintronato, divento loquace.» Fu l'unica cosa che mi venne in mente. Con molta probabilità i complici di Meacham non sapevano granché. Erano soltanto tirapiedi. Era ragionevole pensare che Arnold non li avesse messi al corrente, che avesse preferito tacere. Forse erano a conoscenza di qualcosa, quanto bastava per sapere dove cercare. Era tuttavia verosimile che Meacham volesse tenerli il più possibile all'oscuro. Mi rannicchiai preparandomi a un altro calcio, mentre ogni cosa diventava bianca e scintillante e avvertivo un gusto metallico in bocca. Vi fu un attimo di silenzio; pareva che Meacham gli avesse ordinato di smetterla. «Che cosa diavolo vuole da me?» chiesi. «Andiamo a fare un giro» annunciò. Capitolo 76 Meacham e i suoi scagnozzi mi spinsero fuori dell'appartamento, nell'ascensore fino al garage e infine sulla strada attraverso un'entrata secondaria. Ero mezzo morto di paura. Una Suburban nera con i finestrini fumé era parcheggiata accanto all'ingresso. Meacham ci precedeva, e i tre gorilla mi restavano incollati addosso, mi circondavano, probabilmente per impedirmi di fuggire, di aggredire Arnold o qualcosa di simile. Uno reggeva in mano il mio laptop, l'altro il mio desktop. La testa mi pulsava, e la schiena e il petto erano malridotti. Dovevo avere un aspetto terribile, tutto contuso e acciaccato.

Almeno nei film sulla mafia, «andiamo a fare un giro» indica solitamente l'intenzione di seppellire la vittima nel cemento fresco e buttarla nell'East River. Ma se volevano uccidermi, perché non l'avevano fatto di sopra? I bestioni erano ex poliziotti, intuii dopo un po', assunti dalla Sicurezza aziendale della Wyatt. Pareva che li avessero scelti solo per la loro forza bruta. Erano semplici ammassi di muscoli. Uno dei gorilla guidava, mentre Meacham sedette sul sedile anteriore, protetto da un vetro antiproiettile, e parlò al cellulare per tutto il viaggio. A quanto pareva, aveva raggiunto il suo scopo. Mi aveva fatto cagare sotto e aveva trovato le prove che conservavo su Wyatt. Tre quarti d'ora dopo, la Suburban imboccò il lungo vialetto di pietra della casa di Nick. Due dei bestioni mi perquisirono alla ricerca di armi, come se avessi potuto procurarmi una Beretta nel tragitto tra il mio appartamento e la villa. Mi presero il cellulare e mi fecero varcare la soglia a forza di spintoni. Attraversai il metal detector, che suonò. Mi tolsero le chiavi, la cintura e l'orologio. Wyatt sedeva davanti a un'enorme TV a schermo piatto in una stanza spaziosa e disadorna, intento a guardare la CNBC con il volume al minimo e a parlare al telefonino. Lanciai un'occhiata alla mia immagine in uno specchio mentre entravo accompagnato dalla mia scorta con i capelli a spazzola. Ero piuttosto malconcio. Restammo tutti lì in piedi. Dopo qualche minuto Wyatt terminò la chiamata, posò l'apparecchio e mi guardò. «Chi non muore si rivede» commentò. «Già» replicai. «Si guardi. È andato a sbattere contro una porta? È caduto dalle scale?» «Qualcosa del genere.» «Mi dispiace per suo padre. Ma Cristo, respirare grazie a un tubo, alle bombole dell'ossigeno e a tutta quella merda... insomma, sparatemi se mai mi ridurrò così.» «Molto volentieri» sussurrai, ma credo che non mi abbia sentito. «Meglio che sia morto, eh? Meglio che abbia smesso di soffrire?» Avrei voluto scagliarmi contro di lui e strozzarlo. «Grazie per l'interessamento» dissi. «Sono io che devo ringraziare lei per le informazioni sulla Delphos» ribatté. «Si mormora che abbia dovuto svuotare il salvadanaio per comprarla.» «Bisogna sempre essere tre passi avanti. Come pensa che sia arrivato

dove sono ora? Quando annunceremo che siamo noi ad avere il chip ottico, le nostre azioni saliranno alle stelle.» «Bene» dissi. «Ha risolto tutto quanto. Non ha più bisogno di me.» «Oh, è lontano dall'aver finito, amico mio. Non finché mi procurerà le specifiche del chip e il prototipo.» «No» lo contraddissi con un fil di voce. «Ho finito adesso.» «Crede di aver finito? Caspita, è impressionante.» Rise. Trassi un profondo respiro. Avevo il cuore in gola. Mi faceva male la testa. «La legge è chiara su questo punto» aggiunsi schiarendomi la voce. Avevo consultato alcuni siti web di argomento giuridico. «Lei è in guai molto più grossi di me, perché è stato lei ad architettare tutto questo piano. Io sono solo una pedina. È stato lei a organizzare ogni cosa.» «La legge?» ripeté Wyatt con un sorriso incredulo. «Parla con me della maledetta legge? È per questo che ha salvato le e-mail, i memorandum e compagnia bella, per intentare una causa legale contro di me? Oh, accidenti, provo quasi compassione per lei. Si ostina proprio a non capire, vero? Pensa che la lascerò andare prima che abbia terminato?» «Le ho passato ogni tipo di informazioni preziose» protestai. «Il suo piano ha funzionato. È finita. D'ora in poi non mi contatti più. Fine della transazione. Non è mai accaduto nulla di tutto questo.» Il puro terrore cedette il passo a una sorta di folle ottimismo: finalmente avevo superato il limite. Ero saltato giù dal dirupo e fluttuavo nell'aria, e intendevo godermi il volo finché avessi toccato terra. «Ci pensi» proseguii. «Lei ha molto più da perdere rispetto a me. La sua società. E il suo patrimonio. Io sono una nullità. Sono un pesce piccolo. Anzi, sono un mollusco.» Il suo sorriso si allargò. «Che cosa vuole fare, andare da "Jock" Goddard e confessargli di non essere altro che un insulso spione merdoso le cui "idee" brillanti provengono dal suo principale concorrente? E poi che cosa crede che farà Goddard? Che la ringrazierà, la porterà a pranzo in quella stupida tavola calda e brinderà alla sua salute con un bicchiere di Ovomaltina? Io penso di no.» Scossi la testa, il cuore che mi martellava nel petto. «Non vorrà mica che Goddard scopra come ha appreso tutti i particolari delle negoziazioni con la Delphos?» «Oppure pensa di andare all'FBI, ho indovinato? Di spifferare che era una spia sul libro paga della Wyatt? Oh, ne saranno contenti. Sa quanto sia comprensiva l'FBI, vero? La schiacceranno come uno scarafaggio. Neghe-

rò ogni cosa, e non potranno far altro che credere a me. Sa come mai? Perché lei è un dannato truffatore da quattro soldi. Lei è colpevole di furto, amico mio. L'ho licenziata quando si è appropriato indebitamente dei miei fondi, ed è tutto scritto nero su bianco.» «Allora avrà qualche difficoltà nello spiegare perché la Wyatt mi ha raccomandato con tanto entusiasmo.» «Ma nessuno l'ha fatto, non l'ha capito? Non avremmo mai raccomandato un ladro come lei. È stato lei, un bugiardo patentato, a contraffare la nostra carta intestata per scriversi le referenze quando ha presentato domanda alla Trion. Quelle lettere non le abbiamo spedite noi. L'analisi della carta e l'esame dei documenti da parte della scientifica lo dimostreranno senza ombra di dubbio. Ha usato una stampante diversa, cartucce diverse. Ha falsificato le firme, schifoso imbroglione.» Una pausa. «Pensava davvero che non ci saremmo coperti il culo?» Tentai di ricambiare il suo sorriso, ma non riuscii a convincere i muscoli tremanti della mia faccia a collaborare. «Spiacente, questo non giustifica le telefonate dei suoi dirigenti alla Trion» mi difesi. «A ogni modo, Goddard non ci cascherà. Mi conosce.» La risata di Nick assomigliava più a un latrato. «La conosce! Questa sì che è bella. Accidenti, non sa davvero con chi ha a che fare, vero? È nella merda fino al collo. Secondo lei, tutti crederanno che la nostra sezione Risorse umane abbia telefonato alla Trion con delle raccomandazioni eccellenti dopo che l'avevamo buttata fuori a calci nel sedere? Be', faccia un po' di indagini, testa di cazzo, e scoprirà che ogni singola telefonata effettuata dalle nostre Risorse umane è stata reinstradata. I tabulati telefonici indicano che sono partite tutte dal suo appartamento. È stato lei a fare quelle chiamate, stronzo, spacciandosi per i suoi supervisori della Wyatt e inventandosi tutte quelle referenze entusiastiche. Lei è uno schifoso imbroglione, caro mio. È un caso patologico. Ha ideato una maledetta storia presentandosi come un pezzo grosso del progetto Lucid, il che è ovviamente falso. Vede, stronzo, i miei addetti alla Sicurezza e i loro si riuniranno per scambiarsi le impressioni.» La testa mi girava piano, e avevo la nausea. «E magari dovrebbe controllare quel conto corrente segreto di cui va tanto fiero, quello dove è così certo che abbiamo versato fondi provenienti da un deposito estero. Perché non risale alla vera fonte di quelle somme?» Lo fissai. «Quei soldi» continuò «sono stati prelevati direttamente da diversi conti

discrezionali della Trion. Con le sue maledette impronte digitali sopra. Ha rubato dei soldi a loro, come ha fatto con noi.» Sporse gli occhi. «La sua dannata testa è in una tagliola, patetico sacco di merda. La prossima volta che ci vediamo, farà meglio ad avere tutte le specifiche tecniche del chip ottico di Jock Goddard, altrimenti la sua miserabile esistenza sarà finita. E adesso porti il culo fuori da casa mia.» PARTE OTTAVA L'EFFRAZIONE Black bag job: espressione colloquiale indicante l'ingresso clandestino in un ufficio o in un'abitazione per ottenere illegalmente dossier o altri materiali. Spy Book: The Encyclopedia of Espionage Capitolo 77 «È mezzanotte passata» disse Seth. «Sarà meglio per te che sia importante, Adam.» «Lo è. Te lo giuro.» «Sì, ormai chiami solo quando hai bisogno di qualcosa, per la scomparsa di un genitore o roba simile.» Il suo tono era insieme serio e scherzoso. Il fatto è che aveva tutti i diritti di essere incazzato. Da quando avevo cominciato a lavorare alla Trion lo avevo decisamente snobbato; lui, invece, era rimasto al mio fianco quando era morto papà e durante tutto il funerale. Si era dimostrato un amico molto migliore di me. Ci incontrammo un'ora dopo in un Dunkin' Donuts aperto tutta la notte poco distante da casa sua. Il locale era quasi deserto, a eccezione di qualche vagabondo. Seth indossava i soliti vecchi jeans Diesel e una T-shirt del tour mondiale di Dr. Dre. Mi fissò. «Che cosa diavolo ti è successo?» Non gli nascosi neppure uno dei raccapriccianti dettagli. Tanto a che cosa sarebbe servito? All'inizio pensò che mi fossi inventato tutto, ma pian piano si rese conto che gli stavo raccontando la verità, e la sua espressione passò dallo scetticismo divertito al fascino terrorizzato alla compassione bell'e buona. «Oh, accidenti» commentò quando ebbi concluso il mio racconto. «Sei

spacciato.» Annuii sorridendo mesto. «Sono fottuto» dissi. «Non è quello che intendevo.» Sembrava scocciato. «Te la sei andata a cercare, cazzo.» «Non mi sono "andato a cercare" un bel niente.» «E invece sì, stronzo. Avevi una maledetta alternativa.» «Un'alternativa?» chiesi. «Quale alternativa? La galera?» «Hai accettato l'accordo che ti hanno proposto, caro mio. Ti hanno messo alle strette, e tu hai ceduto.» «Che cos'altro potevo fare?» «È per questo che esistono gli avvocati, stronzo. Potevi dirlo a me, avrei potuto chiedere a uno dei tizi per cui lavoro di darci una mano.» «Darci una mano... come? I soldi li avevo presi.» «Avresti potuto rivolgerti a uno degli avvocati dello studio, farli cagare sotto dalla paura, minacciare di divulgare la notizia.» Restai in silenzio per un istante. Chissà perché, dubitavo che sarebbe stato così semplice. «Sì, be', ormai è troppo tardi. Comunque, avrebbero negato tutto. Anche se uno dei tuoi legali avesse accettato di rappresentarmi, Wyatt mi avrebbe sguinzagliato dietro tutto il dannato ordine degli avvocati.» «Forse. O forse avrebbe preferito mettere tutto a tacere. Magari l'avresti fatta franca.» «Non credo.» «Già» replicò sprizzando sarcasmo da tutti i pori. «Invece ti sei inchinato e hai detto di sì. Ti sei prestato al loro sporco gioco, hai accettato di diventare una spia, garantendoti quasi sicuramente una condanna al carcere...» «Come sarebbe a dire, "garantendomi" una condanna al carcere?» «... e poi, tanto per soddisfare la tua folle ambizione, eccoti qui a prendere per il culo l'unico imprenditore americano che ti abbia mai offerto un'opportunità.» «Grazie tante» lo rimbeccai in tono amaro, sapendo che aveva ragione. «Te lo sei meritato.» «Apprezzo l'incoraggiamento e il supporto morale, amico.» «Mettiamola così, Adam. Ai tuoi occhi sarò un povero fallito, ma almeno mi sono procurato il mio fallimento con mezzi onesti. Che cosa sei tu? Un imbroglione. Una fottuta Rosie Ruiz.» «Eh?»

«Ha vinto la maratona di Boston circa vent'anni fa, stabilendo il record femminile, ricordi? Senza versare nemmeno una goccia di sudore. Si è scoperto che si era inserita nella corsa a ottocento metri dal traguardo. Aveva preso la maledetta metropolitana per arrivare fin lì. Ecco che cosa sei, caro mio. La Rosie Ruiz dell'America imprenditoriale.» Sedevo lì, la faccia che diventava sempre più rossa e calda, sentendomi sempre più demoralizzato. «Hai finito?» gli domandai dopo un po'. «Sì, per ora.» «Bene» conclusi. «Perché ho bisogno del tuo aiuto.» Capitolo 78 Non ero mai stato nello studio legale dove Seth lavorava, o fingeva di lavorare. Occupava quattro piani in un grattacielo del centro e aveva tutti i fronzoli che la gente cerca in un ufficio di lusso: moltissimo vetro, pannelli di mogano, costosi tappeti aubosson, arte moderna su tele gigantesche. Quel mattino Seth fissò subito un appuntamento con il suo capo, un socio anziano di nome Howard Shapiro che era specializzato in diritto penale ed era stato pubblico ministero. Era un uomo basso, tarchiato, quasi calvo, con rotondi occhiali neri e la voce stridula, che parlava a macchinetta ed era un concentrato di energia pura. Continuava a interrompermi, a consultare l'orologio e a esortarmi a finire il racconto. Prendeva appunti su un block-notes giallo. Ogni tanto mi lanciava un'occhiata guardinga e perplessa, come se cercasse di capire qualcosa, ma per la maggior parte del tempo non reagì. Seth, che era in prova, si limitò per lo più a guardare. «Chi l'ha picchiata?» mi chiese Shapiro. «I suoi gorilla.» Scrisse un'annotazione. «Quando gli ha detto che voleva mollare tutto?» «Prima. Avevo smesso di rispondere alle loro e-mail e telefonate.» «Volevano darle una lezione, eh?» «Immagino di sì.» «Mi permetta di domandarle una cosa. Mi risponda con sincerità. Ipotizziamo che procuri a Wyatt quello che vuole, il chip o qualunque cosa sia. Non pensa che la lascerebbe in pace?» «Ne dubito.» «Crede che continueranno a fare pressioni su di lei?» «È probabile.» «Non ha paura di vedersi esplodere in faccia tutta questa storia e di cac-

ciarsi nei guai?» «Ci ho pensato. So che quelli della Trion sono incazzati neri perché l'acquisizione è andata a monte. Probabilmente ci sarà una specie di indagine, e chissà che cosa succederà.» «Be', ho altre brutte notizie per lei, Adam. Detesto doverglielo dire, ma è un fesso.» Seth sorrise. «Lo so.» «In altre parole, deve essere lei a colpire per primo, altrimenti è fregato.» «Come?» «Immaginiamo che venga tutto a galla e che la becchino. È verosimile. Si rimette alla clemenza della corte senza collaborare e finisce in galera, semplice. Glielo garantisco.» Mi sentii come se mi avessero dato un pugno nello stomaco. Seth sussultò. «Allora collaborerei.» «Troppo tardi. Nessuno le farà delle concessioni. Inoltre, l'unica prova a carico di Wyatt è lei, ma scommetto che ci saranno tonnellate di prove a suo carico.» «Allora che cosa mi consiglia?» «O loro trovano lei o lei trova loro. Ho un amico nell'ufficio del pubblico ministero, un tale di cui mi fido. Wyatt è un pesce grosso. Lei glielo può servire su un piatto d'argento. Saranno molto interessati.» «Come faccio a essere sicuro che non mi arresteranno, che non sbatteranno anche me dietro le sbarre?» «Farò un'offerta. Lo chiamo e gli comunico che ho qualcosa di succulento, mettendo subito in chiaro che non ho intenzione di fare nomi. Se concludi un accordo con il mio cliente, non potrai incontrarlo. Se vuoi trattare, nessuna conseguenza per il mio assistito.» «Che cosa significa "nessuna conseguenza"?» «Entriamo, ci sediamo con il procuratore distrettuale e un agente. Qualunque cosa venga detta durante quella riunione non potrà essere usata direttamente contro di lei.» Guardai Seth, inarcai le sopracciglia e mi rivolsi di nuovo a Shapiro. «Sta dicendo che potrei passarla liscia?» Scosse la testa. «Con lo scherzetto che ha organizzato alla Wyatt, la festa per il pensionamento di quell'operaio della piattaforma di carico, dovrà dichiararsi colpevole di qualcosa. Lei è un testimone che ha tutto l'interes-

se a tacere, e il procuratore distrettuale dovrà assicurarsi che non la faccia franca. Non del tutto.» «Non me la caverò con un'infrazione di minore entità?» «Potrebbero darle la libertà vigilata, la libertà vigilata e la sanzione per un delitto grave oppure la sanzione per un delitto grave e sei mesi.» «Il carcere» dissi. Shapiro assentì. «Sempre che siano disposti a trattare» aggiunsi. «Esatto. Ascolti, parliamoci chiaro, lei è nei guai fino al collo. L'Atto contro lo spionaggio economico del 1996 ha trasformato il furto di segreti commerciali in un reato penale federale. Potrebbero affibbiarle dieci anni.» «E Wyatt?» «Se lo beccano? In conformità alle Direttive statunitensi per l'emanazione delle condanne, il giudice deve tenere conto del ruolo dell'imputato nel crimine. Se sei un capoccia, il reato si aggrava di due livelli.» «Quindi sarà nei guai più di me.» «Sì. Inoltre, lei non ha tratto alcun beneficio economico personale dai suoi atti spionistici, giusto?» «Giusto» confermai. «Insomma, sono stato pagato.» «Riceveva solo lo stipendio della Trion, il compenso per il lavoro che svolgeva alla Trion.» Indugiai. «Be', la Wyatt ha continuato a pagarmi versando i soldi su un conto corrente segreto.» Shapiro mi fissò. «È grave, vero?» domandai. «Gravissimo» rispose. «Non mi meraviglia che abbiano accettato con tanta facilità» gemetti, rivolto più a me stesso che a lui. «Già» osservò Shapiro. «Si è dato la zappa sui piedi. Allora, vuole che faccia quella telefonata o no?» Guardai Seth, che annuì. Pareva che non ci fosse alcuna alternativa. «Perché voi due non aspettate fuori?» ci invitò Shapiro. Capitolo 79 Sedemmo in silenzio nella sala d'attesa. Ero teso come una corda di violino. Telefonai a Jocelyn pregandola di rimandare un paio di appuntamenti. Poi restai immobile per alcuni istanti, assorto nei miei pensieri. «Sai»

dissi «l'aspetto peggiore di tutta questa vicenda è che ho fornito a Wyatt i mezzi per derubarci. Ha già mandato a monte la nostra grossa acquisizione, e adesso ci darà il colpo di grazia... ed è solo colpa mia.» Seth mi fissò a lungo. «Chi sarebbe questo "noi"?» «La Trion.» Scrollò il capo. «Tu non sei la Trion. Continui a dire "noi" e "nostro" quando parli di quella società.» «Un lapsus» mi giustificai. «Credo di no. Dovresti prendere una di quelle saponette francesi da dieci dollari che usi ora e scrivere: "Io non sono la Trion, e la Trion non è me" sullo specchio del bagno.» «Basta così» lo rimproverai. «Adesso sembri mio padre.» «Non ti è mai venuto in mente che magari tuo padre non aveva tutti i torti? Come un orologio rotto che indica l'ora esatta due volte al giorno, eh?» «Vaffanculo.» Poi la porta si aprì, e Howard Shapiro si materializzò sulla soglia. «Accomodatevi» ci invitò. Gli lessi in faccia che le cose erano andate male. «Che cosa ha detto il suo amico?» gli domandai. «È stato trasferito al Main Justice Building. La sua sostituzione è una vera rottura di palle.» «Davvero?» chiesi. «"Sai cosa potete fare? Dichiaratevi colpevoli e stiamo a vedere che cosa succede", mi ha suggerito.» «Che cosa significa?» «Ammette la sua colpevolezza in camera di consiglio, e nessuno ne saprà niente.» «Non capisco.» «Se gli fornisce una causa fantastica, quel tale è disposto a scrivere al giudice una lettera fantastica chiedendogli di derogare alle direttive sull'emanazione delle condanne.» «Il giudice è obbligato a soddisfare la richiesta del procuratore distrettuale?» «Certo che no. Inoltre, non siamo sicuri che questo coglione scriverà una lettera accettabile. A essere onesto, non mi fido di lui.» «Che cosa intende per "causa fantastica"?» intervenne Seth. «Vuole che Adam introduca un agente sotto copertura.»

«Un agente sotto copertura?» chiesi. «È una follia! Wyatt non ci cascherà mai. Non incontrerà nessuno a parte me. Non è un idiota.» «E se Adam indossasse una microspia?» propose Seth. «Sarebbe d'accordo?» «Io non sarei d'accordo» ribattei. «Mi perquisiscono ogni volta che sono alla presenza di Wyatt. Mi beccherebbero di sicuro.» «Non importa» osservò Shapiro. «Il nostro amico nell'ufficio del pubblico ministero non acconsentirebbe comunque. Starà al gioco solo se lei accetta di introdurre un agente sotto copertura.» «Niente da fare» ribadii. «Wyatt non ci cascherà mai. E, anche ammesso che lo faccia, quali garanzie ci sono che io non finisca in galera?» «Nessuna» ammise Shapiro. «Nessun procuratore distrettuale federale può assicurarle che il giudice le conceda la libertà vigilata. Il giudice potrebbe opporsi. Ma qualunque sia la sua decisione, ha settantadue ore per prenderla.» «Altrimenti?» «Altrimenti sarà quel che sarà. Il procuratore non le garantirà mai che non subirà alcuna conseguenza se non gioca secondo le sue regole. Ascolti, non si fidano di lei. Non credono che sia in grado di farcela da solo. E purtroppo sono loro ad avere il coltello dalla parte del manico.» «Non mi servono settantadue ore» replicai. «Ho già deciso. Non ci sto.» Shapiro mi lanciò un'occhiata allibita. «Continuerà a lavorare per Wyatt.» «No» lo corressi. «Mi occuperò della faccenda a modo mio.» Ora Shapiro sorrise. «E come?» «Voglio essere io a dettare le condizioni.» «E come?» ripeté. «Ipotizziamo che mi procuri una prova concreta contro Wyatt» risposi. «Una prova tangibile e inconfutabile della sua colpevolezza. Possiamo portarla direttamente all'FBI e ottenere un accordo migliore?» «In teoria sì.» «Bene» conclusi. «Farò tutto da solo. L'unica persona che mi toglierà da questo pasticcio sono io.» Abbozzando un sorriso, Seth mi posò una mano sulla spalla. «"Io" nel senso di "io" o "io" nel senso di "noi"?» Capitolo 80

Ricevetti un'e-mail in cui Alana mi comunicava che era tornata, che il suo soggiorno a Palo Alto era stato più breve del previsto (non spiegò il motivo, ma io lo conoscevo) e che le sarebbe piaciuto vedermi. La chiamai a casa, e conversammo un po' del funerale, del mio stato d'animo e via discorrendo. Quando le confessai che non avevo molta voglia di parlare di papà, mi domandò: «Sai di essere in guai seri con le Risorse umane?». Smisi di respirare, «Davvero?» «Sì, caro mio. Il manuale della Trion sulla condotta del personale vieta espressamente le relazioni tra colleghi. Un comportamento sessuale poco appropriato sul posto di lavoro nuoce all'efficienza organizzativa a causa delle sue ripercussioni sugli interessati e sui loro collaboratori.» Espirai piano. «Non sei nella mia catena di gestione. Comunque, ritengo che siamo stati molto efficienti sul piano organizzativo. E credo che il nostro comportamento sessuale sia stato molto appropriato. Ci siamo esercitati nell'integrazione orizzontale.» Sentendola ridere, proseguii: «So che siamo tutti e due molto impegnati, ma non pensi che saremmo dipendenti migliori se ci prendessimo una serata libera? Per andare fuori città. Per rilassarci un po'». «Sembra allettante» commentò. «Sì, penso che incrementerebbe la produttività.» «Perfetto. Ho prenotato una stanza per domani sera.» «Dove?» «Vedrai.» «Dai, dimmelo» insistette. «No. È una sorpresa. Come ama ripetere il nostro intrepido leader, qualche volta devi rassegnarti.» Alana venne a prendermi con la sua Mazda Miata blu decappottabile e guidò fino in campagna seguendo le mie indicazioni. Nei momenti di silenzio rimuginavo sul mio piano. Ero cotto di lei, e questo era un problema. Eccomi qui, pronto a usarla per salvarmi la pelle. Quanto ero caduto in basso! Il viaggio durò tre quarti d'ora, prima su una strada trafficata che passava accanto a una monotona sequela di fast food, centri commerciali e stazioni di servizio, poi lungo un angusto e serpeggiante sentiero tra i boschi. A un certo punto Alana mi scrutò e, notando il livido intorno all'occhio, chiese: «Che cosa è successo? Sei rimasto coinvolto in una rissa?». «Una partita di basket» risposi.

«Pensavo che non avresti più giocato con Chad.» Sorrisi senza replicare. Finalmente raggiungemmo un grande edificio disarmonico, assicelle bianche e persiane verde scuro. L'aria era fresca e fragrante, e il cinguettio degli uccelli sostituì il rombo delle auto. «Ehi» fece togliendosi gli occhiali da sole. «Carino. Promette molto bene.» Annuii. «Porti qui tutte le tue ragazze?» «È la prima volta che ci vengo» spiegai. «Ho letto di questa locanda da qualche parte, e mi è sembrata il rifugio ideale.» Le cinsi la vita sottile con il braccio e la baciai. «Ti prendo le valigie.» «Ne ho soltanto una» disse. «Viaggio leggera.» Portai i bagagli fino all'ingresso. Dentro, aleggiava un profumo di legno e di sciroppo d'acero. I proprietari ci accolsero come se fossimo cari amici. La nostra camera era deliziosa, molto rustica. Vi erano tappeti intrecciati, tendine di chintz e un enorme letto a baldacchino posizionato di fronte a un gigantesco caminetto di mattoni che evidentemente veniva usato spesso. I mobili erano tutti d'antiquariato, il genere di suppellettili traballanti che mi rende nervoso. Ai piedi del letto vi era una cassapanca. Una vecchia vasca di ghisa dai piedini a zampa di leone troneggiava al centro del bagno immenso. Era magnifica, ma se volevi fare la doccia dovevi restare in piedi con un affarino in mano e spruzzarti nel modo in cui avresti lavato un cane, cercando di non schizzare l'acqua su tutto il pavimento. Il bagno comunicava con un salottino che conteneva una scrivania di quercia e un telefono fuori moda appoggiato su un tavolino sgangherato. Il letto cigolava e scricchiolava, come scoprimmo quando vi crollammo entrambi dopo che il proprietario se ne fu andato. «Dio, immagina quante ne avrà viste questo materasso» osservai. «Tutto questo chintz» commentò Alana «mi ricorda la casa di mia nonna.» «È grande come questa locanda?» Annuì una volta. «Questo posto è molto accogliente. Splendida idea, Adam.» Mi fece scivolare una mano fresca sotto la camicia, accarezzandomi la pancia e quindi dirigendosi verso sud. «Che cosa dicevi riguardo all'integrazione orizzontale?» Un fuoco scoppiettante ardeva nella sala da pranzo quando scendemmo

per la cena. Vi erano forse altre dieci o dodici coppie già sedute ai tavoli, quasi tutte più adulte di noi. Ordinai un costoso bordeaux rosso con le parole di Jock Goddard che mi riecheggiavano nella testa: Se prima bevevi Budweiser, adesso sorseggi un Pauillac di prima vendemmia. Il servizio era lento (vi era un solo cameriere, un mediorientale che non parlava inglese), ma la cosa non mi infastidì. Estasiati, fluttuavamo entrambi in una specie di euforia postcoitale. «Ho notato che ti sei portata dietro il computer» dissi. «L'ho visto nel bagagliaio.» Sorrise imbarazzata. «Non vado da nessuna parte senza.» «Sei incatenata all'ufficio?» chiesi. «Cellulare, cercapersone, posta elettronica e compagnia bella?» «Tu no?» «Il vantaggio di avere un solo capo» risposi «è che ti risparmia qualcuna di queste seccature.» «Be', beato te. Io devo vedermela con sei sottoposti diretti e un gruppo di ingegneri davvero arroganti. In più, si sta avvicinando una scadenza importante.» «Che tipo di scadenza?» Tacque, ma solo per un attimo. «Il lancio è fissato per la prossima settimana.» «State per consegnare un prodotto?» Scosse la testa. «È una dimostrazione... un grosso annuncio pubblico, la presentazione del prototipo funzionante dell'apparecchio che stiamo sviluppando. Insomma, un affare da capogiro. Goddard non te ne ha parlato?» «Può darsi, non lo so. Mi parla di un sacco di cose.» «Questo non è il genere di cosa che si dimentica. Comunque, sta assorbendo tutto il mio tempo. Ogni minuto. Giorno e notte.» «Non proprio tutto» le rammentai. «Hai trovato il tempo per due appuntamenti con me e ti sei presa la serata libera.» «E me ne pentirò domani e domenica.» Il cameriere superimpegnato arrivò con un vino bianco. Quando gli feci notare l'errore, cominciò a profondersi in mille scuse e andò a prendere la bottiglia giusta. «Perché non mi hai rivolto la parola al barbecue di Goddard?» le domandai. Mi guardò incredula, sbarrando gli occhi color zaffiro. «Dicevo sul serio

riguardo al manuale delle Risorse umane, sai? Insomma, le relazioni tra colleghi vengono davvero scoraggiate, perciò dobbiamo essere discreti. La gente chiacchiera e ama spettegolare, soprattutto su chi scopa con chi. Poi, se succede qualcosa...» «Per esempio, se due si lasciano o roba simile.» «Qualsiasi cosa. Diventa imbarazzante per tutti.» La conversazione iniziava a prendere la direzione sbagliata. Cercai di riportarla sulla strada che volevo. «Quindi immagino di non poter fare un salto da te al lavoro. Presentarmi senza preavviso al quinto piano con un mazzo di gigli.» «Te l'ho detto, non ti farebbero mai entrare.» «Credevo che il mio badge mi permettesse di accedere a tutte le aree dell'edificio.» «Forse a quasi tutte, ma non a quella.» «Così tu puoi salire al piano dei dirigenti, ma io non posso scendere al tuo?» Scrollò le spalle. «Hai con te il badge?» «Mi hanno addestrato a non separarmene neppure per andare in bagno.» Lo estrasse dalla bustina nera e me lo mostrò. Era attaccato a un anello portachiavi. Glielo rubai con fare scherzoso. «Questa fototessera non è brutta come quelle dei passaporti, ma non la spedirei a un'agenzia di modelle» la punzecchiai. Esaminai il tesserino. Era identico al mio: l'ologramma tridimensionale della Trion che cambiava colore a seconda della luce, lo sfondo azzurro con la scritta TRION SYSTEMS che si ripeteva in minuscoli caratteri bianchi. La differenza principale era la riga rossa e bianca sul davanti. «Io ti mostro il mio se tu mi mostri il tuo» disse. Estrassi il badge dal taschino e glielo porsi. La maggiore diversità era il piccolo transponder all'interno. Il chip era codificato con informazioni che aprivano o non aprivano una determinata serratura. Il tesserino di Alana consentiva di accedere al quinto piano oltre che al garage, a tutti gli ingressi principali e così via. «Qui assomigli a un coniglio spaventato.» Ridacchiò. «Credo di essermi sentito così il primo giorno.» «Non sapevo che i codici dipendenti arrivassero tanto in alto.» Con molta probabilità la striscia rossa e bianca permetteva un'immediata

identificazione visiva. Il che significava che doveva esserci almeno un punto di controllo in più oltre al normale lettore di badge. Quando entravi, qualcuno verificava chi fossi. Questo rendeva tutto molto più difficile. «Quando esci per andare a pranzo o in palestra, deve essere una grossa rottura di scatole.» Si strinse nelle spalle, indifferente. «Non è poi così dura. Dopo un po' ti conoscono.» Esatto, pensai. È questo il problema. Non varchi la soglia se il chip dentro il tuo badge di prossimità non è stato codificato nel modo giusto e, anche dopo esserti introdotto nel piano, devi passare accanto a una guardia per il riconoscimento visivo. «Se non altro, non ti costringono a sopportare tutte quelle porcherie biometriche che avevamo alla Wyatt» continuai. «Sai, la scansione delle impronte digitali. Un mio amico dell'Intel doveva persino sottoporsi alla scansione della retina ogni giorno e all'improvviso ha avuto bisogno degli occhiali.» Era una frottola bell'e buona, ma attirò la sua attenzione. Mi rivolse un sorriso perplesso, non riuscendo a capire se stessi scherzando. «La parte sugli occhiali me la sono inventata, ma quel tale era convinto che tutte quelle scansioni gli avrebbero rovinato la vista.» «Be', c'è un'area interna dotata di misure biometriche, ma è riservata agli ingegneri. È la zona in cui lavorano al prototipo. Io, invece, devo vedermela solo con Barney o Chet, le povere guardie di sicurezza sedute in quel bugigattolo.» «Non sarà mai ridicolo come alla Wyatt durante le prime fasi del Lucid» insistetti. «Ci obbligavano a compiere il rituale dello scambio dei badge: davi il tesserino alla guardia, e quella ti rilasciava un secondo badge da indossare su quel piano.» Le stavo propinando un sacco di balle, ripetendo a pappagallo qualcosa che mi aveva spiegato Meacham. «Immagina di aver lasciato accesi i fari dell'auto, di aver dimenticato qualcosa nel bagagliaio o di voler scendere alla mensa per prendere una ciambella o roba del genere...» Scosse la testa con espressione assente, sbuffando piano. Aveva esaurito il poco interesse che già aveva per le complicazioni del sistema di accesso. Volevo spremerle altre informazioni, chiedendole per esempio se fosse necessario consegnare il badge alla guardia o se fosse sufficiente mostrarglielo. Nella prima ipotesi, era più facile che individuassero un tesserino falso. I controlli erano meno meticolosi la sera? O di prima mattina? «Ehi» fece «non hai neppure toccato il vino. Non ti piace?»

Immersi due polpastrelli nel bicchiere. «Squisito» dissi. Questo piccolo gesto di goliardica stupidità maschile la fece ridere, uno sghignazzo sonoro, gli occhi ridotti a fessure. A quel punto alcune donne (okay, quasi tutte) avrebbero chiesto il conto. Non Alana. Ero cotto di lei. Capitolo 81 Ci eravamo abbuffati entrambi, ed eravamo un po' barcollanti perché avevamo esagerato con il vino. A dire il vero, Alana sembrava un po' più brilla di me. Si lasciò cadere sul letto cigolante, le braccia allargate quasi volesse stringere tutta la stanza, la locanda, la notte, ogni cosa. Era il momento ideale per sdraiarmi accanto a lei, ma non potevo, non ancora. «Ehi, vuoi che vada a prenderti il laptop in auto?» Gemette. «Oh, vorrei che non me l'avessi chiesto. Parli troppo di lavoro.» «Perché non ammetti di essere anche tu una sgobbona e non la fai finita?» Recitai la formula usata alle riunioni degli Alcolisti anonimi: «Ciao, mi chiamo Alana e sono una stacanovista. "Ciao, Alana!"». Scosse la testa alzando gli occhi al cielo. «Il primo passo consiste sempre nel confessare di essere impotenti verso il proprio stacanovismo. Comunque, ho lasciato una cosa in macchina, quindi devo scendere ugualmente.» Tesi la mano. «Le chiavi?» Sembrava aver trovato una posizione troppo comoda per spostarsi. «Uffa. Okay, eccole» disse riluttante. «Grazie.» Si rotolò fino al bordo del letto, estrasse l'anello portachiavi dalla bustina e me lo porse con un gesto languido, teatrale. «Torna presto, mi raccomando.» Ormai il parcheggio era buio e deserto. Mi voltai indietro, verso la locanda distante una trentina di metri, accertandomi che la nostra camera non si affacciasse sullo spiazzo. Alana non poteva vedermi. Aprii il bagagliaio della Miata e trovai la borsa con il computer, una cartella di nylon che pareva un misto tra la flanella e il mohair. Il mio non era stato un pretesto: avevo davvero dimenticato qualcosa, uno zainetto. Non vi era nient'altro di interessante nel baule. Mi misi cartella e zainetto a tracolla e salii in auto. Mi girai di nuovo verso l'edificio. Non arrivava nessuno. Tenni comunque spenta la luce interna, lasciando che le mie pupille si abituassero all'oscurità. In quel modo avrei dato meno nell'occhio.

Mi sentivo una canaglia, ma dovevo essere realista riguardo alla mia situazione. Non avevo altra scelta. Alana era il mio miglior lasciapassare per AURORA, e adesso dovevo accedere al quinto piano. Era l'unica maniera per salvarmi. Mi affrettai ad aprire la cartella e, una volta estratto il laptop, lo accesi. L'abitacolo fu invaso dalla luce azzurrina dello schermo. Mentre attendevo che il PC si avviasse, tirai fuori dallo zainetto un kit blu del pronto soccorso. All'interno, anziché cerotti e roba simile, vi erano alcune scatolette di plastica, tutte piene di cera molle. Esaminai le chiavi. Alcune sembravano promettenti. Forse una avrebbe aperto l'archivio del progetto AURORA. Le premetti una a una su un rettangolo di cera. Meno male che mi ero esercitato alcune volte con gli uomini di Meacham; ci era voluto un po' per prenderci la mano. Ora il prompt della password lampeggiava sul display. Merda. Non tutti proteggevano un laptop con la parola d'ordine. Oh, bene: se non altro, non sarebbe stato tutto tempo sprecato. Tolsi dallo zainetto il lettore pc-Prox in miniatura che mi aveva fornito Meacham e lo collegai al mio palmare. Premetti START, quindi vi agitai davanti il badge di Alana. Il piccolo dispositivo aveva appena catturato i dati del tesserino memorizzandoli sul mio PC. Forse era una fortuna che il suo laptop fosse protetto. Vi era un limite ai minuti che potevo trascorrere nel parcheggio senza che si domandasse dove diavolo mi fossi cacciato. Poco prima di spegnere il suo computer, decisi, tanto per divertimento, di inserire le password più comuni: la sua data di nascita, che avevo imparato a memoria, le prime sei cifre del suo codice dipendente. Niente da fare. Digitai ALANA, e il prompt scomparve, sostituito da una normale videata. Accidenti, era stato un gioco da ragazzi. Ero dentro. Gesù. E adesso? Quanto tempo mi restava? Ma come avrei potuto lasciarmi sfuggire quell'occasione? Probabilmente non ne avrei più avuta una simile. Alana era una persona molto meticolosa. Il suo PC era strutturato secondo una gerarchia chiara e logica. C'era una directory che si chiamava AURORA. Era tutto lì. Be', forse non tutto, ma era una miniera di specifiche tecniche sul chip ottico, memorandum di marketing, copie di e-mail inviate e

ricevute, date di riunioni, elenchi di collaboratori con i relativi codici di accesso, persino piante del quinto piano... Il materiale era così tanto che non sarei neppure riuscito a leggere i nomi dei file. Il laptop aveva un drive per CD; nello zainetto avevo una piccola scorta di CD vergini. Ne afferrai uno e lo infilai nell'apposito alloggiamento. Anche con un computer superveloce come quello di Alana, ci vollero cinque minuti buoni per copiare tutti i file riguardanti AURORA. «Perché ci hai messo tanto?» mi chiese imbronciata quando tornai. Era sotto le lenzuola, i seni scoperti, e pareva assonnata. Una canzone di Stevie Wonder (Love's in Need of Love Today) suonava piano su un piccolo lettore CD. «Non riuscivo a trovare la chiave del bagagliaio.» «Un appassionato di auto come te? Pensavo che te la fossi svignata.» «Ti sembro così stupido?» «L'apparenza inganna» sentenziò. «Vieni a letto.» «Non avrei mai immaginato che ti piacesse Stevie Wonder» osservai. Dicevo sul serio, data la sua collezione di rabbiose cantanti folk. «Non mi conosci ancora bene» replicò. «No, ma concedimi un po' di tempo» ribattei. So tutto di te, pensai, eppure non so niente. Non sono l'unico ad avere dei segreti. Posai il laptop sulla scrivania di quercia accanto al bagno. «Il tuo computer è laggiù» annunciai rientrando in camera e togliendomi i vestiti. «In caso ti venga un'ispirazione brillante, un'idea geniale nel cuore della notte.» Nudo, mi avvicinai a lei. Questa magnifica donna stesa sul letto recitava la parte dell'ammaliatrice, mentre in realtà ero io il seduttore. Non sapeva a che gioco stessi giocando, e avvertii un'ondata di vergogna mescolata, strano a dirsi, a un'intensa eccitazione. «Vieni qui» mi invitò con un bisbiglio melodrammatico, fissandomi. «Ho appena avuto un'idea geniale.» Ci svegliammo entrambi dopo le otto, un'ora molto tarda per noi frenetici stacanovisti con personalità del tipo A, e ci trastullammo per un po' sotto le coperte prima di farci la doccia e scendere a consumare una colazione campagnola. Dubito che la gente di campagna mangi davvero in questo modo, altrimenti peserebbero tutti un quintale e mezzo: uova, striscioline di pancetta (solo nei bed & breakfast di campagna la pancetta viene servita in «striscioline»), montagne di farina d'avena, muffins ai mirtilli appena

sfornati, pane fritto nella pastella, caffè con panna vera... Alana si rimpinzò, il che era stupefacente per una ragazza così mingherlina. Fui contento di vederla mangiare con tanta voracità. Era una donna piena di appetiti, una caratteristica che mi piaceva. Tornammo in camera e ci trastullammo ancora sotto le coperte, poltrendo e chiacchierando. Mi imposi di non accennare alle procedure di sicurezza o ai badge di prossimità. Volle parlare della morte di mio padre e del funerale, e la assecondai, benché quell'argomento mi intristisse. Verso le undici ce ne andammo a malincuore, e l'appuntamento terminò. Credo che entrambi avremmo preferito restare, ma dovevamo anche rientrare a casa per un po', sbrigare qualche pratica, tornare al duro lavoro, rimetterci in pari dopo quella splendida serata di libertà. In auto, mi ritrovai a godermi la strada tra i boschi, gli alberi chiazzati di sole, il fatto che avevo appena trascorso la notte con la donna più sexy, tosta, bella e simpatica che avessi mai conosciuto. Accidenti, che cosa diavolo stavo combinando? Capitolo 82 A mezzogiorno ero di nuovo nel mio appartamento, dove chiamai subito Seth. «Mi servono altri soldi, amico» annunciò. Gli avevo già dato diverse migliaia di dollari, prelevate dal conto della Wyatt o da qualunque altro posto arrivassero i quattrini. Mi sorprese che li avesse già finiti. «Non volevo mandare tutto a puttane comprando roba a buon mercato» spiegò. «Ho acquistato solo attrezzature professionali.» «Bene» commentai. «Anche se le useremo solo una volta.» «Vuoi che mi procuri le divise?» «Sì.» «Che cosa mi dici dei badge?» «Me ne sto occupando» risposi. «Non sei nervoso?» Indugiai per un attimo, pensando di mentire per fargli coraggio, ma non ci riuscii. «Altroché» ammisi. Non volevo tuttavia immaginare che cosa sarebbe accaduto se le cose fossero andate male. Ormai colonizzata dall'ansia, un'ampia zona del mio cervello rimuginava senza sosta sulla macchinazione che avevo architetta-

to dopo il colloquio con Shapiro. Un'altra parte del mio cervello desiderava però soltanto rifugiarsi nelle fantasticherie. Volevo pensare ad Alana. Riflettei sull'ironia della situazione, su come il mio piano di seduzione mi avesse condotto lungo questo sentiero inatteso, sulla malsana soddisfazione regalatami dal mio tradimento. Ora mi sentivo abietto e pieno di rimorso per quanto le stavo facendo, ora venivo travolto dall'affetto per lei, un sentimento che non avevo mai provato prima. Continuavano a tornarmi in mente piccoli dettagli: il modo in cui si lavava i denti raccogliendo l'acqua dal rubinetto con la mano a coppa anziché usare il bicchiere, l'aggraziato incavo della schiena che si alzava fino alla fessura del didietro, l'incredibile sensualità con cui si metteva il rossetto... pensavo alla sua dolcezza, alla sua voce vellutata, alla sua risata eccentrica, al suo senso dell'umorismo. Pensavo (e questo era di gran lunga l'elemento più bizzarro) al nostro futuro insieme, un'idea che di solito era spaventosa per un ventiseienne ma che, chissà perché, non mi spaventava affatto. Non volevo perdere questa donna. Avevo l'impressione di essere entrato in un supermercato, di aver comprato sei lattine di birra e un biglietto della lotteria e di essere il fortunato vincitore. Ecco perché non volevo scoprisse che cosa avevo combinato. Quel pensiero oscuro e orribile mi terrorizzava e non mi dava tregua, interrompendo le mie sciocche chimere, come uno di quei pupazzi a molla che tornano a sbucare fuori appena sollevi il coperchio della scatola. Una sfocata immagine in bianco e nero si tramutava in una sottile pellicola fantasy a colori. L'inquadratura di una telecamera della sorveglianza: io seduto in auto nel parcheggio buio, intento a trasferire il contenuto del suo laptop su un CD, a premere le sue chiavi nella cera, a copiare il suo badge. Richiudevo il malvagio pupazzo a molla nella scatola, ed ecco il giorno del nostro matrimonio: Alana che avanzava lungo la navata, timida e meravigliosa, accompagnata dal padre, un uomo in tight dai capelli argentei e dalla mandibola squadrata. La cerimonia viene celebrata dal giudice di pace Jock Goddard. La famiglia di Alana è al gran completo (la madre assomiglia a Diane Keaton nel Padre della sposa, la sorella è meno carina di Alana ma dolcissima), e tutti sono entusiasti (è un fantasy, non scordatelo) che sia io il prescelto. La nostra prima casa, una casa vera e non un appartamento, magari in

una vecchia e frondosa cittadina del Midwest; sognavo la grande costruzione in cui abita la famiglia di Steve Martin nel Padre della sposa. Siamo entrambi dirigenti in carriera, dopo tutto. Da qualche parte sullo sfondo, Nina Simone canta The Folks Who Live on the Hill. Senza fatica, prendo in braccio Alana prima di varcare la soglia, e lei mi deride definendomi sentimentale e antiquato, poi scopiamo in ogni stanza, compreso il bagno e il ripostiglio delle lenzuola, per inaugurare tutti i locali. Guardiamo film presi a noleggio mentre sediamo sul letto mangiando cibo cinese dal cartone con i bastoncini, e ogni tanto le lancio un'occhiata furtiva e non riesco a credere di aver davvero sposato quella splendida bambola. Gli scagnozzi di Meacham mi avevano riportato il PC e tutto il resto, il che fu una fortuna, perché ne avevo bisogno. Inserii nel computer il CD con tutto il materiale copiato dal laptop di Alana. Si trattava in gran parte di e-mail riguardanti l'enorme potenziale di marketing di AURORA, la strategia con cui la Trion avrebbe conquistato quello che in gergo si chiama «spazio», i notevoli incrementi della potenza di elaborazione, il modo in cui quel chip avrebbe cambiato il mondo. Uno dei documenti più interessanti era il programma della dimostrazione di AURORA. Era fissata per mercoledì, quattro giorni dopo, presso il Centro visitatori della Trion, un gigantesco auditorio modernistico. I media sarebbero stati avvisati con fax, telefonate e messaggi di posta elettronica soltanto il giorno prima. Ovviamente, sarebbe stato uno straordinario evento pubblico. Stampai il file. Quel che mi incuriosiva di più erano tuttavia la pianta del quinto piano e le procedure di sicurezza cui erano sottoposti tutti i membri del team AURORA. Aprii uno dei cestini della spazzatura estraibili nell'isola della cucina. Avvolti in una busta dell'immondizia vi erano due oggetti che avevo conservato in sacchettini Cuki. Uno era il CD di Ani DiFranco che avevo lasciato in giro prevedendo che Alana lo toccasse, come aveva fatto. L'altro era il bicchiere da vino che aveva usato. Meacham mi aveva fornito un kit Sirchie contenente fialette di polvere nera per le impronte digitali latenti, nastro trasparente per il rilevamento e una spazzola in fibra di vetro. Infilatomi un paio di guanti in lattice, sparsi un po' di polvere di grafite sia sul CD sia sul bicchiere. L'impronta più nitida del pollice era senza dubbio quella sul CD. Dopo averla rilevata con una striscia di nastro, la riposi con cura in un astuccio

di plastica sterile. Scrissi quindi un'e-mail a Nick Wyatt. Naturalmente, era indirizzata ad «Arthur»: Porterò a termine l'incarico procurandomi i campioni tra lunedì sera e martedì mattina. Li consegnerò nel primo mattino di martedì all'ora e nel luogo che mi indicherà. Una volta compiuta la missione, interromperò ogni contatto. Volevo trasmettere la giusta dose di risentimento. Non dovevano sospettare nulla. Ma Wyatt sarebbe venuto di persona all'appuntamento? Era quella l'incognita maggiore. Non era fondamentale che Wyatt si presentasse, ma volevo che ci fosse. Non c'era modo di costringerlo a venire. Anzi, se avessi insistito in tal senso, probabilmente l'avrei indotto a non farsi vivo. Ma ormai conoscevo la sua psicologia quel tanto da essere abbastanza sicuro che non si sarebbe fidato di nessun altro. Dopo tutto, stavo per dargli quel che voleva. Stavo per consegnargli il prototipo del chip AURORA, che avrei rubato con l'aiuto di Seth dal protettissimo quinto piano dell'Ala D. Avrei dovuto consegnargli il chip originale. Per vari motivi non avrei potuto falsificarlo. Essendo ingegnere, probabilmente avrebbe capito subito se fosse quello vero oppure no. Inoltre, come avevo appreso dalle e-mail di Camilletti e dai file di Alana, il prototipo di AURORA recava, per ragioni di sicurezza, un inconfondibile segno di identificazione: un numero di serie e il logo della Trion, incisi con il laser e visibili solo al microscopio. Ecco perché volevo che Nick entrasse in possesso del chip rubato. Di quello autentico. Appena Wyatt (o Meacham, se il destino avesse voluto così) avesse posato le mani sul chip trafugato, l'avrei messo nel sacco. L'FBI sarebbe stata avvertita in anticipo affinché organizzasse un reparto Armi e tattiche speciali, ma non avrebbe saputo i nomi, i luoghi e tutto il resto fino all'ultimissimo minuto. Sarei stato io a gestire ogni cosa. Howard Shapiro li aveva contattati per me. «Evitiamo di trattare con il caposezione dell'ufficio del pubblico ministero» mi aveva consigliato. «Visto che l'operazione è molto rischiosa, si rivolgerebbe a Washington, e ci vorrebbe un'eternità. Lasciamo perdere. Andiamo direttamente all'FBI.

Sono gli unici in grado di intervenire a questo livello.» Senza fare alcun nome, aveva stretto un accordo. Se tutto fosse filato liscio e avessi consegnato Nick Wyatt ai federali, mi avrebbero dato la libertà vigilata e nient'altro. Be', gli avrei consegnato Wyatt. Ma l'avrei fatto a modo mio. Capitolo 83 Lunedì mattina arrivai al lavoro presto, domandandomi se sarebbe stato il mio ultimo giorno alla Trion. Naturalmente, se tutto fosse andato bene, sarebbe stata solo una giornata come tante, un puntino luminoso in una lunga e brillante carriera. Le probabilità che tutti i dettagli di questo complicatissimo piano funzionassero alla perfezione erano però molto scarse, e ne ero consapevole. Domenica avevo clonato un paio di copie del badge di Alana usando una macchinetta chiamata ProxProgrammer e i dati che avevo catturato dal suo tesserino. Tra i file di Alana avevo trovato anche la pianta del quinto piano dell'Ala D. Quasi metà dell'area era segnalata da un tratteggio incrociato e denominata «Zona protetta C». Era lì che testavano il prototipo. Purtroppo non avevo idea di che cosa ci fosse nella zona protetta, di dove conservassero il chip. Una volta dentro, avrei dovuto improvvisare. Ero passato dall'appartamento di mio padre per prendere i miei resistentissimi guanti da lavoro, quelli che usavo quando pulivo le finestre con Seth. Avevo quasi sperato di vedere Antwoine, ma doveva essere uscito per un po'. Mentre ero lì, avevo avuto la strana sensazione che qualcuno mi spiasse, ma la liquidai pensando che fosse dovuta all'ansia. Per il resto della domenica avevo effettuato molte ricerche sul sito web della Trion. La quantità di informazioni accessibili ai dipendenti era davvero sbalorditiva: le mappe dei piani, le procedure di riconoscimento dei badge e persino l'elenco delle apparecchiature di sicurezza installate al quinto piano dell'Ala D. Meacham mi aveva indicato la frequenza radio che le guardie della Trion utilizzavano per le loro ricetrasmittenti. Pur essendo molto lontano dal sapere tutto quel che mi serviva sui metodi di controllo, avevo scoperto alcuni particolari fondamentali, che mi avevano confermato quanto Alana mi aveva riferito durante la cena alla locanda.

Vi erano solo due vie per entrare e uscire dal quinto piano, entrambe sorvegliate. Agitavi il badge davanti al lettore per superare la prima serie di porte, ma poi dovevi mostrare il viso a una guardia dietro una lastra di vetro antiproiettile che confrontava il nome e la fotografia con i dati memorizzati sul suo computer e quindi ti dava accesso all'area principale. A quel punto non eri nemmeno vagamente vicino alla Zona protetta C. Prima di raggiungere l'ingresso di quest'ultima dovevi percorrere corridoi muniti di videocamere a circuito chiuso e attraversare uno spazio dotato non solo di telecamere ma anche di rilevatori di movimento. Non c'erano guardie all'entrata, ma dovevi attivare un sensore biometrico per aprire la porta. Impossessarsi del prototipo sarebbe dunque stato difficile, se non addirittura impossibile. Non sarei neppure riuscito a superare il primo livello di controllo sorvegliato. Ovviamente, non avrei potuto usare il badge di Alana: nessuno mi avrebbe scambiato per lei. Una volta che fossi penetrato nel quinto piano, il suo tesserino poteva tuttavia essermi utile per altri scopi. Il sensore biometrico rappresentava un ostacolo ancor maggiore. La Trion era all'avanguardia in quasi tutte le tecnologie, e il riconoscimento biometrico (scanner per impronte digitali, lettori della mano, identificazione automatizzata della geometria facciale, identificativi vocali, scansioni dell'iride, scansioni della retina) era l'ultimo ritrovato nel campo della sicurezza. Ciascuna di queste tecniche ha dei pregi e dei difetti, ma le scansioni delle dita vengono generalmente considerate le migliori: affidabili, non troppo impegnative o complicate, con una percentuale di errore non troppo alta. Sulla parete fuori della Zona protetta C era montato uno scanner Identix per impronte digitali. Nel tardo pomeriggio chiamai dal cellulare il vicedirettore del centro di comando preposto alla sicurezza dell'Ala D. «Salve, George» dissi. «Sono Ken Romero della divisione Operazioni e progettazione reti, gruppo addetto agli impianti elettrici.» Ken Romero era veramente un direttore della Trion. In caso George decidesse di raccogliere qualche informazione. «Come posso aiutarla?» mi chiese. Sembrava che avesse appena trovato uno stronzo nel sacchetto dei pop-corn. «È soltanto una chiamata di cortesia. Bob vuole che vi metta sull'avviso, perché domani mattina presto provvederemo a un reinstradamento e a un

potenziamento dei cavi a fibre ottiche al quinto piano dell'Ala D.» «Mmh.» In altre parole: perché lo racconti a me? «Non so perché credano di avere bisogno di cavi da cinquanta micron ottimizzati per laser o di un server blade ultradenso ma, ehi, non è stata una mia idea, sa? Immagino che lassù abbiano delle applicazioni professionali di controllo di rete a banda larga e...» «Come posso aiutarla, signor...» «Romero. Comunque, penso che i dipendenti del quinto piano non vogliano essere disturbati durante la giornata lavorativa, così ci hanno chiesto di farlo nelle prime ore del mattino. Niente di importante, ma volevamo informarvi che dovremo disattivare i rilevatori di prossimità, i rilevatori di movimento e compagnia bella tra le quattro e le sei.» Il vicecapo della Sicurezza parve sollevato all'idea di non dover fare nulla. «Sta parlando di tutto il maledetto quinto piano? Non posso disattivare tutto il maledetto quinto piano senza...» «No, no, no» protestai. «Con tutte le pause per il caffè che fanno i miei uomini, saremo fortunati se riusciranno a sistemare due o forse tre scatole dei fusibili. No, ci concentreremo su determinate aree... mi faccia vedere... le aree ventidue A e B, credo. Solo le sezioni interne. A ogni modo, probabilmente i vostri quadri elettrici si accenderanno come alberi di Natale e vi faranno ammattire, ma volevo avvisarvi...» George trasse un profondo sospiro. «Se si tratta solo della ventidue A e B, suppongo di poterle disabilitare...» «Come preferisce. Insomma, non vogliamo farvi impazzire.» «Le concederò tre ore.» «Non dovremmo metterci tanto ma, sa, è sempre meglio essere sicuri. Grazie per la collaborazione.» Capitolo 84 Verso le sette di quella sera uscii come al solito dall'edificio della Trion e andai a casa, dove sprofondai in un sonno agitato. Poco prima delle quattro tornai alla società e non parcheggiai nel garage, bensì sulla strada, per evitare che il mio ingresso venisse registrato. Dieci minuti dopo apparve un furgone con la scritta J.J. RANKENBERG & CO. - UTENSILI, ATTREZZATURE E PRODOTTI CHIMICI PER LA PULIZIA PROFESSIONALE DELLE FINESTRE DAL 1963. Al Volante

c'era Seth, che indossava una divisa blu con la toppa della J.J. Rankenberg sul taschino sinistro. «Ciao, amico» mi salutò. «È stato J.J. a darti tutta questa roba?» «Il vecchio è morto» rispose. Vedendolo fumare, intuii che era nervoso. «Ho dovuto trattare con Junior.» Mi porse una tuta blu piegata, e la infilai sopra la polo e i pantaloni di cotone cachi, cosa non facile nell'abitacolo di un vecchio furgone Isuzu che puzzava di benzina. «Pensavo che Junior ti detestasse.» Alzando la mano sinistra, fregò il pollice contro l'indice per dirmi che aveva usato la grana. «Un noleggio a breve termine, per un lavoretto rapido affidatomi dalla società del padre della mia ragazza.» «Tu non hai una ragazza.» «Gli interessava solo di non dover denunciare il guadagno. Pronto per entrare in azione, amico?» «Prontissimo, tesoro» risposi. Indicai l'entrata secondaria del garage dell'Ala D, e Seth vi si diresse. Il custode nel gabbiotto lanciò un'occhiata a un foglio e trovò il nome dell'azienda sulla lista delle persone ammesse. Quando Seth si fermò accanto alla piattaforma di carico del pianterreno, tirammo fuori i borsoni di nylon zeppi di attrezzature: le corde, i ganci, i seggiolini, i tergivetro professionali Ettore, i grandi secchi verdi, i manici estraibili da tre metri e mezzo, i contenitori di plastica pieni di detersivo color giallo piscio, i dispositivi di controllo della discesa Sky Genie e i dispositivi di risalita Jumar. Avevo scordato quante cianfrusaglie richiedesse quel lavoro. Premetti il grosso pulsante rotondo accanto alla porta di acciaio del garage, e qualche secondo dopo quest'ultima iniziò ad aprirsi. Ne uscì una guardia panciuta dal colorito terreo e dai baffi ispidi che teneva in mano un portablocco. «Avete bisogno di aiuto, ragazzi?» domandò con scarsa convinzione. «Siamo a posto» risposi. «Se potesse solo indicarci il montacarichi per raggiungere il tetto...» «Nessun problema» replicò. Restò lì con il suo portablocco (non vi annotava niente, lo usava soltanto per segnalarci che era lui a comandare) e ci osservò armeggiare con l'attrezzatura. «Voi ragazzi riuscite davvero a pulire le finestre quando fuori è buio?» chiese accompagnandoci al montacarichi. «Al doppio della paga le puliamo meglio quando fuori è buio» spiegò

Seth. «Non so come mai la gente si preoccupi tanto che la spiamo mentre lavora» aggiunsi. «Già, è il nostro maggior divertimento» continuò Seth. «Farli cagare sotto dalla paura. Far venire un infarto agli impiegati.» La guardia rise. «Premete "TE"» disse. «Se la porta di accesso al tetto è chiusa, dovrebbe esserci un tizio lassù. Oscar, credo.» «Capito» lo rassicurai. Quando arrivammo a destinazione, rammentai perché odiavo pulire le finestre dei grattacieli. La sede della Trion aveva soltanto otto piani, non più di una trentina di metri o giù di lì, ma là in cima, nel cuore della notte, sarebbe anche potuta essere l'Empire State Building. Il vento ci sferzava, l'aria era fredda e pesante e, malgrado l'ora, si udiva il rumore lontano del traffico. La guardia - Oscar Fernandez, secondo il badge - era un tipo basso con un'uniforme blu scuro e una ricetrasmittente che, agganciata alla cintura, emetteva scariche elettriche e voci confuse. Ci venne incontro, spostando goffamente il peso del corpo da un piede all'altro mentre scaricavamo la roba, e ci mostrò la scala di accesso al tetto. Lo seguimmo su per la breve rampa. Aprendo la porta, osservò: «Sì, mi hanno informato che sareste venuti, ma mi sorprende che iniziate così presto». Non sembrava sospettoso; pareva che volesse solo fare conversazione. Quando Seth ripeté la battuta sulla doppia paga e gli propinammo la solfa sull'infarto degli impiegati, rise anche lui. Era comprensibile, aggiunse, che la gente non volesse essere disturbata durante il normale orario di lavoro. Sembravamo veri lavavetri, avevamo sia le divise sia tutte le attrezzature necessarie, e chi altri sarebbe stato tanto folle da arrampicarsi sul tetto di un palazzo con tutto quel ciarpame? «Comunque, faccio il turno di notte solo da due settimane» proseguì. «Siete già stati quassù? Conoscete la strada?» Gli spiegammo che non eravamo mai stati alla Trion, e ci fornì tutte le informazioni essenziali: le prese elettriche, i rubinetti dell'acqua, i meccanismi di ancoraggio. Oggi tutti gli edifici di recente costruzione devono avere meccanismi di ancoraggio situati a intervalli compresi fra i tre e i quattro metri e mezzo, a circa un metro e ottanta dal bordo, abbastanza robusti da sostenere due quintali di peso. Di solito sporgono dalla superficie come tubi di sfiato idraulici, ma con un bullone a U in cima.

Oscar era un po' troppo interessato a come montavamo l'attrezzatura. Continuava a gironzolarci intorno, guardandoci mentre fissavamo i moschettoni di acciaio. Questi erano attaccati a funi rivestite bianche e arancioni del diametro di un centimetro e mezzo ed erano collegati ai meccanismi di ancoraggio. «Forte» commentò. «Probabilmente scalate le montagne nel tempo libero, eh?» Seth mi lanciò un'occhiata, quindi ribatté: «Lei fa la guardia nel tempo libero?». «No» ammise Oscar ridendo. «Volevo solo dire che arrampicarvi deve piacervi parecchio. Io me la farei sotto dalla strizza.» «Ci si abitua» gli assicurai. Ciascuno di noi aveva due funi diverse: una serviva a scendere, l'altra era un cavo d'emergenza dotato di una maniglia di corda in caso la prima si spezzasse. Volevo fare tutto a puntino, e non solo per rendere più credibile la messinscena. Nessuno dei due aveva voglia di rimetterci le penne cadendo dal palazzo della Trion. Durante le due sgradevoli estati in cui avevamo lavorato come lavavetri, avevamo sentito dire di continuo che quell'attività mieteva in media dieci vittime l'anno, sebbene nessuno avesse mai specificato se quella cifra si riferisse a tutto il mondo, allo Stato o ad altre regioni e noi non l'avessimo mai chiesto. Sapevo che era pericoloso. Non sapevo però fino a che punto. Dopo altri cinque minuti circa, finalmente Oscar si annoiò, soprattutto perché avevamo cominciato a ignorarlo, e tornò alla sua postazione. La fune rivestita va legata a un affare che si chiama Sky Genie, una specie di lungo tubo di lamiera in cui avvolgi la corda intorno a un'asta di alluminio forgiato. Lo Sky Genie (il «Genio del cielo», un nome che non può non piacere) è un dispositivo di controllo della discesa che funziona ad attrito e rilascia lentamente il cavo. I nostri erano graffiati e di seconda mano. «Non potevi comprarli nuovi?» rimproverai Seth sollevandone uno. «Ehi, erano sul furgone, che cosa vuoi? Perché ti preoccupi? Questi giocattolini sono in grado di sostenere due quintali. A proposito, mi pare che tu abbia messo su qualche chilo negli ultimi mesi.» «Vaffanculo.» «Hai cenato? Spero di no.» «Non è divertente. Hai mai letto l'etichetta delle avvertenze?» «Lo so, l'uso improprio può causare gravi lesioni e addirittura la morte. Non farci caso. Probabilmente hai paura di staccare anche il cartellino del

materasso.» «Mi piace lo slogan: "Sky Genie... e tocchi la terra con un dito".» Seth non rise. «Otto piani sono un'inezia, amico. Ti ricordi quella volta al Civic...» «Non ricordarmela» lo interruppi. Non volevo passare per uno smidollato, ma non ero in vena di umorismo macabro, non sul tetto della Trion. Lo Sky Genie andava agganciato a un'imbracatura di sicurezza in nylon attaccata a una cintura e a un seggiolino imbottito. Nel settore della pulizia delle finestre, ogni cosa ha un nome contenente le parole «sicurezza» o «protezione dalle cadute», per rammentarti che, se va storto anche solo un minimo dettaglio, sei fottuto. L'unica cosa un po' fuori del normale erano due dispositivi di risalita Jumar, che ci avrebbero consentito di arrampicarci nuovamente fino in cima. Di solito i lavavetri non hanno alcun motivo per tornare su: scendono infatti con lentezza fino a raggiungere il marciapiede. Ma questi sarebbero stati i nostri mezzi di fuga. Nel frattempo Seth montò l'argano elettrico su uno dei meccanismi di ancoraggio con un maniglione a forma di D e lo collegò alla presa della corrente. Era un modello da 115 volt con una puleggia capace di sollevare cinquecento chili. Lo fissò a ciascuna fune accertandosi che il gioco fosse sufficiente a non impedirci di scendere. Strattonai la corda con violenza per verificare che fosse fissata bene, quindi ci avvicinammo entrambi al bordo e guardammo giù. Infine ci scambiammo un'occhiata, e Seth mi rivolse un sorriso che significava: «Che cosa cazzo stiamo facendo?». «Ti diverti?» chiese. «Altroché.» «Pronto, amico?» «Sì» risposi. «Pronto come Elliot Krause nel Port-O-San.» Nessuno dei due rise. Superammo con cautela il corrimano e ci calammo lungo il lato dell'edificio. Capitolo 85 Dovevamo scendere soltanto di due piani, ma non fu semplice. Eravamo entrambi fuori esercizio, ci trascinavamo dietro alcuni attrezzi pesanti e dovevamo stare attenti a non oscillare troppo da una parte o dall'altra. Sulla facciata del palazzo erano montate alcune telecamere a circuito

chiuso. Grazie agli schemi elettrici sapevo con esattezza dove fossero collocate. Ne conoscevo anche tutte le caratteristiche tecniche: campo focale, dimensioni delle lenti e via di seguito. In altre parole, sapevo dove erano le zone d'ombra. E ne stavamo attraversando una. Non ero preoccupato per l'eventualità che la Sicurezza ci vedesse lì appesi, perché l'arrivo dei lavavetri era in programma per le prime ore di quel mattino. Temevo però che, se qualcuno avesse controllato, si sarebbe accorto che non stavamo pulendo nessuna finestra. Avrebbe visto che ci calavamo, con lentezza e decisione, fino al quinto piano. Avrebbe visto che non ci posizionavamo neppure davanti a una finestra. Penzolavamo davanti a una grata di ventilazione in acciaio. Purché non dondolassimo troppo da una parte o dall'altra, saremmo rimasti fuori del campo delle telecamere. Era importante. Appoggiando i piedi su un davanzale, estraemmo gli utensili e ci concentrammo sui bulloni a testa esagonale. Erano fissati saldamente all'acciaio e al cemento, e ce n'erano parecchi. Lavorammo in silenzio, con il volto madido di sudore. Era possibile che qualcuno (una guardia o chiunque altro) passasse e si domandasse come mai li stessimo rimuovendo. I lavavetri usano secchi e spugne, non svitabulloni senza filo Milwaukee. A quell'ora non vi era però molta gente in giro. Chiunque avesse guardato su avrebbe probabilmente immaginato che stessimo eseguendo un normale intervento di manutenzione. O almeno era quello che speravo. Ci volle un buon quarto d'ora per allentare e togliere i bulloni. Alcuni erano tanto arrugginiti da restare incastrati, e dovemmo usare una goccia di Svitol. Poi, a un mio segnale, Seth sfilò l'ultimo rimasto, e staccammo con delicatezza la grata dalla pelle di acciaio dell'edificio. Poiché era pesantissima, un uomo solo non sarebbe riuscito a sollevarla. La afferrammo per i bordi affilati (per fortuna avevo portato i guanti, un bel paio ciascuno) e la inclinammo in modo da appoggiarla al davanzale. Utilizzando la griglia per darsi la spinta, Seth riuscì poi a infilare le gambe nella stanza. Ruzzolò con un grugnito sul pavimento della sala apparecchiature. «Tocca a te» mi disse. «Fai attenzione.» Mi aggrappai al bordo della grata e introdussi le gambe nel foro, cadendo a terra e lanciandomi una rapida occhiata intorno. Il locale era zeppo di immense macchine rombanti, per lo più immerso

nell'oscurità, rischiarato soltanto dalla luce distante dei riflettori montati sul tetto. Era stipato di apparecchi per il riscaldamento, la ventilazione e il condizionamento: pompe di calore, ventilatori centrifughi, refrigeratori e compressori giganteschi e altri strumenti per la filtrazione dell'aria. Restammo lì con le imbracature, ancora agganciati alle doppie funi che penzolavano attraverso il pozzo di ventilazione. Poi slacciammo le fibbie e ci liberammo. Ora le imbracature pendevano a mezz'aria. Ovviamente, non potevamo lasciarle là fuori. Poiché erano fissate all'argano elettrico, Seth estrasse un piccolo telecomando nero e premette il pulsante. Si udirono un ronzio e uno stridio lontani, al che funi e imbracature cominciarono ad alzarsi adagio. «Mi auguro che riusciremo a recuperarle quando ne avremo bisogno» osservò il mio amico, ma faticavo a sentirlo con tutto quel baccano. Non potei fare a meno di pensare che l'intera faccenda era poco più di un gioco per Seth. Se mi avessero beccato, lui non avrebbe avuto problemi. Se la sarebbe cavata. Ero io quello nella merda fino al collo. Ora tirammo la grata verso l'interno in modo che, da fuori, sembrasse a posto. Prendendo poi un pezzo di fune rivestita, lo feci passare attraverso le impugnature e intorno a un tubo verticale per bloccarla in posizione. La stanza era ripiombata nel buio, perciò estrassi la mia Mag-Lite e la accesi. Accostandomi alla pesante porta di acciaio, provai la maniglia. Si aprì. Sapevo che le porte delle sale apparecchiature dovevano potersi aprire dall'interno per evitare che qualcuno restasse intrappolato, ma fu comunque un sollievo avere la certezza di poter uscire di lì. Frattanto Seth recuperò un paio di walkie-talkie Talkabout Motorola, me ne porse uno e tirò fuori dalla custodia una compatta radio a onde corte nera, un dispositivo di scansione della polizia con trecento canali. «Ti ricordi la frequenza della Sicurezza? Dalle parti dei quattrocento UHF, vero?» Lessi il numero in un block-notes a spirale che mi ero infilato nel taschino della camicia. Mentre Seth lo digitava, io spiegai la mappa del piano e studiai il mio itinerario. Adesso ero ancor più nervoso di quando ci eravamo calati dal tetto. Avevamo programmato tutto con cura, ma troppe cose sarebbero potute andare storte. Tanto per cominciare, ci sarebbe potuto essere qualcuno in giro nonostante l'ora. AURORA era un progetto ad altissima priorità che sarebbe

stato presentato di lì a due giorni. Gli ingegneri sgobbavano come forsennati. Probabilmente alle cinque del mattino non avrei incontrato nessuno, ma non potevo esserne certo. Meglio tenere la tuta da lavavetri e armarsi di spugna e secchio. Gli addetti alle pulizie erano quasi invisibili, ed era inverosimile che qualcuno mi chiedesse che cosa stessi facendo. Vi era tuttavia l'orribile possibilità di incappare in qualche conoscente. La Trion aveva migliaia di dipendenti, e me ne avevano presentati forse una cinquantina, perciò le probabilità giocavano a mio favore, visto anche l'orario. Eppure... mi ero quindi procurato un elmetto giallo (benché i lavavetri non li usassero mai), che mi calcai sulla testa prima di inforcare un paio di occhiali protettivi. Una volta uscito dalla stanzetta buia, avrei dovuto percorrere diversi corridoi interminabili con le telecamere puntate addosso per tutto il tragitto. Certo, al centro di comando nel seminterrato vi erano due o tre guardie, ma dovevano tenere d'occhio decine di monitor, e con molta probabilità stavano anche chiacchierando, bevendo un caffè o guardando la TV. Pensavo che nessuno avrebbe fatto caso a me. Finché avessi raggiunto la Zona protetta C, dove i controlli erano molto più rigidi. «Trovata» annunciò Seth fissando il display della radio. «Ho sentito soltanto "Sicurezza Trion" e Trion qualcos'altro.» «Okay» dissi. «Resta in ascolto e avvertimi se c'è qualcosa che devo sapere.» «Quanto tempo credi che ti ci vorrà?» Trattenni il fiato. «Dieci minuti. Mezz'ora. Dipende da come vanno le cose.» «Sii prudente, Cas.» Annuii. «Aspetta. Prendi questo.» Nell'angolo aveva scorto un grosso secchio giallo con le ruote e lo spinse verso di me. «Tieni.» «Buona idea.» Guardai il mio vecchio amico per un attimo ed ebbi la tentazione di dirgli: «Augurami buona fortuna», ma poi decisi che sarei sembrato troppo agitato e patetico. Invece, gli mostrai il pollice insù, come se fossi perfettamente calmo. «Ci rivediamo qui» lo salutai. «Ehi, non dimenticare di accendere quell'aggeggio» mi ricordò indicando il Talkabout. Sorridendo, scossi la testa per la mia sbadataggine. Aprendo adagio la porta, sbirciai fuori e, non vedendo anima viva, uscii

nel corridoio richiudendomi l'uscio alle spalle. Capitolo 86 Quindici metri più in là, una telecamera era montata in alto, vicino al soffitto, la minuscola luce rossa che lampeggiava. Wyatt mi aveva giudicato un buon attore, e adesso dovevo esserlo a tutti i costi. Dovevo sembrare disinvolto, un po' stanco, indaffarato, e soprattutto tranquillo. Ci sarebbe voluta un po' di immedesimazione. Continua a guardare le previsioni meteorologiche o qualunque altro programma vada in onda in questo momento, supplicai in silenzio chiunque ci fosse al centro di comando. Bevi il caffè, mangia le ciambelle. Parla di basket o di football. Non fare caso all'uomo dietro le quinte. I miei stivali cigolavano piano mentre camminavo sulla moquette. Non c'era nessuno nei paraggi. Fu un sollievo. No, pensai, è meglio se passa qualcun altro. Distoglie l'attenzione da te. Sì, forse. Vada come vada. Spera soltanto che nessuno ti chieda dove sei diretto. Svoltai in una vasta area aperta di uffici, buia a eccezione di qualche luce di emergenza. Spingendo il secchio lungo un corridoio nel mezzo del locale, scorsi altre telecamere. Le tracce all'interno dei box, i poster sinistri e per nulla spiritosi, indicavano che qui lavoravano degli ingegneri. Una bambola Love Me Lucilie mi fissava malevola da una mensola. Sto solo facendo il mio lavoro, rammentai a me stesso. Secondo la mappa, sull'altro lato di questo ampio spazio vi era un breve corridoio che conduceva direttamente alla metà isolata del piano. Me lo confermò una scritta alla parete (ZONA PROTETTA C - ACCESSO CONSENTITO SOLO AL PERSONALE AUTORIZZATO), accompagnata da una freccia. C'ero quasi. Stava filando tutto molto più liscio del previsto. Naturalmente, vi erano telecamere e rilevatori di movimento intorno all'ingresso dell'area riservata. Se la telefonata del giorno prima alla Sicurezza aveva funzionato, i rilevatori di movimento avrebbero però dovuto essere disabilitati. Ovviamente, non potevo esserne sicuro. L'avrei saputo nel giro di qualche secondo, quando fossi stato più vicino. Le telecamere sarebbero quasi certamente state accese, ma avevo un ri-

medio per quello. Un forte rumore improvviso mi fece trasalire, un trillo acuto del Talkabout. «Gesù» borbottai, il cuore che mi batteva all'impazzata. «Adam.» Era la voce di Seth, piatta e ansimante. Premetti il pulsante sul lato della ricetrasmittente. «Sì.» «Abbiamo un problema.» «Cioè?» «Torna indietro.» «Perché?» «Cazzo, torna indietro e basta.» Oh, merda. Mi voltai, abbandonai il secchio e mi misi a correre finché ricordai di essere sorvegliato. Mi costrinsi a rallentare. Che cosa diavolo poteva essere successo? Le funi ci avevano tradito? La griglia di ventilazione era caduta? Oppure qualcuno era entrato nella sala apparecchiature e aveva trovato Seth? Mi ci volle un'eternità. Qualche metro più in là, la porta di un ufficio si spalancò e ne uscì un uomo sulla cinquantina. Con i pantaloni di poliestere marrone e una camicia gialla a maniche corte, sembrava il classico ingegnere meccanico. Forse aveva cominciato presto, oppure era rimasto in piedi tutta la notte. Dopo avermi lanciato un'occhiata, abbassò lo sguardo sulla moquette senza parlare. Ero un addetto alle pulizie. Ero invisibile. Una ventina di telecamere aveva catturato la mia immagine, ma non avrei attirato l'attenzione di nessuno. Ero un addetto alle pulizie, un addetto alla manutenzione. Ero autorizzato a stare qui. Nessuno si sarebbe insospettito. Finalmente raggiunsi la sala apparecchiature. Mi fermai davanti alla porta cercando di captare eventuali voci, pronto a scappare se fosse stato necessario, se là dentro ci fosse stato qualcuno con Seth, anche se non volevo lasciare solo il mio amico. Udii soltanto lo stridio del dispositivo di scansione della polizia. Aprii l'uscio. Seth era in piedi dall'altra parte della stanza, la radio incollata all'orecchio. Aveva l'aria terrorizzata. «Dobbiamo andarcene» sussurrò. «Che cosa...»

«Quel tipo di sopra. Al settimo piano, intendo. La guardia che ci ha accompagnato sul tetto.» «Sì?» «Deve essere uscito di nuovo. Per curiosità o chissà cos'altro. Ha guardato giù e non ci ha visto. Ha visto le funi e le imbracature, ma niente lavavetri, e si è agitato. Boh, forse ha temuto che ci fosse successo qualcosa, chissà.» «Che cosa?» «Ascolta!» Sentii una serie di voci roche e indistinte. Colsi un frammento: «Divisione per divisione, passo!». Poi: «Unità B, rispondete». «Qui unità B, passo.» «Unità B, sospettiamo un'intrusione nell'Ala D. Possono essere stati i lavavetri: attrezzature abbandonate sul tetto, nessuna traccia degli operai. Voglio che l'intero edificio venga perquisito divisione per divisione. Questo è un Codice due. Unità B, setacciate il primo piano, passo.» «Ricevuto.» Fissai Seth. «Credo che Codice due significhi urgente.» «Stanno rastrellando il palazzo» mormorò Seth, la voce appena udibile tra il rombo dei macchinari. «Dobbiamo andarcene di qui.» «E come?» sibilai. «Non possiamo recuperare le corde, anche ammesso che siano ancora al loro posto! E di certo non possiamo farci pizzicare mentre scappiamo da questa sezione!» «Che cosa diavolo facciamo?» Inspirai a fondo ed espirai cercando di ragionare con lucidità. Avevo bisogno di una sigaretta. «D'accordo. Trova un computer, uno qualsiasi. Collegati al sito web della Trion. Cerca la pagina delle procedure di sicurezza aziendali e individua le uscite di emergenza. Mi riferisco ai montacarichi, alle scale antincendio eccetera. Ogni punto da cui possiamo fuggire, anche a costo di fare un bel salto.» «Io? E tu intanto che cosa fai?» «Torno là.» «Che cosa? Mi stai prendendo per il culo. Questo posto brulica di guardie, idiota!» «Non sanno dove siamo. Sanno soltanto che siamo da qualche parte in quest'ala... e ci sono sette piani.» «Gesù, Adam!»

«Questa opportunità non mi si ripresenterà mai più» dissi precipitandomi verso la porta. Sventolai il Talkabout nella sua direzione. «Avvisami quando trovi una via d'uscita. Vado nella Zona protetta C. Vado a prendere quello per cui siamo venuti.» Capitolo 87 Non correre. Dovevo continuare a ripetermelo. Stai calmo. Percorsi il corridoio cercando di sembrare noncurante, anche se la mia testa era sul punto di esplodere. Non guardare le telecamere. Avevo quasi raggiunto la vasta area di uffici quando il mio walkie-talkie suonò, due rapidi bip. «Sì?» «Ascolta, amico. La videata di accesso mi chiede un identificativo.» «Oh, merda, sì, naturalmente.» «Vuoi che inserisca il tuo?» «Oh Dio, no. Usa...» Estrassi il piccolo block-notes a spirale. «Usa CPierson.» Glielo dettai lettera per lettera senza smettere di camminare. «Password? Hai la password?» «MJ ventitré» lessi. «MJ...?» «Credo che stia per Michael Jordan.» «Oh, giusto. Il ventitré è il numero di Michael Jordan. Questo tizio è forse un cestista favoloso?» Perché continuava a blaterare? Doveva essere terrorizzato. «No» risposi distratto mentre entravo nella zona dei box. Mi tolsi l'elmetto giallo e gli occhiali protettivi (tanto non mi servivano più) e li ficcai sotto una scrivania. «È solo arrogante, come Jordan. Credono tutti e due di essere i migliori, ma soltanto uno ha ragione.» «Okay, ci sono» annunciò. «La pagina della Sicurezza, hai detto?» «Procedure di sicurezza aziendali. Vedi che cosa riesci a scoprire riguardo alla piattaforma, se possiamo tornarci usando il montacarichi. Potrebbe essere la migliore via di fuga. Devo andare.» «Sbrigati» mi raccomandò. Davanti a me vi era una porta di acciaio verniciata di grigio con una finestrella romboidale protetta da una rete metallica. Un cartello recava la scritta: SOLO PERSONALE AUTORIZZATO.

Mi avvicinai piano, di traverso, e sbirciai dentro. Dall'altra parte vi era quella che sembrava un'anonima saletta d'attesa con il pavimento di calcestruzzo. Contai due telecamere a circuito chiuso montate vicino al soffitto, le luci rosse che lampeggiavano. Erano accese. Individuai anche le piccole capsule bianche in ciascun angolo: i rilevatori di movimento a infrarossi passivi. Niente LED, però. Non ne ero sicuro, ma parevano spenti. Forse la Sicurezza li aveva disattivati davvero per qualche ora. In una mano tenevo un portablocco, cercando di assumere un'aria ufficiale, come se stessi seguendo delle istruzioni stampate. Con l'altra, provai la maniglia. Era bloccata. Sulla parete alla sinistra della porta vi era un piccolo sensore di prossimità grigio, identico a quelli sparpagliati per tutto l'edificio. Il badge di Alana l'avrebbe aperto? Estrassi la mia copia e la sventolai davanti al sensore pregando che la luce rossa diventasse verde. Udii una voce. «Ehi! Tu!» Mi voltai adagio. Una guardia della Trion correva verso di me, un'altra arrancava alle sue spalle. «Non muoverti!» mi intimò il primo uomo. Oh, merda. Ebbi un tuffo al cuore. Beccato. E adesso, Adam? Fissai le guardie, la mia espressione che passava dallo stupore all'arroganza. Trassi un respiro. «L'avete trovato?» mormorai. «Eh?» fece il primo, rallentando fino a fermarsi. «Quel maledetto intruso!» spiegai alzando la voce. «L'allarme è scattato cinque dannati minuti fa, e voi correte ancora qua e là come degli idioti grattandovi il culo!» Posso farcela, mi ripetei. Devo farcela. «Signore?» balbettò la seconda guardia. Si erano immobilizzati entrambi e mi guardavano, allibiti. «Razza di deficienti, avete idea di dove sia il punto d'entrata?» Gridavo come un sergente istruttore intento a strapazzare due stronzi pivelli. «Pensate che avremmo potuto rendervi le cose più facili? Cristo santo, eseguite un controllo del perimetro esterno, è la prima mossa da compiere. Pagina ventitré del maledetto manuale! Se l'aveste fatto, avreste trovato una griglia di ventilazione fuori posto.» «Una griglia di ventilazione?» mi fece eco il primo. «Dobbiamo tracciarvi il percorso con la vernice fosforescente? Avrem-

mo dovuto spedirvi un invito formale a questa ispezione a sorpresa della Sicurezza? Abbiamo fatto questa esercitazione in tre edifici della zona nell'ultima settimana, e voi siete il peggior gruppo di dilettanti in cui mi sia imbattuto.» Prendendo la penna attaccata al portablocco, mi apprestai a scrivere. «Okay, voglio i nomi e i numeri di badge. Lei!» Avevano iniziato a indietreggiare con lentezza. «Cazzo, tornate subito qui! Pensate che il compito della Sicurezza consista solo nell'ingozzarsi di ciambelle? Quando presenteremo il nostro rapporto, cadranno delle teste, ve lo garantisco.» «McNamara» disse il secondo con riluttanza. «Valenti» farfugliò il primo. Scarabocchiai i nomi. «Numero di badge? Oh Cristo, sentite... uno di voi due apra questa fottuta porta, e poi toglietevi dai piedi.» Il primo si avvicinò al lettore sventolandovi davanti il badge. Si udì un clic, e la luce diventò verde. Aprendo l'uscio, scossi la testa, disgustato. Le due guardie si girarono avviandosi a grandi falcate lungo il corridoio. Sentii il primo che diceva all'altro in tono astioso: «Mi metto subito in contatto con il comando. C'è qualcosa che non mi quadra». Il cuore mi batteva così forte che temevo fosse udibile. Me l'ero cavata per il rotto della cuffia, ma sapevo di aver guadagnato solo un paio di minuti. Le guardie avrebbero chiamato il comando con la radio e avrebbero scoperto immediatamente la verità: non era in corso alcuna «ispezione a sorpresa della Sicurezza». A quel punto sarebbero tornate assetate di vendetta. Guardai il rilevatore di movimento montato sulla parete della saletta aspettando per vedere se la luce si accendesse, ma non accadde. Quando erano in funzione, quegli aggeggi azionavano le telecamere spostandole nella direzione di qualsiasi oggetto in movimento. Ma erano disabilitati, il che significava che le telecamere erano fisse, che non potevano girarsi. È buffo, Meacham e il suo scagnozzo mi avevano insegnato a eludere sistemi più sofisticati di questo. Forse Arnold aveva ragione: lascia perdere i film, nella realtà la Sicurezza aziendale tende sempre a essere piuttosto primitiva. Ora potevo entrare nella saletta senza essere visto dalle telecamere, puntate sulla porta che dava accesso alla Zona protetta C. Mossi qualche passo incerto nella stanza, appiattendo la schiena contro la parete. Mi avvicinai con cautela a una delle telecamere da dietro. Sapevo di essere nella zona

d'ombra; non poteva inquadrarmi. In quell'istante il Talkabout si risvegliò con un bip. «Squagliatela!» strillò la voce di Seth. «Hanno ricevuto tutti l'ordine di andare al quinto piano, l'ho appena sentito!» «Non... non posso, ci sono quasi!» gridai. «Sbrigati! Gesù, taglia la corda!» «No... non posso! Non ancora!» «Cassidy...» «Seth, ascolta. Devi svignartela... usa le scale, il montacarichi, quello che ti pare. Aspettami fuori sul furgone.» «Cassidy...» «Muoviti!» tuonai prima di spegnere la ricetrasmittente. Un'esplosione di rumore mi fece sussultare: il roco urlo meccanico di un allarme molto vicino. E adesso? Non potevo fermarmi a pochi metri da AURORA! Non dopo essere arrivato fin qui! Dovevo proseguire. L'allarme continuò a suonare, assordante come una sirena antiaerea. Pescai il barattolo dalla tasca della tuta (un barattolo di Pam, l'olio da cucina spray), quindi saltai verso la telecamera e spruzzai la lente. Una macchia d'unto comparve sull'occhio di vetro. Fatto. La sirena strepitava. Adesso la telecamera era cieca, i suoi dispositivi ottici sconfitti, ma non in un modo che avrebbe necessariamente attirato l'attenzione. Chi avesse guardato avrebbe visto l'immagine che si oscurava all'improvviso. Forse avrebbero dato la colpa al potenziamento della rete elettrica di cui erano stati avvisati. Probabilmente lo schermo annerito non avrebbe dato troppo nell'occhio tra una ventina di monitor. O almeno, l'idea era quella. Ma ora la pianificazione meticolosa pareva quasi inutile, perché stavano arrivando, li sentivo. Le stesse guardie che avevo appena buggerato? Altre? Non lo sapevo, naturalmente, ma stavano arrivando. Udii passi e urla, ma sembravano distanti, un semplice rumore di sottofondo rispetto alla sirena spaccatimpani. Forse potevo ancora farcela. Se mi fossi spicciato. Una volta che fossi entrato nel laboratorio di AURORA, probabilmente non mi avrebbero seguito, o almeno non con tanta facilità. A meno che non ci fosse un dispositivo di controllo manuale, il che sembrava inverosimile.

Forse non avrebbero nemmeno capito che ero lì. Ammesso che fossi riuscito ad accedere. Percorsi il perimetro della stanza fino all'altra telecamera. Fermandomi nella zona d'ombra, saltai, spruzzai l'olio e misi fuori gioco la lente. Ora la Sicurezza non poteva vedermi nei monitor, non poteva vedere che cosa cercavo di fare. Ero quasi dentro. Qualche altro secondo (speravo) e sarei entrato. Uscire sarebbe stato un altro problema. Sapevo che vi era un montacarichi inaccessibile dall'esterno. Il badge di Alana l'avrebbe azionato? Me lo auguravo. Era la mia unica chance. Dannazione, tra la sirena che ululava, le voci sempre più alte e i passi sempre più vicini, non riuscivo a ragionare con lucidità. La mia mente delirava. Le guardie sapevano dell'esistenza di AURORA? Fino a che punto il progetto era stato tenuto segreto? Se non ne erano al corrente, forse non avrebbero indovinato dove ero diretto. Magari si limitavano a correre per i corridoi di ogni piano alla confusa e disordinata ricerca del secondo intruso. Sulla parete a sinistra di una lucida porta di acciaio era montata una scatoletta beige: uno scanner per impronte digitali Identix. Estrassi l'astuccio di plastica trasparente dalla tasca anteriore della tuta. Poi, con mani tremanti, rimossi il nastro con l'impronta del pollice di Alana, i suoi ghirigori impressi sulla polvere di grafite. Premetti con delicatezza il nastro sullo scanner, nel punto in cui di norma si appoggia il dito, e attesi che il LED diventasse verde. Niente. No, ti prego, Dio, pensai in preda alla disperazione, il cervello ottenebrato dal terrore e dall'intollerabile fischio della sirena. Fa' che funzioni. Ti prego, Dio. La luce rimase rossa, ostinatamente rossa. Niente. Meacham aveva dedicato una lunga lezione a come ingannare gli scanner biometrici, e mi ero esercitato innumerevoli volte finché l'avevo imparato. Alcuni lettori erano più difficili da imbrogliare di altri, a seconda della tecnologia utilizzata. Questo era uno dei più comuni, con un sensore ottico all'interno. Quanto avevo appena fatto era efficace nel novanta per cento dei casi. Nel novanta per cento dei casi questo dannato trucco era efficace! Naturalmente, c'è l'altro dieci per cento, pensai sentendo lo scalpiccio

sempre più vicino. Ormai non erano molto lontani, almeno di questo ero certo. Forse qualche metro più in là, tra i box. Merda, non funzionava! Quali erano gli altri stratagemmi che mi avevano insegnato? Qualcosa riguardo a un sacchetto di plastica pieno d'acqua... ma non avevo con me nulla di simile... che cosa mi aveva detto Meacham? Le vecchie impronte digitali restavano sulla superficie del sensore come le ditate su uno specchio, il residuo oleoso delle persone che erano entrate. Era possibile riattivarle con l'umidità... Sì, sembra assurdo, ma non era meno folle di usare un pezzo di nastro adesivo. Mi chinai, chiusi le mani a coppa sopra il piccolo sensore e alitai. Il fiato si condensò appena toccò il vetro. Scomparve nel giro di un secondo, ma fu sufficiente... Un bip, quasi un cinguettio. Un bel suono. Sulla scatola si accese una luce verde. Ce l'avevo fatta. L'umidità del mio respiro aveva riattivato una vecchia impronta. Avevo fregato il sensore. La lucida porta di acciaio della Zona protetta C scivolò adagio sulle rotaie proprio mentre l'altra porta dietro di me si apriva e qualcuno mi ordinava: «Fermo lì!». E: «Non muoverti!». Fissai l'immenso spazio vuoto che costituiva la Zona protetta C e non credetti ai miei occhi. Non riuscivo a capacitarmene. Dovevo aver commesso un errore. Non poteva essere il posto giusto. Guardavo l'area denominata Zona protetta C. Mi ero aspettato supercomputer, stanze asettiche, apparecchiature da laboratorio, file di microscopi elettronici e rotoli di cavi a fibre ottiche. Vidi invece rottami, polvere di gesso, nude travi di acciaio e spogli pavimenti di calcestruzzo grigio. Un'enorme distesa deserta. Lì dentro non c'era niente. Dov'era il progetto AURORA? Ero nel posto giusto, ma lì dentro non c'era niente. A quel punto fui assalito da un pensiero che mi fece tremare la terra sotto i piedi: dunque, non esisteva alcun progetto AURORA? «Non muovere neanche un muscolo!» gridò qualcuno alle mie spalle.

Obbedii. Non mi voltai verso le guardie. Mi paralizzai. Non sarei riuscito a muovermi neppure volendo. Capitolo 88 Con la bocca spalancata e la testa che mi girava, mi voltai adagio e vidi un gruppo di guardie, cinque o sei, tra cui un paio di facce familiari. Vi erano anche i due tizi che avevo spaventato; erano tornati e sembravano fuori di sé. Il nero che mi aveva beccato nell'ufficio di Nora (quello della Mustang, come si chiamava?) mi puntava addosso la pistola. «Signor... signor Sommers?» farfugliò. Accanto a lui, in jeans e T-shirt spiegazzata, i capelli biondi scompigliati, vi era Chad. Teneva in mano il cellulare. Intuii subito perché era lì: doveva aver cercato di collegarsi, aveva scoperto di essere già collegato, perciò aveva fatto una telefonata... «Quello è Cassidy! Chiami Goddard!» urlò alla guardia. «Chiami il maledetto amministratore delegato!» «No, amico, non è così che lavoriamo» replicò l'altro, l'arma ancora spianata contro di me. «State indietro» gridò. I suoi colleghi si disposero a ventaglio ai suoi lati. «Lei non chiama l'amministratore delegato, amico. Lei chiama il direttore della Sicurezza. Poi aspettiamo la polizia. Sono questi gli ordini che ho ricevuto.» «Chiami il maledetto amministratore delegato!» strillò Chad agitando il telefono. «Ho il suo numero di casa. Non me ne frega niente di che ora è. Voglio che Goddard sappia che cosa ha fatto il suo dannato assistente esecutivo, questo schifoso ladro!» Dopo aver premuto un paio di tasti, si portò il cellulare all'orecchio. «Stronzo» mi insultò. «Sei fottuto.» Ci volle parecchio tempo prima che qualcuno rispondesse. «Signor Goddard» esordì Chad con voce bassa, deferente. «Mi spiace disturbarla così presto, ma è molto importante. Mi chiamo Chad Pierson e lavoro alla Trion.» Continuò ancora per qualche minuto, e pian piano il suo perfido ghigno svanì. «Sì, signore» disse. Mi porse il cellulare con aria abbattuta. «Vuole parlare con te.»

PARTE NONA LE MISURE ATTIVE Active measures: espressione di origine russa indicante le operazioni di intelligence che influiranno sulle politiche o sulle azioni di un altro Paese. Possono essere segrete o manifeste e comprendere un'ampia gamma di attività, tra cui anche l'assassinio. Spy Book: The Encyclopedia of Espionage Capitolo 89 Erano quasi le sei del mattino quando le guardie mi chiusero in una sala conferenze del quinto piano: niente finestre, soltanto una porta. Sul tavolo erano sparsi block-notes scarabocchiati e bottiglie di Snapple vuote. Vi erano un proiettore, una lavagna bianca che non era stata cancellata e, per fortuna, un computer. Non ero esattamente un prigioniero. Ero «in stato di fermo». Mi avevano avvertito che, se non avessi collaborato, mi avrebbero subito consegnato alla polizia, idea che non mi sembrava per nulla buona. Con una calma esagerata, Goddard mi aveva detto di volermi parlare quando fosse arrivato. Non aveva voluto sentire nient'altro, il che era stato un bene, perché non avrei saputo che cosa aggiungere. In seguito appresi che Seth era fuggito dall'edificio, anche se senza furgone. Cercai di inviare un'e-mail a Jock. Non sapendo ancora come giustificarmi, mi limitai a scrivere: Caro Jock, ho bisogno di vederla. Voglio spiegarle. Adam Ma non mi rispose. A un tratto ricordai che avevo ancora il cellulare: me l'ero infilato in tasca, e non se n'erano accorti. Lo accesi. C'erano cinque messaggi, ma il telefono squillò prima che potessi controllare la posta vocale. «Pronto.» «Adam. Oh, merda, accidenti.» Era Antwoine. Pareva disperato, quasi isterico. «Oh, accidenti. Oh, merda. Non voglio tornare dentro. Merda, non voglio tornare dentro.»

«Antwoine, a che cosa si riferisce? Cominci dall'inizio.» «Questi tizi hanno tentato di intrufolarsi nell'appartamento di suo padre. Devono aver pensato che fosse vuoto.» Provai un'ondata di irritazione. I ragazzi del quartiere non avevano ancora capito che non vi era niente da rubare in quel cesso di casa? «Gesù, sta bene?» gli domandai. «Oh, io sì. Due sono scappati, ma ho acciuffato il più lento... oh, merda! Oh, accidenti, adesso non voglio finire nei guai! Deve aiutarmi.» Era una conversazione che non avevo nessuna voglia di sostenere, non in quell'istante. Udivo una specie di verso animalesco in lontananza, una sorta di gemito, scalpiccio o qualcosa di simile. «Si calmi, amico» lo invitai. «Faccia un bel respiro e si sieda.» «In questo momento sono seduto su quel figlio di puttana. La cosa sconvolgente è che questo bastardo sostiene di conoscerla.» «Di conoscermi?» All'improvviso avvertii una strana sensazione. «Me lo descriva, per favore.» «Non so, è bianco...» «La sua faccia, intendo.» Antwoine sembrava imbarazzato. «Adesso? Rossa e spappolata. Colpa mia. Credo di avergli rotto il naso.» Sospirai. «Oh Gesù, Antwoine, gli chieda come si chiama.» Antwoine posò il ricevitore. Sentii il cupo rimbombo della sua voce, seguito immediatamente da uno strillo. «Dice di chiamarsi Meacham» mi informò poco dopo. Mi balenò nella mente l'immagine di Arnold Meacham, acciaccato e sanguinante, steso sul pavimento della cucina di papà sotto i centotrenta chili di Antwoine Leonard, e provai una breve e provvidenziale punta di piacere. Forse mi avevano spiato quando ero passato a casa di mio padre. Forse Meacham e i suoi tirapiedi avevano pensato che vi avessi nascosto qualcosa. «Oh, io non me ne preoccuperei» lo tranquillizzai. «Le assicuro che quello stronzo non le causerà più alcun problema.» Se fossi stato al posto di Meacham, pensai, avrei aderito al programma di protezione dei testimoni. Ora Antwoine sembrava sollevato. «Ascolti, mi spiace davvero per questa faccenda, amico.» «Le spiace? Ehi, non si scusi. Mi creda, è la prima bella notizia che ricevo da parecchio tempo.»

E probabilmente sarebbe stata anche l'ultima. Avevo qualche ora da ingannare prima che Goddard arrivasse, e non potevo starmene seduto lì a rimuginare su quanto avevo fatto o su quanto avrebbero fatto a me. Perciò feci quello che faccio sempre per ammazzare il tempo: navigai in Internet. Fu così che iniziai a mettere insieme i pezzi. Capitolo 90 La porta si aprì. Era una delle guardie di prima. «Il signor Goddard è di sotto, alla conferenza stampa» annunciò. Era alto, sulla quarantina, con gli occhiali dalla montatura di metallo. L'uniforme blu della Trion non gli donava. «Vuole che lo raggiunga al Centro visitatori.» Annuii. L'atrio principale dell'Edificio A pullulava di gente schiamazzante, fotografi e reporter accalcati ovunque. Uscii dall'ascensore e mi sentii disorientato in mezzo a tutto quel caos. A causa del baccano, non riuscivo a decifrare le parole di tutte quelle persone; per me erano solo rumori di sottofondo. Una delle porte che conducevano all'enorme auditorio futuristico continuava ad aprirsi e a chiudersi. Intravidi una gigantesca immagine di Jock Goddard proiettata su uno schermo e udii la sua voce amplificata. Mi feci strada a gomitate tra la folla. Credetti di sentire qualcuno che mi chiamava, ma continuai a camminare muovendomi piano, come uno zombie. Il pavimento dell'auditorio si inclinava fino a uno scintillante palco semicircolare, dove Goddard era in piedi sotto un riflettore con il lupetto nero e la giacca di tweed marrone. Mi ricordava il docente di letterature classiche di un piccolo college del New England, fatta eccezione per il cerone arancione sulla faccia. Alle sue spalle vi era un enorme schermo su cui, a un'altezza di circa due metri, spiccava la sagoma della sua testa parlante. La sala era gremita di giornalisti e illuminata dalle accecanti luci delle telecamere. «... questa acquisizione» diceva Goddard «raddoppierà le dimensioni della nostra forza vendite, oltre a raddoppiare e, in alcuni settori, addirittura a triplicare la nostra penetrazione del mercato.» Non sapevo a che cosa si riferisse. Restai ad ascoltare in ultima fila. «Fondendo due grandi aziende, stiamo creando un unico leader mondia-

le della tecnologia. Ora la Trion Systems è senza dubbio uno dei principali produttori di elettronica al consumo del pianeta. «E vorrei diffondere un'altra notizia» proseguì con gli occhi luccicanti e un sorriso da spiritello. «Ho sempre creduto nell'importanza della gratitudine. Perciò questa mattina la Trion è lieta di annunciare la nascita di una nuova fondazione benefica. Cominciando con uno stanziamento iniziale di cinque milioni di dollari, questa struttura spera, nel corso dei prossimi anni, di portare un computer in migliaia di scuole pubbliche americane, in distretti scolastici che non hanno risorse sufficienti ad acquistare i PC per i loro allievi. Riteniamo che sia il modo migliore per colmare il divario digitale. La Trion accarezza da tempo questa idea. L'abbiamo battezzata progetto AURORA, in onore di Aurora, la dea greca dell'alba. Crediamo infatti che questa iniziativa segnerà l'alba di un brillante futuro per tutti noi in questo grande Paese.» Vi fu qualche applauso educato. «Infine, permettetemi di dare un caloroso benvenuto nella famiglia della Trion ai quasi trentamila validi e operosi dipendenti della Wyatt Telecommunications. Grazie infinite.» Chinò leggermente la testa e scese dal palco. Altri applausi, che si tramutarono pian piano in un'ovazione entusiastica. La gigantesca immagine della sua faccia cedette il posto a Squawk Box, il programma finanziario mattutino della CNBC. Su metà dello schermo, Maria Bartiromo era in collegamento dal recinto delle negoziazioni della Borsa di New York. Sull'altra metà, vi erano il logo della Trion e un grafico con i prezzi delle sue azioni negli ultimi minuti: una linea che si impennava. «... perché le contrattazioni riguardanti i titoli della Trion Systems hanno raggiunto un volume record» spiegava la giornalista. «Le azioni della Trion sono già quasi raddoppiate e non mostrano alcun segno di rallentamento dopo che questa mattina, ancor prima del suono della campana, Augustine Goddard, fondatore e amministratore delegato della Trion, ha annunciato l'acquisizione di uno dei suoi principali concorrenti, la Wyatt Telecommunications, un'azienda ormai sull'orlo del tracollo.» Sentii un colpetto sulla spalla. Era Flo, elegante, un'espressione seria in viso. Aveva un auricolare senza filo. «Adam, può venire nella suite di rappresentanza al piano attico? Jock vuole vederla.» Annuii ma continuai a guardare. Non riuscivo a pensare con lucidità. Ora, sull'enorme schermo, erano comparse due guardie che spingevano

Nick Wyatt fuori della sua società. L'obiettivo grandangolare inquadrò il riflesso delle finestre, l'erba verde smeraldo, le greggi di giornalisti al pascolo. Wyatt pareva insieme furioso e umiliato mentre passava sotto le forche caudine. «La Wyatt Telecommunications era un'azienda oberata dai debiti - quasi tre miliardi di dollari - quando ieri sera è trapelata la notizia secondo cui Nicholas Wyatt, il suo energico fondatore, aveva firmato un accordo segreto e non autorizzato, senza il voto e persino all'insaputa del consiglio di amministrazione, con l'intento di rilevare la Delphos, una minuscola impresa californiana in fase di avviamento e priva di ogni rendita, per cinquecento milioni di dollari in contanti» spiegava Maria Bartiromo. La telecamera zoomò su Wyatt. Alto e corpulento, i capelli lucidi come smalto nero, l'abbronzatura ramata. Nick Wyatt in carne e ossa. L'obiettivo si avvicinò ancora di più. L'aderente camicia color tortora era chiazzata di sudore. Lo costrinsero a salire su un'auto. Sulla faccia aveva un'espressione che significava: «Che cosa cazzo mi hanno combinato?». Conoscevo quella sensazione. «La Wyatt è così rimasta con fondi insufficienti a coprire i debiti. Il consiglio si è riunito ieri pomeriggio e ha deliberato il licenziamento del signor Wyatt per gravi violazioni dell'amministrazione aziendale, pochi minuti prima che gli obbligazionisti imponessero la vendita della società alla Trion Systems al prezzo stracciato di dieci centesimi sul dollaro. Il signor Wyatt non ha rilasciato alcuna dichiarazione, ma secondo un portavoce avrebbe rassegnato le dimissioni per trascorrere più tempo con la famiglia. Nick Wyatt non è sposato e non ha figli. David?» Un altro colpetto sulla spalla. «Scusi, Adam, ma vuole vederla subito» mi esortò Flo. Capitolo 91 Mentre salivo al piano attico, l'ascensore si fermò alla mensa, ed entrò un uomo con una camicia hawaiana e la coda di cavallo. «Cassidy» mi salutò Mordden. Teneva in mano una focaccina alla cannella e una tazza di caffè, e non sembrava meravigliato di vedermi. «Il Robert Redford del microchip. Corre voce che le ali di Icaro si siano sciolte.» Annuii. Chinò la testa. «Quel proverbio dice il vero. Impara l'arte e mettila da parte.»

«Già.» Premette un pulsante e tacque mentre la porta si chiudeva e la cabina saliva. Eravamo soli. «Vedo che è diretto all'attico. La suite di rappresentanza. Immagino che non debba ricevere dignitari o uomini d'affari giapponesi.» Mi limitai a guardarlo. «Ora forse ha finalmente capito la verità sul nostro intrepido leader» aggiunse. «No, non credo. A essere onesto, non capisco nemmeno lei. Per qualche motivo, lei è l'unica persona qui dentro a provare un profondo disprezzo per Goddard, lo sanno tutti. È ricco. Non ha bisogno di lavorare. Eppure è ancora qui.» Scrollò le spalle. «Per scelta. Gliel'ho detto, sono invincibile.» «Che cosa diavolo significa? Senta, non vedrà mai più la mia faccia. Adesso può dirmelo. Sono fuori. Sono fottuto.» «Sì, credo che molti restino spiaccicati sulla strada, da queste parti.» Batté le palpebre una volta. «Io sentirò la sua mancanza. Molti altri non la sentirebbero.» Aveva pronunciato quella frase in tono scherzoso, ma ero certo che tentava di esprimere un sentimento sincero. Per qualche motivo, nutriva davvero della simpatia nei miei confronti. O forse era soltanto pietà. Con un tipo come Mordden, era difficile stabilirlo. «Basta con gli indovinelli» lo pregai. «Sarebbe così gentile da spiegarmi di che cosa diavolo sta parlando?» Con un sorrisetto compiaciuto, si esibì in una discreta imitazione di Ernst Stavro Blofeld. «Siccome sta per morire, signor Bond...» Si interruppe. «Oh, vorrei poterle raccontare tutto. Ma non violerò mai l'accordo di riservatezza che ho firmato diciotto anni fa.» «Le spiace usare termini che la mia piccola mente terrestre possa comprendere?» L'ascensore si aprì, e Mordden scese. Posò la mano sulla porta per impedirle di chiudersi. «Ora quell'accordo di riservatezza vale circa dieci milioni di dollari in azioni della Trion. Forse il doppio, con il prezzo attuale dei titoli. Non sarebbe certo nel mio interesse metterlo in pericolo violando il silenzio cui mi obbliga il contratto.» «Quale accordo di riservatezza?» «Come ho detto, non voglio certo mettere in pericolo il mio proficuo patto con Augustine Goddard raccontandole che il famoso modem Goddard non è stato inventato da Jock, un ingegnere piuttosto mediocre anche

se un brillante stratega aziendale, bensì dal sottoscritto. Perché dovrei rischiare di perdere dieci milioni di dollari rivelando che il progresso tecnologico capace di trasformare questa società nel motore della rivoluzione delle comunicazioni non è stata l'idea dello stratega aziendale, bensì di uno dei suoi primi dipendenti, un umile ingegnere? In conformità al mio contratto, Goddard avrebbe potuto averlo gratis, ma voleva prendersi tutto il merito. Gli ha fruttato un bel po' di soldi. Perché dovrei confessare una cosa simile e infangare così la leggenda, l'eccellente reputazione di quello che una volta "Newsweek" ha definito... come?... "il maggiore statista dell'industria americana"? Non sarebbe certo prudente da parte mia farle notare la falsità della facciata di Jock Goddard, dell'immagine semplice e candida che maschera tanta spietatezza. Per l'amor del cielo, sarebbe come dirle che Babbo Natale non esiste. Perché dovrei disilluderla e rischiare il mio bottino?» «Mi ha raccontato la verità?» fu l'unica cosa che riuscii a chiedere. «Non le ho raccontato niente» replicò. «Non sarebbe nel mio interesse. Adieu, Cassidy.» Capitolo 92 Non avevo mai visto nulla di simile all'attico dell'Edificio A. Non assomigliava affatto al resto della Trion: niente uffici soffocanti né box ingombri, niente moquette grigia né luci fluorescenti. Era invece una vasta distesa aperta con immense vetrate attraverso cui scintillava il sole. Pavimenti di granito nero, tappeti orientali qua e là, pareti di lucido legno tropicale. Lo spazio era suddiviso da reticoli di edera, gruppi di sofà e poltrone griffati e, al centro della stanza, una gigantesca cascata autoportante, in cui l'acqua sgorgava da una sorgente invisibile gorgogliando tra irregolari sassi rosati. La suite di rappresentanza. Per ricevere gli ospiti di riguardo: senatori, amministratori delegati, segretari di Gabinetto, membri del Congresso, capi di Stato. Non l'avevo mai vista prima, non conoscevo nessuno che l'avesse vista e non me ne meravigliavo. Non sembrava molto Trion. Non era molto democratica. Era opulenta, minacciosa, impressionante. Un tavolino rotondo era apparecchiato nella zona tra la cascata e un caminetto in cui le fiamme a gas scoppiettavano tra ceppi di ceramica. Due giovani sudamericani, un uomo e una donna in divisa porpora, parlottavano in spagnolo sistemando le caffettiere e le teiere d'argento, i vassoi di pa-

sticcini, le caraffe di succo d'arancia. Tre coperti. Confuso, mi guardai intorno, ma non c'era nessun altro. Nessuno ad aspettarmi. All'improvviso si udì un ting, e la porta in acciaio spazzolato di un piccolo ascensore si aprì dall'altra parte del locale. Jock Goddard e Paul Camilletti. Ridevano della grossa, entrambi euforici, ebbri di gioia. Goddard mi scorse, smise di ridere e disse: «Be', eccolo lì. Ci scuserai, Paul... sai com'è». Camilletti sorrise, gli diede una pacca sulla spalla e scomparve nell'ascensore mentre l'altro usciva. Goddard attraversò l'ampio spazio aperto quasi di corsa. «Le spiace accompagnarmi in bagno?» mi chiese. «Devo togliermi questo maledetto cerone.» In silenzio, lo seguii fino a una lucida porta nera con le piccole silhouette argentee di un uomo e di una donna. La luce si accese quando entrammo. Era una toilette ariosa ed elegante, tutta vetro e marmo nero. Goddard si guardò allo specchio. Chissà perché, sembrava un po' più alto. Forse era la postura: non era curvo come al solito. «Cristo, sembro un maledetto conduttore televisivo» disse raccogliendo il sapone liquido tra le mani e cominciando a lavarsi. «Non era mai stato quassù, vero?» Scossi la testa, osservandolo nello specchio mentre abbassava il capo verso il lavabo e poi lo rialzava. Avvertivo uno strano misto di emozioni (paura, rabbia, shock), tanto complesso da non sapere che cosa provassi. «Be', sa, il mondo degli affari» continuò. Pareva quasi che volesse scusarsi. «L'importanza della messinscena: il fasto, lo sfarzo, la pompa e tutte quelle porcherie. Non potevo mica incontrare il presidente russo o il principe ereditario dell'Arabia Saudita nel mio squallido ufficetto al piano di sotto.» «Congratulazioni» mormorai. «È stata una mattinata memorabile.» Si asciugò il viso. «Un'altra messinscena» osservò sbrigativo. «Sapeva che Wyatt avrebbe acquistato la Delphos a prescindere da quanto costasse» aggiunsi. «Anche se fosse rimasto al verde.» «Non avrebbe resistito» replicò. Buttò l'asciugamano macchiato di arancione sul ripiano di marmo. «No» convenni. Mi accorsi che il mio battito cardiaco cominciava ad accelerare. «Non finché avesse creduto che lei stava per annunciare il grandioso e rivoluzionario progresso del chip ottico. Ma non c'è mai stato nes-

sun chip ottico, vero?» Goddard fece il suo sorriso da spiritello. Si voltò, e lo seguii fuori della toilette. «Ecco perché non c'era nessuna domanda di brevetto, nessun dossier alle Risorse umane...» «Il chip ottico» spiegò quasi superando a balzi i tappeti orientali e dirigendosi verso il tavolo «esiste solo nelle menti febbricitanti e sui blocknotes scarabocchiati di alcune mezze cartucce in una minuscola società di Palo Alto destinata al fallimento. Una fantasia, che forse non si realizzerà neppure nel corso della sua vita. Di certo non nel corso della mia.» Sedendosi a tavola, mi invitò con un gesto ad accomodarmi accanto a lui. Obbedii, e i due camerieri in divisa, che erano rimasti discretamente appoggiati al reticolo di edera, si fecero avanti per versarci il caffè. Oltre che stordito, furibondo e spaventato, ero esausto. «Saranno anche mezze cartucce» ribattei «ma ha acquistato quell'azienda più di tre anni fa.» Era, devo ammetterlo, una supposizione logica: secondo le informazioni che avevo trovato in Internet, il maggior investitore della Delphos era un fondo di capitale di rischio con sede a Londra i cui soldi venivano incanalati mediante un veicolo di investimenti sulle Isole Cayman. Il che significava che, tolte quattro o cinque coperture e società fittizie, il vero proprietario della Delphos era un colosso. «È un ragazzo in gamba» si complimentò prendendo un pasticcino e addentandolo con avidità. «La vera catena della proprietà è molto difficile da ricostruire. Assaggi un dolce, Adam. Questi cosi con i lamponi e la crema di formaggio sono squisiti.» Ora capivo perché Paul Camilletti, un uomo che amava mettere i puntini sulle «i», aveva «scordato» di firmare la clausola di esclusiva sulla proposta di finanziamento. Una volta scoperto quel dettaglio, Wyatt aveva intuito di avere meno di ventiquattr'ore per «soffiare» l'impresa alla Trion, un tempo insufficiente per ottenere l'approvazione del consiglio, anche qualora il consiglio avesse dato la sua approvazione. Cosa che probabilmente non avrebbe fatto. Notando il terzo posto vuoto, mi domandai chi sarebbe stato l'altro ospite. Non avevo appetito e non avevo voglia di bere il caffè. «Ma l'unica maniera per indurre Wyatt ad abboccare» proseguii «consisteva nel fargli credere che le delazioni provenissero da una sua spia.» Mi tremava la voce, e ora provavo soprattutto collera. «Nick Wyatt è un uomo molto sospettoso» disse Goddard. «Lo capisco.

Lo sono anch'io. Wyatt è un po' come quelli della CIA: non credono mai alla più piccola informazione se non se la sono procurata con l'inganno.» Bevvi un sorso di acqua ghiacciata, così fredda che mi fece male alla gola. Gli unici suoni in quell'ampia sala erano gli schizzi e i gorgoglii della cascata. La luce intensa mi dava fastidio agli occhi. L'atmosfera era tanto allegra da essere inquietante. La cameriera si avvicinò con una caraffa di cristallo per riempirmi il bicchiere, ma Goddard agitò una mano. «Muchas gracias. Voi due potete andare, credo che qui siamo a posto. Può chiedere all'altro ospite di raggiungerci, per favore?» «Non è la prima volta che lo fa, vero?» chiesi. Qualcuno non mi aveva forse detto che ogni volta che la Trion era sull'orlo della bancarotta un suo concorrente commetteva un disastroso errore di calcolo e la società tornava a essere più forte di prima? Goddard mi guardò di traverso. «Ormai sono vecchio del mestiere.» Mi girava la testa. Erano stati il profilo e il curriculum vitae di Paul Camilletti a illuminarmi. Goddard l'aveva rubato a un'azienda di nome Celadon Data, che all'epoca rappresentava la maggiore minaccia per l'esistenza della Trion. Di lì a poco la Celadon aveva fatto una leggendaria gaffe tecnologica preferendo il Betamax al VHS ed era andata a rotoli poco prima che la Trion la salvasse. «Prima di me c'è stato Camilletti» osservai. «E altri prima di lui.» Goddard bevve un sorso di caffè. «No, lei non è stato il primo. Ma direi che è stato il migliore.» Il complimento mi ferì. «Non capisco come abbia fatto a convincere Wyatt che l'idea della talpa avrebbe funzionato» dissi. Goddard alzò gli occhi quando si aprì la porta dello stesso ascensore con cui era salito. Judith Bolton. Mi mancò il fiato. Indossava una camicetta bianca sotto un tailleur blu e aveva un'aria molto sexy e professionale. Le labbra e le unghie erano color corallo. Avvicinatasi a Goddard, gli diede un fuggevole bacio sulla bocca. Poi tese il braccio verso di me e mi strinse la mano tra le sue. Erano fresche ed emanavano un lieve profumo aromatico. Sedette al fianco di Goddard stendendosi un tovagliolo di lino sulle ginocchia. «Adam vuole sapere come hai convinto Wyatt» spiegò Goddard. «Oh, non ho fatto molta fatica» replicò Judith con una risata gutturale. La fissai. «Perché io?» chiesi alla fine.

«Mi sorprende che me lo domandi» affermò. «Guardi che cosa ha fatto. Lei ha la stoffa.» «Questo e il fatto che mi avete messo con le spalle al muro per via dei soldi.» «Nelle società le defezioni sono all'ordine del giorno, Adam» continuò piegandosi verso di me. «Avevamo molti candidati, ma lei spiccava tra la folla. Era di gran lunga il più qualificato. Un'attitudine naturale all'adulazione, più la questione del rapporto paterno.» La rabbia mi ribollì dentro finché non riuscii più ad ascoltare. Mi alzai torreggiando su Goddard e gli dissi: «Mi permetta di chiederle una cosa. Secondo lei, che cosa ne penserebbe Elijah?». Mi rivolse uno sguardo vacuo. «Elijah» ripetei. «Suo figlio.» «Oh, accipicchia, giusto, Elijah» farfugliò, la perplessità che si tramutava pian piano in sardonico divertimento. «Quello. Sì. Be', è stata un'ispirazione di Judith.» Ridacchiò. La stanza sembrava vorticare con lentezza diventando più luminosa, più sbiadita. Goddard mi sbirciò con occhi luccicanti. «Adam» intervenne Judith, tutta interessamento e comprensione. «Si sieda, per favore.» Mi limitai a fissarla. «Temevamo» spiegò «che potesse cominciare a nutrire dei sospetti se le cose fossero state troppo facili. Lei è un giovanotto molto sveglio e intuitivo. Tutto doveva avere una logica, altrimenti avrebbe mangiato la foglia. Non potevamo correre un rischio simile.» Mi balenò nella mente lo studio della casa sul lago, le coppe che, come avevo appena scoperto, erano false. Il gioco di prestigio di Goddard, il modo in cui il trofeo era volato sul pavimento... «Oh, sa» riprese Goddard «"il vecchio ha un debole per me, gli ricordo il figlio morto", tutte quelle stronzate? Hanno una logica, giusto?» «Non si possono lasciare queste cose al caso» commentai cupo. «Esatto» confermò Jock. «Pochissime persone sarebbero state in grado di fare quello che ha fatto lei» insistette Judith sorridendo. «Quasi nessuno sarebbe riuscito a sopportare la doppiezza, a tenere il piede in due staffe come lei. È un individuo speciale, spero che se ne sia reso conto. Ecco perché l'abbiamo scelta. E ha dimostrato che non ci siamo sbagliati.» «Non ci credo» mormorai. Avevo le gambe vacillanti, i piedi malfermi.

Dovevo andarmene di lì. «Non ci credo, cazzo.» «Adam, so quanto debba essere difficile per lei» sussurrò Judith. La testa mi pulsava come una ferita aperta. «Vado a sgombrare il mio ufficio.» «Neanche per sogno» urlò Goddard. «Non può rassegnare le dimissioni. Non glielo permetterò. I giovanotti intelligenti come lei sono troppo rari. Ho bisogno di lei al settimo piano.» Un raggio di sole mi accecò; non riuscivo a vedere le loro facce. «E si fiderebbe di me?» chiesi in tono amaro spostandomi di lato. Goddard espirò. «Lo spionaggio aziendale, ragazzo mio, è americano quanto la Chevrolet e la torta di mele. Cazzo, come crede che l'America sia diventata una superpotenza economica? Nel 1811 uno yankee di nome Francis Lowell Cabot è salpato per la Gran Bretagna e ha rubato il segreto più prezioso dell'Inghilterra: il telaio Cartright, il pilastro di tutto il maledetto settore tessile. Ha portato la dannata Rivoluzione industriale in America, tramutandoci in un colosso. Tutto grazie a un'unica operazione di spionaggio aziendale.» Voltatomi, attraversai il pavimento di granito. Le suole di gomma degli stivali da lavoro scricchiolavano. «Sono stufo di essere preso in giro» dissi. «Adam» mi chiamò Goddard. «Sembra un perdente amareggiato. Come suo padre. E so che non lo è... lei è un vincente, Adam. È brillante. Ha tutte le doti necessarie.» Sorrisi, quindi scoppiai in una risata sommessa. «In sostanza, sono uno stronzo bugiardo. Un impostore. Un truffatore patentato.» «Mi creda, non ha fatto niente che non accada ogni giorno nelle società di tutto il mondo. Ascolti, ha una copia di Sun Tzu nel suo ufficio... l'ha letta? "La guerra si basa sull'inganno" afferma l'autore. E gli affari sono una guerra, è risaputo. Gli affari, ai massimi livelli, sono un inganno. Nessuno lo ammetterà pubblicamente, ma è la verità.» La sua voce si addolcì. «Il gioco è lo stesso ovunque. Solo che lei gioca meglio degli altri. No, non è un truffatore, Adam. È un fottuto abilissimo stratega.» Alzando gli occhi al cielo, scossi la testa disgustato e mi girai verso l'ascensore. Pacato, Goddard mi domandò: «Sa quanto ha guadagnato Paul Camilletti l'anno scorso?». Senza voltarmi, risposi: «Ventotto milioni». «Lei potrebbe guadagnare la stessa somma nel giro di qualche anno. Se-

condo me, vale tutti quei soldi, Adam. È realista e intraprendente, è in gamba, cazzo.» Sbuffai piano, ma non credo che mi abbia sentito. «Le ho mai detto quanto le sono riconoscente per averci salvato la pelle con il progetto Guru? Per questa e per un'altra decina di cose. Mi permetta di essere più preciso a proposito della mia gratitudine. Le darò un aumento... a un milione di dollari, più i diritti di opzione. Visto l'andamento delle nostre azioni, potrebbe intascare cinque o sei milioni l'anno prossimo e raddoppiarli quello successivo. Sarà un dannato multimilionario.» Mi paralizzai di colpo. Non sapevo che cosa fare, come reagire. Se mi fossi girato, avrebbero pensato che accettassi. Se avessi continuato a camminare, avrebbero pensato che rifiutassi. «Questa è la sua gallina dalle uova d'oro» si intromise Judith. «Questa è un'offerta per cui chiunque farebbe carte false. Ma ricordi: non le stiamo regalando niente, se l'è meritato. È tagliato per questa attività. È più bravo di chiunque abbia mai conosciuto. Sa che cosa ha venduto negli ultimi due mesi? Non telefoni cellulari, lettori MP3 o comunicatori palmari bensì se stesso. Ha venduto Adam Cassidy. E noi siamo gli acquirenti.» «Non sono in vendita» mi sentii ribattere, e provai subito imbarazzo. «Adam, si giri» ordinò Goddard in tono rabbioso. «Si giri, subito.» Obbedii, l'espressione corrucciata. «Sa che cosa succede se va via?» Sorrisi. «Certo. Mi denuncerà. Alla polizia, all'FBI o roba del genere.» «Non farò nulla di simile» mi rassicurò. «Non voglio che trapeli neppure una parola di tutta questa vicenda. Ma senza automobile, senza appartamento, senza stipendio, non possiederà alcun bene. Non avrà niente. Non è la vita adatta a un giovanotto di talento come lei.» Ti possiedono... guidi un'auto aziendale, abiti in un alloggio aziendale... la tua vita non è tua... Mio padre aveva ragione, come un orologio rotto. Alzandosi da tavola, Judith mi si accostò. «Adam, capisco il suo stato d'animo» bisbigliò. Aveva gli occhi lucidi. «È ferito, è furioso. Si sente tradito, manipolato. Vuole rifugiarsi nella collera sicura, protettiva e confortante di un bambino. È del tutto comprensibile... a volte ci sentiamo tutti così. Ma ora è giunto il momento di mettere da parte gli atteggiamenti infantili. Vede, non è caduto in una trappola. Ha trovato se stesso. Va tutto bene, Adam. Va tutto bene.» Goddard si appoggiò allo schienale della sedia, le braccia conserte. Scorgevo frammenti del suo viso riflessi nella zuccheriera, nella caffettiera

d'argento. Sorrise benevolo. «Non butti via tutto, figliolo. So che prenderà la decisione giusta.» Capitolo 93 Naturalmente, la mia Porsche era stata rimossa. La sera prima l'avevo parcheggiata in divieto di sosta: che cosa mi aspettavo? Così uscii dalla Trion e mi guardai intorno alla ricerca di un taxi, ma non se ne vedeva neanche l'ombra. Suppongo che avrei potuto usare il telefono dell'atrio per chiamarne uno, ma avvertivo la necessità impellente, quasi fisica, di andarmene. Mi avviai lungo il lato dell'autostrada con la scatola di cartone bianco contenente i pochi oggetti prelevati dal mio ufficio. Qualche minuto dopo, un'auto scarlatta accostò al marciapiede rallentando accanto a me. Era una Austin Mini Cooper, più o meno delle dimensioni di un tostapane. Quando il finestrino del passeggero si abbassò, sentii l'intenso profumo floreale di Alana che si spandeva nell'aria cittadina. Mi chiamò. «Ehi, ti piace? L'ho appena comprata. Non è favolosa?» Annuii abbozzando un sorriso criptico. «Il rosso è un'esca per gli sbirri» osservai. «Non supero mai il limite di velocità.» Assentii. «Supponiamo che mi fermiate per arrestarmi.» Non essendo in vena di scherzi, annuii senza smettere di camminare. L'auto avanzò piano. «Ehi, che cosa è successo alla tua Porsche?» «L'hanno rimossa.» «Puah. Dove vai?» «A casa. All'Harbor Suites.» Non sarebbe stata casa mia ancora per molto, mi resi conto sussultando. Non era mia. «Be', non vorrai mica andare a piedi. Non con quella scatola. Forza, sali, ti do un passaggio.» «No, grazie.» Mi seguì guidando piano lungo il bordo della strada. «Oh, dai, Adam, non fare lo stupido.» Fermatomi, mi avvicinai alla macchina e, dopo aver posato lo scatolone, appoggiai le mani sul basso tetto della Mini Cooper. Non fare lo stupido? Mi ero torturato per tutto quel tempo pensando di essere io a manipolare lei, e lei stava soltanto obbedendo a un ordine. «Tu... sono stati loro a dirti di venire a letto con me, vero?»

«Adam» disse pratica. «Sii realista. Non faceva parte dell'incarico. È soltanto quello che le Risorse umane definiscono un beneficio accessorio, giusto?» Scoppiò nella sua risata accattivante, raggelandomi. «Volevano solo che ti pilotassi, che ti passassi degli indizi, roba simile. Ma poi tu hai iniziato a correre dietro a me...» «Volevano solo che mi pilotassi» ripetei. «Accidenti. Accidenti. Ho la nausea.» Raccogliendo la scatola, mi riavviai. «Adam, ho soltanto fatto quello che mi hanno detto di fare. Tu dovresti capirmi meglio di chiunque altro.» «Il che significa che impareremo a fidarci l'uno dell'altra? Anche adesso... stai solo facendo quello che vogliono loro, vero?» «Oh, per favore» sbottò. «Adam, tesoro. Non essere così paranoico.» «E pensare che credevo di avere una bella relazione con te» ribattei. «È stato divertente. Me la sono spassata.» «Davvero?» «Dio, non prenderla così sul serio, Adam! Si tratta solo di sesso. E di affari. Che cosa c'è di male? Credimi, non ho mai finto!» Continuai a camminare cercando un taxi, ma non ce n'era neppure uno nei paraggi. Non conoscevo nemmeno quella parte della città. Ero perso. «Forza, Adam» insistette avanzando piano. «Sali in macchina.» La ignorai. «Oh, dai» protestò, la voce di velluto che alludeva a tutto senza promettere nulla. «Vuoi salire in macchina?» RINGRAZIAMENTI Eccoci arrivati ai titoli di coda. Sono lunghissimi, ma l'ideazione e la stesura del presente volume hanno richiesto parecchio tempo. Le ricerche per gli altri miei romanzi mi avevano condotto in giro per il mondo, in luoghi come il quartier generale del KGB a Mosca, ma nulla mi aveva preparato al singolare e affascinante ambiente delle aziende hightech americane. Nessuno mi ha aperto più porte ed è stato più disponibile del mio vecchio amico David Hsiao della Cisco Systems, dove ho ricevuto anche l'inestimabile aiuto di Tom Fallon, Dixie Garr, Pete Long, Richard Henkus, Gene Choy, Katie Foster, Bill LePage, Armen Hovanessian, Sue Zanner e Molly Tschang. Kate Lepow della Apple Computer si è rivelata preziosissima. Oltre a essere una guida attenta e spiritosa, il mio amico Carter Kersh della Nortel mi ha presentato i suoi colleghi, tra cui Martin

McNarney, Alyene Mclennan, Matt Portoni, Raj Raman, Guyves Achtari e Alison Steel. Ho inoltre sostenuto alcune interessanti conversazioni con Matt Zanner della Hewlett-Packard, Ted Sprague della Ciena, Rich Wyckoff della Marimba, Rich Rothschild dell'Ariba, Bob Scordino della EMC, Adam Stein della Juniper Networks e Colin Angle della iRobot. Alcuni amici molto fantasiosi mi hanno aiutato a inventare i sotterfugi e gli intrighi finanziari che fanno da sfondo alla storia. Tra di essi figurano Roger McNamee, Jeff Bone, Glover Lawrence, e soprattutto Giles McNamee, che ha confrontato con me le sue idee nello spirito di un vero cocospiratore non imputato. Nell Minow della Corporate Library di Washington mi ha invece illuminato sull'amministrazione e sulla politica di conduzione delle società. Per quanto riguarda la sicurezza e l'intelligence aziendale, ho ricevuto utilissimi suggerimenti da alcuni esperti del settore, tra cui Leonard Fuld, Arthur Hulnick, George K. Campbell, Mark H. Beaudry, Dan Geer e Ira Winkler, specialista di spionaggio industriale. Per i riferimenti legali contenuti in Paranoia mi sono avvalso della consulenza del mio grande amico Joe Teig nonché di Jackie Nakamura della Day Casebeer Madrid & Batchelder (grazie ad Alex Beam per averci presentato), Robert Stein della Pryor Cashman Sherman & Flynn e due dei suoi colleghi, Jeffrey Johnson e soprattutto Jay Shapiro. Le conoscenze di Adam riguardo ai nuovi prodotti tecnologici sono merito di Jim Mann della Compaq (il principale ideatore dell'iPaq), Bert Keely della Microsoft, Henry Holtzman del Media Lab del MIT, Simson Garfinkel, Joel Evans della Geek.com, Wes Salmon della PDABuzz.com e soprattutto Greg Joswiak, vicepresidente del Marketing prodotti hardware presso la Apple Computer. Alcune delle bravate giovanili di Adam si ispirano ai racconti di Keith McGrath, Jim Galvin della polizia di Boston ed Emily Bindinger. Per quanto concerne la malattia di Francis X. Cassidy, ho chiesto aiuto a mio fratello, il dottor Jonathan Finder, e a Karen Heraty, un angelo di infermiera. Come sempre, Jack McGeorge della Public Safety Group mi ha dato una mano con numerosi dettagli tecnici. Anche il mio caro amico Rick Weissbourd mi ha offerto un contributo indispensabile. Ho inoltre avuto la fortuna di potermi avvalere di alcuni ottimi assistenti alle ricerche, tra cui John H. Romero, Michael Lane e l'impagabile Kevin Biehl, anche se Rachel Pomerantz è stata senza dubbio la migliore. Sono commosso per l'enorme entusiasmo e interessamento dimostrati dall'efficientissima redazione della St. Martin's Press, che comprende John

Sargent, Sally Richardson, Matthew Shear e John Cunningham; Matthew Baldacci, Jim DiMiero e Nancy Trypuc dell'ufficio marketing; John Murphy e Gregg Sullivan dell'ufficio pubblicità; Mike Storrings, Christina Harcar, Mary Beth Roche, Joe McNeely, Laura Wilson, Tom Siino, Tom Leigh e Andy LeCount. Poter contare sul tifo di un'intera casa editrice è un avvenimento raro nella vita di uno scrittore, ed estendo i miei più sentiti ringraziamenti a tutti loro. Howie Sanders della United Talent Agency è stato un sostenitore entusiasta di questo libro sin dall'inizio. Molly Friedrich, la mia agente letteraria, è splendida sotto tutti i punti di vista: leale, saggia, intelligente, una sorta di fata buona. Mio fratello, Henry Finder, direttore editoriale del «New Yorker», è un editor straordinario. Per fortuna è anche il mio primo lettore e collaboratore; il suo contributo al presente romanzo è stato davvero incommensurabile. Keith Kahla della St. Martin's Press non è solo un editor meraviglioso, ma anche un diplomatico, un lobbista, un difensore instancabile e un garbato generalissimo con la pazienza di un santo. Gli sono riconoscente più di quanto riesca a dire, e senza dubbio più di quanto mi permetterebbe di dire qui. FINE

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